Con aumento Iva famiglie meno abbienti più penalizzate

31 agosto 2013

Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre, se dovesse aumentare l’Iva dal 21 al 22%, come possibile – anche se il governo sostiene che riuscirà ad evitare l’aumento -, sarebbero colpiti in misura maggiore coloro che ricevono le retribuzioni più basse, e in modo particolare i nuclei familiari più numerosi.

In un comunicato si spiega perché avverrebbe questa penalizzazione dei meno abbienti.

“In termini assoluti saranno i percettori di redditi elevati a subire l’aggravio di imposta più pesante. Infatti, ad una maggiore disponibilità economica si accompagna una più elevata capacità di spesa.

La situazione si trasforma completamente se si confronta, come ha fatto l’ufficio studi della Cgia l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva sullo stipendio netto annuo di un capo famiglia.

Ebbene, l’eventuale aumento dell’imposta peserà maggiormente sulle retribuzioni più basse e meno su quelle più elevate. A parità di reddito, inoltre, i nuclei famigliari più numerosi subiranno gli aggravi maggiori.

‘Bisogna assolutamente trovare la copertura per evitare questo aumento – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – non si possono penalizzare le famiglie ed in particolar modo quelle più in difficoltà. Nel 2012 la propensione al risparmio è scesa ai minimi storici. Se dal primo ottobre l’aliquota ordinaria del 21% salirà di un punto, subiremo un ulteriore contrazione dei consumi che peggiorerà ulteriormente il quadro economico generale. E’ vero che l’incremento dell’Iva costa 4,2 miliardi di euro all’anno, ma questi soldi vanno assolutamente trovati per non fiaccare la disponibilità economica delle famiglie e per non penalizzare ulteriormente la domanda interna’.

Le simulazioni realizzate dalla Cgia riguardano tre tipologie famigliari (single, lavoratore dipendente con moglie e un figlio a carico, lavoratore dipendente con moglie e 2 figli a carico).

Per ciascun nucleo sono stati presi in esame 7 fasce retributive: in relazione alla spesa media risultante dall’indagine Istat sui consumi delle famiglie italiane, su ognuna è stato misurato l’aggravio di imposta in termini assoluti e l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva su ogni livello retributivo.

In queste simulazioni si sono tenute in considerazione le detrazioni e gli assegni familiari per i figli a carico, le aliquote Irpef e le addizionali regionali e comunali medie nazionali.

A seguito dell’aumento dell’aliquota Iva al 22%, si è ipotizzata una propensione al risparmio nulla per la prima fascia di reddito, pari al 2,05% per il reddito annuo da 20.000 euro, del 4,1% per quella da 25.000 euro e dell’ 8,2% per le rimanenti fasce di reddito. Quest’ultima percentuale corrisponde al dato medio nazionale calcolato dall’Istat nell’ultima rilevazione su base nazionale.

In buona sostanza si è ipotizzato che a fronte dell’aumento dei prezzi di beni e servizi a ridurre le spese saranno principalmente le fasce di reddito medio-alte. Infine, l’analisi della Cgia non ha considerato eventuali spinte inflazionistiche che una scelta di questo tipo potrebbe produrre.

1) Single

I 7 casi riguardano un lavoratore dipendente. L’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva sullo stipendio netto annuo si farà sentire maggiormente per le fasce meno abbienti. Infatti è dello 0,29% su un reddito annuo di 15.000 euro, si abbassa allo 0,27% su un reddito annuo di 55.000 euro. In termini assoluti l’aumento di imposta cresce man mano che aumenta il livello retributivo. L’aggravio oscilla tra i 37 e i 99 euro.

2) Lavoratore dipendente con moglie ed 1 figlio a carico

Nei 7 casi presi in esame l’incidenza percentuale dell’aumento è inversamente proporzionale al livello di reddito. E’ dello 0,33% per un reddito annuo di 15.000 euro, scende allo 0,30% per un reddito di 55.000 euro. In termini assoluti l’aggravio d’imposta, man mano che cresce il reddito, sale da 51 a 113 euro.

