6 milioni di morti per il fumo

30 maggio 2013

Secondo l’ Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo, in un anno, si verificano 6 milioni di morti per il fumo. In una nota l’Oms aggiunge che il totale dei decessi annui nel 2030 potrebbe superare quota 8 milioni. E soltanto 19 Paesi, pari al 15% della popolazione mondiale, si attengono alle migliori pratiche suggerite dallo stesso Oms.

In un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it viene esaminata la nota dell’Oms.

“Il tabacco uccide circa 6 milioni di persone ogni anno, delle quali oltre 5 milioni a causa del consumo diretto di tabacco e più di 600.000 per l’esposizione al fumo passivo: se non verranno intraprese iniziative urgenti, il totale dei decessi annui potrebbe salire a più di 8 milioni entro il 2030.

Sono i dati allarmanti evidenziati in una nota informativa diffusa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Per completare il quadro, il documento sottolinea che il tabacco uccide la metà dei propri consumatori e che circa l’80% del miliardo di fumatori del mondo vive nei Paesi a basso e medio reddito.

Un’ampia parte della nota informativa è dedicata agli effetti del fumo passivo. ‘Ci sono più di 4.000 prodotti chimici nel fumo di tabacco, tra i quali è noto che almeno 250 sono dannosi e più di 50 sono cancerogeni. Non esiste un livello sicuro di esposizione al fumo passivo’. A corroborare l’analisi anche una serie di riscontri statistici.

Negli adulti, il fumo passivo causa gravi malattie cardiovascolari e respiratorie, tra cui le cardiopatie coronariche e i tumori al polmone. Nei neonati provoca la sindrome della morte improvvisa del lattante. Nelle donne incinte, è causa di sottopeso alla nascita.

Quasi la metà dei bambini respira regolarmente aria inquinata da fumo di tabacco nei luoghi pubblici.

Più del 40% dei bambini ha almeno uno dei genitori che fuma.

Il fumo passivo provoca ogni anno più di 600.000 decessi precoci.

Nel 2004, i bambini rappresentavano il 28% dei decessi attribuibili al fumo passivo.

Problemi anche a livello di informazione e conoscenza dei rischi.

‘Gli studi dimostrano che poche persone comprendono i rischi specifichi del tabacco per la salute. Ad esempio, un’inchiesta del 2009 in Cina ha rivelato che solo il 38% dei fumatori era consapevole che fumare provoca cardiopatie coronariche e solo il 27% sapeva che è causa di ictus’.

 In questo senso, l’Oms sottolinea come le campagne di informazione di massa possano ridurre il consumo, ‘inducendo le persone a proteggere i non fumatori e convincendo i giovani a smettere di consumare tabacco’.

Tuttavia gli interventi messi in campo sono pochi e insufficienti. Solamente 19 paesi, che rappresentano il 15% della popolazione mondiale, si attengono alle migliori pratiche per le avvertenze illustrate, che dovrebbero includere avvertenze scritte nelle lingue locali e coprire in media almeno la metà della superficie anteriore e posteriore dei pacchetti di sigarette. Nessun paese a basso reddito ha raggiunto il livello previsto da queste buone pratiche.

Le avvertenze illustrate sono obbligatorie in 42 paesi, che rappresentano il 42% della popolazione mondiale. Più di 1,9 miliardi di persone, vale a dire il 28% della popolazione mondiale, vivono nei 23 paesi che negli ultimi due anni hanno attuato almeno una decisa campagna di comunicazione di massa contro il tabacco.

La nota sottolinea poi gli sforzi e l’impegno dell’Oms ‘nella lotta contro l’epidemia globale del tabacco’

La convenzione quadro per la lotta al tabagismo dell’Oms è entrata in vigore nel febbraio del 2005. Da allora, è diventata uno dei trattati con la più ampia adesione nella storia delle Nazioni Unite, con 176 parti, che equivalgono all’88% della popolazione mondiale. La convenzione quadro è il più importante strumento di controllo del tabacco dell’Oms e costituisce una pietra miliare nella promozione della sanità pubblica. ‘È un trattato basato sulle evidenze scientifiche che riafferma il diritto delle persone al più alto livello di salute raggiungibile, offre un quadro normativo per la cooperazione sanitaria internazionale e stabilisce alti standard cui conformarsi’.

