Sette donne su dieci subiscono violenze

27 novembre 2013

Secondo alcuni dati forniti dall’Onu sette donne su dieci subiscono nel mondo violenze nel corso della propria vita. In Italia sette milioni. Secondo altri dati, resi pubblici dall’Organizzazione mondiale della sanità il 25% delle donne europee subisce una violenza da parte del partner e il 5% da persone che non sono i loro partner.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it viene esaminato il problema delle violenze subìte dalle donne.

“In Italia quasi sette milioni di donne dai 16 ai 70 anni hanno subìto una violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita; circa 2 milioni hanno subito comportamenti persecutori (stalking) e il 14,3% almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia.

A livello mondiale, invece, secondo quanto riportato dall’Onu, sette donne su dieci subiscono nel mondo violenza nel corso della loro vita, ma cosa ancor più grave è che 600 milioni di donne vivono in paesi che non considerano reato questa violenza.

Nel corso della propria vita il 25,4% delle donne europee subisce una violenza fisica o sessuale da parte del partner, e il 5,2% violenze sessuali da aggressori che non sono i loro compagni. E’ quanto emerge dal rapporto ‘Stime globali e regionali della violenza contro donne’, redatto dall’Organizzazione mondiale della sanità’ e presentato a Vienna il 25 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Tornando all’Italia: nei primi mesi del 2013 sono state uccise già 81 donne. Un dato allarmante che però non rientra nella categoria delle emergenze, perché le cifre sono più o meno le stesse ogni anno.

L’occasione per accendere i riflettori su questo dramma sociale è stata appunto la ‘Giornata mondiale contro la violenza sulle donne’, giorno in cui anche la Cgil ha messo in campo le proprie forze con una serie di mobilitazioni in tutta Italia.

Nella Capitale triplo appuntamento per la confederazione sindacale : Casa del Cinema in mattinata (‘Contro la violenza sulle donne, segnale dentro e fuori lo schermo’, Corso d’Italia nel primo pomeriggio, Palazzo Montecitorio alle 17.

A Catanzaro manifestazione in piazza della Prefettura ore 17. A Bologna il sindacato ha promosso lo sciopero delle donne e assemblee e ha aderito alla manifestazione cittadina in piazza XX settembre alle 17.30.

A Taranto nella sede sindacale di via Dionisio il video-appello diretto a datori di lavoro pubblici e privati interpretato da donne del sindacato e delegate. 

‘I luoghi di lavoro non sono estranei alle molestie sulle donne, ma il tema più importante è che le denunce aumentano e che le donne vedono che c’è una rete’. Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, nel corso dell’incontro a Roma, aggiungendo che il dato di queste denunce rispetto ai casi di molestie è ancora troppo basso. ‘Vorrei che le nostre controparti – ha aggiunto Camusso – applicassero le normative europee’.

Il tema fondamentale, secondo Camusso, è che gli uomini non sanno interrogarsi e mettersi in discussione.

Secondo il segretario generale della Cgil, è arrivato il momento di ‘far cambiare l’altra parte del mondo’. E’ arrivato il momento di un ‘percorso di liberazione degli uomini’ dopo quello compiuto dalle donne; purtroppo, però, il linguaggio, la comunicazione, i messaggi dei mass media sono ancora spesso improntati al maschilismo.

Camusso ha fatto l’esempio della vicenda delle adolescenti che si prostituivano a Roma: ‘Ci sono voluti cinque giorni perché si realizzasse che c’erano dei clienti, di loro non si discute mai’.

Anche nella politica, ha notato: ‘Sono in gara solo uomini e la politica attuata dal governo è stata finora solo securitaria. Con la legge sul femminicidio si è data attenzione alla repressione, ma molto meno attenzione alla prevenzione e alle risposte da dare alle donne che restano sole, spesso senza una casa e un lavoro: lo Stato non risponde alle domande vere. Ad una donna non basta sapere che c’è un processo, ma deve sapere che può ricostruire la sua vita…’”.