3) Lavoratore dipendente con moglie e 2 figlio a carico

Anche in questa tipologia famigliare l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva è inversamente proporzionale al livello di reddito. Si attesta allo 0,34% su un reddito annuo di 15.000 euro, diminuisce fino a toccare lo 0,31% su un reddito di 55.000 euro. Man mano che cresce il reddito, in valore assoluto la maggiore Iva annua passa da 61 a 120 euro.

Da queste simulazioni emerge un altro risultato molto intuitivo: a parità di reddito, più aumenta il numero dei componenti di una famiglia, più si fa sentire il peso dell’aumento dell’Iva”.

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La povertà è la peggiore delle malattie

28 agosto 2013

La povertà, non c’è dubbio, è aumentata, negli ultimi anni, in Italia. Sono ormai 8 milioni e 173.000 le persone che vivono una condizione di povertà relativa e 3 milioni e 415.000 quelli in povertà assoluta. Il Gruppo Abele e Libera hanno quindi promosso la campagna “Miseria Ladra” con tutte quelle realtà sociali, sindacali, studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute in un documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia.

Di questa campagna si occupa una nota pubblicata sul sito www.gruppoabele.org.

“Il nostro paese vive una condizione di impoverimento materiale e culturale insostenibile ed inaccettabile.

I dati Istat ci dicono che sono ormai 8 milioni e 173.000 i cittadini e le cittadine che vivono una condizione di povertà relativa e 3 milioni e 415.000 quelli in povertà assoluta.

Parliamo di quasi un italiano su cinque costretto a vivere in una condizione in cui la dignità umana viene calpestata.

L’Italia è in Europa il paese meno sicuro per un minore. Il 32,3% di chi ha meno di 18 anni è a rischio povertà. 723.000 minorenni italiani vivono già in condizione di povertà assoluta.

È questo un dato intollerabile che dovrebbe farci indignare tutti e tutte.

La diseguaglianza continua a crescere, con differenze territoriali che ripropongono la questione meridionale come uno dei temi sui quali intervenire urgentemente. Il sud infatti risulta drammaticamente più colpito ed impoverito dalla crisi. La disoccupazione nazionale oltre il 12%, al sud è nettamente superiore. Tra i 15/24 anni che cercano lavoro nel mezzogiorno, la disoccupazione è superiore al 41%.

Le famiglie italiane si sono enormemente impoverite. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto la quantità e la qualità della propria spesa alimentare, mentre aumentano i casi di disoccupati e anziani costretti a rubare per mangiare.

Oltre due milioni sono i cosiddetti Neet, giovani così scoraggiati dalla situazione che non studiano, non cercano più lavoro e non sono nemmeno coinvolti in attività formative.

Aumentano enormemente la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, sino a raggiungere pratiche di neoschiavismo nei confronti dei lavoratori migranti e non, sia al sud che al nord del paese.

Si rafforza il controllo dei clan malavitosi su molte attività economiche in crisi, costrette a ‘rivolgersi’ ai prestiti dei mafiosi. Così come sono in drammatica crescita i crimini contro l’ambiente. Sono oltre 93 al giorno quelli denunciati che certificano l’aumento dell’impatto e dell’influenza delle ecomafie e che distruggono la nostra vera ricchezza: territori, beni comuni e
biodiversità.

La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria.

La situazione risulta  aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni, dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio, riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi.

Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una ‘guerra’ dove la povertà materiale e culturale è la peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.

‘La costruzione dell’uguaglianza e della giustizia sociale è compito della politica nel senso più vasto del termine: quella formale di chi amministra e quella informale chi ci chiama in causa tutti come cittadini responsabili. La povertà dovrebbe essere illegale nel nostro paese. La crisi per molti è una
condanna, per altri è un’occasione. Le mafie hanno trovato inedite sponde nella società dell’io, nel suo diffuso analfabetismo etico. Oggi sempre più evidenti i favori indiretti alle mafie che sono forti in una società diseguale e culturalmente depressa e con una politica debole’ sostiene don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.

