Rosy Bindi deve dimettersi e Renzi come don Ciotti hanno sbagliato

31 maggio 2015

La vicenda della lista degli impresentabili, resa pubblica dalla commissione Antimafia o meglio dalla sua Presidente, Rosy Bindi, si presta a varie considerazioni. A mio avviso, Rosy Bindi dovrebbe dimettersi dal suo incarico, Renzi ha sbagliato a permettere la candidatura di De Luca a presidente della giunta regionale della Campania, così come anche don Ciotti ha sbagliato, in una sua dichiarazione, a non percepire il vero significato della decisione di Rosy Bindi.

Perché Rosy Bindi si dovrebbe dimettere da presidente della commissione Antimafia?

Perché, soprattutto, ha danneggiato fortemente l’immagine di questa commissione che, in passato, presieduta da altri, ha svolto un ruolo molto importante e positivo.

Infatti Rosy Bindi, con la sua decisione di inserire De Luca nella lista degli impresentabili solo perché ha voluto mettere in difficoltà Matteo Renzi, ha di fatto consentito che la commissione venisse utilizzata per fini non certo istituzionali e cioè per favorire una lotta interna al Pd.

Del resto Rosy Bindi ha sbagliato, ma io credo che l’abbia fatto di proposito, a posticipare la pubblicazione della lista degli impresentabili, rendendola nota solamente a due giorni dallo svolgimento delle elezioni regionali.

O Rosy Bindi era in grado di pubblicare quella lista diversi giorni prima o era meglio che non la pubblicasse affatto. Ma l’alternativa in realtà ha poco senso proporla, perché, ripeto, io ritengo che la presidente abbia compiuto di proposito la scelta di rendere nota la lista a due giorni dalle elezioni.

Inoltre Rosy Bindi ha sbagliato a non coinvolgere il resto dei componenti della commissione Antimafia nella definizione della lista. Lei che ha criticato spesso la presenza di “un uomo solo al comando” del Pd, si è comportata allo stesso modo, se non peggio.

Renzi ha sbagliato a non impedire la candidatura di De Luca alla presidenza della giunta regionale della Campania.

Sia perché sapeva che un’eventuale sua elezione sarebbe stata impossibile, anche se temporaneamente, in conseguenza di quanto attualmente prevede la legge Severino sia perché avrebbe dovuto essere consapevole che la sola candidatura di De Luca avrebbe creato problemi al Pd e soprattutto alla possibilità che il centrosinistra tornasse alla guida della Campania, in modo tale da affrontare realmente i molti e importanti problemi di quella regione, mal governata dal governatore uscente, che si è ricandidato, del centrodestra, Caldoro.

Don Ciotti ha sbagliato a rilasciare la dichiarazione, che riporto integralmente, perché con i contenuti di quanto dichiarato ha dimostrato di non comprendere il vero significato della decisione di Rosy Bindi.

Ecco la dichiarazione di don Ciotti, presidente dell’associazione Libera:

“Lascia tanta amarezza la polemica suscitata dalle indicazioni della Commissione Antimafia.

Da anni auspichiamo un rinnovamento della politica, una sua pulizia dal malaffare, dalla corruzione, e dai fiancheggiamenti con il crimine organizzato, e ora che la Commissione Antimafia esercita fino in fondo le sue funzioni si riduce tutto ad una lotta di potere tra correnti di partito, benché le indicazioni riguardino sia il centrodestra che il centrosinistra e dunque non possono essere accusate di faziosità.

Si potrà discutere il metodo ed i tempi, ma non l’importanza, anche l’essenzialità del merito, ossia che è in gioco, molto prima che la vittoria di questo o quel partito nelle imminenti elezioni regionali, la credibilità della politica, una credibilità che può essere riacquisita solo abbandonando gli opportunismi e le convenienze ispirate alle logiche del fine che giustifica i mezzi.

Sono false vittorie quelle che cinicamente sacrificano l’etica al potere. Vittorie che paghiamo tutti, a cominciare dai tanti che ancora credono nella politica come servizio del bene comune”.

Mi dispiace che don Ciotti, ovviamente secondo me, abbia sbagliato, in quanto io sono molto legato a lui, ma non posso esimermi dall’esprimere il mio parere sulla sua dichiarazione.

