2,5 milioni di maschi frequentano prostitute

30 gennaio 2014

In un convegno del gruppo Abele a Torino è stata ridimensionata la cifra di 9 milioni di frequentatori di prostitute, circolante fino ad oggi. Risulta impossibile un identikit preciso. Per alcuni il rapporto è complementare a una relazione stabile; per altri l’unica possibilità.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it si riferisce di quanto emerso nel corso di quel convegno.

“Sono uomini di ogni ceto, provenienza geografica e fascia d’età. Spesso sono istruiti, tanto che al crescere del grado d’istruzione aumenta anche la domanda. Molti di loro continuano a cercare rapporti in strada, mentre una parte altrettanto consistente ormai lo fa nell’anonimato offerto dal web.

Fino a qualche anno fa erano stimati in 9 milioni di individui, quasi un sesto della popolazione nazionale. ‘Ma è di certo più verosimile la stima dell’università di Bologna, che ha ridimensionato la cifra a due milioni e mezzo’, spiega Mirta Da Pra, responsabile del progetto vittime del gruppo Abele.

Quello dei clienti della prostituzione ad oggi resta un mondo dai contorni vaghi, indefiniti. A cercare di scandagliarlo è proprio il gruppo Abele, in un convegno tenutosi nella sede torinese dell’associazione…

‘I dati raccolti finora – continua Da Pra, prima relatrice della giornata – sono frammentari, basati su stime più che su rilevazioni oggettive. Quel che è certo, è che portare la cifra a nove milioni equivale a stabilire una pericolosa corrispondenza tra ‘maschio’ e ‘cliente’. Il che non è assolutamente realistico, dato che non tutti gli uomini frequentano o hanno frequentato prostitute.

A livello quantitativo, secondo molti ricercatori, la stima più attendibile si ottiene moltiplicando per dieci prestazioni giornaliere il numero delle persone che si prostituiscono; moltiplicandolo poi di nuovo per il numero delle giornate di lavoro annuali’.

Qualcosa di più emerge sul piano qualitativo, anche se la situazione non è molto più definita. ‘Dal momento che i clienti tendono a non uscire allo scoperto – prosegue Da Pra – ciò che sappiamo arriva, oltre che dalle interviste con questi ultimi, anche da quelle con le prostitute stesse e con gli operatori sociali; o da registrazioni effettuate a insaputa del cliente, come fatto per il libro-inchiesta ‘Quanto vuoi’’.

Quel che è certo, secondo la Da Pra, è che ‘non esiste un cliente-tipo. Le tipologie sono varie quanto lo è l’intero universo mondo maschile’ continua.

‘Tra i clienti delle prostitute troviamo italiani come migranti, operai come forze dell’ordine e sacerdoti. A livello anagrafico, la fetta più consistente riguarda gli adulti, la metà dei quali sarebbe composta da uomini sposati. Subito dopo vengono i giovani, mentre l’arrivo di farmaci come il Viagra, ha fatto lievitare anche la domanda da parte degli anziani’.

E al mutare degli identikit, cambiano anche motivazioni e modalità di approccio. Ci sono uomini che prediligono le italiane, che spesso sono meno soggette ai meccanismi della tratta.

Secondo Da Pra, però, la maggior parte dei clienti preferisce consapevolmente rapportarsi alle straniere o alle vittime di tratta, le quali hanno ‘un potere contrattuale molto minore, e sono più vulnerabili rispetto a determinate richieste, come il sesso non protetto’. Di fatto, ‘il vero boom della prostituzione di strada coincide con l’emergere della tratta e l’arrivo in massa delle straniere’.

Ed è interessante, poi, come molti di questi uomini elaborino le più varie autogiustificazioni per porre simili rapporti in una luce positiva: ‘Alcuni – precisa Da Pra – si giustificano dicendosi che queste donne guadagnano molto e che comunque sapevano cosa sarebbero venute a fare in Italia. C’è poi chi, addirittura, è convinto di aiutarle, dicendosi che se non portassero soldi verrebbero picchiate dai protettori’.

Ci sono poi i clienti particolari: masochisti, sadici, feticisti, così come quelli che preferiscono espressamente le transgender, paradossalmente considerate più femminili, e in grado di offrire un’accoglienza e una comprensione molto maggiori rispetto a una donna. Un certo numero di clienti, in effetti, alle prostitute chiede semplicemente d’essere ascoltato: non è poi così raro che un uomo paghi solo per parlare.

‘Ma ci sono, purtroppo, anche clienti che vanno a ‘caccia’ di minori; che rappresentano comunque una fetta marginale della domanda complessiva’.

Per quanto varie possano essere le motivazioni, però, i clienti continuano a dividersi in due grandi sottotipi.

‘Per alcuni – continua Da Pra – il rapporto con una prostituta è complementare a una relazione stabile. Mentre esiste poi un altra tipologia di uomini, che nei rapporti mercenari vede l’unica opportunità di relazione sul piano affettivo e sessuale.

