I giovani tunisini: siamo dei morti viventi

30 agosto 2015

Anche in Tunisia la disoccupazione giovanile è molto elevata. In generale, il tasso di disoccupazione è pari al 15%. Dei senza lavoro, più del 30% ha un titolo di studio superiore, il 20% sono maschi, il 39% femmine. E il futuro dei giovani è contraddistinto  da poche speranze, talvolta sbagliate, come l’emigrazione e l’adesione all’Isis.

Della situazione dei giovani tunisini si occupa, in un articolo pubblicato su www.rassegna.it, Sabina Breveglieri.

E in questo articolo sono contenute anche le risposte che Sabina Breveglieri ha rivolto ad alcuni giovani tunisini.

“Ma perché la Tunisia ha il maggior numero di ‘foreign fighters?’”. La risposta è illuminante. “Perché sono dei morti viventi. Siamo tutti dei morti viventi”.

E perché i giovani tunisini che scelgono l’Isis sono da considerarsi dei morti viventi?

“Morti viventi passati attraverso la forza tellurica dell’esclusione generata dal modello di società occidentale (la Tunisia è il paese che più guarda all’Europa) che crea aspettative, ma che non le soddisfa per avere sempre pieno il serbatoio di quelli da sfruttare e ricattare.

Schiacciati dalle forze dell’immobilità della società tradizionale, dai costumi della doppia morale, per la quale non sei compiuto se non ti sposi, ma non puoi sposarti perché non hai lavoro. Morti viventi attratti dalla forza fatale delle risposte offerte in termini di denaro e riconoscimento da Isis & Co”.

E perché tutti i giovani tunisini sarebbero dei morti viventi?

“Non solo chi decide di entrare in un sanguinoso esercito o di creare cellule terroristiche, ma anche chi non trova in patria o nell’emigrazione una risposta di futuro si considera un senza speranza.

Questi morti viventi riempiono i caffè di Tunisi e dell’intero paese. Anche nei villaggi sperduti, polverosi, sparpagliati lungo le strade a due corsie che attraversano l’intero territorio nazionale, è pieno di questi caffè-cimiteri.

Simbolo della libertà ritrovata. Da cui le donne sono escluse. Lapidi a cui i giovani si aggrappano anzitempo”.

E io credo che sarebbe opportuno che il governo tunisino, con l’aiuto essenziale però delle istituzioni internazionali, dei Paesi occidentali, in primo luogo di quelli europei, attuasse una politica in grado di migliorare le condizioni dei giovani, per fornire loro delle speranze concrete per il proprio futuro.

Solo in questo modo, fra l’altro, si potrebbe ridurre considerevolmente, come necessario, il numero dei giovani tunisini che decidono di arruolarsi nelle fila dell’Isis o che invece scelgono di emigrare nei Paesi europei.

Peraltro ciò dovrebbe avvenire anche in diversi altri Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

I “muri” o le misure antiterrorismo servono a poco per sconfiggere davvero certi fenomeni che preoccupano molto, più o meno giustamente, a seconda dei casi, i popoli dell’Europa.

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Da 59 anni nel polmone d’acciaio

27 agosto 2015

Da 59 anni Giovanna Romanato vive in un polmone d’acciaio. O meglio, di giorno rimane distesa sul letto, attaccata al respiratore, e di notte rientra nel polmone d’acciaio. E questo da quando a 10 anni fu colpita da una poliomielite. Oggi, quindi, Giovanna, genovese, ha 69 anni.

Giovanna è stata intervistata da Laura Badaracchi. L’intervista è stata pubblicata su www.superabile.it.

Ho ritenuto opportuno riportare le risposte ad alcune domande, formulate appunto da Laura Badaracchi.

Ricorda la prima volta che è entrata nel polmone d’acciaio?