Posso essere io, ovviamente, a sbagliarmi.

Ma, in tutta onestà, non lo credo.

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Renzi esiste davvero, ma non in Umbria

28 maggio 2015

Ieri, per la prima volta, ho potuto vedere e ascoltare direttamente, e non tramite la televisione, Matteo Renzi, intervenuto in un teatro di Perugia, a sostenere la candidata del centrosinistra a presidente della giunta regionale, Catiuscia Marini, del Pd. E Renzi, mi è sembrato, è ancora meglio dal “vivo”. Un grande comunicatore, senza alcun dubbio, che però non si è limitato a fare un bel discorso ma anche esposto, con precisione, i risultati ottenuti dal governo da lui guidato. Quindi, ho pensato, Renzi esiste davvero, non è solo un bel prodotto dei mass media…

Premetto che la sua azione, a mio avviso, non è stata esente da errori, ma nel complesso corrisponde a verità la sua affermazione secondo la quale con il governo Renzi sono stati attuati dei progetti di cui, per lungo tempo, si è discusso solamente, molto e approfonditamente sì, ma senza nessuna realizzazione concreta.

Premetto poi che Renzi ha alcuni tratti caratteriali che non apprezzo, ma un politico non si giudica in base ai suoi tratti caratteriali, o quanto meno non solo in base ai suoi tratti caratteriali.

Dalle presenze, come invitati che occupavano le prime file della platea del teatro, di diversi parlamentari umbri, di candidati al consiglio regionale e di dirigenti del Pd umbro, ben noti e non certo dotati di particolari capacità innovative, è emerso con chiarezza quello che, secondo me, è uno dei principali problemi che si trova di fronte Renzi come leader del Pd.

Qual è questo problema?

La frequente assenza di una classe dirigente, a livello locale, che sia in grado di realizzare, nei diversi territori, una politica davvero innovativa, quale quella già portata avanti, o ancora da promuovere, a livello nazionale, da Renzi.

Insomma in Umbria, come altrove, dei piccoli o delle piccole Renzi ancora non si individuano.

La stessa Catiuscia Marini, nel leggere un breve intervento scritto, mi è sembrata più una maestrina, nemmeno fra le migliori, che non sa entusiasmare i suoi alunni, piuttosto che una leader in grado di governare la Regione dell’Umbria.

E il confronto tra la Marini e Renzi è stato impietoso, ovviamente per la Marini.

Tra gli ospiti due presenze, molto diverse tra di loro, ma entrambe piuttosto significative, Leonardo Cenci, fondatore della onlus Avanti Tutta, malato oncologico che sta combattendo con forte impegno il suo tumore, e Brunello Cucinelli, il noto imprenditore di Solomeo.

E il fatto che ci fossero anche Cenci e Cucinelli ad ascoltare l’attuale leader del Pd è la testimonianza più evidente della capacità del Pd di Renzi, e di Renzi, soprattutto, di essere un punto di riferimento per settori della società, anche molto differenti appunto, ma ugualmente molto importanti, diversamente da quanto avveniva con il Pd di Bersani.


No agli insegnanti di sostegno a tempo, prima le esigenze dei disabili

26 maggio 2015

Recentemente alcuni opinionisti, tra cui Adriano Sofri, e una parte degli insegnati hanno criticato un aspetto specifico del disegno di legge sulla riforma della scuola: la necessità che gli insegnanti di sostegno non possano cambiare la loro attività e che quindi non sia più consentita l’opzione della reversibilità di questo tipo di insegnamento. L’associazione Fish (federazione italiana per il superamento dell’handicap) e altri ritengono che questa parte del disegno di legge debba essere mantenuta.

Di quanto successo ci si occupa in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

Secondo Sofri l’insegnante di sostegno dovrebbe rimanere un’opzione reversibile, com’è adesso, con la possibilità, sempre aperta, di accedere ad altri ruoli.

Non solo: anche un’eccessiva specializzazione sulle patologie va guardata con sospetto, per Sofri: perché si rischia una “medicalizzazione” della disabilità a scuola, contraria allo spirito di “inclusione” che, invece, dovrebbe prevalere.

E Fish, insieme all’Edf (european disability forum) ha lanciato una campagna, o meglio una “contro campagna”, in risposta agli articoli apparsi su “LaRepubblica”: Sofri, giovedì scorso, ma anche Zunino, il giorno successivo.

