Legambiente, le 10 linee pendolari peggiori

21 dicembre 2016

pendolari

Come ogni anno, all’entrata in vigore dell’orario invernale, Legambiente ha lanciato la campagna Pendolaria, www.pendolaria.it, con una prima analisi della situazione del trasporto ferroviario pendolare in Italia e la lista delle 10 peggiori linee, mentre un’analisi puntuale dei finanziamenti e dei processi organizzativi verrà presentata nel rapporto che sarà reso pubblico nel mese di gennaio 2017.

Secondo Legambiente, guasti tecnici, ritardi imprecisati, sovraffollamento mettono alla prova ogni giorno quei milioni di cittadini che utilizzano il treno per raggiungere il luogo di lavoro o di studio.

E mentre cresce ancora l’offerta del servizio ad alta velocità (+276% dal 2007 sulla Roma-Milano), le condizioni in molti casi continuano a peggiorare per chi si muove sulla rete secondaria, sugli intercity e sui regionali dove invece si sono ridotti i treni (in 15 Regioni) o sono state aumentate le tariffe (in 16 Regioni).

E quali sono le 10 linee peggiori, utilizzate dai pendolari?

Anche nel 2016 a guidare la classifica delle tratte peggiori sono la Roma-Ostia e la Circumvesuviana.

Seguono la Reggio Calabria-Taranto, la Messina-Catania- Siracusa, la Cremona-Brescia, la Pescara-Roma, i collegamenti per Casale Monferrato (con la linea per Vercelli e quella per Mortara che sono state chiuse), la Bari-Martina Franca-Taranto, la Treviso-Portogruaro e la Genova-Acqui Terme.

Nel complesso, in Italia sono quasi 3.300 ogni giorno i treni del servizio regionale.

Il 69% dei treni in circolazione supera i 15 anni d’età, con differenze marcate tra le regioni del centro-nord e quelle del sud.

Nel dettaglio, la regione con la più alta età media dei treni è l’Abruzzo, con 24,1 anni di età seguito dalla Basilicata, con una età media dei treni di 23,3 anni e dalla Sicilia, con 23,2.

Il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha dichiarato, a tale proposito:

“Il trasporto ferroviario pendolare deve diventare una priorità nazionale negli investimenti e nelle attenzioni. Oggi non è così, e su troppe linee la situazione in questi anni è addirittura peggiorata, con meno treni, convogli vetusti, ulteriori tagli ad interi collegamenti.

Emblematica è la situazione della Roma-Ostia Lido e della Circumvesuviana dove ogni giorno oltre 300.000 persone subiscono le conseguenze di una gestione indegna per un paese civile. Ma questo non è più accettabile.

Il nuovo Governo deve individuare le risorse per il rilancio del trasporto pendolare e procedere al commissariamento dove le Regioni non sono in grado di garantire il servizio”.

Zanchini ha così concluso:

“Il nostro Paese ha bisogno di una cura del ferro a partire dalle città, per consentire al trasporto pendolare di raggiungere la stessa qualità ed efficienza dell’Alta velocità.

In questi anni è mancata una regia nazionale rispetto a un servizio ferroviario pendolare trasferito alle Regioni, che ha avuto come conseguenza tagli e aumenti delle tariffe senza che si fissassero obiettivi di efficienza del servizio o controlli su quanto avveniva nelle linee.

Occorre dare speranza ai pendolari che la situazione possa migliorare, e ciò potrà avvenire solo trovando risorse per aumentare il servizio e per acquistare treni nuovi”.

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10 anni dalla morte di Piergiorgio Welby

18 dicembre 2016

welby

Il 20 dicembre 2006 morì Piergiorgio Welby. Sono già passati 10 anni. Mi sembra doveroso, quindi, ricordarlo. E non posso non iniziare, purtroppo, rilevando che sono sì passati 10 anni dalla morte di Piergiorgio ma, in Italia, non c’è ancora né una legge sul testamento biologico né tanto meno una legge sull’eutanasia.

Welby fin da giovane fu colpito da una grave malattia, una distrofia che progredì lentamente. Nel 1997, in seguito ad una crisi respiratoria, fu sottoposto ad una tracheotomia.

Questa sua condizione lo spinse a chiedere più volte che gli venisse “staccata la spina”, ma la sua richiesta non fu accolta, in quanto ritenuta in contrasto con leggi in vigore.

E Welby si impegnò a favore della possibilità che, in certi casi, anche in Italia fosse consentita l’eutanasia, insieme a sua moglie Mina e all’associazione Luca Coscioni, di cui fu eletto co-presidente. E la sua vicenda determinò, nel nostro Paese, un acceso dibattito sulle questioni del fine vita.