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Dieci nuove leggi per gli animali

25 novembre 2013

In una petizione promossa della Federazione italiana delle associazioni diritti animali e ambiente (Leidaa), sottoscritta da 100.000 cittadini, si propone di approvare dieci nuove leggi a favore degli animali.

In un articolo di Alessandro Graziadei, pubblicato su www.unimondo.org, viene analizzato il contenuto di queste leggi.

“Niente di nuovo sul fronte dei diritti animali?

Oltre a salutare lo scorso 17 novembre il Nobel per la letteratura Doris Lessing, che agli animali ed in particolari ai gatti ha dedicato pagine indimenticabili, ‘Darei il mio cuore per una lacrima di gatto’ diceva parafrasando Kipling, qualcosa di nuovo in verità c’è.

Dieci nuove leggi dalla parte degli animali del Belpaese, infatti, stanno alla base della petizione lanciata della Federazione italiane delle associazioni diritti animali e ambiente (Leidaa), sottoscritta in meno di tre mesi e mezzo da oltre centomila cittadini e consegnata lo scorso 8 novembre, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione, al Presidente del Senato Pietro Grasso da Gianluca Felicetti presidente della Lega anti vivisezione (Lav), Carla Rocchi presidente dell’Ente nazionale protezione animali (Enpa), Piera Rosati presidente della Lega difesa del cane, Massimo Comparotto presidente dell’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) assieme ai rappresentanti di Leidaa ed Essere animali.

La precedente legislatura ha raggiunto alcuni importanti risultati per il mondo animalista: dal diritto al soccorso stradale per gli animali al riconoscimento del loro diritto di vivere nei condomini, fino all’istituzione del reato di traffico di cuccioli.

Ora tocca al governo in carica, che  ha già fatto due primi importanti passi introducendo l’articolo 13 della legge europea (ribattezzato il salva animali) che ‘restringe’ la vivisezione e incentiva il ricorso ai metodi sostituivi di ricerca e impegnandosi ad azzerare in cinque anni i contributi pubblici ai circhi con gli animali destinandoli alla riconversione degli spettacolo.

Ma si può fare di più.

‘Chiediamo ora al Parlamento con questo decalogo di proseguire su questa strada – ha spiegato l’Enpa – e di impegnarsi concretamente per realizzare quel cambiamento che sempre più cittadini auspicano, per una reale tutela degli animali e dei loro diritti proprio a partire delle nuove dieci leggi per fermare sfruttamento e violenze sugli animali che le associazioni rivolgono a tutti i deputati e i senatori’.

Per gli animalisti, infatti, è ora necessario pensare ad un  riconoscimento nella Costituzione del principio della tutela dell’ambiente e del valore del rispetto degli animali, alla modifica del codice civile che riconosca gli animali come esseri senzienti, al rafforzamento nel codice penale  dei reati a danno degli animali, allo stop alla vivisezione e il sostegno ai metodi sostitutivi di ricerca, al contrasto dell’abbandono e del randagismo anche attraverso misure per facilitare la vita con gli animali domestici, alla disincentivazione degli allevamenti e l’obbligo di stordimento prima della macellazione, alla promozione di scelte alimentari senza prodotti di origine animale, al rafforzamento della protezione degli animali selvatici in natura con aree protette sempre più grandi e lo stop alla caccia, al divieto di allevamento di animali per pellicce e l’uso di animali per feste e palii e infine alla trasformazione di zoo, acquari e delfinari in centri di recupero degli animali sequestrati e maltrattati oltre al già promesso divieto d’uso degli animali nei circhi attraverso il sostegno agli spettacoli circensi umani.

In occasione dell’incontro a palazzo Madama ‘Il presidente del Senato ha espresso il suo apprezzamento per l’attività del volontariato animalista – hanno riferito i rappresentanti delle associazioni – e ci ha assicurato il suo impegno per l’iter legislativo delle 10 proposte. Ha altresì auspicato maggiori controlli sul territorio in applicazione delle leggi già esistenti a tutela degli animali, in particolare contro i canili-lager’…”.


La disoccupazione fa invecchiare prima

24 novembre 2013

Due studi scientifici sul Dna dimostrano il legame che esiste tra difficoltà occupazionali e invecchiamento precoce, con il declino delle capacità cognitive. In un articolo pubblicato su www.rassegna.it si esaminano i principali risultati di questi studi.