Sappiamo, molto spesso dal confronto con le prostitute stesse, che giovani e anziani vogliono essere rassicurati riguardo alla loro virilità: oggi i ragazzi che vanno con una prostituta, lo fanno perché hanno paura di non sentirsi all’altezza in un rapporto con la loro fidanzata. E chiedono conferme sulle dimensioni, sulla durata e sulla qualità del rapporto. Per molti uomini, il rapporto con una prostituta nasce da una sorta di scissione interna; che da una parte tende a mettere la donna, intesa come moglie e madre e quasi desessualizzata; mentre dall’altra pone la donna intesa come oggetto sessuale’.

Una sorta di schizofrenia affettiva, dunque, che rende difficile accettare che ogni donna, moglie o madre che sia, è anche un essere fatto di carne e desiderio. Il che, secondo Da Pra, è comprensibile ‘se si pensa che, nella cultura italiana, il sesso non è mai stato pienamente metabolizzato: da una parte continua a rappresentare un tabù, ma al tempo stesso, negli ultimi anni, è stato sovraesposto e identificato con una serie di stereotipi di potere, successo e consumo’.

Una schizofrenia che, in qualche modo, si è però cristallizzata nella coscienza degli italiani; e viene dunque spontaneo chiedersi se esista una via d’uscita.

‘Di certo – conclude – bisognerebbe cominciare a discutere laddove non si è mai intervenuti, soprattutto nelle scuole. Noi diciamo sempre che, più che di tratta, è necessario parlare di educazione ai rapporti. E bisogna farlo anche superando le resistenze degli stessi genitori.

Se poi parliamo di prostituzione, allora intervengono altri temi, come ad esempio i rapporti tra nord e sud del mondo. Bisogna però comprendere che è arrivato il momento di intervenire, smettendola di flagellarsi per non averlo fatto in precedenza. Perché la cosa più importante è agire sui modelli; ed è sui giovani che bisogna lavorare in questo senso’”.

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In diminuzione i consumi e gli investimenti nella cultura

27 gennaio 2014

Federculture (federazione delle aziende e degli enti di gestione di cultura, turismo, sport e tempo libero), alla Camera dei deputati, ha presentato alla Presidente Boldrini e al Parlamento il rapporto annuale 2013 contenente le ultime analisi sulla grave situazione del settore culturale e le proposte per uscire dalla crisi. In caduta i consumi culturali: aumentano del 3,7% gli italiani che rinunciano alla cultura fuori casa e diminuiscono del 3% i lettori di libri. Anche gli investimenti pubblici per il settore, già in calo da anni, continuano a diminuire.

In un comunicato di Federculture è contenuta una breve sintesi del rapporto 2013.

“L’allarme lanciato da Federculture nei mesi scorsi, con il rapporto 2013, sulla caduta dei consumi e la crisi delle politiche culturali, è stato confermato dai dati più recenti emersi a fine anno.

Il 2013 si è chiuso con un quadro della fruizione di cultura tutto in negativo: ben 39 italiani su cento, il 3,7% in più rispetto al 2012, non hanno partecipato a nessuna attività culturale nel corso dell’anno e cresce anche la quota di coloro che non leggono nemmeno un libro l’anno, sono il 57% degli italiani, anche in questo caso un 3% in più.

Dati che ci mettono in coda alle classifiche europee: il nostro indice di partecipazione culturale nazionale è, secondo Eurobarometro, pari all’8%, mentre la media Ue è del 18% e in cima alla graduatoria c’è la Svezia con un 43% di cittadini che prendono assiduamente parte ad attività culturali.

Un calo della domanda che va di pari passo con quello degli investimenti e dell’offerta.

E’ noto come, almeno nell’ultimo decennio, ci sia stata una costante riduzione dell’impegno pubblico nella cultura: il budget del Ministero per i beni culturali in dieci anni è stato ridotto di quasi 1 miliardo di euro, oggi è pari a 1.500 milioni di euro (lo 0,20% del bilancio totale dello Stato) e per il triennio 2014-2016 le previsioni sono di un’ulteriore calo a 1,4 miliardi. E non bisogna dimenticare che al Mibact è stata trasferita anche la competenza sul turismo.

Da parte dei Comuni, che hanno tagliato tra 2010 e 2011 del’11% gli investimenti annuali nelle politiche culturali (ultimi bilanci disponibili), dal 2003 sono stati messi a disposizione del settore oltre 500 i milioni in meno.

Ma anche gli investimenti privati sono da tempo in netta contrazione: dal 2008 da sponsorizzazioni private e erogazioni delle fondazioni bancarie sono arrivate alla cultura rispettivamente il 38% e il 40,5% di risorse in meno.

Nel 2013 le sponsorizzazioni da parte di aziende private alla cultura sono state pari a soli 159 milioni di euro. Dato che mette definitivamente in soffitta la visione che ritiene che l’intervento economico dei privati possa essere sostitutivo di quello pubblico.