E di recente, nel 2008, l’Oms  ha introdotto un metodo pratico, con un buon rapporto costo-benefici, per migliorare l’applicazione concreta delle disposizioni della convenzione quadro dell’Oms. Si tratta delle misure cosiddette Mpower, che individuano i migliori approcci per la riduzione del
consumo del tabacco. Ognuna delle misure MPower corrisponde ad almeno una disposizione della convenzione quadro dell’Oms per la lotta al tabagismo.

Le sei misure Mpower sono:

– monitorare il consumo di tabacco e le politiche di prevenzione
– proteggere le persone dal consumo di tabacco
– offrire aiuto per abbandonare il consumo di tabacco
– avvertire circa i pericoli del tabacco
– rafforzare i divieti su pubblicità, promozione e sponsorizzazione del tabacco
– aumentare la tassazione sul tabacco”.

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Violenza contro le donne, che fare?

28 maggio 2013

Per combattere la violenza degli uomini contro le donne non è più sufficiente difenderci. E’ necessario promuovere grandi campagne di denuncia e formazione obbligatoria. Lo sostiene Rosanna Rosi, responsabile delle politiche di genere della Cgil, in un articolo pubblicato su  www.rassegna.it.

“Per combattere la violenza degli uomini contro le donne non basta più difenderci. E’ necessario promuovere grandi campagne di denuncia e formazione obbligatoria per costruire, a partire dalle scuole, la cultura della libertà e del rispetto.

Bisogna intervenire sulla rappresentazione pubblica del corpo delle donne nei media e nella pubblicità con particolare attenzione al linguaggio anche nella descrizione dei femminicidi quando si parla ad esempio di ‘attacco di gelosia’, “raptus”, “troppo amore” ecc, linguaggi e descrizioni che rischiano di diventare assuefazione, e la violenza o la morte quasi un prezzo da pagare nella sfera familiare e sentimentale.

I centri antiviolenza sono luoghi per noi di interesse generale oltre ad avere una funzione importante contro la violenza e di sostegno alle donne quindi vanno finanziati adeguatamente e in modo costante. Così come bisogna lavorare per migliorare le nostre città, non solo per renderle più sicure, con maggiore attenzione al decoro urbano, alla riqualificazione dei quartieri , per costruire città a misura di donne.

E’ necessario e urgente partire da queste poche misure che vanno nella direzione di prevenire il fenomeno, tralasciando tutto ciò che riguarda il contrasto alla violenza in sé anche in termini punitivi (perché il tempo è poco) e su questo punto viene da dire che nonostante assunzioni di responsabilità, di principi fondamentali, convenzioni, trattati, raccomandazioni, leggi, nel nostro paese i femminicidi non sono diminuiti ma sono, a differenza di altri gravi reati o degli omicidi, un dato stabile nel tempo, in un lungo tempo.

Dal nostro punto di vista di organizzazione sindacale vogliamo porre all’attenzione di tutte e di tutti il legame che c’è tra violenza sulle donne e lavoro in due punti.

Il primo riguarda il lavoro dal punto di vista dell’occupazione femminile che raggiunge solo il 47% contro una media europea che si avvicina al 60%. Un dato allarmante non solo per le donne ma per tutto il paese come ci dicono le tante ricerche svolte da istituti diversi perché il lavoro delle donne significa crescita e il lavoro per le donne, quando parliamo di violenza, significa libertà.

Per questo auspichiamo che nei provvedimenti del governo che riguardano la creazione di posti di lavoro per giovani e per donne ci siano azioni concrete e chiediamo un impegno in questo senso…

Il secondo punto riguarda la violenza contro le donne sul lavoro. Un fenomeno troppo spesso sottovalutato e poco indagato, ma molto più ampio di quanto si possa credere e nella crisi e in un mercato del lavoro che o esclude le donne o rende le lavoratrici sempre più precarie e deboli assume diverse forme compreso il ricatto sessuale come la richiesta, più o meno velata, di ‘disponibilità’ a donne che devono essere assunte o che devono mantenere il posto o che chiedono un avanzamento di carriera.