“La generazione della crisi rischia di invecchiare prima e di invecchiare peggio. Colpa della disoccupazione, del lavoro insicuro, precario e sottopagato, che secondo recenti studi scientifici, oltre a stress e depressione, causa anche un deperimento a livello del Dna e quindi un invecchiamento precoce.

Gli studi sul fenomeno sono due, uno pubblicato sulla rivista PlosOne da esperti dell’Imperial College di Londra e dell’Università di Oulu in Finlandia, e l’altro sul Journal of Epidemiology and Community Health da esperti dell’Università del Lussemburgo.

Il primo è basato su un campione di 5.600 individui il cui livello di invecchiamento è stato misurato attraverso un prelievo di sangue e lo studio del Dna. Gli esperti hanno incrociato i dati su un eventuale periodo di disoccupazione vissuto dai partecipanti con quelli sulla lunghezza del Dna dei ‘telomeri’ (i cappucci protettivi dei cromosomi) che quando si accorciano sono un segno di invecchiamento.

Lo studio, finanziato dal Wellcome Trust, ha scoperto che gli uomini che erano stati disoccupati per più di due dei tre anni precedenti avevano più del doppio delle probabilità di avere telomeri corti rispetto agli uomini con un lavoro regolare e continuativo. Il dato si è rivelato vero solo per i maschi, probabilmente per il basso tasso di occupazione delle donne coinvolte nello studio.

Leena Ala-Mursula, una delle autrici, commenta: ‘Molte ricerche hanno collegato fino a oggi la disoccupazione a lungo termine con la salute. Questa è la prima a mostrare un effetto a livello cellulare e a sollevare preoccupazioni sugli effetti a lungo termine della disoccupazione in età adulta. Mantenere il posto di lavoro dovrebbe essere una parte essenziale delle strategie di promozione della salute in generale’.

Nell’altra ricerca, su 12.000 persone da 11 paesi, è emerso che coloro che avevano fatto esperienza di un periodo di recessione nel proprio paese quando erano giovani o adulti di mezza età (gli anni in cui si è professionalmente attivi) mostravano un maggior declino cognitivo tra 50-74 anni rispetto ai coetanei che non avevano vissuto il buio della recessione, segno che i timori per un’economia fragile, per possibili problemi occupazionali gravano sulla salute psicofisica delle persone”.


La sanità, la mangiatoia

20 novembre 2013

“Perché la sanità è diventata il più grande affare d’Italia”: è il sottotitolo di un libro di Michele Bocci e Fabio Tonacci. I due cronisti de “La Repubblica” analizzano, soprattutto, i modi in cui la spesa pubblica per la sanità diventa anche lo strumento che consente a molti di fare lucrosi affari, mettendo in secondo piano l’obiettivo che dovrebbe essere il principale, e cioè la tutela della salute dei cittadini.

In un articolo pubblicato su www.huffingtonpost.it viene recensito il libro in esame.

La terza industria del paese vale 114 miliardi di euro. Ma non c’è da stare allegri: è la spesa pubblica per la sanità del 2012, cioè un fiume carsico di denaro che quando arriva al cittadino si è ormai ridotto a un rivolo.

Perché prima, c’è da farci su degli affari. In tanti. Fra primari, direttori generali, imprenditori di case farmaceutiche e fabbricanti di protesi, proprietari di cliniche e – va da sé – politici. Anzi, tecnicamente c’è da ‘mangiarci’: ‘La mangiatoia’, il libro inchiesta dei due cronisti di Repubblica Michele Bocci e Fabio Tonacci (Mondadori, 167 pagine), infatti non è solo un titolo, quanto una diagnosi.

Fra le sue pagine si assiste alla ricostruzione (documentata) di un sistema sanitario che in dodici anni – dagli altari del secondo posto in classifica per l’Organizzazione mondiale della sanità – si è ridotto a ‘nuocere (a volte gravemente) alla salute’. Tanto che nei due poliambulatori italiani di Emergency – associazione umanitaria nata per fornire soccorso nei paesi di guerra – due pazienti su dieci fra quelli che bussano per avere cure gratuite sono nostri concittadini.