Questo il quadro aggiornato presentato dal Presidente di Federculture Roberto Grossi, a partire dai contenuti del rapporto annuale Federculture 2013 ‘Una strategia per la cultura. Una strategia per il Paese’, alla Camera dei deputati in un incontro al quale hanno preso parte la Presidente on. Laura Boldrini, Piero Fassino, Presidente ANCI, il professore Stefano Rodotà, Gianluca Comin, direttore Relazioni Esterne e Comunicazione Enel e Claudia Ferrazzi, segretario generale dell’Accademia di Francia.

Servono, dunque, una strategia e una nuova idea-Paese per risalire la china e rilanciare il settore.
Il Governo in questi ultimi mesi ha messo in campo alcuni importanti interventi nella cultura, con azioni di riforma attese da tempo come quella dei teatri stabili e delle fondazioni lirico-sinfoniche contenute nel decreto ‘Valore Cultura’, ma sono ancora troppe le criticità non risolte.

Per questo Federculture ha presentato le sue proposte e linee di azione per impegnare Parlamento e Governo nei prossimi mesi a proseguire sulla strada delle riforme.

A partire dalla necessità di sostenere e rilanciare i consumi culturali delle famiglie, sui quali in parte si è già intervenuti con l’introduzione della possibilità di detrarre fino al 19% le spese per l’acquisto di libri. Si potrebbe però fare di più. Federculture propone di estendere la norma a tutti i settori della cultura permettendo alle famiglie di detrarre quanto speso per musei, teatro, cinema, mostre e formazione…

Ma il sostegno alla domanda deve accompagnarsi a quello destinato alla rete dell’offerta e della produzione culturale intervenendo sulla legislazione che riguarda in particolare le aziende culturali di servizio pubblico. Queste sono da anni oggetto di interventi legislativi penalizzanti e anche nella legge di stabilità 2014 vi sono norme che sottopongono aziende speciali, istituzioni e società partecipate dalle amministrazioni pubbliche ad un regime limitativo in particolare delle assunzioni di personale, di contenimento delle politiche retributive e delle consulenze che, se applicato in maniera indiscriminata, senza tenere conto delle specificità che caratterizzano il settore culturale, comporterebbe un grave peggioramento della qualità dell’offerta al cittadino…

E’ necessario, dunque, avviare un piano per l’occupazione culturale che incentivi l’affidamento a imprese, profit e no-profit, della gestione integrata dei servizi culturali diffusi sul territorio…

In particolare a livello locale è prioritario rilanciare la competitività e incoraggiare lo sviluppo attraverso la cultura, sostenendo la progettualità delle amministrazioni locali e la loro capacità di accedere alle risorse disponibili, soprattutto quelle comunitarie.

Federculture con Anci, Mibact e Dps sta portando avanti l’introduzione del fondo per la progettualità culturale, uno strumento finanziario finalizzato a dare impulso a progetti di qualità nel settore culturale e promuovere lo sviluppo locale attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale. Ma soprattutto, un modo concreto per dare una risposta all’incapacità che molte amministrazioni pubbliche hanno dimostrato nell’accedere e utilizzare bene le risorse disponibili, soprattutto quelle comunitarie, che non possiamo più permetterci di sprecare…”.


Casi di lebbra anche in Italia

26 gennaio 2014

Il 26 gennaio è la giornata mondiale contro la lebbra. In Italia ogni anno vengono diagnosticati fino a nove casi di lebbra. Si tratta di stranieri o italiani che rientrano dopo lunghi soggiorni all’estero. In generale l’80% delle diagnosi riguarda India, Brasile e Indonesia.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it ci si occupa della diffusione della malattia in varie parti del Mondo.

“Domenica 26 gennaio si celebra in tutto il mondo la giornata contro la lebbra. Ma qual è la situazione sullo sviluppo della malattia?

Nel 2012 sono stati diagnosticati 232.857 nuovi casi di lebbra in 101 Paesi nel mondo: l’80% si registra tra India, Brasile e Indonesia, ma si hanno numeri significativi anche in Cina, Sud Sudan, Tanzania, Myanmar, Etiopia, Madagascar, Repubblica democratica del Congo, Nepal, Filippine, Sri Lanka, Costa d’Avorio e Bangladesh (dati Aifo).

Se confrontato con il 2011, il dato risulta in leggero aumento (+2,7%), ma il rapporto è incompleto: mancano quelli di 50 Stati e i dati relativi all’Africa presentano qualche anomalia. Il motivo? A causa delle difficoltà finanziarie, sempre più Paesi hanno difficoltà a trovare personale sanitario adeguatamente formato per diagnosticare e curare la lebbra.