La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte.

La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone, le specie e all’interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà.

Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna ‘Miseria Ladra’ con tutte quelle realtà sociali, sindacali, studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute in un documento. Proposte concrete che da subito possono
rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia”.


“Io non entro”, contro le barriere architettoniche

26 agosto 2013

L’associazione Luca Coscioni sta portando avanti da tempo una campagna rivolta a ridurre le barriere architettoniche che, in molti luoghi, creano ostacoli che creano ai disabili problemi di notevole rilievo. Un primo risultato di questa campagna è stata la condanna inflitta al Comune di Roma per atti discriminatori nei confronti delle  persone disabili.

In che cosa consiste questa campagna?

Lo si può apprendere leggendo una nota pubblicata sul sito dell’associazione Luca Coscioni.

“Nonostante l’attuale normativa in materia di barriere architettoniche sia in vigore dal 1989, capita ancora troppo spesso di imbattersi in edifici, pubblici e privati, in cui persistono gravi impedimenti al comodo uso degli spazi.

Accessi, ingressi, porte, pavimenti, servizi igienici, ascensori, altezze di vari elementi non fruibili per coloro i quali presentano un handicap motorio o fisico.

Spesso si dimentica di considerare che esistono anche disabilità ‘temporanee’: una gamba o un braccio ingessato, una gravidanza.

Esempi classici di barriera architettonica sono: scalini, porte strette, pendenze eccessive, spazi ridotti. Esistono poi innumerevoli casi di barriere meno evidenti, come parapetti ‘pieni’ – che impediscono la visibilità a una persona in carrozzella o di bassa statura -, banconi da bar troppo alti,
sentieri di ghiaia o a fondo dissestato.

Per menzionare poi qualche elemento di ostacolo ai non vedenti : semafori privi di segnalatore acustico, oggetti che sporgono in alto e in cui si può andare a sbattere, in quanto non rilevabili
col bastone bianco.

Esistono inoltre barriere ‘virtuali’, come siti internet non conformi agli standard di accessibilità.

Le leggi in vigore prevedono – sul fronte edilizio – che tutti gli edifici, privati e pubblici, nonché gli spazi urbani, siano progettati, costruiti o restaurati in modo da renderli accessibili ed utilizzabili anche dalle persone con problemi di mobilità.

Ciò non è però stato sufficiente, ad oggi, a garantire una reale accessibilità. La normativa attuale impone ad esempio una completa accessibilità degli spazi solo nelle parti comuni, mentre nelle
singole unità abitative non sono stati imposti particolari criteri di progettazione; per tali motivi vi sono ancora moltissimi edifici vecchi o antichi rimasti inaccessibili alle persone con ridotta mobilità, sia nelle parti comuni che all’interno delle abitazioni, ma anche edifici di ultima costruzione che continuano a presentare ostacoli per quanti presentano un qualsiasi handicap fisico (scale, porte strette, dislivelli, gradini, rampe troppo ripide ecc.).

Attualmente, per garantire una certa autonomia ai disabili, vengono utilizzati i cosiddetti ausili: elementi quali ad esempio lo scivolo di pendenza non superiore all’8%, l’ascensore, il montascale, i bastoni, la carrozzina e molti altri accorgimenti personalizzati…

L’associazione Luca Coscioni, dopo un lungo procedimento civile, è riuscita a far condannare il Comune di Roma per atti discriminatori verso le persone disabili. È solo un primo passo verso la definitiva eliminazione delle barriere architettoniche, ma col nostro aiuto puoi farne uno anche tu.

Segnalaci le strutture pubbliche e private che non si sono ancora adeguate alla normativa.

La tua segnalazione sarà pubblicata sul sito e ti contatteremo per cercare di risolvere insieme il problema.

Per informazioni scrivi a info@associazionelucascioni.it”.


Migliora la situazione finanziaria delle squadre di calcio della serie A?