Non è con pessimismo, ma conti alla mano – fra Asl e aziende ospedaliere ‘oggi quasi tutte con i bilanci in passivo o a rischio di andarci’ – che i due cronisti prospettano al nostro sistema sanitario il rischio di fare la fine di uno di quei pazienti che tradisce. Cioè una brutta fine. Come quella di una donna che nel momento del parto è finita in mano a due giovani non ancora specialisti, il cui figlio è nato con problemi neurologici. Perché? Perché nonostante il grosso giro d’affari della sanità, le aziende ospedaliere finiscono per reggersi sul lavoro sottopagato degli specializzandi.

L’inchiesta di Bocci e Tonacci, tuttavia, non è la solita dolente constatazione della malasanità che ci affligge: è soprattutto uno spaccato sul mondo degli affari che le gira intorno.

Un business in nome del quale i ‘grandi fratelli’ dell’industria farmaceutica italiana non si fanno scrupolo di catalogare i medici di base a seconda della funzione che possono svolgere, ingranaggi nella macchina per fare denaro. Glielo confessa una fonte interna, anonima di necessità: ‘Volete sapere come facciamo a convincere i medici di base a prescrivere ai pazienti le nostre medicine? Li schediamo. Li studiamo, li classifichiamo a seconda dei loro caratteri e dell’influenza che hanno sui colleghi. E poi agiamo di conseguenza’.

Saltano fuori diversi ‘ruoli’, che sembrano usciti da un testo universitario di sociologia dell’organizzazione aziendale. ‘In effetti non c’è da stupirsi dalla portata dell’analisi che c’è dietro a questa loro classificazione – commentano all’HuffPost i due autori – del resto ci sono menti raffinatissime all’opera’.

Si parte dai cosiddetti ‘influenzatori’, cioè ‘quelli bravi a parlare in pubblico (…) ascoltati da tutti. Per i nostri rappresentanti è importantissimo (…) diventare loro amici. Convincerli della bontà dei nostri prodotti. Una volta che li agganciamo, funzionano meglio che tante pubblicità’.

Sotto di loro, ovviamente, gli influenzabili, ‘quelli che seguono le tendenze imposte dai primi. Sono i più numerosi, ci interessano meno’.

Infine, la categoria ‘geek’, tipo quelli che fanno la fila per avere l’ultimo telefonino: ‘Gli early adopters sono quelli attratti dalle novità, dalle molecole innovative, dai marchingegni tecnologici. Basta dire loro che abbiamo un prodotto di ultima generazione che automaticamente lo prescriveranno ai loro pazienti’.

Ma come fai a capire chi è chi, in questo gioco da entomologi? ‘Ci vuole un po’ di tempo – confessa il grande fratello – ma abbiamo personale dedicato a questo’”.


Italiani a pane e acqua

18 novembre 2013

Secondo uno studio di Unioncamere gli italiani, negli ultimi anni, hanno risparmiato anche sul cibo, a causa della crisi economica. Nel 2013 la spesa alimentare dovrebbe ritornare ai livelli degli anni ‘60. Questa spesa si è ridotta di oltre 2 miliardi all’anno.

In un articolo pubblicato su www.lettera43.it vengono esaminati i principali risultati di questo studio.

“Nel 2013 la spesa alimentare dovrebbe tornare ai livelli degli anni ‘60, mentre nel 2014 è attesa una stabilizzazione dei consumi. L’associazione si attende, dopo un periodo di bassa inflazione, una ripresa dei prezzi di circa mezzo punto nei prossimi 6-9 mesi a causa dell’aumento dell’Iva.

Sei anni di crisi, secondo l’indagine dell’Indis, istituto dell’Unioncamere specializzato nella distribuzione dei servizi., hanno cambiato le abitudini di consumo, rendendo gli italiani più cauti nella spesa e più attenti agli sprechi.