Va registrata, quindi, la crescente difficoltà dei programmi nazionali di lotta alla malattia a funzionare in maniera adeguata. Molti governi, poi, pensano che la malattia sia stata eliminata e non richieda più i servizi sanitari relativi, quindi guardando le statistiche sembra che la lebbra non sia più un problema e mancando i controlli sembra che non ci siano persone con disabilità dovute alla lebbra.

In realtà, anche se, negli ultimi 20 anni, 15 milioni di persone sono state curate con la polichemioterapia (trattamento che rende i malati non contagiosi per gli altri e quindi curabili a casa, e non in isolamento) e sono guarite dalla lebbra, sono in molti ad avere bisogno ancora di cure per i problemi legati a disabilità, ulcere e ferite.

Si calcola che nel mondo ci siano 2 milioni di persone con disabilità gravi causate dalla lebbra (dati Oms).

Per quanto riguarda l’Italia, sono 6-9 i nuovi malati che vengono diagnosticati ogni anno: si tratta, soprattutto, di stranieri o di italiani che rientrano dopo lunghi soggiorni all’estero.

In India vi è un’endemia modesta della malattia, ma la situazione è molto variegata.

Nel 2012 il tasso di incidenza della lebbra (nuovi casi di lebbra diagnosticati durante l’anno) è 10,35 casi per 100.000 abitanti. E, in effetti, i dati relativi alle nuove diagnosi degli ultimi 6 anni (2007-2012) mostrano una situazione sostanzialmente stabile, con un leggero aumento dei casi tra il 2010 e il 2012 (le nuove diagnosi sono passate da poco più di 126.000 a oltre 134.000).

A un’analisi più approfondita però emerge un quadro più eterogeneo: nel 2011 vi erano 11 distretti (su 671 totali) con un tasso di incidenza superiore a 50 casi per 100.000 abitanti, 63 distretti con un tasso compreso tra 20 e 50 casi per 100.000 abitanti e altri 123 distretti con un tasso compreso tra 10 e 20 casi per 100.000 abitanti.

Ciò significa che nel 2011, 197 distretti indiani avevano uno stato di endemia grave o severo. Guardando alla situazione dei singoli stati dell’India, nel 2011 ve n’erano 15 con più di 1.000 nuovi casi di lebbra all’anno: se fossero Paesi indipendenti, sarebbero tra quelli con il più alto numero di nuove diagnosi nel mondo. Sempre nel 2011, il 9% dei distretti con alta endemia della malattia non avevano nessun medico leprologo per seguire i malati.

Nel 2012 nei progetti sostenuti dall’associazione Aifo (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) sono stati diagnosticati e curati oltre 29.000 nuovi casi di lebbra, circa l’80% in più rispetto al 2011.

Confrontando i dati del 2012 con quelli degli ultimi anni, tuttavia, si nota un graduale spostamento degli interventi di Aifo dalla diagnosi e cura dei nuovi casi alla cura delle complicazioni e alla riabilitazione delle persone con disabilità causate dalla lebbra.

Nel 2012 sono 33.928 le persone con complicazioni che hanno beneficiato dei servizi di riabilitazione e cura nei progetti Aifo e quasi 2.800 quelle che hanno usufruito di attività, interventi di formazione professionale e riabilitazione sociale ed economica.

In totale, sono quasi 66.000 i malati di lebbra che hanno potuto beneficiare di interventi specifici nei progetti di Aifo”.


Concerti, lo sfruttamento dietro le quinte

22 gennaio 2014

Al tribunale di Milano nove operai romeni, che hanno lavorato nel 2011 e 2012 anche per i concerti di Madonna, Lady Gaga, Shakira, Bruce Springsteen e Vasco Rossi, hanno presentato un ricorso contro la cooperativa Company service international che allestiva i palchi. Il loro lavoro, questa è l’accusa, era sottopagato e in “nero”.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it ci si occupa di questa vicenda.

“I riflettori dei grandi concerti illuminano solo il palco. Dietro le quinte, nell’ombra, si muove un esercito di persone, spesso malpagate.

Al tribunale di Milano nove operai romeni, che hanno lavorato nel 2011 e 2012 anche per i concerti di Madonna, Lady Gaga, Shakira, Bruce Springsteen e Vasco Rossi, hanno presentato un ricorso contro la cooperativa Company service international (Csi), che aveva avuto in appalto dalla Live Nation Italia la commessa di allestire i palchi.

Un lavoro svolto anche di notte, con ritmi frenetici, pagato circa 4 euro all’ora contro i 7,5 previsti dal contratto, raccontano gli operai nelle memorie consegnate al Tribunale. Un contratto che due dei nove operai sostengono di non aver mai visto, tanto che pensavano di lavorare in nero.

All’ufficio provinciale del lavoro di Milano risultavano però dipendenti-soci della Csi, anche se loro non lo sapevano.

‘Abbiamo raccolto una casistica molto variegata: c’era chi risultava essere part-time – aggiunge Angelo Musicco, il legale che li rappresenta -. Altri a tempo determinato. Di fatto dovevano restare a disposizione della cooperativa che li chiamava quando ne aveva bisogno. C’è chi non ha mai visto una busta paga, e tutti venivano pagati di volta in volta in contanti’.