Chiese ufficialmente la sua morte nel 2006. Nel settembre di quell’anno inviò una lettera-aperta al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo il riconoscimento del diritto all’eutanasia.

Il 20 dicembre, sempre del 2006, Welby fu sedato e gli fu staccato il respiratore. E l’anestetista Mario Riccio dichiarò di averlo aiutato a morire. Riccio fu imputato per “omicidio del consenziente” ma il 23 luglio 2007 un magistrato di Roma, Zaira Secchi, lo prosciolse definitivamente, ordinando il non luogo a procedere perché il fatto non costituiva reato.

E oggi, a dieci anni dalla morte di Piergiorgio, in Italia, nonostante numerose richieste, provenienti soprattutto dall’associazione Luca Coscioni, non esiste ancora né una legge sul testamento biologico né una legge sull’eutanasia.

Qual è la situazione attuale?

Lo si può desumere da una dichiarazione di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni e di Matteo Mainardi, coordinatore della campagna “Eutanasia legale”, dopo che l’onorevole Donata Lenzi, relatrice del provvedimento riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (il cosiddetto testamento biologico) ha recentemente affermato di “potercela fare” ad approvare il testo entro la fine della legislatura “tanto più se l’opinione pubblica ci sostenesse”.

Questa è la dichiarazione di Cappato e di Mainardi:

“Come associazione Luca Coscioni, a prescindere dai miglioramenti che ancora si potranno e dovranno apportare al testo, ci auguriamo – come affermato dalla relatrice – il proseguimento dei lavori in Commissione e in Aula in tempi brevi per approvare una riforma di civiltà attesa da anni.

Parallelamente alla discussione del testo, rilanciamo il nostro appello al ministero della Salute affinché intervenga con una circolare che dia indicazioni precise affinché non sia più necessario l’intervento di un giudice per far rispettare le volontà della persona malata che chiede solo il rispetto di un diritto costituzionalmente garantito, così come affermato nella sentenza del Tribunale di Cagliari sul ricorso presentato da Walter Piludu.

Di tutto ciò – in presenza della relatrice Lenzi, della presidente Boldrini, di Emma Bonino, Mina Welby, Beppino Englaro e insieme agli altri protagonisti della campagna per il riconoscimento dei diritti di libertà collegati al fine vita -, discuteremo alla Camera dei Deputati il 20 dicembre  in occasione del decennale della morte di Piergiorgio Welby”.


La disoccupazione è alta nel Sud, nel Centro-Nord molto meno

14 dicembre 2016

disoccupati

Il valore del tasso di disoccupazione in Italia è più elevato rispetto al valore medio che si verifica nei Paesi dell’Unione europea. In realtà ad essere particolarmente alto è il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali. Nelle regioni del Centro-Nord, invece, questo tasso assume un valore inferiore al valore medio relativo ai Paesi dell’Unione.

Questi dati, riferiti al 2015, riguardanti il tasso di disoccupazione lo dimostrano:

Abruzzo 12,6%

Molise 14,3%

Campania 19,8%

Puglia 19,7%

Basilicata 13,7%

Calabria 22,9%

Sicilia 21,4%

Sardegna 17,4%

Sud 19,4%

Centro-Nord 8,8%

Italia 12,6%

Paesi Unione europea 9,0%

Paesi euro 10,4%

E’ bene precisare che il tasso di disoccupazione è dato dal rapporto percentuale tra il numero dei disoccupati e il numero delle forze di lavoro e queste ultime sono costituite dalla somma tra occupati e disoccupati.

Quindi, è evidente che, in Italia, il problema della disoccupazione è soprattutto un problema delle regioni meridionali.

Certo, anche nel Centro-Nord si deve ridurre il tasso di disoccupazione.

Ma è soprattutto nel Sud che sarebbe necessario intervenire per diminuire considerevolmente il valore assunto da quel tasso. Si consideri solamente un dato: nel 2015 il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali era vicino al 20%.

Pertanto, la situazione del mercato del lavoro nel Sud del nostro Paese rappresenta un’ulteriore dimostrazione di quanto sia indispensabile attuare un’efficace politica economica rivolta soprattutto a favorire la crescita economica delle regioni meridionali, tale da aumentare notevolmente il numero degli occupati.

Fino ad ora una tale politica economica non è stata realizzata o, quanto meno, è stata insufficiente.

La nomina di Claudio De Vincenti a ministro per la coesione territoriale e per il Sud, nel governo Gentiloni, potrebbe – il condizionale è d’obbligo – rappresentare la volontà di attuare, da parte del nuovo governo, una politica di maggiore rilievo, rispetto a quanto avvenuto in passato, per affrontare i problemi economici ed occupazionali delle regioni meridionali.