“Una campagna – spiega Fish – anche mediatica, contro la riforma del sostegno da noi auspicata”.

L’invito è quindi a scrivere alla redazione del quotidiano Repubblica, criticando le posizioni espresse dai due giornalisti e sostenendo la proposta di Fish.

A questo scopo, la federazione ha diramato, insieme alla nota, una bozza di replica: “Le polemiche di alcune organizzazioni di docenti contro la riforma del sostegno – si legge – sconcertano e amareggiano i genitori di quegli alunni ed ex alunni che la scuola italiana non ha incluso, ma discriminato anche rispetto agli alunni con altre disabilità.

La scuola deve essere innanzitutto degli alunni, compresi quelli con gravi disabilità di apprendimento, gli invisibili fra gli invisibili, gli ultimi fra gli ultimi. Anche loro sono cittadini a pieno titolo, e meritano opportunità di apprendimento e di sviluppo insieme ai coetanei”.

Anche Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un ragazzo disabile, ha criticato duramente, nel suo blog, la posizione espressa da Adriano Sofri.

“Sostegno a tempo”, una “pacchia” che deve finire, ha scritto Nicoletti.

Per quanto riguarda la “reversibilità” del sostegno, “che gli insegnanti si preoccupino non mi stupisce – commenta Nicoletti – sarebbe la fine di una pacchia che permette a parecchi di loro (non dico tutti) di velocizzare con la scorciatoia del sostegno le loro carriere, facendo finta per un periodo di tempo di avere competenza nel trattare soggetti disabili”.

E a Sofri, Nicoletti spiega: “Occuparsi di un ragazzo come il mio non è una simpatica esperienza da provare per sentirsi migliori, non è come un corso di Tai Chi o qualche giorno di volontariato in periferia.

Soprattutto non deve occupare un insegnante a patto che riesca a suscitare idee e stimoli, salvo poi mollare tutto quando si accorge di non essere adatto a quel lavoro”.

Da genitore, poi, Nicoletti testimonia che “non ne possiamo più di telefonate a casa perché il ragazzo è agitato, di vedere i nostri figli buttati in un corridoio, in un cortile, di dovere essere noi a spiegare, a convincere, a pregare come fosse una carità di non tenere i ragazzi in parcheggio durante l’orario scolastico con la scusa che nessuno sa esattamente come comportarsi con loro”.

Le valutazioni espresse sia da Fish che da Nicoletti mi sembrano più che condivisibili.

e esigenze degli studenti disabili devono venire prima di tutto, anche prima delle esigenze, peraltro talvolta più che discutibili, degli insegnanti.

E ciò dimostra che spesso le proteste degli insegnanti nei confronti del disegno di legge del governo sulla riforma della scuola dipendono dalla loro volontà di mantenere dei privilegi e di salvaguardare solamente loro interessi corporativi.


Con la crisi i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri

23 maggio 2015

L’Ocse (organizzazione per la cooperazione e per lo sviluppo economico) ha presentato un rapporto relativo alla diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza nei Paesi aderenti a questa organizzazione. Una parte del rapporto è dedicato all’Italia. E in Italia, è questa la principale conclusione, il divario tra ricchi e poveri è in continuo aumento.

Alcuni dati sono sufficienti per dimostrare la validità di quanto appena rilevato.

Nel 2013, il 61,6 % della ricchezza, cioè del patrimonio mobiliare e immobiliare, reale e finanziario, apparteneva al 20% della popolazione più ricca. E l’1% più ricco deteneva il 14,3% della ricchezza complessiva, cioè quasi il triplo rispetto al 4,9% detenuto dal 40% più povero della popolazione.

Il reddito medio del 10% della popolazione italiana più ricca è stato superiore di 11,4 volte a quello del 10% della popolazione più povera, rispetto a una media Ocse di 9,6 volte (in Francia è di 7,4 e in Germania di 6,6).

La situazione, relativamente alle diseguaglianze nel reddito, si è aggravata negli anni della crisi:  tra il 2007 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero della popolazione è sceso del 4% all’anno, mentre la diminuzione è stata del 2% per il reddito medio totale e dell’1% per la fascia di popolazione più ricca.

