Spesa pubblica, per ridurre gli sprechi impossibile la spending review?

30 novembre 2016

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In Italia da molti anni ormai si evidenzia la necessità, relativamente alla spesa pubblica di realizzare un’efficace azione di “spending review”, un’efficace azione di revisione della spesa tendente a ridurre la spesa pubblica corrente, soprattutto la parte che determina sprechi che andrebbero comunque eliminati, per liberare risorse finanziarie da utilizzare o per aumentare le spese in conto capitale, gli investimenti pubblici cioè, o per diminuire le imposte. Ma fino ad ora i risultati ottenuti sono stati, del tutto insufficienti.

Non solo, hanno dato le dimissioni (o sono stati costretti a dare le dimissioni?) diversi esperti nominati commissari o consulenti per la spending review. Mi riferisco a Enrico Bondi, a Carlo Cottarelli e a Roberto Perotti.

Quindi si deve concludere che un’efficace azione di revisione della spesa pubblica in Italia è impossibile, anche perché gli insuccessi hanno interessato diversi governi, dal governo Monti a quello presieduto da Letta e per ultimo al governo Renzi, per non parlare poi di quelli ancora precedenti?

Io spero che non si debba pervenire a tale conclusione, anche se quanto avvenuto, ormai da molti anni purtroppo, potrebbe avvalorarla.

E i motivi degli insuccessi nell’azione di spending review? E i responsabili?

Per quanto riguarda i responsabili sono da individuare certamente nei presidenti del Consiglio e nei ministri che si sono succeduti nel corso degli anni. Ma non solo loro. Le responsabilità vanno attribuite anche ai dirigenti di maggiore livello dei diversi ministeri. Ai burocrati insomma.

Per quanto riguarda i motivi, è più difficile individuarli, anche perché sono diversi.

A mio avviso, il motivo principale risiede nel fatto che si riducono certe spese pubbliche correnti vengono danneggiati gli interessi di diverse componenti della società italiana, spesso piuttosto ampie e senza dubbio molto influenti.

Quindi il motivo principale può essere individuato nel timore di alienarsi il consenso politico di alcune parti della società italiana, quanto meno nel breve periodo.

Ciò che sfugge, però, a chi frappone ostacoli di varia natura, per quel motivo, alla realizzazione di un’efficace azione di spending review è che, se essa invece fosse attuata, si potrebbero ottenere, forse non nel breve periodo, ma sicuramente nel medio periodo,  vasti consensi politici in ceti sociali i quali attualmente sono molto attratti dalla cosiddetta antipolitica e che spesso non vanno nemmeno più a votare, astenendosi.

Concludo questo post riportando una parte delle conclusioni di Carlo Cottarelli, contenute nel suo libro “La lista della spesa, la verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare”, relativamente ai quattro ostacoli strategici che a suo avviso impediscono la realizzazione di un’efficace azione di spending review:

“Primo, bisogna chiarire, in termini di principi generali, quale un governo ritenga sia il ruolo appropriato per la spesa pubblica, ossia quali siano i confini ritenuti adeguati per quello che il settore pubblico deve fare rispetto a quello che deve fare il settore privato. Questi principi generali dovranno guidare l’azione di revisione della spesa…

Secondo ostacolo strategico: occorre essere consapevoli fino in fondo di una cosa apparentemente ovvia, e cioè che la spesa pubblica primaria è fatta solo di tre cose: acquisti di beni e servizi, spese di personale e soldi che le pubbliche amministrazioni danno a famiglie, imprese e all’estero. Quindi, le operazioni di efficientamento di qualunque genere comportano risparmi potenziali in tutte queste aree…

Terzo ostacolo strategico: occorre definire bene le priorità nell’azione legislativa evitando di mettere troppa carne al fuoco. Credo che siano state fatte troppe leggi in Italia, spesso non ben pensate. Meglio sarebbe farne di meno ma migliori. Bisogna semplificare, semplificare, semplificare.