I diritti umani sono importanti? Più importanti l’economia e la politica estera, purtroppo

11 dicembre 2016

dirittiumani

Il 10 dicembre come ogni anno è stata celebrata la giornata internazionale dei diritti umani, e in questa occasione vorrei formulare alcune brevi considerazioni. Mi sembra che nel mondo i diritti umani, sebbene siano molto spesso oggetto di violazioni, talvolta drammatiche, sempre più frequentemente non siano tenuti nella giusta considerazione. Più importanti sono considerati gli interessi economici e le esigenze di politica estera.

Purtroppo è così.

Gli esempi che dimostrano la validità di questa mia valutazione sono numerosi.

Almeno due possono essere citati, riguardanti l’Europa.

In Turchia, soprattutto negli ultimi mesi, le libertà individuali e collettive sono state oggetto di notevoli restrizioni. Molti gli arresti, del tutto ingiustificati, di persone la cui unica colpa è l’opposizione al regime di Erdogan.

Eppure il governo turco è ancora ritenuto un interlocutore credibile da parte dei governi europei, preoccupati che dalla Turchia possano essere espulsi gran parte dei molti migranti, soprattutto siriani, che attualmente sono presenti in quel Paese.

Nella Russia di Putin i diritti umani sono frequentemente violati. Putin poi sostiene il governo del dittatore siriano Assad, responsabile di un notevole numero di assassini.

Eppure i governi di diversi Paesi europei ritengono opportuno eliminare le sanzioni che furono decise nel periodo della guerra in Ucraina, perché in questo modo la situazione dei sistemi economici di quei Paesi migliorerebbe.

Certo, gli interessi economici, le esigenze di politica estera, sono importanti, non possono essere trascurati.

Ma la salvaguardia dei diritti umani dovrebbe essere almeno ugualmente importante.

Ciò, ripeto, molto spesso non avviene.

Ma, tutti, ci dovremmo impegnare affinchè i diritti umani assumano sempre maggiore rilievo.

E’ questo il motivo principale che mi ha spinto prima a diventare socio e poi attivista di Amnesty International.

Non possiamo e non dobbiamo, infatti, delegare completamente ai governi quell’impegno.


Le tasse sono troppo alte. Le possiamo ridurre?

8 dicembre 2016

tasse

Recentemente, è stato reso noto un rapporto dell’Ocse nel quale viene esaminato il livello raggiunto nel 2015 dalla pressione fiscale, cioè il rapporto tra il gettito derivante delle imposte e il Pil, in diversi Paesi, tra i quali l’Italia. L’Italia rimane nel gruppo dei Paesi con la pressione fiscale più elevata.

L’Italia è in sesta posizione, come la Svezia, con una tassazione complessiva pari al 43,3% del Pil.

E’ preceduta solamente dalla Danimarca, che è al primo posto con una pressione fiscale pari al 46,6%, dalla Francia, dal Belgio, dalla Finlandia e dall’Austria.

Si può rilevare, tra l’altro, che la Germania aveva una pressione fiscale pari al 36,9% e gli Stati Uniti pari al 26,4%.

Peraltro i valori raggiunti dalla pressione fiscale andrebbero comparati con il livello e la qualità dei servizi pubblici erogati dai diversi Paesi e quindi anche con il livello e la “qualità” della spesa pubblica.

Ora, quanto meno in diverse regioni italiane, il livello e la qualità dei servizi pubblici sono senza dubbio inferiori rispetto a quanto si verifica nei Paesi con una pressione fiscale più alta o simile a quella che contraddistingue l’Italia.

Pertanto, il rapporto dell’Ocse conferma il fatto che in Italia la pressione fiscale è molto elevata, troppo elevata.

E tale situazione non può che essere valutata negativamente in quanto ostacola gli investimenti delle imprese, o meglio di quelle imprese che pagano le tasse, e i consumi dei lavoratori dipendenti.

Quindi una riduzione della pressione fiscale potrebbe contribuire alla necessaria crescita della domanda effettiva, favorendo così l’incremento del Pil ed anche dell’occupazione.

Si potrebbe sostenere che in realtà una parte consistente delle imprese evadono il fisco e quindi non si dovrebbe ridurre la pressione fiscale quanto meno per le imprese.

Però la soluzione migliore sarebbe quella di intensificare il contrasto all’evasione fiscale e di ridurre le imposte per le imprese che già le pagano regolarmente.

Comunque, supponendo che nel breve periodo non sia possibile diminuire considerevolmente l’evasione fiscale, è opportuno ugualmente, ed anche possibile, ridurre le pressione fiscale in Italia?

A mio avviso, non solo è opportuno ma è anche possibile. Poi, si tratta di stabilire se ridurre la pressione fiscale in misura uguale per le imprese e per i lavoratori dipendenti, oppure no.