Ora, un italiano su due compra solo l’essenziale, acquista facendo ricorso a promozioni e offerte, riscoprendo il valore della cucina domestica e delle attività amatoriali di coltivazione e cura del verde.

Uno su tre ha addirittura ridotto le quantità, cioè compra semplicemente di meno. L’insieme di queste strategie di risparmio permette alle famiglie italiane di ridurre la spesa alimentare di oltre 2 miliardi all’anno, e in pratica di sterilizzare completamente l’aumento dei prezzi alimentari.

L’inflazione comunque, secondo lo studio, anche nel 2014 dovrebbe mantenersi sotto il punto e mezzo percentuale: ‘La crisi’, ha commentato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ‘ha indotto tante famiglie italiane a industriarsi in mille modi per ridurre il costo della spesa e far quadrare i bilanci a fine mese. Sarebbe auspicabile ora individuare strumenti in grado di sostenere i redditi per non alimentare una spirale deflattiva’.

Dall’inizio della crisi, le famiglie hanno messo in campo una serie di accorgimenti alla ricerca del risparmio: dal nomadismo commerciale e la caccia alle promozioni fino allo spostamento verso i prodotti a marchio dei distributori. Ma nell’ultima fase, a queste azioni si sono aggiunte la lotta agli sprechi alimentari e la rinuncia ai prodotti non strettamente necessari.

Sono stati penalizzati i prodotti non fondamentali come i dolci e le merendine, sostituite, secondo la ricerca, da prodotti fatti in casa. Battuta d’arresto nelle vendite è stata registrata dalle bevande gassate e in particolare le cole, ma anche per il vino e l’olio di oliva.

Sono diminuiti i pasti extra-domestici (-2,5%), mentre si è ridotta la produzione pro-capite (passata dai circa 550 chilogrammi del 2006 ai 502 del 2012).

E con la crisi è crollato al minimo storico anche l’acquisto del pane.

Nel 2013 il 42% degli italiani ha ridotto le quantità acquistate. Secondo un’analisi di Coldiretti-Ixè, è cambiata la frequenza degli acquisti, con solo il 37% degli italiani che si reca tutti i giorni dal fornaio, mentre il 16% vi si reca una volta ogni due giorni, il 22% due volte a settimana e l’11% appena una volta a settimana. Il consumo del pane è sceso così ‘al minimo storico dall’Unità d’Italia’, ha sottolineato ancora Coldiretti.

Inoltre, circa 7,4 milioni di italiani (14,6% della popolazione maggiorenne) sono impegnati in attività amatoriali di coltivazione e cura del verde (oltre il 17% di questi hanno iniziato negli ultimi cinque anni, proprio in coincidenza con l’avvio della crisi economica)”.


Disabilità e povertà

17 novembre 2013

Alcuni giorni fa, il suicidio di un uomo disabile a Firenze: tante le vicende che, come la sua, arrivano su Facebook, ma non nei rapporti ufficiali sulla povertà. Secondo l’Anffas (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità) l’Istat non considera la disabilità un fattore di povertà, invece c’è una forte correlazione.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it si esamina il legame tra disabilità e povertà.

“Disoccupazione, disabilità, estrema povertà: tre condizioni che, insieme, rischiano di diventare insostenibili. Come è accaduto, a quanto pare, nel caso di Claudio Corso, l’uomo che si è tolto la vita a Firenze. 

Come lui, però, sono molte le persone disabili che, a partire dai social network ma non solo, lanciano appelli e chiedono aiuto ad amici reali o virtuali, denunciando la propria condizione di crescente difficoltà economica.

Sì, perché la disabilità costa e, quindi, può impoverire.

Da un lato, per l’insufficienza delle pensioni e delle indennità, che peraltro puntualmente sono minacciati di ulteriori riduzioni da parte delle varie Finanziarie; dall’altro, per il bisogno assistenziale, che nella maggior parte dei casi è colmato soprattutto dalla rete familiare, con alti costi economici (rinuncia totale o parziale al lavoro) e sociali (fatica, stress e, in alcuni casi, malattia).