Quarto e ultimo ostacolo strategico: occorre riconoscere che spesso scelte impopolari sono necessarie. La revisione della spesa può comportare anche revisioni di programmi che toccano non solo i soliti ‘pochi privilegiati’ ma anche un’ampia fascia della popolazione. Rilanciare l’economia attraverso una riduzione della pressione fiscale finanziata da tagli della spesa – o anche trovare risorse per esborsi effettivamente produttivi – alla fine porta benefici per tutti, attraverso una maggiore crescita, anche se questi benefici non sono percepiti nell’immediato. Da qui l’impopolarità dei tagli di spesa nel breve termine. E’ necessario adottare una visione di più ampio respiro”.

Io concordo, nel complesso, con quanto scritto da Cottarelli, soprattutto su quello da lui definito quarto ostacolo strategico che, a mio avviso, è decisamente il più importante ed è quello che dovrebbe essere superato prima degli altri.


Referendum, votare sì anche per rafforzare il governo Renzi e per contrastare i sostenitori italiani di Trump

27 novembre 2016

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Ormai lo sanno anche i sassi, il prossimo 4 dicembre gli elettori potranno andare a votare in occasione del referendum costituzionale tramite il quale sarà confermata oppure no la riforma di alcuni articoli della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal Parlamento. Sono diversi i motivi che mi indurranno a votare sì e ad invitare a fare lo stesso i lettori di questo post.

E’ bene precisare, innanzitutto, che sarebbe necessario ed opportuno decidere di votare sì oppure no valutando, esclusivamente, i contenuti della riforma costituzionale.

Non a caso, però, ho utilizzato il condizionale.

Infatti pochi voteranno seguendo quel criterio che, in teoria, sarebbe l’unico da utilizzare.

A parte il fatto che la riforma costituzionale affronta questioni molto complesse e diverse. Si potrebbe essere a favore di alcune modifiche alla Costituzione e contrari ad altre. E per tutti gli elettori è oggettivamente difficile esprimere il proprio voto tenendo in considerazione solo i contenuti della riforma.

E questa situazione si è verificata anche nel 2006, quando si tenne un altro referendum costituzionale, relativo alla riforma proposta dal governo Berlusconi e poi approvata dal Parlamento.

Era inevitabile quindi che il voto assumesse un significato politico ben preciso, poco o nulla attinente ai temi oggetto del referendum. Del resto, come rilevai in un precedente post, anche nel 2006 la gran parte di coloro che votarono no lo fecero per esprimere un giudizio negativo nei confronti del governo Berlusconi e la gran parte di coloro che votarono sì lo fecero per sostenere quel governo.

Un inciso, peraltro: mi trovo d’accordo con quei pochi costituzionalisti i quali hanno rilevato che sarebbe opportuno approvare un ulteriore cambiamento della Costituzione…non prevedendo più la possibilità di sottoporre a referendum le leggi di riforma costituzionale.

Del resto il procedimento di approvazione di una legge di riforma costituzionale è definito “rafforzato” poiché per due volte deve essere approvata da ognuno dei due rami del Parlamento.

Inoltre, anche nel caso del referendum abrogativo, la Costituzione prevede che alcune leggi non possano essere sottoposte a referendum, ad esempio quelle che riguardano il bilancio statale e i trattati internazionali.

Comunque, il notevole e preponderante significato politico dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre si sarebbe verificato ugualmente anche senza la cosiddetta personalizzazione dell’esito del referendum, promossa dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Infatti, gli stessi oppositori del governo Renzi avrebbe interpretato, e stanno interpretando, il no al referendum come una manifestazione di sfiducia nei confronti dell’attuale governo.

Quindi io voterò sì, e invito a farlo per gli stessi motivi coloro che leggeranno questo post, non solo perché ritengo, nel complesso, valida la riforma costituzionale oggetto di referendum, ma anche per almeno altri due motivi.

In primo luogo perché, con la vittoria del sì, sarà oggettivamente rafforzato il governo Renzi.

E tale governo ha ben operato. Certo, poteva e doveva fare di più. Ma, io credo, le luci hanno superato le ombre.