L’Italia è anche uno dei Paesi che ha visto aumentare di più la povertà negli anni della crisi: un incremento di 3 punti tra il 2007 e il 2011, il quinto più forte tra i 34 Paesi aderenti all’Ocse. La povertà ha colpito soprattutto i giovani (14,7% tra i 18 e i 24 anni rispetto a una media Ocse del 13,8%) e i giovanissimi (al 17% sotto i 18 anni con una media Ocse del 13%).

Per ridurre tali diseguaglianze l’Ocse, per tutti i Paesi, indica 4 interventi prioritari: combattere la disparità di genere, diminuire il divario tra lavori precari e stabili, investire nell’istruzione – in particolare quella tecnico-professionale -, varare politiche fiscali più mirate.

In Italia, io credo, considerato quanto rilevato in precedenza, questi interventi dovrebbero essere ancora più intensi, rispetto ad altri Paesi, e considerando che i giovani sono più colpiti dalla povertà in Italia, rispetto a quanto avviene altrove, dovrebbero essere privilegiate le azioni tendenti a ridurre la precarietà nel lavoro e ad aumentare gli investimenti nell’istruzione.

E soprattutto, nel nostro Paese, comunque, dovrebbe essere elaborata e attuata una politica organica contro la povertà, e quindi anche contro le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza.


Gli italiani ogni anno si giocano uno stipendio

20 maggio 2015

Secondo i dati forniti dal libro blu dell’agenzia delle dogane e dei monopoli, in media, gli italiani spendono in un anno 1.431 euro, tra slot, scommesse, lotterie e gratta e vinci. Nel 2014 complessivamente la spesa nei giochi è stata pari a 84,4 miliardi di euro (243 milioni in meno rispetto al 2013). E l’erario ha incassato 7,9 miliardi.

Sembra quindi finito il boom del gioco d’azzardo, che nel 2012 aveva raggiunto il massimo degli incassi con 88,5 miliardi di euro.

La situazione appare ora stabilizzata, anche se continua a rappresentare un costo non indifferente per migliaia di famiglie.

È in calo anche il numero delle slot machine, passate dalle 410.688 del 2013 alle 377.471 del 2014. Le vlt (videolottery) invece sono pressoché le stesse: 50.654.

L’Abruzzo, con circa 1.450 euro a testa giocati, è la regione in cui si spende di più, seguita dalla Lombardia con 1.427 euro, da Lazio (1.391 euro) e Emilia Romagna (1.371).

Le più virtuose, Basilicata con 807 euro a testa e Sicilia con 765 euro.

Gli italiani continuano a preferire il gioco nelle sale gioco o scommesse che quello su internet.

Nel 2014, nel primo caso la spesa è stata pari a 70,1 miliardi di euro contro i 14,3 miliardi dell’on line.

E’ certo positivo che via sia una tendenza alla diminuzione o meglio alla stabilità di quanto gli italiani spendono nei giochi.

E’ comunque una spesa troppo elevata, che deve diminuire considerevolmente.

Sono note infatti le conseguenze negative che possono essere esercitate sui giocatori, soprattutto se diventano “dipendenti” dal gioco d’azzardo.

L’incasso che va allo Stato è molto consistente, circa 8 miliardi.

Ma non per questo lo Stato non deve impegnarsi perché il ricorso al gioco d’azzardo si riduca notevolmente.

Lo Stato deve individuare altre fonti di finanziamento, che non producano effetti, anche molto negativi, ai cittadini.

Sembra ovvio quanto ho appena scritto, ma esaminando le cifre citate si può legittimamente sostenere che non lo è affatto.


70.000 morti ogni anno per arresto cardiaco: necessari più defibrillatori

19 maggio 2015

In Italia circa 1 persona su 1000 ogni anno viene colpita da arresto cardiaco e soltanto il 2% di esse riescono a sopravvivere. Ciò è determinato dal tempo di intervento dei soccorritori che, mediamente, si aggira intorno ai 12-15 minuti.

Infatti per la persona colpita da arresto cardiaco, ogni minuto che passa è di vitale importanza: in soli sessanta secondi, infatti, si abbassano del 10% le sue possibilità di restare in vita. Dopo soltanto 5 minuti di tempo, le possibilità di salvezza scendono al 50%.