Al tribunale di Milano i nove operai chiedono che Csi e Live Nation Italia siano condannate a pagare la parte di stipendio che spettava loro e che non hanno mai ricevuto.

Uno degli operai, per esempio, in un anno e mezzo ha ricevuto circa 6.800 euro, ma, secondo i calcoli del consulente dell’avvocato Musicco, gliene spetterebbero altri 24.900.

Nelle testimonianze consegnate al tribunale di Milano, uno dei romeni racconta anche un episodio dal quale si può capire quale clima si respirasse nei cantieri: durante l’allestimento di una struttura al teatro San Babila, ai primi di gennaio del 2013, gli operai sono stati costretti a spostare a braccia
casse di materiale di 50-60 chili, senza l’aiuto di carrelli o muletti.

Una faticaccia imposta anche a uno degli operai più anziani, malato di cuore. Ha tentato di rifiutarsi, ma gli è stato detto da uno dei dirigenti della Csi: ‘Se non vuoi fare questo lavoro sei licenziato: vai a casa, quella è la porta’. Il mattino del 7 gennaio, dopo una notte di lavoro, è stato colpito da infarto”.


800.000 italiani si spostano per curarsi

20 gennaio 2014

In un anno 770.000 italiani per curarsi, e soprattutto per essere ricoverati in ospedale, si rivolgono a strutture di altre regioni rispetto a quelle in cui risiedono. E sono soprattutto coloro che abitano nelle regioni meridionali a spostarsi, ad ulteriore dimostrazione che il livello qualitativo della sanità italiana è molto diversificato.

In un articolo di Roberto Turno, pubblicato su www.sanita.ilsole24ore.com, si esaminano le motivazioni di questi “viaggi della speranza”.

“Sono 770.000 gli italiani che fanno la valigia in cerca di cure, soprattutto di ricoveri, in un’altra regione.

Come se tutti gli abitanti della provincia di Cagliari emigrassero per curarsi fuori dalla Sardegna.

Un esercito che ha perso pezzi da un anno all’altro (-5%), ma che in dodici mesi ha generato quasi 2 miliardi di spese nel dare/avere tra regioni. Una spesa cresciuta di oltre 250 milioni (+6%), paradosso solo apparente: le cure più gettonate sono infatti sempre più quelle di alta specialità, l’eccellenza, le cure più ricercate e dunque costose. Non a caso il grande buco nero del Sud d’Italia.

Perché è proprio da Roma in giù che si continua a lasciare sempre di più la propria città a caccia di cure migliori e più rapide: dalla Campania fuggono 82.000, 59.000 abbandonano la Calabria, 58.000 Puglia, 49.000 se ne vanno dalla Sicilia.

Viceversa la Lombardia ‘incassa’ 143.000 italiani da altre regioni, 111.000 l’Emilia Romagna, 90.000 il Lazio e 70.000 la Toscana.

Ecco l’altra (e la solita) faccia dell’Italia delle cure. Mai abbastanza nota, mai abbastanza considerata dalle politiche nazionali e soprattutto locali, a partire dal Sud quasi tutto sotto lo schiaffo dei commissariamenti e dei piani di rientro dai maxi debiti di asl e ospedali.

Quei piani ‘lacrime e sangue’, spesso in ritardo a dispetto dei super ticket e delle maxi addizionali
fiscali, che tra l’altro, tagliando l’assistenza, fanno lievitare la mobilità degli assistiti di quelle regioni.

L’ultimo check degli italiani in fuga dall’ospedale sotto casa arriva dal mega rapporto sull’attività ospedaliera 2012, appena elaborato dal ministero della Salute.

Una foto di gruppo – 10,2 milioni di schede e 461 milioni di informazioni elaborate – che però riserva anche note di miglioramento per la sanità pubblica: il calo dei ricoveri ordinari (6,8 milioni, -2,9%) e la riduzione di 300.000 di ricoveri inappropriati, dunque evitabili. Dunque fonte di spreco. Perfino la riduzione di 39 strutture di ricovero in genere.

Anche se poi non mancano le ‘perle’ di quel Far West delle cure nella solita forbice Nord-Sud: il 36,5% di nascite col bisturi sul totale dei parti, dal 61% della Campania al 21% del Friuli; o le 212 infezioni post chirurgiche contratte ogni 100.000 dimissioni, dalle 356 della Basilicata alle 54 del Molise.

Altro particolare non da poco: il costo medio di ogni ricovero è di 3.500 euro (3.800 per i maschi), ma quelli fuori regione, spesso per prestazioni di alta specialità, valgono oltre 5.200 euro, segnale ulteriore dell’appesantimento finanziario per il Sud, più sguarnito di eccellenze. E che così paga di più.

