Mafie: 1.516 aziende confiscate, 90% sono inattive

29 marzo 2012

Serrande abbassate, macchinari ricoperti di polvere, faldoni di carte caduti a terra e mai raccolti. Sono 1.516 le aziende confiscate alle mafie. Di queste, però, solo 176 sono attive, poco più dell’11%. L’89% e’ in “stato vegetativo”, ha chiuso i battenti o rischia di farlo a stretto giro. I numeri aggiornati al gennaio 2012, sono forniti dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc), fotografano una realtà ferma: migliaia di potenziali posti di lavoro impaludati nei lacci e nei lacciuoli di un sistema che fatica a rimettersi in carreggiata dopo essere uscito dal tunnel della criminalità organizzata.

Delle 460 aziende ormai fuori dalla gestione della Anbsc solo 45 sono state vendute, ben 273 sono state cancellate dal Rea, 128 liquidate e 14 hanno ottenuto la revoca della confisca. Ci sono poi altre 372 società, precisano dall’Agenzia, la cui situazione e’ in corso di aggiornamento, ovvero si sta lavorando per valutarne lo stato.

La distribuzione geografica vede primeggiare la Sicilia, dove risiede il 37% delle aziende sottratte alle mafie, seguono Campania e Calabria, ma anche la Lombardia figura tra le prime della lista.

Ristoranti, bar, imprese edili, palestre, aziende di informatica e di servizi tra le tante attività finite sotto sigillo. Nate come aziende di copertura, in gran parte utilizzate per riciclare denaro sporco e confiscate “spesso quando sono ormai scatole nuove – spiegano dall’Agenzia – Senza contare che, una volta scattati i sigilli, vengono a mancare le commesse e le banche chiudono i rubinetti”.

E anche su questo punto i numeri parlano chiaro. “Il 60% dei beni ancora da destinare ai Comuni è bloccato, inutilizzabile perchè strozzato da ipoteche bancarie”, ha spiegato Davide Pati, responsabile nazionale  di Libera per i beni confiscati alle mafie.

I numeri dell’Anbsc “certificano il fallimento dello Stato – secondo Pati – e sostenerlo non è un’esagerazione. Spesso queste società, quando erano in mano alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla camorra, alla sacra corona unita, inquinavano l’economia locale influenzando il mercato: se non si crea una rete per farle sopravvivere, per trainarle sul binario della legalità, si lasciano vincere le mafie. E’ una sfida che non possiamo perdere”.

Sulle aziende confiscate “bisogna investire – ha rilevato il rappresentante di Libera – mentre non ci sono fondi pubblici per aiutare le cooperative a ripartire o per farne nascere di nuove dalla gestione dei beni confiscati.

Anche per questo noi chiediamo al governo Monti, che ha finora mostrato grande sensibilità, di devolvere parte delle risorse che vengono sottratte ai mafiosi e che confluiscono nel Fondo unico giustizia, nonchè parte delle risorse che provengono dai fondi europei regionali, ai progetti per supportare le cooperative nate o da avviare e non perdere potenziali posti di lavoro, tanto più preziosi in tempo di crisi”.

Tanto più considerando che, “con il passaggio dalla gestione mafiosa a quella lecita – ha spiegato Gaetano Paci, magistrato della direzione Distrettuale antimafia e sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Palermo – queste aziende perdono il sostegno, anche di natura illecita, che ne consentiva la sopravvivenza e l’accesso al credito, bancario e non”.

“E se le banche smettono di concedere mutui e finanziamenti – ha aggiunto Pati – finiscono per tagliare le gambe alle imprese confiscate: bisogna intervenire per agevolare l’accesso al credito, questa deve essere una priorità”.

Un esempio su tutti? “Il famoso Caffè de Paris in via Veneto, Roma – ha denunciato Pati – Sequestrato alla cosca Alvaro, è tornato a riaprire i battenti ma non ha più liquidità nemmeno per acquistare i prodotti Libera Terra, nati dai territori confiscati, perchè le banche hanno tagliato tutti i fidi”.