A dieci anni, quando una poliomielite mi ha provocato un’infezione acuta con la paralisi delle gambe e delle braccia, insieme a una gravissima insufficienza respiratoria. Ancora non esisteva il vaccino anti-polio. Mi ricoverarono d’urgenza all’ospedale Gaslini e suor Luigia mi disse che mi avrebbero messo nel polmone d’acciaio, rassicurandomi: “Dopo ti sentirai meglio”. Ogni tanto chiedevo a mia madre: “Potrò tornare a correre?”, ma dentro di me sapevo che non sarebbe stato possibile. Me ne rendevo conto da sola, senza bisogno di spiegazioni.

Non si è mai chiesta “perché proprio a me”? Non ha provato ribellione? 

Non mi sono mai sentita arrabbiata con Dio, né con gli altri. La mia situazione, al contrario, ha acuito la voglia di vivere e l’amore per la vita. Anche grazie a mia madre Maria, che è stata meravigliosa e si è dedicata completamente a me, fino alla sua morte.

I motivi di gioia nella sua giornata?

Sono felice quando qualcuno viene a trovarmi.

Un momento più difficile di altri?

La morte di mia madre: mi sono sentita persa. E a volte sono preoccupata di non riuscire ad andare avanti con la mia pensione: le spese sono tante. Ho diritto di vivere, come tutti. Se vivessi in ospedale, costerei molto di più alla sanità pubblica.

Oggi che bilancio fa della sua vita?

Non ho mai chiesto un miracolo. Vorrei solo che ci fosse il bene per chi amo. E morire prima del mio Fiocco.

Un breve commento.

Sarebbe necessario che molti di noi leggessero questa intervista oppure, ancora meglio, “La farfalla nel bozzolo d’acciaio” il volume scritto dal giornalista Enzo Melillo e pubblicato da De Ferrari (120 pagine, 12 euro), un libro-intervista a Giovanna.

Infatti, se lo facessimo, quanto meno attribuiremo il giusto valore ai nostri problemi che, spesso, sopravvalutiamo, trascurando quanti, e non sono pochi, stanno decisamente peggio di noi.

Questa considerazione può apparire banale e scontata, ma, secondo me, non lo è, affatto.

Spesso ci sentiamo al centro del mondo, consideriamo la nostra situazione la peggiore possibile.

Ovviamente non è così e per comprenderlo fino in fondo dovremmo leggere e rileggere libri quale quello che ho consigliato.

E, poi, Giovanna riferisce delle difficoltà economiche in cui si trova, del fatto che la sua pensione non è certo sufficiente.

Perché non aumentare le pensioni di cui godono le persone che si trovano in una situazione simile a quella di Giovanna o che comunque hanno degli handicap che limitano fortemente la loro autonomia?

Anche questa può sembrare una domanda banale e scontata. Ma, di nuovo, per me non lo è affatto.

E sarebbe proprio necessario che a quella domanda venissero fornite risposte concrete, molto concrete.

Nessun problema riguardo il bilancio pubblico, in questi casi, dovrebbe essere utilizzato come giustificazione dell’assenza di risposte.


Amnesty International: proteggere i diritti delle prostitute

25 agosto 2015

L’11 agosto scorso il Consiglio internazionale di Amnesty International ha approvato una risoluzione per la protezione dei diritti umani  delle prostitute o meglio, utilizzando la definizione contenuta nella risoluzione, dei/delle “sex workers”. Infatti, secondo Amnesty, i/le sex workers rappresentano uno dei gruppi più marginalizzati del mondo e sono in costante pericolo di subìre discriminazioni, violenze e abusi. E, di conseguenza, Amnesty International intende promuovere l’adozione di politiche per la protezione dei loro diritti umani.

La risoluzione raccomanda che Amnesty International sviluppi politiche a sostegno della piena decriminalizzazione di ogni aspetto relativo al sex work di natura consensuale.

Si chiederà agli Stati di assicurare che i/le sex workers abbiano completa e uguale protezione dallo sfruttamento, dal traffico di esseri umani e dalla violenza.

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, ha comunque dichiarato: “Riconosciamo che questo tema fondamentale di diritti umani è profondamente complesso.

Per questo, lo abbiamo affrontato dalla prospettiva degli standard internazionali sui diritti umani. Abbiamo consultato il nostro movimento globale per tener conto di opinioni diverse, espressioni di ogni parte del mondo”.