Due soli esempi ma molto importanti, per quanto riguarda i risultati positivi conseguiti dal governo.

Il governo Renzi, diversamente dagli esecutivi che lo hanno preceduto, ha attuato e sta attuando una politica nei confronti degli organi dell’Unione europea decisamente più autonoma, tentando di cambiare radicalmente l’Unione, mettendo fine innanzitutto alla stagione dell’austerità e tentando di rendere l’Unione veramente all’altezza dei notevoli problemi cui si trova di fronte attualmente l’Europa.

Poi, il nostro governo ha adottato, nei confronti dei migranti, una evidente e positiva politica dell’accoglienza, diversamente da altri Paesi, pur aderenti all’Unione europea, che hanno eretto o che vorrebbero erigere dei “muri”, di diversa natura, nei confronti di un fenomeno, quale quello dei flussi migratori, che deve essere affrontato in modo del tutto diverso.

Inoltre, la vittoria del sì determinerebbe, ovviamente, la sconfitta dei partiti che sostengono il no e gran parte di essi non possono che essere definiti populisti, tanto che hanno salutato positivamente la vittoria di Trump, nelle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America.

E la sconfitta di questi partiti, proprio per le loro posizioni populiste e talvolta anche razziste, sarebbe a mio giudizio molto positiva.


Le banche italiane sono in crisi. Strano…

23 novembre 2016

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Sempre più spesso, soprattutto da parte dei mass media, vengono esaminate le difficoltà in cui versano le banche italiane. Quali sono tali difficoltà? Si sono manifestate solo recentemente? Esse hanno un carattere congiunturale oppure strutturale? Come possono essere superate?

I problemi delle banche italiane si sono certamente accentuati in seguito alla crisi economica che è iniziata nel 2008.

Ma tali problemi hanno un’origine più lontana nel tempo e dipendono anche da alcuni caratteri strutturali delle banche del nostro Paese e, soprattutto, del loro operato.

Innanzitutto, è bene ricordare  che tra i problemi più importanti devono essere evidenziati il livello elevato raggiunto dalle cosiddette sofferenze e l’insufficiente redditività che contraddistingue i bilanci di molti istituti di credito.

Certamente, entrambi questi fenomeni sono stati, in parte, determinati dalla crisi economica.

La crisi di molte imprese l’ha costrette a non essere in grado di restituire i prestiti concessi, aumentando così le sofferenze bancarie, cioè i finanziamenti che non vengono più restituiti agli istituti di credito.

La stessa crescita delle sofferenze ha inciso negativamente sulla redditività delle banche, come anche il fatto che i nuovi prestiti concessi, proprio a causa della crisi, sono stati contraddistinti da una dinamica decisamente inferiore rispetto a quella verificatasi negli anni precedenti alla crisi economica ed, infine, il basso livello dei tassi d’interesse, in parte determinato dalle notevoli difficoltà del sistema economico italiano.

Ma nell’analisi delle cause dei principali problemi delle banche italiane non ci si può fermare qui.

Altre considerazioni devono essere formulate, la principale delle quali è rappresentata dalla consapevolezza della cattiva gestione che per anni ha caratterizzato gran parte degli istituti di credito, sia quelli di maggiori dimensioni sia quelli più piccoli, operanti esclusivamente a livello locale.

Ad esempio, nel determinare il livello elevato delle sofferenze ha inciso fortemente la tendenza dei dirigenti delle banche a non tenere sempre nella giusta considerazione, nelle decisioni relative alla concessione di finanziamenti, l’effettiva situazione delle imprese che li richiedevano.

Spesso erano più importanti le relazioni che gli imprenditori o i manager delle aziende stabilivano con i componenti degli organi di gestione delle banche, creando, frequentemente, una situazione di evidente disparità tra i richiedenti i finanziamenti.

Infatti le imprese o le famiglie che non erano in grado di intessere quelle relazioni incontravano invece notevoli difficoltà nell’ottenimento dei finanziamenti necessari.