24 agosto 2013

Le squadre di calcio della serie A italiana da tempo sono contraddistinte da una situazione economico-finanziaria difficile. Tale situazione ha reso il calcio italiano più debole per quanto riguarda i risultati conseguiti a livello europeo. Ora, analizzando i risultati dei bilanci relativi al 2012 delle società di calcio, sembra che ci sia stato un leggero miglioramento, anche se le prospettive rimangono incerte.

Di queste problematiche si occupa Marco Bellinazzo in un articolo pubblicato su www.ilsole24ore.com.

“Il calcio italiano Spa prova a prendere in contropiede la crisi. Il torneo, che parte oggi con la sfida tra Verona e Milan, potrebbe essere quello della ‘svolta’ dopo gli anni di austerity e risanamento dei conti imposti da difficoltà economiche ‘endogene’ e dal financial fair play. Anni costati l’addio di molti campioni (che per fortuna hanno portato spesso a lauti incassi) e una generale perdita di appeal di quello che era unanimemente riconosciuto come il ‘campionato più bello del mondo’.

In un paio di stagioni, però, le società italiane hanno saputo invertire la rotta come emerge dai conti 2012. Rispetto all’anno precedente, i risultati d’esercizio dei club sono complessivamente migliorati di oltre 150 milioni. Un trend che, tra riduzione dei costi e un lieve incremento degli utili, dovrebbe essere rafforzato nel 2013. La Juventus (con un fatturato previsto di oltre 270 milioni) e il Milan dovrebbero avvicinarsi al pareggio o andare in attivo. Fanno eccezione Roma e Inter. La Roma sempre più targata Usa tra il 2011 e il 2012 ha visto i conti peggiorare di circa 30 milioni e al 31 marzo 2013 il passivo è di 36,4. L’Inter che ha perso 77 milioni nel 2012 e che nel 2013 potrebbe bruciarne poco meno è invece a un passaggio storico: a breve si avrà il closing della cessione del club a Erik Thohir.

Per Maurizio Beretta, presidente della Lega di Serie A, prevalgono in ogni caso i segnali incoraggianti. ‘Questo – sottolinea – sarà il primo anno nella storia in cui si incasserà più di un miliardo di euro dalle tv. Inoltre, gli abbonamenti a oggi sono in crescita di 28.000 unità rispetto alla scorsa stagione, quando si è avuta una media a turno di 24.000 spettatori. I fronti di difficoltà si possono trasformare in opportunità se Lega e club lavoreranno in sintonia. Dalla modernizzazione degli stadi a politiche innovative di marketing c’è spazio per crescere. Per la Lega saranno due gli appuntamenti cardine della stagione, il bando per il contratto tv per il prossimo triennio e il rinnovo dell’accordo collettivo con i calciatori che dovrà avere come criterio ispiratore la sostenibilità economica’.

Dalla stagione 2010/11 a quella 2011/12 il fatturato italiano, pari a 1,6 miliardi, è ‘aumentato’ dell’1% contro l’11% del calcio europeo. L’imperativo per tutti i club ora è ampliare le fonti di ricavo, spezzando il ‘cordone ombelicale’ dei diritti tv e, per le big, dei ricchi (ma non strutturali) introiti della Champions. Nei prossimi mesi si avvierà la (delicata) rinegoziazione per il triennio 2016-18 e non è scontato che le emittenti televisive (Sky e Mediaset su tutte) siano ancora così munifiche. Il calcio italiano, che viene visto in oltre 200 Paesi, se da quelli domestici riceve più o meno quanto le leghe concorrenti (900 milioni circa), sul fronte internazionale percepisce solo 100 milioni. Per questo nei business plan di molti club, con il recente ritorno dei top players, si segnala la necessità di far lievitare questa quota.
‘Nel prossimo ciclo – spiega Loris Francini, Head of acquisitions and sales worldwide di Img Media – la serie A non avrà problemi a ottenere introiti soddisfacenti dai diritti tv domestici e a incrementare quelli internazionali. All’estero c’è un mercato molto concorrenziale e il calcio italiano sfrutta l’abbrivio del suo passato. Credo però che, senza le necessarie innovazioni normative, commerciali e culturali, il prodotto serie A nel medio-lungo periodo finirà ai margini del calcio europeo’.