Le principali violazioni dei diritti umani cui vanno incontro, secondo Amnesty,  i/le sex workers comprendono la violenza fisica e sessuale, gli arresti arbitrari, le detenzioni arbitrarie, le estorsioni, le intimidazioni, il traffico di esseri umani, l’obbligo di sottoporsi a test dell’Hiv e a interventi medici.

I/le sex workers possono anche essere esclusi dall’assistenza sanitaria, dall’accesso all’edilizia pubblica e da altre protezioni di tipo sociale e giuridico.

E’ opportuno precisare che Amnesty International considera il traffico di esseri umani una pratica abominevole in ogni sua forma, compreso lo sfruttamento sessuale, e chiede che sia criminalizzata dal diritto internazionale.

E Salil Shetty ha aggiunto: “Questo è un momento storico per Amnesty International. La decisione non è stata presa né rapidamente né facilmente.

Ringrazio tutti i nostri soci di ogni parte del mondo, così come i tanti gruppi che abbiamo consultato, per l’importante contributo dato al dibattito. Ci hanno aiutato a prendere una decisione importante che caratterizzerà d’ora in avanti il nostro lavoro sui diritti umani in quest’area”.

Questa risoluzione di Amnesty International, come prevedibile, ha suscitato critiche e polemiche.

Soprattutto negli Stati Uniti, le proteste di diverse organizzazioni, femministe e non, sono state immediate.

E in una lettera aperta della “Coalition against trafficking in women” (coalizione contro la tratta delle donne”) si sostiene: “Ogni giorno combattiamo l’appropriazione maschile del corpo delle donne, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, dalla violenza domestica alla violazione dei loro diritti riproduttivi.

Pagare denaro per una simile appropriazione non elimina la violenza che le donne subiscono nel commercio del sesso.

È incomprensibile che un’organizzazione per i diritti umani della levatura di Amnesty International non riesca a riconoscere che la prostituzione è una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere”.

Tra i firmatari della lettera ci sono le attrici Meryl Streep, Carey Mulligan Kate Winslet, Anne Hathaway, Angela Bassett, Lena Dunham, Emily Blunt, Emma Thompson, Debra Winger, l’attore Kevin Kline, il regista Jonathan Demme, e le femministe Gloria Steinem ed Eve Ensler.

E il fatto che ci sia stata questa presa di posizione di alcune star di Holywood è stato anch’esso fonte  di polemiche.

Ad esempio su “The Guardian” è seguito il commento sarcastico di Molly Smith, pseudonimo di una prostituta e attivista, che ha accusato le ‘celebrities’ di “aggredire Amnesty per il fatto oltraggioso di basare la sua politica su quello che diciamo noi che vendiamo sesso”.

Comunque, a parte le polemiche, la risoluzione di Amnesty International può rappresentare un’utile occasione per discutere su una problematica che, generalmente, non viene affrontata in modo approfondito.

E questo avviene nonostante che il fenomeno della prostituzione sia, ovviamente, molto diffuso.

Pertanto non discutere, seriamente ma serenamente, le questioni inerenti la prostituzione, affrontate nella risoluzione di Amnesty International, mi sembra il frutto di un’evidente ipocrisia, che dovrebbe essere abbandonata.


Save the Children: i piccoli schiavi invisibili

23 agosto 2015

Secondo un dossier di Save the Children, “Piccoli schiavi invisibili-Le giovani vittime di tratta e sfruttamento”, dal 2012 ad oggi sono 1.679 le vittime accertate di tratta in Italia, delle quali una quota significativa è costituita da minori.

In particolare dal 2013 al 22 giugno 2015 sono 130 i minori vittime di tratta inseriti in progetti di protezione: la Nigeria il principale paese di provenienza, seguita da Romania, Marocco, Ghana, Senegal e Albania.

Le giovani vittime sono forzate soprattutto a prostituirsi e sono sfruttate sessualmente, ma si rilevano anche altre forme di tratta e sfruttamento, quale quello in attività illegali, in particolare fra le adolescenti di origine rom e rumena, in associazione, spesso, a matrimoni precoci, e lo sfruttamento lavorativo fra i minori migranti, in particolare egiziani. Tra i minori vulnerabili e a rischio anche  i minori afgani ed eritrei in transito nel nostro Paese.