Per altri, invece, non c’erano problemi.

Inoltre, nel determinare gli attuali bassi livelli di redditività, ha inciso notevolmente l’eccessivo numero dei dipendenti e degli sportelli bancari, che per anni ha contraddistinto molti istituti di credito.

E anche tale fenomeno è stato determinato da una cattiva gestione di una parte molto consistente delle banche italiane.

Pertanto per affrontare realmente quei problemi, e per evitare che si possano manifestarsi di nuovo, in futuro, non si può prescindere dall’attuazione di un radicale miglioramento nelle modalità di gestione delle banche italiane.


La sanità italiana agli ultimi posti in Europa

20 novembre 2016

sanita

E’ stato pubblicato l’annuale rapporto, elaborato da “The European House-Ambrosetti” che misura le “performances” dei sistemi sanitari europei ed anche delle regioni italiane. Considerando 14 Paesi dell’Unione europea, la sanità italiana occupa il terz’ultimo posto.

Nel rapporto si può infatti leggere, tra l’altro:  “L’Italia manifesta un sensibile ritardo dalla media europea sul fronte dell’efficienza e appropriatezza dell’offerta sanitaria e sul fronte della capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute. Sul fronte della qualità dell’offerta sanitaria siamo in linea con l’Europa mentre sul fronte dello stato di salute mostriamo (ancora) una performance migliore della media europea”.

Stato di salute della popolazione, qualità dell’offerta sanitaria e “responsivnesss” del sistema, capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute, efficienza-appropriatezza dell’offerta sanitaria, questi i 4 indicatori del cosiddetto Meridiano Index che valuta i sistemi sanitari dei diversi Paesi europei, un indice che sintetizza i 4 indicatori.

Nella seguente tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nei 14 Paesi dell’Unione europea presi in considerazione:

Svezia 8,4

Olanda 7,2

Finlandia 6,5

Belgio 6,2

Francia 6,2

Regno Unito 5,9

Danimarca  5,9

Spagna 5,8

Ue-14 5,7

Irlanda 5,3

Germania 5,2

Austria 4,9

Italia 4,7

Portogallo 4,7

Grecia 3,5

Tra le regioni italiane primeggia l’Emilia Romagna, seguita dalla Lombardia. Tutte le regioni del Sud sono contraddistinti invece da valori inferiori alla media nazionale.

Nel rapporto si rileva, fra l’altro: “Mettendo in relazione le performances dei sistemi sanitari regionali con il relativo livello di spesa sanitaria, pubblica e privata, emerge una relazione positiva tra le due grandezze: le regioni con le performances migliori (quelle del Nord) sono anche caratterizzate da un livello di spesa maggiore e ricchezza maggiore”.

Nella successiva tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nelle diverse regioni italiane:

Emilia Romagna 7,2

Lombardia 7,0

Trentino Alto Adige 6,9

Toscana 6,7

Piemonte 6,4

Umbria 6,3

Valle d’Aosta 6,3

Veneto 6,2

Marche 6,2

Friuli Venezia Giulia 6,1

Lazio 5,7

Liguria 5,6

Sardegna 5,1

Abruzzo 5,0

Molise 4,7

Basilica 4,7

Puglia 4,6

Sicilia 4,5

Calabria 4,1

Campania 4,0

Da questa tabella risulta che sono, quasi esclusivamente, le regioni meridionali a presentare un valore dell’indice analizzato inferiore al valore medio dei 14 Paesi dell’Unione europea considerati.

Ancora una volta, cioè, si dimostra che è la situazione dei sistemi sanitari delle regioni del Meridione ad essere particolarmente critica, mentre i sistemi sanitari delle regioni del Centro-Nord sono contraddistinti da performances più che accettabili.