L’analisi della mobilità sanitaria, intanto, è impietosa. La spunta il Nord fino alla Toscana, perde il Sud. Tra pazienti in uscita e in entrata, la Lombardia ha ‘guadagnato’ 76.367 ingressi extra regione e 555 milioni di euro, l’Emilia Romagna 67.194 assistiti e 336 milioni, la Toscana 34.000 pazienti e 132 milioni.

All’opposto, nel saldo della mobilità passiva e attiva la Campania (anche se in miglioramento) ha ‘perso’ 55.716 pazienti e 402 milioni di euro, la Sicilia ha un risultato negativo di 34.000 pazienti e di 189 milioni, la Puglia di 32.000 assistiti e di 180 milioni.

Ma attenzione ai risultati di Lazio e Molise: nel primo caso sono condizionati dalla presenza del Bambin Gesù, dove per il Lazio i ricoveri sono considerati in uscita; nell’altro, dalla forte attrazione
esercitata nel Molise dall’istituto Neuromed di Isernia.

In ogni caso, poco più di 8 ricoveri ordinari per acuti ogni mille abitanti avvengono fuori regione e
la mobilità vale il 7,5% di tutti i ricoveri per acuti: 505.000 su 6,7 milioni.

Numeri che danno l’esatta dimensione della profonda frattura anche sanitaria che spacca l’Italia.

E che farebbero passare quasi in secondo piano le note positive elencate nel rapporto ministeriale. I ricoveri per acuti (6,8 milioni) sono scesi del 2,9% e le giornate di degenza (46,4 milioni) del 3,2%. In forte calo del 10,3% i cicli di hospital (2,5 milioni), con le punte minime in Basilicata, Lombardia e Puglia quelle massime tra Campania, Friuli e Lazio.

Delle 10,2 milioni di giornate di degenza totali, il 75% sono erogate dagli istituti pubblici, il 25% da quelli privati. I giorni di degenza media dei ricoveri per acuti negli istituti pubblici sono stati 7,2, contro i 5,5 del privato accreditato, con le punte massime nel pubblico del Veneto (8,3 giorni) e della Liguria (8,1) e quelle minime di Umbria (6,2 giorni) e Toscana (6,5).

Ma attenzione: negli ospedali pubblici c’è anche chi paga. I ‘solventi’ nel 2012 sono stati oltre 82.000, più della metà solo in Lombardia. Per non dire dei ricoveri per avere un medico in libera professione intramuraria: sono stati 34.000, di cui 8.100 in Campania. Proprio la Lombardia ha fatto segnare la diminuzione più elevata dei ricoveri totali (-124.000), la Basilicata il crollo in percentuale più forte (-13%). Il Lazio – regione commissariata – ha fatto peggio di tutti: ricoveri pressoché stabili.

Chissà se la cura da cavallo post Monti ha cambiato le cose. L’ultima verifica all’economia ha detto che il ritardo resta gravissimo. Ma intanto i cittadini, che pagano addizionali al massimo, vengono respinti dagli ospedali”.


Con la crisi cresce il ricorso a maghi e cartomanti

19 gennaio 2014

Nei primi sei mesi del 2013, in Italia, il fatturato presunto di maghi, cartomanti e simili avrebbe raggiunto gli 8,3 miliardi. In crescita netta rispetto a solo pochi anni fa. Un fenomeno che potrebbe essere collegato alla crisi economica. Eppure anche i tedeschi dimostrano una certa passione per l’occulto.

Di tali problematiche si occupano, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Rosamaria Alibrandi e Mario Centorrino.

“Esiste una relazione tra l’intensificarsi del ricorso a maghi e cartomanti e la crisi economica? Quasi che le difficoltà economiche imponessero di affiancare le aspettative e le scelte con elementi di irrazionalità, ovvero rendessero necessaria una conferma di fiducia ricorrendo a consulenze
paranormali.

Non possediamo un data set sufficientemente ampio per procedere ad analisi econometriche che offrano relative certezze sul tema, ma una ricognizione a volo d’uccello di alcuni recenti materiali che indagano l’‘espansione’ dell’occulto ci permette, quanto meno, di formulare qualche credibile osservazione.

Più di una ricerca sembra confermare l’assunto di partenza. Nei primi sei mesi del 2013, il fatturato (presunto) dell’occulto, qui inteso come il settore nel quale lavorano maghi, cartomanti, fattucchieri, cui vanno aggiunti spiritisti, sensitivi, rabdomanti, è aumentato del 18,5%, passando da 7,5 miliardi
a 8,3 miliardi.

Un numero considerevole di operatori dell’occulto – 160.000 – fornisce 30.000 prestazioni giornaliere a quei quattro italiani su dieci che confidano nelle previsioni di chiaroveggenti, spendendo per una ‘consulenza’ un importo variabile tra 50 e mille euro.

Le donne li interrogano per conoscere il futuro in relazione alla vita affettiva, sentimentale e alla salute. Gli uomini concentrano la loro domanda su lavoro e denaro.