Serie A che soffre di uno ‘spread’ infrastrutturale e commerciale rispetto a Premier e Bundesliga. In attesa che il Parlamento licenzi una legge che favorisca la realizzazione di impianti al passo con i tempi, molti club si stanno muovendo per colmarlo. La Juve con gli investimenti per oltre 180 milioni tra Juventus Stadium e l’area della Continassa ha fatto da battistrada. Tra le tre squadre neopromosse, che con l’approdo in A potranno beneficiare di almeno 20 milioni di nuovi ricavi dai diritti tv, il Sassuolo grazie al supporto di Mapei ha già manifestato l’intenzione di investire nello stadio di Reggio Emilia.

L’ammodernamento degli stadi, del resto, è funzionale anche al potenziamento della partnership con gli sponsor. Come dimostra l’implementazione anche in piazze come Firenze, Catania, Parma di aree hospitality di prestigio, con posti ‘premium’ che garantiscono servizi a valore aggiunto e sky box concessi alle aziende per riunioni di lavoro nell’ottica ‘B2B’ (come nella zona corporate del primo anello di San Siro).

I new media e i portali dei club poi rappresentano un’opportunità di ‘contatto’ tra gli sponsor e milioni di tifosi sempre più sensibili ai prodotti brandizzati raggiungibili ovunque grazie alla molteplicità di piattaforme. Il Milan, con i suoi 16,4 milioni di fan su Facebook e gli 1,4 milioni di followers su Twitter è un esempio ‘social’ da seguire. Non a caso, il club rossonero con incassi per 80 milioni è il leader dei ricavi commerciali in Italia.

Si punterà infine a un più proficuo sfruttamento degli sponsor collettivi gestiti dalla Lega, di quelli individuali degli atleti e a forme di merchandising più vicine ai gusti dei supporter. La nuova terza maglia del Napoli (club a cui va lo scudetto dei conti), in versione ‘mimetica’ è stata venduta in decine di migliaia di esemplari in poche settimane”.


L’alimentazione forzata in California

22 agosto 2013

In California ci sono 136 detenuti in sciopero della fame dall’8 luglio: un giudice ha stabilito che potranno essere nutriti con la forza, anche se avevano chiesto il contrario. I detenuti protestano contro la pratica molto diffusa in California di rinchiudere in isolamento coloro che sono accusati di far parte di gang formatesi all’interno del carcere o ritenuti pericolosi per gli altri detenuti.

Di questa vicenda ci si occupa in un articolo pubblicato su www.ilpost.it.

“Lunedì un tribunale federale del distretto di San Francisco, in California, ha stabilito che i medici e i funzionari carcerari potranno imporre l’alimentazione forzata ai detenuti in sciopero della fame che si trovano in pericolo di vita, anche se questi avessero precedentemente firmato dei documenti in cui chiedevano di non essere sottoposti a rianimazione in caso di perdita di coscienza o arresto cardiaco.

Il regolamento delle carceri della California prevede infatti che i detenuti possano protrarre lo sciopero della fame fino alla morte, a patto che abbiano firmato i cosiddetti mandati do-not-resuscitate (DNR). Il giudice Thelton Henderson ha però deciso che i documenti non sono validi se firmati durante lo sciopero della fame o poco prima di iniziarlo.

Il caso è stato portato in tribunale dai responsabili delle prigioni californiane e da una struttura federale che si occupa della salute dei detenuti, che si sono detti preoccupati delle condizioni di salute di 69 persone in sciopero della fame dallo scorso 8 luglio: da quella data hanno rifiutato consecutivamente tutti i pasti serviti dal carcere.

Lo sciopero era stato iniziato da  30.000 delle 133.000 persone incarcerate in California, e al momento lo stanno portando ancora avanti 136 persone in sei prigioni diverse.