Gli ultimi dati diffusi dall’Istat datati, ma la situazione nella crisi non può che essere peggiorata purtroppo ci dicono che sono più di 800.000 le donne nel corso della loro vita sono state vittime di ‘pressioni’ , mezzo milione quelle a è stata chiesta una ‘disponibilità sessuale’ al momento della ricerca del lavoro.

Altra forma di ricatto ‘Le dimissioni in bianco’. Sappiamo dai dati Istat che nel 2008 – 2009 800.000 donne sono state costrette a lasciare il lavoro firmando dimissioni in bianco. Nonostante la riforma Fornero, che solo in parte tenta di arginare questo fenomeno aberrante, il fenomeno non si ferma. Quindi va rivista ripristinando a nostro avviso la legge 188/2007.

Per quanto riguarda il mobbing, poi, chi occupa una posizione di lavoro temporanea o precaria è il ritenuto soggetto ‘ideale’: è maggiormente ricattabile (lo si può minacciare di licenziamento o trasferimento) e difficilmente si ribellerà, proprio per non accentuare la sua posizione già instabile, ma anche chi ha un impiego a tempo parziale è più facilmente vittima del mobbing, in quanto trascorre meno tempo degli altri sul luogo di lavoro e ciò viene sfruttato a suo svantaggio.

E i soggetti si trovano in queste condizioni oggi sono per lo più le donne che sono impiegate in lavori di bassa qualifica nonostante spesso un titolo di studio più elevato di quello dei colleghi maschi, che subiscono par time involontari, contratti precari, quando va bene a tempo determinato, che hanno carriere più ‘deboli’, mentre il loro livello retributivo, in media, non raggiunge neppure il 75% di quello maschile…

Per prevenire e contrastare la violenza contro le donne l’impegno deve essere di tutti: del Governo, delle istituzioni, delle associazioni datoriali e nostro perché crediamo che quando le donne sono sottomesse e schiavizzate al volere di una società che calpesta le loro intelligenze, le loro competenze, le loro qualità, si tratta di una società sconfitta nelle sue maglie più importanti”.


In Cina 600.000 morti per stress da lavoro

26 maggio 2013

La Cina è diventato il primo paese al mondo per numero di morti dovute a stress da lavoro. Le statistiche elaborate dalla multinazionale Regus e citate dall’agenzia di stampa governativa cinese Xinhua, parlano di 600.000 morti all’anno, in prevalenza colletti bianchi che lavorano nelle grandi città.

Questa situazione viene analizzata in un articolo di Cecilia Attanasio Ghezzi, pubblicata su China Files.

“Qualche giorno fa un ragazzo di 24 anni è morto di arresto cardiaco sul posto di lavoro. Aveva fatto straordinari per un mese di fila. Nei giorni scorsi altri tre operai della Foxconn – l’azienda taiwanese che produce per Apple e Nokia, balzata sulle cronache internazionali per la catena di suicidi del 2010 – si sono suicidati buttandosi dal tetto dell’azienda.

In molti hanno notato che la Cina sta diventando il primo paese per morte da stress. Addirittura Xinhua, l’agenzia stampa governativa, ha pubblicato uno studio che piazza la Cina al primo posto per stress da lavoro tra tutti i paesi del mondo.

La chiamano guolaosi, morte per straordinari, e significativamente si scrive con gli stessi caratteri usati nella parola giapponese karoshi.

È stato infatti il Giappone a scoprire il fenomeno, studiarlo e, dal 1987, riconoscerlo in una diversa categoria di morte da lavoro. Negli anni in cui il Giappone devastato dalla seconda guerra mondiale si rimetteva in marcia con l’obbiettivo di ricostruire la sua potenza, fu chiamato addirittura ‘la nuova epidemia’.