Sono 7.357 i minori migranti arrivati in Italia via mare da soli dall’inizio dell’anno, nel 2015.

A tale proposito Raffaela Milano, direttore programmi Italia-Europa di Save the Children, l’organizzazione che dal 1919 si dedica a tutelare i diritti dei bambini, ha dichiarato: “La tratta e lo sfruttamento di bambini e adolescenti rappresenta uno dei risvolti più drammatici dei fenomeni migratori e nel momento in cui l’Italia e l’Europa sono chiamate a prendere decisioni chiave per le sorti di tanti  migranti in arrivo, ricordiamoci che, fra di loro, ci sono centinaia di minori inseriti in circuiti di feroce sfruttamento o che rischiano di caderci e che quindi dobbiamo riuscire a intercettare, accogliere e proteggere adeguatamente, assicurando loro anche percorsi di scolarizzazione ed integrazione che diano un’alternativa al lavoro sfruttato”.

Per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia, Save the Children chiede al Parlamento di sbloccare e approvare in tempi rapidi il disegno di legge, sostenuto dai parlamentari dei principali partiti politici di maggioranza e opposizione, che disciplina in modo organico, sul territorio nazionale, la protezione e l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati e che prevede anche misure particolari di tutela, assistenza e accoglienza per i minori vittime di tratta.

Al di là dell’approvazione di questo disegno di legge, ovviamente auspicabile, le autorità italiane devono, senza dubbio, impegnarsi molto di più affinchè diminuisca il numero dei minori che, nel nostro Paese, sono vittime della tratta.

La mia impressione è che, oltre ai problemi derivanti da una normativa inadeguata, non si manifesti il necessario impegno per contrastare il fenomeno esaminato in questo post.

E, probabilmente, ciò dipende molto dalle insufficienti risorse umane e finanziarie, destinate a contrastare efficacemente il fenomeno in questione.

Tale considerazione riguarda anche molti altri problemi sociali che si verificano attualmente in Italia.

Ma non posso che ripeterla, sottolineando ancora che le evidenti e giuste esigenze di contenimento della spesa pubblica non devono continuare ad impedire una maggiore attenzione nei confronti di quei problemi.


Lo sfacelo del sistema di salute mentale

20 agosto 2015

Le strutture pubbliche che in Italia si occupano di salute mentale sono allo sfascio. Lo sostiene uno psichiatra, Manlio Converti, in una lettera al direttore pubblicato su www.quotidianosanita.it. Avevo già riferito di altre lettere al direttore pubblicate sullo stesso giornale on line. Mi sembrano spesso molto interessanti. E pertanto ho voluto di nuovo utilizzarle.

E, in effetti, anche le considerazioni del dottor Converti mi sembrano piuttosto interessanti, anche perché provengono da chi quotidianamente lavora nell’ambito di una struttura pubblica che si occupa di salute mentale e, forse, ha delle conoscenze che talvolta non emergono in studi spesso realizzati da soggetti esterni alla sanità pubblica, che non comprendono fino in fondo i veri problemi esistenti.

Lo sfacelo del sistema pubblico di salute mentale deriva soprattutto, secondo Converti, dai tagli imposti dal ministero della Salute, tramite le Regioni, e “della volontà politica di mandare a carte quarantotto tutto il sistema già precario di ‘assistenza, inserimento sociale e familiare e contrasto al disagio’, che era il fiore all’occhiello del nostro Paese nel mondo”.

Così prosegue Converti: “Il sistema era già precario perché applicato a seconda delle risorse delle Asl e dei Comuni a macchia di leopardo.

Una volta, c’era una volta, i centri di salute mentale erano appunto al centro di un sistema che coordinato con l’assistenza sociale avrebbe dovuto garantire il reinserimento sociale dei pazienti ricoverati in manicomio e poi seguire tutti quanti quelli che emergevano ex-novo nelle famiglie italiane impedendo che ne venissero espulsi e in ogni caso garantendo loro la migliore integrazione possibile ed il migliore recupero funzionale”.