Ma questo è un altro discorso.

E come diminuire la pressione fiscale?

Un modo potrebbe essere quello, ricollegandomi a quanto ho scritto in un precedente post, di ridurre la spesa pubblica improduttiva, di ridurre gli sprechi, attuando un’efficace politica di spending review, cioè di revisione della spesa delle pubbliche amministrazioni.

Per ora tale politica, da molti anni ormai, non è stata attuata, ma il problema rimane.

E rimane anche il problema di ridurre la pressione fiscale, se si vuole davvero accrescere in misura notevole il Pil e, contemporaneamente, ridurre considerevolmente la disoccupazione.


Il no ha vinto, purtroppo. Ora il Pd deve cambiare davvero

5 dicembre 2016

pd

Il no ha vinto, o meglio ha stravinto, purtroppo. Purtroppo perché non è stata approvata una buona, seppure con qualche difetto, riforma costituzionale e perché il governo Renzi sarà costretto a dare le dimissioni, un governo che poteva e doveva fare di più ma che, nel complesso, ha ben operato. Ed ora? Il mio più importante auspicio è che il Pd cambi davvero e assuma realmente le caratteristiche per le quali nel 2007 fu fondato.

Infatti, i motivi alla base della vittoria del no sono senza dubbio diversi.

Lo stesso Renzi ci ha messo del suo.

Ma uno dei motivi principali, a mio avviso, è rappresentato dal fatto che la vittoria del no è stato soprattutto un voto di protesta nei confronti di quello che, generalmente, è definito l’ “establishment”.

La stessa situazione si è verificata in altri Paesi, in Inghilterra con il la vittoria del Brexit, negli Stati Uniti con la vittoria di Trump e con i notevoli consensi elettorali ottenuti da movimenti populisti, e talvolta razzisti, in Francia e in Germania, ad esempio.

E cosa c’entra il Pd?

C’entra, soprattutto perché tra i vari obiettivi che si dovevano perseguire con la sua fondazione uno dei più importanti era la realizzazione di un profondo rinnovamento della politica di cui fossero protagonisti, all’interno del Pd, non solo fra gli iscritti ma anche nei gruppi dirigenti, cittadini fortemente critici nei confronti del modo tradizionale di fare politica.

In realtà il Pd è nato, quasi esclusivamente, dalla fusione tra due partiti, i Ds e la Margherita, spesso prendendo il peggio e non il meglio della loro azione politica.

E, soprattutto, il Pd non ha contribuito, se non in una misura minima, a rinnovare davvero la politica italiana, a considerarla non solo ricerca e gestione del potere, ma anche e soprattutto progetto e strumento per soddisfare le esigenze dei cittadini, in primo luogo tramite un loro coinvolgimento attivo.

E solo così il Pd non verrà visto dalla maggioranza degli elettori come componente dell’establishment, da combattere a tutti i costi.

Anche prima che divenisse segretario del Pd Renzi, quanto ci si aspettava dal Pd non è avvenuto. E con Renzi si è continuato nella direzione, sbagliata, perseguita da Bersani e dagli altri segretari che lo hanno preceduto.

Se veramente si vuole che la politica non riduca il proprio ruolo, a vantaggio soprattutto del sistema finanziario, e se si intende contrastare realmente i partiti populisti e razzisti, in Italia sarebbe necessario che il Pd cambi realmente, incamminandosi con decisione nella strada che ho appena delineato.

Infatti, se si rinnova, il Pd è l’unico partito che in Italia potrebbe davvero svolgere un ruolo da protagonista nel tentare di governare bene il nostro Paese, in modo tale da affrontare una volta per tutte i noti problemi strutturali che da molti anni ormai, troppi, lo caratterizzano.

Il centrodestra  è profondamente diviso è quindi non è in grado di svolgere quel ruolo, così come il movimento 5 stelle, le cui capacità di governo sono assolutamente inadeguate come è avvenuto quando si devono affrontare problemi complessi, come quelli che contraddistinguono Roma, città ora guidata dai grillini, rivelatisi del tutto incapaci di governarla.

Il Pd sarà in grado quindi di rinnovarsi?

Non lo so.

Peraltro il problema non è tanto o soltanto Renzi e i renziani, perché la cosiddetta sinistra del Pd ha già ampiamente dimostrato di non essere all’altezza delle sfide cui si trova di fronte il Pd.

Ma se ciò non avverrà non si verificherà solamente una progressiva riduzione dei consensi di quel partito, questione peraltro non di primaria importanza, ma, soprattutto, il sistema politico italiano si rivelerà sempre più inadeguato a governare il nostro Paese.