“Ma riportare in vita queste attività – ha sottolineato il sostituto procuratore Paci – non deve essere un’impresa disperata. Del resto gli esempi virtuosi, di realtà che alla fine l’hanno spuntata, non mancano”.

Le istituzioni, però, devono scendere in campo e darsi da fare, “proprio a partire dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata: ha solo trenta funzionari – ha sottolineato Pati rivolgendo un altro appello all’esecutivo – è a corto di risorse, anche per il personale. Così rischia di implodere, va aiutata e potenziata”.

La  situazione di estrema difficoltà in cui si trovano le aziende confiscate mi sembra paradossale. Per combattere le mafie sono sì necessarie le indagini della magistratura, le attività repressive delle forze dell’ordine, senza alcun dubbio Ma ciò non è sufficiente. Per combattere le mafie sarebbe necessario che le aziende confiscate, o quanto meno la maggioranza di esse, non solo sopravvivano ma si sviluppino, tra l’altro per dimostrare concretamente che vi sono alternative valide alle attività illecite che anche in campo economico le mafie portano avanti. Si potrebbero poi creare molti nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani, contribuendo così ad impedire che i giovani stessi aderiscano alle mafie. Eppure nonostante l’importanza di un buon funzionamento delle aziende confiscate, le carenze delle pubbliche amministrazioni, la mancanza di risorse finanziarie pubbliche adeguate, il comportamento sbagliato delle banche, diventano ostacoli quasi insormontabili per quelle aziende. Ma tutto ciò deve cessare, se si vuole davvero fare di tutto per sconfiggere le mafie. Altrimenti i risultati che pur vengono ottenuti, grazie all’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine, almeno in certi casi, possono essere, alla fine, del tutto effimeri. Occorre impedirlo.


Dal 1985 al 1998 6.000 sterilizzazioni forzate negli ospedali psichiatrici giudiziari

29 marzo 2012

Circa il 40% delle donne con disabilità, a livello europeo, subisce una qualche forma di violenza. Lo ha sostenuto in un’intervista Silvia Cutrera, presidente dell’Avi (Agenzia per la vita indipendente) di Roma e membro dell’Edf (European disability forum). E secondo Silvia Cutrera, dal 1985 al 1998, si sono praticate circa 6.000 sterilizzazioni forzate negli ospedali psichiatrici giudiziari  italiani.

Per la verità le condizioni dei pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici giudiziari  italiani, nel corso degli anni, sono state spesso pessime.

E tale situazione, almeno in alcuni di questi ospedali, è rimasta la stessa, del tutto inaccettabile, anche negli ultimi anni. Tanto che, recentemente, il Parlamento ha deciso di provvedere alla chiusura dei cosiddetti Opg, pur se le polemiche non si sono placate, perché le strutture alternative che dovrebbero sorgere in quasi tutte le regioni sono state oggetto di critiche piuttosto forti da parte di alcuni psichiatri.

Nell’intervista, concessa alla agenzia “Redattore sociale” in occasione dell’audizione di Silvia Cutrera, presso il Parlamento europeo, dedicata alla violenza sulle donne disabili, sono contenute anche altre informazioni molto interessanti anche se decisamente preoccupanti.

Secondo Silvia Cutrera, riferendosi ovviamente alle donne disabili, ha dichiarato “La violenza più aberrante è quella sessuale, ma la violazione più diffusa è quella dei diritti umani: diritto alle cure sanitarie (specialmente quelle di diagnostica preventiva), diritto alla formazione, al lavoro, alla sessualità”.

Silvia Cutrera si è anche occupata nell’intervista del cosiddetto caso Gauer. Di cosa si tratta?

Così si è espressa Silvia Cutrera  “Il 10 dicembre 2008, pressola V Sezionedella Corte di giustizia francese, è stato depositato il ricorso di Joelle Gauer ed altre donne disabili controla Francia, nel quale le ricorrenti denunciavano di essere state sterilizzate senza il loro consenso.