Nel rapporto poi si evidenzia come “dal punto di vista dello stato di salute, anche se l’Italia si posiziona ancora tra i primi posti in Europa, si evidenziano alcuni campanelli d’allarme. Nel 2015 per la prima volta in 10 anni è diminuita la speranza di vita alla nascita, il tasso di mortalità è stato il più alto dal dopoguerra ad oggi e, inoltre, continuano a calare gli anni vissuti in buona salute. In aggiunta al fenomeno dell’invecchiamento demografico, oggi l’Italia deve affrontare altre importanti sfide per la salute delle persone”.

“La sfida di gran lunga più importante per i sistemi sanitari e sociali è quella delle patologie croniche – ricorda inoltre il rapporto – che rendono necessaria una specificità di organizzazione e un impegno di risorse molto importanti”.

Altra preoccupazione il calo delle vaccinazioni. “Nel 2015 la copertura nazionale media per le vaccinazioni contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B pertosse e ‘Haemophilus influenzae’ è stata del 93,4%; con un decremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2014 e di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2011. Particolarmente preoccupanti sono i dati di copertura vaccinale per morbillo e rosolia che hanno perso 5 punti percentuali dal 2011 al 2015, passando dal 90,1% all’85,3%”.

Cosa si deve fare quindi, secondo il rapporto?

“A fronte di tutte queste sfide che minacciano la sostenibilità del servizio sanitario nazionale, l’intero sistema di welfare e la capacità di crescita economica, occorre investire di più in sanità.

L’investimento in prevenzione ha un impatto positivo sulla spesa sanitaria: un euro investito in prevenzione genera 2,9 euro di risparmio nella spesa per prestazioni terapeutiche e riabilitative e che l’orizzonte temporale nel quale l’investimento in prevenzione manifesta i suoi impatti sulla spesa per prestazioni curative e riabilitative, in percentuale della spesa sanitaria totale, è di 10 anni.

Ad oggi l’Italia spende in prevenzione 98,4 euro pro capite. Se il nostro Paese investisse quanto la Germania (126,4 Euro) la spesa sanitaria al 2050 sarebbe l’8,9% del Pil con un risparmio di 4 miliardi di Euro l’anno”.


Un “paradosso”, senza il Sud l’economia dell’Italia del Nord come la Germania. E allora?

16 novembre 2016

sud

Sono note le differenze che si riscontrano fra le regioni italiane relativamente alle cosiddette “performances” economiche. Il Sud è contraddistinto, ad esempio, da valori del Pil per abitante decisamente più bassi rispetto al Centro e soprattutto rispetto al Nord. Ma raramente si confrontano i valori del Pil per abitante delle regioni settentrionali con i valori medi che contraddistinguono i Paesi dell’Unione europea più sviluppati. Tale confronto invece è molto interessante: le regioni settentrionali presentano valori di quella variabile non molto diversi dai valori medi dei Paesi europei più sviluppati, economicamente.

Utilizzando i dati forniti dall’Eurostat, per il 2014, relativamente ai valori assunti dal Pil per abitante, ai prezzi correnti di mercato, espressi in euro e calcolati in base alle parità di potere d’acquisto, si può analizzare la seguente tabella:

Italia 26.400

Nord-Ovest 32.200

Nord-Est 31.100

Centro 29.200

Sud 17.500

Isole 17.700

Ue 28 27.500

Belgio 32.500

Danimarca 34.200

Germania 34.500

Spagna 25.000

Francia 29.300

Svezia 33.700

Gran Bretagna 29.900

Olanda 35.900

Esaminando i valori del Pil per abitante, contenuti nella tabella appena riportata, si può rilevare, quindi, che i valori del Nord Italia sono superiori al valore medio dei Paesi dell’Unione europea, sono più elevati rispetto ai valori medi della Francia e della Gran Bretagna e non sono molto più bassi dei valori medi attribuiti a Germania, Svezia e Olanda.

Ed anche il valore che il Pil per abitante assume nel Centro Italia è più alto del valore medio dell’Unione europea.

Come prevedibile, pertanto, a determinare il valore medio dell’Italia non molto alto sono i valori che il Pil per abitante assume nelle regioni meridionali.