A questo si aggiungono le spese ‘vive’ che la disabilità comporta (corrente elettrica e gas, che costano più quando il familiare disabile trascorre molte ore a casa; farmaci; ausili ecc.) e le difficoltà dell’inserimento lavorativo, i cui obblighi di legge (n. 68/99) restano in buona parte inevasi.

Non stupisce dunque che possa esistere una stretta correlazione tra povertà e disabilità: in altre parole, il rischio di impoverimento di una famiglia aumenta quando uno dei componenti ha una disabilità.

Eppure, questa correlazione non è ‘ufficiale’, perché la disabilità non è inclusa nel principale strumento di rilevazione della povertà in Italia: il rapporto Istat. 

Una situazione, questa, che le associazioni da tempo denunciano: il rapporto, ha affermato il presidente dell’Anffas Roberto Speziale ‘restituisce una fotografia della situazione di povertà, assoluta e relativa, delle famiglie italiane, tenendo in considerazione una serie di fattori: luogo di residenza, numero di componenti, presenza di figli minori, occupazione e titolo di studio.

Peccato che nella fotografia ci siano dei grandi assenti: le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie. Le persone con disabilità  – denuncia ancora Speziale – continuano ad essere escluse e non considerate, nelle loro specificità, in statistiche la cui importanza, soprattutto in tempi di crisi, è evidente a tutti.

E ciò nonostante la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità , ratificata dall’Italia con L. 18/09, imponga chiaramente al nostro Paese (in particolare all’art. 31) di realizzare indagini, statistiche e ricerche che permettano di formulare ed attuare politiche per la concreta applicazione della convenzione stessa.

Inoltre – prosegue il presidente – i seppur pochi dati a disposizione in materia (si pensi ad esempio al rapporto Osservasalute 2010 ) indicano che le famiglie al cui interno sono presenti componenti con disabilità sono più esposte di altre al rischio povertà e che esiste un consistente gap economico tra queste e tutte le altre.

Eppure, nel nostro Paese, le persone con disabilità e le loro famiglie continuano ad essere ignorate e ciò comporta un grave danno per il rispetto dei loro diritti umani e per la realizzazione di adeguate politiche. Auspichiamo – conclude Speziale – che il nostro Paese voglia finalmente mettere in campo seri strumenti di rilevazione in tal senso , anche in linea con il piano nazionale sulla disabilità che, all’atto della ratifica della convenzione Onu, si è impegnato ad emanare’. 

Dall’Istat, per il momento, nessun riscontro alla richiesta dell’Anffas.

Continuano invece a raccontarsi, sui social network, le storie di chi questa correlazione tra disabilità e povertà la vive sulla propria pelle.

L’ultimo, ieri, è stato Pietro S.: ‘Sono disabile dalla nascita, ho sempre avuto una vita più che normale, da 10 anni sono felicemente sposato con una donna disabile. Lavoro da quasi 25 anni, sono un analista programmatore, da 6 anni lavoravo da casa grazie ai dirigenti dell’azienda, una multinazionale americana, che me l’hanno permesso. Ho sempre preteso di lavorare, non ho mai dato o avuto problemi sul lavoro, ho un bel rapporto con tutti anche di amicizia con qualche collega.

Da un anno l’azienda è stata venduta a un gruppo italiano e vista la crisi, sono iniziati i miei problemi: dapprima professionalmente ignorato, poi sbattuto in cassa integrazione a 800 euro al mese. Non ci paghiamo nemmeno il mutuo: mia moglie disoccupata, prende la pensione e l’accompagno, cioè l’elemosina di stato. E i sindacati boh. Faccio parte delle categorie ‘protette’. Ma protette da cosa? Mi chiedo i nostri governanti ci pensano, o forse sperano che quelli come noi si ammazzino, per farli risparmiare?’”.


Gli stranieri sono 5 milioni

13 novembre 2013

Secondo le stime del dossier statistico immigrazione 2013, gli stranieri residenti in Italia sono 5.186.000, un numero più elevato di quello censito dall’Istat, circa 4.400.000. Il motivo principale della differenza è rappresentato dal fatto che nel dossier, nel quale sono contenute molte altre informazioni, sono conteggiati anche  gli stranieri non iscritti alle anagrafi comunali.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it viene analizzato il dossier in questione.