I detenuti protestano contro la pratica molto diffusa in California di rinchiudere in isolamento – nelle cosiddette Security Housing Units (SHUs) – i detenuti accusati di far parte di gang formatesi all’interno del carcere o ritenuti pericolosi per gli altri detenuti. Spesso vi restano per anni, anche a vita: non hanno alcun tipo di contatto umano, non possono telefonare né incontrare i loro familiari e comunicano con l’esterno solo attraverso lettere.

Le prigioni californiane che praticano l’isolamento sono quattro e all’inizio della protesta le persone che si trovavano nelle SHUs erano circa 4.500.

I funzionari del carcere potevano già chiedere al giudice di imporre l’alimentazione forzata per un singolo detenuto, ma grazie alla decisione di Henderson potranno applicarla direttamente a tutte le persone incarcerate, senza doversi rivolgere di volta in volta al tribunale. D’ora in poi i detenuti ritenuti in pericolo di vita o in stato di incoscienza potranno venire alimentati con una flebo o con tubicini che arrivano direttamente allo stomaco, nonostante avessero richiesto esplicitamente il contrario.

Joyce Hayhoe, portavoce della struttura federale che si occupa della sanità dei carcerati, ha detto che finora nessuno è stato alimentato a forza e che il permesso è stato richiesto per poter agire rapidamente in futuro, dato che la condizione dei detenuti – che non mangiano da un mese e mezzo – può peggiorare rapidamente. Hayhoe ha anche raccontato di aver parlato con due persone incarcerate nella prigione statale di Corcoran, che avrebbero rifiutato cibo e assistenza medica per paura di ritorsioni da parte dei compagni. Ha anche aggiunto che molti hanno firmato i DNR dopo che il personale medico gli aveva spiegato che era l’unico modo per evitare l’alimentazione forzata.

Carol Strickman, avvocato di alcuni detenuti, ha commentato la decisione dicendo che le carceri ‘stanno esagerando’ e che ‘per quanto non voglia vedere qualcuno morire, delle persone hanno scelto di firmare i DNR e altre no’.

Strickman ha aggiunto di non essere a conoscenza di persone obbligate a firmare i documenti. Jules Lobel – presidente del Center for Constitutional Rights, che rappresenta dieci detenuti che hanno denunciato la prigione statale di Pelican Bay per le SHUs – ha detto che ‘l’alimentazione forzata viola la legge internazionale se qualcuno non dà il proprio consenso’.

Ha aggiunto che i responsabili delle carceri dovrebbero cercare misure alternative, tra cui fornire ai detenuti una dieta liquida a base di frutta e verdura o negoziare le loro richieste. Lunedì i funzionari carcerari hanno detto che i detenuti possono iniziare una dieta liquida, a patto che preveda soltanto acqua, vitamine ed elettroliti (sodio, potassio, fosfato)”.


I fumatori dodicenni

19 agosto 2013

Colpita dai dodicenni che iniziano a fumare, mentre gli adulti annunciano orgogliosamente di aver smesso di fumare, il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin ha scritto una lettera ai parlamentari in cui chiede sostegno nella lotta al fumo.

I contenuti di questa lettera sono analizzati in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

“‘Vi chiedo sostegno, dentro e fuori il Parlamento, per fare un piccolo passo avanti di civiltà, per aiutarci a perseguire uno degli obiettivi che mi stanno più a cuore, come donna e come ministro: la prevenzione. Perché la prevenzione, prima di essere un’analisi o una tac, è dentro di noi, nei nostri comportamenti, nel nostro stile di vita’.

È quanto scrive il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in una lettera ai parlamentari nell’ambito della lotta al fumo. Colpita dai 12enni che iniziano a fumare, mentre gli adulti annunciano ‘orgogliosamente’ di aver smesso con le sigarette. Per questo Lorenzin chiede sostegno nella lotta al fumo.