Ora invece tutta una serie di servizi sono stati completamente negati ai pazienti in alcune aree oppure cancellati laddove erano attivati fino a pochi anni fa.

Qual è la causa di tale situazione, secondo Converti?

“Questa condizione scandalosa è dovuta alla precisa volontà politica di rendere i sofferenti psichici redditizi come posto letto nei manicomi privati, ma anche nelle Rems che godono di fondi speciali, tutti molto esosi, mentre l’assistenza sociale è stata abolita anche là dove c’era e quella sanitaria subirà ulteriori dieci miliardi di tagli lineari in tre anni”.

E così continua nel descrivere ciò che avviene attualmente:

“L’assenza dei centri di salute mentale sulle 24 ore, 7 giorni su 7, dotati di adeguati servizi residenziali e semiresidenziali, centri diurni e cooperative sociali, è solo uno dei tasselli che stanno distruggendo, eliminando alla fonte il personale necessario: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, sociologi ed altre figure professionali.

L’assenza dell’assistenza sociale, per garantire un alloggio, un vitto, una pulizia periodica della casa, dei badanti nei casi maggiormente indifesi, è l’ulteriore tassello di quella distruzione violenta della persona che è oggi reso evidente da questo episodio in modo scandaloso (n.p.: fa riferimento alla vicenda di Andrea Soldi morto durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio), ma che è invece una pratica sotterranea mostruosa che procede nell’indifferenza pubblica e nell’impossibilità da parte dei sofferenti psichici di reclamare i propri diritti, incluso quelli all’emancipazione e al lavoro, tanto sdegnati da chi li vuole solo vedere come soggetti pericolosi o da tutelare, e che invece restano ancora un obiettivo possibile per la maggioranza assoluta quando e laddove ci siano appunto servizi adeguati”.

Non so se Converti abbia completamente ragione nell’individuazione delle cause che determinano la situazione dei servizi pubblici di salute mentale.

E’ indubbio che quella situazione è davvero insostenibile e assolutamente inadeguata rispetto alle giuste esigenze dei malati e delle loro famiglie.

E si crea, fra l’altro, un’evidente disparità di trattamento tra i malati, tra coloro i quali dispongono, soprattutto tramite le loro famiglie, di un reddito elevato e coloro che hanno un basso reddito.

I primi sono assistiti, in modo quanto meno sufficiente, da strutture private. I secondi si devono rivolgere ai quello che resta dei servizi pubblici.

E i secondi non vengono curati come necessario ed anche le loro famiglie incontrano notevoli difficoltà.

Questa situazione, davvero molto negativa, dovrebbe spingere le autorità preposte, in primo luogo il ministero della Salute, a “cambiare verso”.

Ma per il momento non si individua nemmeno l’inizio di un cambiamento rilevante di tale situazione.

Sarebbe anche sufficiente per il momento, almeno in alcune realtà territoriali, un ritorno al passato.

Ma neanche un ritorno al passato sembra possibile.


Salviamoci la coscienza e firmiamo una petizione

18 agosto 2015

La partecipazione a manifestazioni, all’aperto o al chiuso, è sempre meno diffusa, l’impegno attivo all’interno di associazioni di diversa natura è meno intenso, ma non fa nulla: le petizioni che sul web possiamo firmare, su problematiche le più diverse, sono sempre di più. E a molti di noi risulta sufficiente firmare queste petizioni.

Facendo questo, in qualche modo, ci sembra di non essere totalmente disimpegnati.

In quel modo dimostriamo a noi stessi che non ci disinteressiamo di determinati argomenti.

Del resto firmare una petizione sul web è facile e immediato.

Non si devono allestire tavoli per raccogliere le firme e nemmeno uscire di casa per firmare le petizioni.

Facile, troppo facile.

Certo, non dobbiamo cessare di firmare queste petizioni. Qualche volta, non sempre, se si raccolgono molte firme, dei risultati positivi si ottengono.