Questa la situazione nelle diverse regioni italiane:

Piemonte 27.600

Valle d’Aosta 36.500

Liguria 28.700

Lombardia 34.700

Provincia di Bolzano 39.700

Provincia di Trento 33.700

Veneto 29.800

Friuli 27.800

Emilia-Romagna 32.200

Toscana 28.700

Umbria 24.000

Marche 25.300

Lazio 31.400

Abruzzo 23.100

Molise 20.500

Campania 16.700

Puglia 17.200

Basilicata 19.000

Calabria 16.100

Sicilia 17.000

Sardegna 19.900

E allora?

Come in passato alcuni leghisti proponevano, allontanare dal resto dell’Italia le regioni meridionali, ipotizzando una secessione?

Assolutamente no.

Essere però consapevoli che l’insufficiente processo di sviluppo economico, in Italia, interessa prevalentemente, se non esclusivamente, le regioni meridionali, sì.

E, di conseguenza, essere consapevoli che se non si attuerà una politica da parte del governo, ma anche da parte degli operatori economici privati, davvero efficace, rivolta a promuovere lo sviluppo economico del Sud, i problemi economici del nostro Paese non saranno mai risolti, fino in fondo.

E le stesse considerazioni possono essere formulate se si analizzano i dati del mercato del lavoro e in primo luogo i valori assunti dal tasso di disoccupazione e tasso di occupazione.


La cacciata di Bitonci, un bene per Padova e per l’Italia

13 novembre 2016

padova

Il leghista Bitonci non è più sindaco di Padova. E’ stato sfiduciato dal notaio, come avvenuto nel caso di Ignazio Marino, da 17 consiglieri comunali, del Pd, del movimento 5 stelle e da due consiglieri di Forza Italia. Che la cacciata di Bitonci sia un bene per la città di Padova mi sembra piuttosto evidente, ma potrebbe assumere una notevole importanza anche a livello nazionale.

Finalmente, quindi.

Innanzitutto perché il fatto che Bitonci non sia più sindaco di Padova non può che essere valutato positivamente per le sorti della città di Sant’Antonio.

I suoi provvedimenti, soprattutto quelli decisamente razzisti, hanno danneggiato, considerevolmente l’immagine di Padova, in Italia.

Bitonci ha infatti cavalcato l’onda della paura nei confronti del diverso, del migrante in primo luogo, per acquisire facili consensi.

Ma il suo operato, anche per quanto riguarda altri aspetti della sua azione amministrativa, ha suscitato invece una progressiva diffusione di atteggiamenti critici, all’interno del Consiglio comunale e all’esterno, fra i cittadini.

Del resto Bitonci è stato costretto a dimissionare ben tre assessori, dimostrazione questa che le sue attività non erano condivise nemmeno da tutti i componenti della Giunta municipale.

Le critiche si sono manifestate anche in Consiglio comunale, di qui la decisione di due consiglieri di Forza Italia di dimissionarlo.

Ma le critiche si sono estese, ugualmente, fra i cittadini di Padova ed, inoltre, fra i numerosi studenti universitari che frequentano l’Ateneo padovano.

Per la verità Bitonci ha  subito affermato che intende ricandidarsi, dopo il periodo del commissariamento che precederà le nuove elezioni comunali.

Per il momento però è stato cacciato, ed è possibile quindi che il nuovo sindaco non sia leghista e che, soprattutto, sappia davvero in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini padovani.

Ma la cacciata di Bitonci, del resto l’ormai ex sindaco di Padova era uno stretto collaboratore del leader leghista, Matteo Salvini, potrebbe essere un bene per il centro destra italiano e quindi, io credo, per l’Italia.

Infatti la cacciata di Bitonci è anche la dimostrazione che i leghisti alla Salvini, il quale sempre di più assume posizioni politiche definibili lepeniste, non sanno amministrare le città e non saprebbero nemmeno governare l’Italia.