Si dimostrò che era impossibile per un uomo lavorare dodici o più ore al giorno per sei o sette giorni alla settimana. Anno dopo anno, l’individuo comincia a soffrire di danni permanenti, fisici e psicologici, la cui soluzione estrema è appunto la guolasi, morte per straordinari. Il Giappone poi nell’aprile del 2008 arrivò a una sentenza storica: un’azienda fu legalmente costretta a compensare un suo lavoratore caduto in coma per eccesso di lavoro con 200 milioni di yen.

Da allora sono cambiate molte cose. E la Cina, insieme al secondo posto nell’economia globale, ha strappato al Giappone il primato di morti per stress da lavoro.

Le statistiche elaborate dalla multinazionale Regus e citate dall’agenzia di stampa governativa cinese Xinhua, parlano di 600.000 morti all’anno, in prevalenza colletti bianchi che lavorano nelle grandi città.

E bisogna considerare che non ci sono solo le morti. Sintomi acuti di stress da lavoro includono insonnia, anoressia e dolori addominali.

Un sondaggio su mille individui tra i 20 e 60 anni condotto dal Global Times, spinn off in lingua inglese del Quotidiano del Popolo (o del Partito), dimostra come la maggioranza degli intervistati non li ritiene motivi abbastanza gravi per rivolgersi al medico. E così non è possibile stimare il numero di chi, anche se non muore di lavoro, soffre danni fisici.

Ci sono diversi studi in Cina che dimostrano che la maggior parte di cinesi non sono soddisfatti del loro lavoro, e recentemente un articolo del Financial Times ha sottolineato come gli studenti che si laureeranno quest’anno entreranno nel mercato del lavoro peggiore che la storia della Repubblica  popolare cinese ricordi.

E non saranno pochi. Secondo il ministero dell’Istruzione cinese quest’anno concluderanno le università quasi 7 milioni di studenti, 190.000 in più rispetto a quelli dell’anno scorso.

E i media locali sono preoccupati. Trovare lavoro nel 2013 è già parecchio difficile, più difficile ancora che alla fine del 2008 quando la crisi economica aveva raggiunto il suo picco.

Un video che denuncia la situazione lavorativa che questi giovani si trovano ad affrontare è immediatamente diventato virale sulla rete cinese. Racconta storie individuali di giovani 25enni con lavori più che dignitosi.

Ma in tutti c’è un sentimento di ansia e di stress: soldi mai sufficienti, relazioni interpersonali difficili e straordinari senza fine che rubano il tempo alla vita reale. E nonostante questo nessuno di loro sente che un giorno sarà abbastanza ‘ricco’ per comprarsi una casa, magari costruire una  famiglia.

È un sentimento contrastante quello che provano, perché non si può dire che la Cina di oggi non sia infinitamente più ricca e istruita di quella di anche solo 5 anni fa. Ma è allo stesso tempo più cara, più competitiva e, in un certo senso crudele. E chi lo denuncia è proprio quella classe media che se attualmente rappresenta il 10% della popolazione è prevista arrivare al 40 entro il 2020.

Sono quelli che hanno beneficiato della crescita e che per la prima volta si accorgono che forse non staranno meglio della generazione dei loro genitori a porre le problematiche sociali e ambientali. E saranno loro, forse, a costringere il governo a risolverle”.


Sempre di più le badanti italiane

23 maggio 2013

In Italia le badanti sono più di 800.000, il 90% sono stranieri ma cresce sempre di più il numero delle italiane e cresce anche il sommerso, nonostante le regolarizzazioni. E’ quanto emerge dal libro “Badare non basta” di Sergio Pasquinelli e Giselda Rosmini, ricercatori Irs (Istituto ricerche sociali).

I contenuti di questo libro sono esaminati in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

“Sempre più sommerso, nonostante le regolarizzazioni. Ecco come sta evolvendo il mestiere di collaboratrice domestica e di assistente familiare.

Una professione sempre più indispensabile (saranno 4,3 milioni gli anziani non autosufficienti in Italia tra 20 anni), che però stenta ad essere ‘riconosciuta’.

Le ‘badanti’ irregolari, secondo le ultime stime, rappresentano la metà degli sprovvisti di permesso di soggiorno in Italia: 216.000 su 540.000 nel 2010.

È quanto emerge da ‘Badare non basta’ di Sergio Pasquinelli e Giselda Rosmini, ricercatori Irs (Istituto ricerche sociali).