L’emergere del lavoro come argomento sul quale ottenere conferma o smentita di aspettative è ribadito da un’altra ricerca sul tema, quella condotta dal comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale (Cicap).

Al cartomante o mago si chiedono previsioni sul lavoro, cercando di esorcizzare così l’incubo di perderlo o di non trovarlo per sé ma anche per i figli. Poi, a seguire, le domande cercano rassicurazioni su affari in corso, salute, amore perso o trovato.

Si intensificano i contatti tra i maghi e gli indovini e i professionisti della finanza, i top manager e gli imprenditori, finalizzati a conoscere sviluppi e tempi della crisi.

Uno studio del Codacons stima che siano 13 milioni i cittadini che si rivolgono al mondo dell’occulto, un milione in più rispetto al 2011 e oltre 3 milioni in più rispetto al 2001.

Le difficoltà economiche, viene spiegato, e le aspettative all’insegna dell’incertezza oltre che la problematicità nel trovare lavoro, il bisogno di una rassicurazione personalizzata, spingono un numero crescente di italiani a cercare risposta nella cartomanzia, negli oroscopi a pagamento e nella magia, alimentando il fatturato degli operatori dell’occulto.

Fatturato totalmente in nero, stimato in questa ricerca, in 6,3 miliardi di euro, sulla base di una spesa media pari a 500 euro.

Le modalità di pagamento delle prestazioni esoteriche variano molto: ora sono effettuate anche in natura (generi alimentari, gioielli); oppure ricorrendo a prestiti, con relativa rateizzazione del saldo, concessi a volte da organizzazioni specializzate in operazioni di usura.

Qualche anno addietro si era cimentato sui calcoli dell’economia dell’occulto anche l’osservatorio antropologico: per il 2009 ne stimava il fatturato in 5 milioni di euro, con un’evasione pari al 95%.

La differenza tra i numeri di cinque anni fa e quelli attuali potrebbe essere un’ulteriore dimostrazione del rapporto tra crisi e ricavi dell’occulto, un’attività, detto per inciso, che ha costi di produzione minimi.

Sempre secondo l’osservatorio antropologico, i clienti si concentrerebbero per il 42% nel Nord, per
il 27% nel Centro, per il 18% nel Sud e per il 19% nelle Isole.

Fin qui, i dati sembrano confermare una relazione tra crisi ed economia dell’occulto.

Ma a sconvolgere il quadro arrivano i numeri del settore in Germania, paese che non ha risentito come altri degli effetti della crisi.

Nel 2002 il giro di affari legato all’occulto veniva stimato nella Repubblica federale tedesca in 9 milioni di euro. Dieci anni dopo era più che raddoppiato (20 miliardi) e una proiezione al 2020 indica una cifra pari a 35 miliardi.

Tutto da rifare? Probabilmente, chi vorrà esercitarsi sull’economia dell’occulto dovrà ben delimitare il suo campo di studio.

Nell’ultima ricerca citata, per esempio, vi si fanno rientrare anche terapie alternative, pratiche e dottrine spirituali, antroposofia e teosofia.

I compassati tedeschi credono ai miracoli (55%) e alla rinascita dopo la morte (26%.Con una forte tendenza verso l’individualizzazione, col bisogno cioè di mettere insieme elementi che siano matrice di una personale Bildung, e per costruirsi una propria concezione del mondo, una nuova Weltanschauung, e agire in base a questa.

Insomma, non sempre l’‘espansione dell’occulto’ richiede una crisi nell’economia, come ci insegna del resto la storia degli astrologi di corte nell’opulenta età rinascimentale”.


In Sud Sudan 1.000 morti e 200.000 profughi

15 gennaio 2014

Lo scontro politico, prima che economico, strozza una popolazione già affamata e precaria.Dall’esplosione il 15 dicembre 2013 della guerra in Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo, decine di migliaia di civili – tra i 200.000 sfollati stimati dall’Onu si contano donne e tanti bambini – sono rimaste senza viveri di prima necessità, in balia della violenza e senza punti di riferimento.

In un articolo pubblicato su www.lettera43.it analizza la situazione del Sud Sudan Barbara Ciolli.

“Indipendente dal 2011, dopo una guerra civile durata 20 anni, prima dell’ultima crisi il Paese privo di strutture e infrastrutture si reggeva, per lo sviluppo di reti locali e per l’assistenza medico-sanitaria alla popolazione, per lo più sull’aiuto delle Ong e delle associazioni umanitarie, diffuse capillarmente nei 10 stati del territorio.

In queste settimane, le organizzazioni non governative e i volontari sul campo seguono l’esodo della popolazione dalle zone più calde (come il centro conteso di Bor o la parte nord-orientale ricca di petrolio) verso la capitale Juba o i campi profughi negli Stati confinanti di Uganda e Sudan.