E può, inoltre, avvalorare la tesi di quanti, nel centro destra, sostengono che una guida di questo schieramento politico da parte di un leghista come Salvini potrebbe, innanzitutto, portare ad una sonora sconfitta il centro destra, alle prossime elezioni politiche, in quanto non rappresenterebbe una valida alternativa di governo rispetto sia al centro sinistra che al movimento 5 stelle.

Ed io, pur non appartenendo al centro destra, assolutamente no, ritengo che, comunque, se nel sistema politico italiano i soggetti politici più importanti che si confrontano non sono in grado di governare il nostro Paese, ciò rende quel sistema politico inadeguato.

Mentre un sistema politico all’altezza delle necessità, rappresenta una condizione indispensabile affinchè, qualunque sia lo schieramento politico vincente, l’Italia sia ben governata, in modo tale che siano affrontati, nel modo migliore, i notevoli problemi che la caratterizzano.


Giovani e lavoro, in Italia ultimi in Europa

9 novembre 2016

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I giovani italiani hanno notevoli difficoltà nella ricerca di un lavoro. E non è certo una novità, purtroppo. Ma, se si considerano 15 Paesi europei, si può rilevare che tali difficoltà in Italia sono considerevolmente maggiori rispetto  a quelle che si verificano in molti altri Paesi. Questa è la principale conclusione di una ricerca promossa dalla fondazione Leone Moressa.

Nella ricerca in questione i Paesi presi in esame sono appunto 15: Italia, Grecia, Spagna, Irlanda, Francia, Belgio, Portogallo, Regno Unito, Finlandia, Danimarca, Austria, Germania, Svezia, Olanda e Lussemburgo. Si tratta cioè dei Paesi dell’Europa occidentale.

Innanzitutto, i cosiddetti Neet, cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni, che non studiano né lavorano, sono in Italia il 24,5% del totale di coloro che sono ricompresi in quella fascia di età. Tale percentuale è la più elevata rispetto a quelle che si verificano nei Paesi considerati (il valore medio percentuale è pari al 13,5%).

Non finisce qui. Infatti il tasso di disoccupazione, considerando i giovani tra i 20 e i 24 anni, è in Italia pari al 37,2% (un tasso più elevato si riscontra solo in Grecia e in Spagna) e il tasso medio è pari al 18,6%.

Del resto, in Italia, il tasso di occupazione, sempre considerando quella fascia di età, è in Italia molto basso, il 27,0% (solo in Grecia è più basso), decisamente inferiore rispetto al tasso medio, pari al 52,1%.

Un altro dato è molto preoccupante: nel nostro Paese la percentuale di laureati, tra quanti hanno un’età ricompresa tra i 30 e i 34 anni, è pari al 27,9%, decisamente la più bassa, notevolmente inferiore al dato medio (40,2%).

I dati forniti dalla fondazione Moressa rappresentano quindi l’ulteriore dimostrazione dei notevoli problemi cui si trovano di fronte i giovani italiani nella ricerca di un’occupazione.

Non stupiscono certamente questi dati.

Infatti, da tempo, è del tutto insufficiente, in Italia, una politica del lavoro tendente ad accrescere considerevolmente le opportunità occupazionali per i giovani.

Per la verità, è necessario aggiungere che i problemi occupazionali dei giovani non sono uguali, in tutte le regioni. E’ noto, ma è bene ribadirlo, che essi sono molto più consistenti nelle regioni meridionali e, pertanto, sono dovuti, principalmente anche se non esclusivamente, alle difficoltà economiche che caratterizzano il Sud.

Ma queste ultime difficoltà, anch’esse, non stupiscono, se si considera che, da troppi anni ormai, sono del tutto insufficienti le politiche rivolte a favorire lo sviluppo economico delle regioni meridionali.

Un’ultima notazione: da più parti, frequentemente, si rileva l’importanza di un sistema formativo migliore, per intensificare il processo di sviluppo economico dell’intero Paese, e poi, però, continuano a verificarsi dei dati, assolutamente negativi, quali la percentuale molto bassa dei laureati, che contraddistingue, per la verità, non solo i giovani ma l’intera popolazione.