‘Ci si auspica che il nuovo governo metta mano anche alla regolamentazione dell’assistenza domestica, perché la crescita dell’irregolarità è preoccupante’, osserva Sergio Pasquinelli.

In Italia le badanti sono 830.000, di cui il 90% straniere.

Negli ultimi due anni si sono persi almeno 100.000 posti di lavoro, segno che la crisi colpisce anche l’assistenza domestica, soprattutto tra le operatrici non italiane.

Il 57,3% viene daal’est Europa (Ucraina, Moldavia e Romania), una su tre viene dal Sudamerica (Perù ed Ecuador in particoalre) e le italiane sono una su dieci.

‘Per le straniere il lavoro da badanti è considerato un trampolino per provare a raggiungere posizioni più stabili’,  commenta Sergio Pasqunielli. L’ascensore sociale, con la crisi, s’è inceppato: è ormai sempre più difficile passare dall’assistenza domestica a quella in ospedale, tanto che l’ultima tendenza, soprattutto per le badanti est europee, è quella di ritornare in patria.

Diminuiscono anche le badanti che convivono con gli assistiti: ‘Se gestito bene, il lavoro a ore fa guadagnare quanto chi convive con l’anziano – nota Pasquinelli -. In più in questo modo si conserva una certa indipendenza, è possibile fare domanda di ricongiungimento familiare e cercare altri lavori’.

Perché quella della badante, appunto, è considerata solo una professione temporanea.

Nella ricerca svolta da Pasquinelli per il libro, il 23,2% delle 320 intervistate ha scelto questa professione perché la più facile da trovare, mentre il 16,8 ha fatto questa scelta per piacere. Forse anche per questo, soprattutto tra le straniere, corsi di aggiornamento e formazione sono percepiti come un disturbo, una perdita di tempo e di denaro. Il 36,5% degli intervistati non è disponibile a fare corsi, mentre il 41% è disponibile solo se gratuito. ‘La disponibilità aumenta se i corsi sono brevi, non più di 70-80 ore e aprono a carriere più stabili’, precisa Pasquinelli.

In aumento anche il numero di badanti italiane.Di nuovo, la grande responsabile è la crisi, che porta i familiari a diventare assistenti per evitare di pagare stipendi ad altri. Così ci sono zone d’Italia dove la percentuale di badanti italiane arriva anche al 20%, soprattutto al sud.

Un capitolo del volume di Pasquinelli e Rosmini è dedicato alla diffusione europea del fenomeno”.


Affinchè la tragedia di Dacca non si ripeta

21 maggio 2013

Quanto è avvenuto a Dacca, in Bangladesh, non dovrebbe ripetersi. Una tragedia che ha determinato più di 1.000 morti non dovrebbe ripetersi. Affinchè ciò avvenga realmente potrebbe rivelarsi utile una proposta del premio Nobel Muhammad Yunus, con l’obiettivo di contribuire ad affrancare gli operai bengalesi dall’attuale condizione di schiavitù.

La proposta di Yunus è analizzata in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Dopo la tragedia di Dacca, dove le vittime ad oggi sono 1127, il premio Nobel bengalese Muhammad Yunus lancia la proposta di fissare un tetto minimo a 50 centesimi di dollaro all’ora per i lavoratori delle industrie tessili.

‘Fissare un salario minimo internazionale di 50 centesimi di dollari all’ora, il doppio del livello medio attuale in Bangladesh’, con l’obiettivo di ‘affrancare gli operai dalla condizione di schiavitù citata dal Papa’.

E’ la proposta lanciata dalle colonne del quotidiano britannico Guardian dal premio Nobel Muhammad Yunus, economista bengalese, ideatore e realizzatore del microcredito moderno, ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali.

Per Yunus, la tragedia di Dacca è ‘il simbolo del nostro fallimento come nazione’, ma ora non basta esprimere solidarietà e vicinanza, occorre interrogarsi su cosa fare per evitare quello che il premio Nobel considererebbe un disastro per il suo Paese: la distruzione dell’industria tessile che ha profondamente trasformato il Bangladesh.