“Il dossier è stato presentato a Roma alla presenza del ministro per l’Integrazione Kyenge, e per la prima volta quest’anno non porta le ‘firme’ della fondazione Migrantes e di Caritas Italiana. Quest’anno il testo nasce dalla collaborazione tra il centro studi Idos (che ha sempre redatto il
dossier) e l’ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio (Unar).

Le stime del Dossier superano, e di parecchio, i dati dell’Istituto di statistica, che quantifica in 4.387.721, nel 2012, gli stranieri residenti nel nostro Paese. Il motivo della differenza risiede perlopiù nel fatto che il dossier statistico, a differenza dell’Istat, tiene conto anche degli stranieri
non iscritti all’anagrafe.

La crisi, si sottolinea nel dossier, ha rallentato ma non ha fermato l’aumento degli immigrati: dal 2007 a fine 2012 si è passati da quasi 4 milioni ai 5,2 milioni attuali, non solo per l’ingresso di nuovi lavoratori ma anche per via dei nati in Italia e dei ricongiungimenti familiari. L’aumento nel 2012, però, è stato particolarmente contenuto: +8,2% tra i residenti e +3,5% tra gli stranieri non comunitari.

Tra le provenienze prevale l’Europa (50,3%), seguita dall’Africa (22,2%), dall’Asia (19,4%), dall’America (8%) e dall’Oceania (0,1%). La comunità più numerosa è quella romena, con circa un milione di immigrati secondo le stime del dossier.

Rilevante il numero dei bambini stranieri nati in Italia nel 2012, quasi 80.000, ai quali si affiancano i quasi 27.000 figli di coppie miste. Nel complesso, tra nati in Italia e ricongiunti, i minori non comunitari sono più di 900.000 e quelli comunitari almeno 250.000. Per i ricongiungimenti familiari sono stati rilasciati nel 2012 81.322 visti, poco meno dell’anno precedente (83.493).

Continuano a crescere, tra i non comunitari, i soggiornanti di lungo periodo, autorizzati cioè a una permanenza a tempo indeterminato: oltre due milioni di persone, pari al 54,3% del totale (8% in più rispetto al 2010), una quota che raggiunge i due terzi per diverse collettività (Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Albania, Tunisia, Marocco e Senegal) e non arriva al 40% per altre (come ad esempio la Moldavia).

Risultano in crescita anche i flussi di ritorno, per necessità più che per scelta, come effetto della crisi e delle ridotte capacità occupazionali italiane. Complessivamente, nel 2012 i permessi di soggiorno scaduti senza essere rinnovati sono stati 180.000, di cui ben oltre la metà rilasciati per
lavoro e per famiglia: un numero consistente, ma diminuito rispetto al 2011.

La disoccupazione tra gli stranieri regolarmente presenti in Italia è non solo aumentata ma è di lungo periodo. In oltre la metà delle famiglie straniere (62,8%) è occupato un solo componente, mentre è del 13,0% la quota di quelle in cui non è presente alcun occupato (erano l’11,5% nel 2011).

Nel dossier, però, si conferma l’aumento dell’occupazione immigrata in termini assoluti (2,3 milioni di occupati) e di incidenza percentuale sull’occupazione complessiva (almeno 10%), con una crescente concentrazione nel terziario (62,1%).

E si conferma, inoltre, che nonostante questa crescita il tasso di disoccupazione degli stranieri è aumentato di due punti percentuali nell’ultimo anno (14,1%), superando di 4 punti quello degli italiani, e il tasso di occupazione (60,6%), pur rimanendo più alto rispetto a quello calcolato tra gli
italiani (56,4%), è anch’esso diminuito di quasi 2 punti.

Quanto alle imprese degli stranieri, sono 477.519, il 7,8% del totale nazionale, con un aumento annuale del 5,4%, nonostante il maggior costo degli interessi sui prestiti che si trovano a fronteggiare. Si tratta di imprese che producono un valore aggiunto stimato in 7 miliardi di euro, che meriterebbe un maggiore supporto”.