Le violenze tra tribù Dinka e Nour, etnie rispettivamente del presidente Salva Kiir e dell'(ex) vice Riek Machar, denunciate dalle Nazioni Unite sono state confermate dal personale di Medici senza frontiere (Msf) e dall’Ong Plan international che ha lanciato l’allarme sulla sofferenza dei civili, ormai ridotti allo stremo a causa della mancanza di acqua e cibo. Oltre che di servizi basilari, tra cui l’elettricità.

La crisi, secondo le testimonianze raccolte da ‘Lettera 43’ sul posto, è grave. E, nonostante la disponibilità reciproca al cessate il fuoco ai negoziati di Addis Abeba, difficilmente risolvibile in breve tempo.

Dall’inizio delle ostilità, in meno di un mese, la guerra tra Kiir e Machar – rivali dalla militanza nell’Esercito separatista per la liberazione popolare dal Sudan – ha fatto almeno 1.000 morti. E nessuno dei due leader ha un reale interesse a deporre le armi. I dati sull’ecatombe sono stati diffusi dalla missione di peace-keeping dell’Onu, che ha raddoppiato il contingente di caschi blu a 12.500 uomini.

Se da una parte per Capodanno i miliziani capeggiati da Maschar hanno rivendicato la presa di Bor, capitale strategica dello Stato dello Jonglei sotto assedio, dall’altra l’esercito alle dipendenze di Kiir ha annunciato la riconquista, il 10 ottobre, del centro petrolifero di Bentius, regione settentrionale ricca di risorse e messa a ferro e a fuoco dalle due fazioni.

La guerra, quindi, è anche economica: regioni limitrofe e potenze internazionali come Cina e Stati Uniti, dipendenti o comunque attratte dal greggio, premono per fermare le ostilità il prima possibile, facendo così riprendere le normali forniture di petrolio attraverso gli oleodotti in Sudan, Etiopia e Uganda.

Ma per ora senza successo. Kiir, anziché venire incontro alle richieste di Machar che ha posto come condizione della pace il rilascio dei i miliziani arrestati, punta infatti a sottrarre i territori invasi da ribelli, eliminando – in primo luogo – il suo avversario più scomodo per le presidenziali programmate per il 2015. Dal canto suo Machar, aperto lo scontro frontale, mira a non retrocedere dalle posizioni conquistate, per avere più potere negoziale al tavolo delle trattative.

Così, se a parole le due delegazioni dialogano di fronte ai leader dell’Unione africana, in Sud Sudan si continua a combattere.

‘Le pressioni esterne potranno produrre solo risultati molto lenti nei negoziati di pace’, spiega Marko Lesukat, manager per la gestione del rischio di disastri nella regione di Plan International, impegnato nell’emergenza, ‘la crisi è il risultato di forti divisioni politiche che bloccano il processo di costruzione democratica di un Sud Sudan indipendente. Il disaccordo tra Kiir e Machar mette a rischio le elezioni per il nuovo presidente’.

Nel Paese, da sempre frammentato in etnie e tribù, le violenze indiscriminate possono dilagare. Donne e bambini’, continua Lesukat, ‘cercano rifugio e protezione nei campi. Ormai manca cibo e acqua potabile. Senza energia elettrica sono a rischio cure e forniture’…

Entro aprile, l’Onu stima che il numero delle persone in fuga possa raddoppiare a 400.000 unità.

Di stanza a Juba dall’inizio del 2013, Niccolò Galbo, membro di Medici Senza Frontiere, conferma come la situazione, anche nella capitale, sia ‘molto volatile’. Il centro dell’organizzazione è aperto, ma nulla esclude che la situazione possa precipitare a breve.

Contare gli sfollati è difficile, i registri dei campi sono incompleti e in drastico aumento. A Juba si stimano circa 35.000 riparati delle Nazioni Unite, mentre nella regione di Awerial, oltre il Nilo Bianco, gli sfollati avrebbero raggiunto quota 75.000 unità.

‘Le armi in circolazione sono sempre state numerose tra la popolazione’, racconta Galbo. ‘Ma fino a dicembre la sicurezza non era un problema. Poi il peggioramento è stato netto. I bisogni dello Ong sono aumentati, così come i limiti logistici d’ostacolo alle operazioni’.

L’emergenza è maggiore nella parte settentrionale dell’Abyei, contesa tra Sudan e Sud Sudan anche dopo gli accordi di pace. Senza autorità di riferimento, il lavoro degli operatori internazionali è una lotta quotidiana.

‘In questo limbo, la convivenza tra i sudsudanesi e i pastori che dal Sudan si muovono nella regione alla ricerca di acqua, già difficile, potrebbe esasperarsi’, conferma il rappresentante di Msf, come denunciato anche da Plan international.

Negli ospedali da campo, si curano anche ‘feriti di guerra e da armi da sparo. Ma spesso le minoranze, per paura di accedere in zone controllate da tribù ostili, restano senza soccorsi. Oltre che senza voce’”.