‘C’è un allarme culturale e sociale, prima ancora che sanitario, sul quale è necessario riflettere tutti assieme – si legge nella lettera -. Sono stata colpita, come donna e poi come ministro, dalle statistiche che brutalmente ci dicono come i nostri ragazzi inizino ad accendere una sigaretta ormai già a 12 anni.

Adolescenti che evidentemente non sono stati positivamente influenzati dalle pressanti campagne antifumo che hanno trovato largo spazio nell’Occidente industrializzato in questi ultimi decenni, mentre molti dei loro genitori hanno annunciato orgogliosamente d’aver ‘smesso di fumare’ vincendo la loro personale battaglia contro una dipendenza pericolosissima.

Il fumo, è provato, è la prima causa di morte in Europa, dove miete 750.000 vite l’anno. In Italia sono 80.000 l’anno, come se una città grande come Varese o Grosseto venisse inghiottita in una nuvola di fumo’.

Il paradosso è che i grandi hanno ‘smesso di fumare e i nostri figli invece cominciano a 12 anni. C’è qualcosa che non va. Che ci impone di reagire. Ho presentato una norma per proibire il fumo anche negli spazi aperti delle scuole, dove si radunavano professori, studenti, collaboratori scolastici, per estendere un divieto che va vissuto come un salvavita.

Cosa pensereste se, andando da un medico, quello ti fumasse in faccia o permettesse il fumo nel suo studio? Nulla di più contraddittorio, nulla di più negativo. Ma parificare le scuole a quanto avviene già da tempo negli uffici pubblici, nei ristoranti, negli aeroporti, in aereo, in treno, può bastare per avere la coscienza a posto?’.

La proposta che ‘ho portato in Consiglio dei ministri per proibire il fumo nelle automobili di fronte a minori e donne incinte – aggiunge Lorenzin – è stata da alcuni criticata come un attentato alle libertà personali, un’ingerenza dello ‘Stato etico’ che vuole entrare in casa tua per darti ordini.

Intossicare un bambino nell’angusto abitacolo della tua auto non è prova di liberalismo né un’affermazione di libertà. E’ innanzitutto un cattivissimo esempio, un inno a uno stile di vita che insegna a non aver cura della propria salute e di quella di chi ci sta vicino, che sollecita comportamenti imitativi negativi, che rende alla fine persino drammaticamente ridicoli tutti quei consigli che mamme e papà dispensano ai loro bambini, (‘troppa cioccolata fa male, ti viene il mal di pancia, il fritto è pesante, se prendi freddo ti vengono il raffreddore e la febbre’) se paragonati al silenzio di fronte al fumo che uccide.

Ricordiamo, prima di tutto a noi stessi, cosa ci dice la comunità scientifica: il fumo passivo provoca sui minori nell’età dello sviluppo un danno grave. E dove la mettiamo la libertà dei nostri figli a non essere intossicati e avvelenati? Chi la deve difendere? Si può sempre fare una sosta, liberamente, prendere un caffè e fumarsi una sigaretta senza trasformare un viaggio in auto in un attentato alla salute.

La Carta dei diritti del fanciullo ha giustamente riconosciuto al minore una sua soggettività, un suo diritto come persona anche se non adulta. Pensare che i figli siano una tua proprietà è un concetto feudale che non ha nulla a che fare con i principi liberali’.

La crisi dell’Occidente non è solo economica, per il ministro Lorenzin, ‘è anche una crisi di valori. Ci stiamo dimenticando le nostre conquiste, il rispetto dell’altro, i principi più elementari di educazione civica.

Ma se ridiamo la parola ai nostri figli, se li sentiremo dire in auto ‘papà non si passa col rosso’, ‘papà non si dicono parolacce’, ‘papà il fumo mi fa male’, allora a qualcosa forse saremo serviti.

E’ per questo che vi chiedo sostegno, dentro e fuori il Parlamento, per fare un piccolo passo avanti di civiltà, per aiutarci a perseguire uno degli obiettivi che mi stanno più a cuore, come donna e come ministro: la prevenzione. Perché la prevenzione, prima di essere un’analisi o una tac, è dentro di noi, nei nostri comportamenti, nel nostro stile di vita’”.