Quindi la proposta del salario minimo internazionale, attraverso il quale riformare l’industria e prevenire future tragedie.

Ovviamente, dice Yunus, bisogna essere preparati a una reazione negativa del mercato.

Alcuni diranno – scrive l’economista – che il Bangladesh perderà così la sua competitività, ma questa potrà invece essere riacquistata su altri versanti, per esempio aumentando la produttività e i lavori specializzati, riguadagnando la fiducia dei compratori e assicurando il benessere dei lavoratori.

Yunus sottolinea infine che sarebbe importante che tutte le compagnie straniere aderissero al salario minimo insieme, per evitare scontri e risentimenti tra i diversi soggetti industriali…”


Eleggiamoci il presidente della Repubblica

19 maggio 2013

Il 14 maggio scorso è stato depositato in Cassazione un progetto di legge costituzionale di iniziativa popolare per introdurre, tra l’altro, l’elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Repubblica e un sistema elettorale per la Camera dei Deputati uninominale a doppio turno. Fra i promotori dell’iniziativa Giovanni Guzzetta, Gianfranco Pasquino e Mario Segni.

I contenuti e le finalità dell’iniziativa sono individuabili visitando il sito www.scegliamocilarepubblica.it.

Questo si può leggere sul sito in questione:

“L’Italia ha urgente bisogno di manutenzione, sennò si può rompere in modo irreparabile.

Noi amiamo l’Italia e, anziché scappare verso un Paese più facile del nostro, restiamo qui, cerchiamo in ogni modo di volerle bene e di fare la nostra parte.

Oggi il nostro Paese è come una bella casa con gli infissi usurati, la caldaia da cambiare, il tetto con le tegole rotte dalle intemperie e dal trascorrere del tempo, l’umidità alle pareti, le crepe sulle scale.

Amare non significa onorare una reliquia e assistere al suo decadimento con adorazione fideistica e ‘guai a chi la tocca’ perché è sacra.

Amare il nostro Paese, per noi, significa volerlo mettere oggi nelle condizioni di essere più efficace, più leggero nei movimenti, più serio nei comportamenti, più competitivo in Europa e nel Mondo.

Le convulsioni attuali del nostro sistema politico impongono la necessità di mettere mano ad alcuni articoli di una Costituzione scritta 65 anni fa con condizioni, esigenze e aspettative totalmente diverse e, benché difficili e segnate dal dopoguerra, per certi aspetti meno complesse di quelle attuali.

Il risultato elettorale di febbraio, la gestione di tale risultato e più ancora le modalità e l’esito paradossale dell’elezione del Presidente della Repubblica – in cui franchi tiratori e convulsioni dei partiti l’hanno fatta da padrone – sono sintomi di un Paese che ha disperatamente bisogno di cambiare le proprie regole.

E forse questa è l’ultima chiamata.

La natura del nostro gruppo di persone è rigorosamente trasversale, Giovanni Guzzetta è il promotore dell’iniziativa, con l’adesione di tante personalità tra i quali si possono citare Paolo Armaroli, Alessandro Campi, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino, Claudio Petruccioli, Mario Segni, Marco Taradash.

Il 14 maggio 2013 abbiamo depositato in Cassazione un progetto di legge costituzionale di iniziativa popolare per:

l’introduzione dell’elezione Popolare diretta del Capo dello Stato

la fine del bicameralismo

un sistema elettorale per la Camera uninominale a doppio turno

la riduzione dei membri della Camera politica

un referendum obbligatorio che consenta ai cittadini di pronunziarsi su questa riforma

Il 1° giugno, non a caso un giorno prima dell’anniversario della fondazione della Repubblica, ci sarà un evento da noi organizzato, in cui lanceremo l’iniziativa a favore del Presidenzialismo e della legge elettorale fondata sul doppio turno di collegio.

Il nostro auspicio è che intervengano anche personalità politiche dei diversi schieramenti in appoggio alla nostra azione e che la inquadrino nel processo di rinnovamento politico e istituzionale del Paese…”.