Ma non dobbiamo limitarci a questo.

Come non dobbiamo limitarci a “ retwittare” dei tweet che ci sembrano particolarmente significativi o mettere il “mi piace” sui post, pubblicati su facebook, relativamente ai quali siamo particolarmente d’accordo, o condividerli.

Dovremmo anche (e soprattutto?) fare altro e, almeno una volta, ritornare a quello che facevamo in passato.

Partecipare di nuovo e in misura maggiore a manifestazioni, di protesta o propositive, impegnarci più attivamente in associazioni, i cui obiettivi ci risultano condivisibili, e, perché no, anche all’interno dei partiti e dei sindacati, pur tentando ancora, in quest’ultimo caso, di cambiare radicalmente le loro attuali, e criticabili, modalità di funzionamento.

Certo è più difficile e più impegnativo rispetto ad una firma su una petizione che troviamo sul web.

Ma i risultati potranno essere più importanti.

E, questo, dipende solo da noi.

E, citando Gaber, non dimentichiamoci che “libertà è partecipazione”.


In estate i bambini disabili non escono di casa

16 agosto 2015

Il 40% delle famiglie romane, che non possono permettersi di andare in vacanza, in estate preferisce non far uscire da casa il proprio figlio disabile. I motivi? Soprattutto le barriere architettoniche e la carenza di servizi, carenza che si manifesta in particolare nei mesi estivi.

Questo dato è stato fornito da un’indagine condotta dall’Unitalsi, un’associazione cattolica che si occupa delle persone ammalate e  dei disabili, riguardante appunto la capitale d’Italia, su un campione di 1.500 famiglie con bambini disabili che si sono rivolti allo sportello “Roma per tutti”, creato dalla sottosezione romana dell’Unitalsi.

E la causa principale che  determina la scelta di rintanarsi in casa è da riscontrare nelle barriere architettoniche, vera grave piaga della capitale dove le strade e il trasporto pubblico risultano essere inadeguati, problema che ovviamente si manifesta anche negli altri periodi dell’anno.

Occorre aggiungere che, in estate, si assiste a una consistente riduzione dei servizi di cui possono usufruire i bambini disabili.

Inoltre, nei parchi pubblici non esiste nessun gioco accessibile ad un bambino disabile o strutture specificamente a loro destinate.

Altro aspetto poco conosciuto è che nei grandi centri commerciali non ci sono aree attrezzate o baby parking per bambini disabili, e spesso ciò avviene anche nelle grandi multisala cinematografiche.

Delle famiglie entrate in contatto con lo sportello, il 20% ha inoltre dichiarato di avere grandi difficoltà nell’inserimento scolastico dei bambini e il 35% ha denunciato di avere problemi nell’ambito più strettamente sanitario, dove l’accesso alle cure migliori sembra un percorso difficile per le lungaggini che si verificano molto spesso nella sanità pubblica.

Relativamente a tale situazione il presidente dell’Unitalsi di Roma, Alessandro Pinna, ha dichiarato: “D’estate l’attenzione è sempre rivolta agli incendi, ai vari omicidi e al calcio-mercato, ma in realtà c’è un mondo di invisibili che soffre in silenzio momenti di solitudine e difficoltà di cui nessuno parla.

Mi riferisco alle tante mamme e ai papà che non hanno la possibilità di portare il proprio figlio disabile lontano dall’afa della città, per passare dei momenti di pace al mare e o in montagna e che si chiudono in casa per intere settimane.

Credo sia giunto il momento che la città di Roma realizzi appuntamenti estivi anche per queste famiglie, non pensando per una volta solamente ai concerti e alle kermesse sul Tevere”.

Come non dare ragione al presidente dell’Unitalsi di Roma?

Aggiungo che, ovviamente, la maggiore attenzione che occorrerebbe rivolgere alle esigenze dei bambini disabili e delle loro famiglie non si dovrebbe manifestare solo a Roma, ma in tutta Italia, e nel corso di tutti i mesi dell’anno.

L’uso del condizionale, purtroppo, è d’obbligo.