Stalking, procedimenti penali in crescita

10 agosto 2013

Utilizzando i dati del ministero della Giustizia, relativi ai casi iscritti a registro e definiti presso le Procure della Repubblica, si può rilevare che i casi di stalking  sono aumentati del 4% nel 2012. Di questi sono stati archiviati il 39,1% (39,3% nel 2011). Quindi il reato in questione può senza dubbio essere considerato di alto impatto sociale.

In un articolo pubblicato su www.dirittiglobali.it (fonte Redattore sociale) sono stati analizzati questi dati.

“Arresto obbligatorio in flagranza per i delitti di maltrattamento familiare e stalking. È questo uno dei punti importanti del decreto sul femminicidio approvato dal Consiglio dei ministri. Un provvedimento sorto sull’onda dei tanti casi di cronaca che hanno funestato la cronaca recente del nostro Paese.

Ma quante sono le condanne per stalking in Italia? E come è mutata la situazione dall’entrata in vigore della specifica legge sullo stalking?

Era il 23 aprile del 2009 quando il decreto sullo stalking fu convertito in legge. Da allora i procedimenti penali a carico di chi si è reso responsabile di atti persecutori è andato sempre aumentando.

I dati del ministero della giustizia, relativi ai casi iscritti a registro e definiti presso le Procure della Repubblica e/o i Tribunali ordinari, parlano di 10.057 procedimenti iscritti nel 2009 (4.524 quelli definiti), 14.883 nel 2010 (8.949 definiti), 15.150 nel 2011 (con un +2% di procedimenti iscritti rispetto al 2010 e 12.126 definiti) e 15.726 nel 2012 (con un +4% di procedimenti iscritti rispetto al 2011 e un totale di 13.169 procedimenti definiti).

Ovviamente il ministero della Giustizia evidenzia la variazione percentuale solo a partire dal 2010, perché nel 2009 la legge è entrata in vigore ad aprile e i dati, non essendo riferiti all’intero anno, non sono confrontabili con il 2010.

Con riferimento agli anni 2011 e 2012, poi, è possibile osservare le modalità di definizione dei procedimenti aperti per stalking (in valori percentuali).

Ecco allora che nel 2012 per il 38% delle notizie di reato contro noti si è dato inizio all’azione penale (era il 39,3% nel 2011), nel 39,1% dei casi si è invece chiesta l’archiviazione (era il 39,3% nel 2011), mentre per il 14,9% dei casi si è chiesto la riunione ad altro procedimento (erano il 16,9% nel 2011). Altrimenti definiti l’8% dei procedimenti.

Lo stalking è considerato un reato ad alto impatto sociale.

Sul ‘campo’ si nota un incremento delle denunce, fatto che stride con alcune letture che vorrebbero le vittime più caute nel denunciare dopo l’approvazione della legge e l’inasprimento delle sanzioni, visto il legame affettivo e parentale che spesso vige con il persecutore.

In realtà le notizie provenienti da Tribunali e Procure dicono che le denunce sono in aumento e la legge è solo di supporto alle vittime. L’unico strumento a cui si rinuncia denunciando è l’‘ammonimento”, vale a dire il provvedimento che si richiede al Questore e che invita il persecutore a mettere fine al suo comportamento. Con la denuncia questo passaggio viene saltato.

Il reato di stalking è considerato un reato ad alto impatto sociale anche per le modalità con cui viene perpetrato.

Non è un reato d’impeto ma concerne l’abitualità, richiede una reiterazione di tutta una serie di comportamenti. Denota, se così possiamo dire, una inclinazione al delitto e, dunque, una maggiore pericolosità sociale.

Lo stalker non si preoccupa spesso di assumere determinati atteggiamenti in pubblico, è indifferente a tutto ciò che lo circonda, è spesso privo di remore e di scrupoli. Ma è ben consapevole delle conseguenze penali del suo comportamento. Un fatto che molto spesso non lo fa recedere dalle sue intenzioni”.