Assistenza psichiatrica, non c’è bisogno di una nuova legge

15 maggio 2013

E’ stata presentata a Roma una proposta di legge di iniziativa popolare per modificare la legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, che riformò l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, realizzando il superamento dei manicomi. La nuova proposta è stata definita “legge 181” e il suo testo è stato scritto dall’associazione “Le parole ritrovate”. Secondo il presidente di Psichiatria democratica non c’è bisogno di un nuova legge e occorre invece applicare pienamente la normativa vigente.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it ci si occupa di quanto sostenuto dal presidente di Psichiatria democratica.

“La proposta di legge 181? ‘Noi riteniamo che sia inutile e potenzialmente dannosa’. A parlare è Luigi Attenasio, psichiatra e presidente dal 2010 di Psichiatria democratica.

Non c’è bisogno di una nuova legge, ma di applicare quelle vigenti: dove la legge 180 è stata applicata, ha funzionato’.

I promotori della ‘181’ sostengono che sia arrivato il momento di andare oltre, di colmare ciò che la 180 ha lasciato di incompiuto, cioè il ‘chi fa che cosa dove e quando’.

La 180 è la cornice. Dice cose semplicissime ma sostanziali.

Sul terreno delicato del trattamento sanitario obbligatorio, ad esempio, si sanciscono una serie di garanzie a tutela della inviolabilità della persona: deve avvenire su proposta di un medico, con la convalida di un medico di struttura pubblica, con la convalida del sindaco, carica eletta e responsabile sanità, e poi c’è la figura del giudice tutelare. Non si parla più di autorità giudiziaria, come era dal 1904, così come non si parla di ‘pericolosità’, si ‘decolpevolizza’ il paziente.

Due progetti-obiettivo hanno dato concretezza e gambe a quei principi. Lì è detto come devono essere i dipartimenti, i centri diurni e le comunità, si ribadisce il primato dei territori. E più di 220 dipartimenti di salute mentale sono nati in Italia a seguito di questi testi, che in questo sono stati evidentemente rispettati.

Ma il vero problema è un altro. Così risponde Attenasio.

Qual è il vero problema?

Il vero problema è che i nostri servizi sono desertificati. Ho bisogno di operatori qualificati, mentre per effetto della spending review, dei tagli e della crisi economica si sta smantellando un sistema. E’ in atto il tentativo di uccidere il welfare state. La nostra missione di aiutare chi è in condizione di sofferenza è messa a dura prova.

La proposta di legge 181 prevede l’utilizzo remunerato, nei dipartimenti, degli utenti e familiari esperti. Come giudica questa proposta?

Noi diciamo no, perché continuerebbe una asimmetria tra operatore qualificato e persone che sarebbero anche sottopagate. Non per svalutare il protagonismo degli utenti e dei loro familiari, anzi: a questo proposito ricordo anche l’esperienza dei ‘44 matti’ al Parlamento europeo, dove abbiamo accompagnato utenti e familiari a portare la propria testimonianza. Ma ad ognuno il suo ruolo. Tutto è importante, fuori dai manicomi, ma professionalizzare alcuni non crediamo sia una buona strada. Se l’esperienza di Trento (di cui i promotori della legge sono portatori, ndr) funziona, bene. Ma a farla diventare modello tramite legge dello Stato diciamo no. Peraltro ci sono tante esperienze altrettanto positive.

Il 13 maggio, a 35 anni dalla legge 180, Psichiatria democratica ha organizzato una iniziativa su ‘La 180 e la medicalizzazione della vita’: si è parlato di scienza, soggettività, diritti e legami sociali.

Per noi il 13 maggio è il giorno della liberazione dal giogo manicomiale. La legge 180 ha in sé valori di democrazia, diritti e legami sociali. Per questo metterla in discussione è come se si volesse mettere in discussione la Costituzione.

Noi come Psichiatria democratica e i tanti altri soggetti che hanno organizzato questa iniziativa (da Cittadinanzattiva all’Unasam a Progetto Diritti onlus solo per citarne alcune, ndr), siamo usciti fuori dal recinto della psichiatria. Parliamo di salute mentale e di come costruirla, e questo è un problema di tutti, una questione di valori e di civiltà”.