Di tale problematica ci si occupa in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

In Italia le vittime di arresto cardiaco sono oltre 70.000 ogni anno e oltre l’80% dei decessi avviene lontano da ospedali e strutture sanitarie. In tal senso è significativo come nel 65% dei casi l’arresto cardiaco colpisca in presenza di testimoni e il 60% di questi eventi accada per strada.

Quindi risulta evidente l’importanza della presenza di defibrillatori sul territorio, che porta indubbi benefici sul fronte della sopravvivenza.

Le stime al riguardo affermano che in seguito della diffusione della defibrillazione precoce sul territorio e la formazione di un numero sempre maggiore di cittadini alle manovre di rianimazione cardio-polmonare (rcp), il tasso di sopravvivenza in caso di arresto cardiaco può crescere in misura molto rilevante.

E dal prossimo mese di ottobre scatterà l’obbligo di dotazione dei defibrillatori per tutti gli impianti sportivi ove si pratichi attività fisica ad elevato impegno cardiocircolatorio e per gli stabilimenti balneari di molte regioni italiane.

Si tratta di apparecchi semi-automatici, che per essere utilizzati richiedono poche ore di formazione. Oltre ad acquistare un defibrillatore sarà infatti necessario formare al suo utilizzo il personale che si occuperà della gestione degli interventi “salvavita”.

Io credo però che sarebbe opportuno estendere la presenza di defibrillatori in altri luoghi delle nostre città e accrescere il numero di quanti, anche semplici cittadini, siano in grado, dopo un’adeguata formazione, di utilizzare nel modo dovuto i defibrillatori.

E’ un impegno che il maggior numero possibile dei Comuni dovrebbe assumersi, anche in seguito allo stanziamento di adeguati finanziamenti da parte di enti di livello superiore, dalle Regioni alle Amministrazioni dello Stato.


La minoranza del Pd ha un solo obiettivo: provare a cacciare Renzi

16 maggio 2015

La minoranza del Pd, sebbene sempre più debole con il passar del tempo, non ha un programma alternativo a quello portato avanti da Renzi, come segretario del Pd e come presidente del Consiglio. I suoi comportamenti hanno un solo obiettivo: provare a cacciare Renzi o quanto a metterlo in difficoltà.

Questo atteggiamento della minoranza del Pd è risultato già evidente quando si doveva approvare la nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, alla Camera.

Infatti le proposte di modifica erano minime, solo volte a rinviare, per l’approvazione definitiva, il progetto di riforma elettorale al Senato, dove la maggioranza a sostegno del governo Renzi è più debole.

Del resto l’Italicum recepiva, nel complesso, molte delle posizioni, assunte in passato, dalla gran parte degli esponenti della minoranza del Pd.

L’opposizione della minoranza al disegno di legge del governo di riforma della scuola ha la stessa motivazione, ben sapendo che gli insegnanti rappresentano una componente importante del bacino elettorale del Pd e, sostenendo la loro protesta, la minoranza del Pd punta a far ottenere al Pd di Renzi un risultato non soddisfacente alle ormai prossime elezioni regionali.

Questa volontà della minoranza a far ottenere al proprio partito un risultato elettorale non soddisfacente, sempre per creare problemi a Renzi il quale verrebbe additato come il responsabile di quel risultato, si manifesta anche nel sostegno al candidato alla presidenza della giunta regionale ligure, il civatiano Pastorino, il quale non ha alcuna possibilità di vittoria ma che potrebbe determinare la sconfitta della candidata del Pd, Raffaella Paita.

Ovviamente è legittimo criticare, anche duramente, Renzi, per gli atteggiamenti che assume e per i progetti che intende realizzare.

Ma opporsi sempre e comunque a Renzi, con il solo scopo di creargli problemi finalizzati alle sue dimissioni, non è legittimo, a mio avviso, per degli esponenti politici che si guardano bene dall’ uscire dal Pd, perché sanno di non avere un progetto alternativo che consenta loro, insieme ad altri, di dare vita ad un altro partito che possa ottenere un successo significativo.

Peraltro, io credo, tale comportamento della minoranza del Pd, se continuerà, tenderà a ridurre progressivamente i suoi consensi. E’ quindi un comportamento autolesionistico.

Ma non per questo non può non essere criticato duramente ed essere reso esplicito nel suo vero obiettivo.