I fatti risalgono agli anni 1995-1998, quando alle giovani donne con disabilità viene praticata la legatura delle tube come metodo contraccettivo, senza il loro consenso e senza che fossero informate della natura dell’intervento”.

Dopo alcune sentenze di Tribunali diversi, in base alle quali si decise il non luogo a procedere.

Cutrera ha aggiunto “Le parti civili ricorrono in Cassazione, che nel giugno del 2008 dichiara il ricorso irricevibile ai sensi dell’articolo 575 del codice di procedura penale che prevedeva requisiti restrittivi per permettere alle parti civili di ricorrere in appello contro le sentenze della Camera istruttoria.

Sollevata la questione di legittimità costituzionale, lo stesso articolo 575 viene dichiarato incostituzionale e abrogato il 23 luglio 2010.

Invocando l’art. 6 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, i ricorrenti denunciano che le giovani donne fin dall’inizio della procedura giudiziale non hanno potuto essere rappresentate, che non era stato nominato un amministratore ad hoc, che l’associazione che si era costituita parte civile è stata considerata priva dei presupposti per stare in giudizio.

Invocano anche l’articolo 3, per contestare l’attacco alla loro integrità fisica, visto che sono state sterilizzate senza consenso; gli articoli 8 e 12, perché non è stato rispettato il diritto alla loro vita privata ed è stata impedita la formazione di una famiglia e infine l’articolo 14 per contestare la discriminazione subita in quanto persone con disabilità.

Nell’agosto del 2011 il caso Bauer è approdato alla Corte europea dei Diritti umani e ma ci vorranno alcuni anni per conoscere la pronuncia”.

Comunque al di là dell’esito finale della vicenda giudiziaria  relativa a quanto avvenuto in Francia, la pratica delle sterilizzazione, anche se sembra, almeno per l’Europa, riguardare il passato e non il presente, non può che essere considerata inaccettabile e spero che, effettivamente, non si verifichi più. Sono altrettanto inaccettabili però le altre forme di violenza nei confronti delle donne disabili che, invece, continuano e che dovrebbero essere combattute con maggiore impegno.


Quel brutto pasticcio delle commissioni bancarie, hanno vinto solo le banche

27 marzo 2012

Con un decreto legge il governo ha di fatto reintrodotto le commissioni sui fidi, sui prestiti e sugli sconfinamenti bancari, che erano state eliminate in seguito a quanto previsto dall’articolo 27 bis del decreto sulle liberalizzazioni. L’eliminazione fu determinata dall’approvazione di un emendamento presentato dalla senatrice del Pd Anna Rita Fioroni.

Nel decreto, riguardo alle commissioni, in una nota il governo ha sottolineato che queste saranno “nulle solo se violeranno le disposizioni sugli affidamenti adottate dal Cicr ( comitato interministeriale per il credito e il risparmio) sulla scia del decreto Salva Italia, che prevede un tetto massimo dello 0,5% trimestrale per queste commissioni”.

Accogliendo poi l’ ordine del giorno approvato dalla Camera anche sul credito alle imprese, il decreto legge prevede l’ introduzione di meccanismi di monitoraggio dell’ accesso al credito, con particolare riguardo alle aziende piccole e medie.

Il decreto governativo che ha introdotto di nuovo le commissioni bancarie ha recepito i contenuti di un ordine del giorno “bipartisan”, già citato, firmato da Stefano Fluvi (Pd) assieme a Stefano Saglia (Pdl), Andrea Lulli (Pd), Angelo Cera(Udc), Maurizio Bernardo(Pdl) e Catia Polidori (Popolo e territorio).

Quindi sono state accolte le richieste dell’Abi, l’associazione che rappresenta le banche italiane, che fin dall’inizio espresse la propria contrarietà alla cancellazione delle commissioni bancarie. Si dimisero infatti i vertici dell’Abi, a partire dal presidente Giuseppe Mussari.

Pertanto le banche ordinano e il governo, insieme alla maggioranza che lo sostiene, obbedisce.

Da notare la situazione particolare in cui si è venuto a trovare il Pd. Infatti l’emendamento che fu presentato per ottenere l’eliminazione delle commissioni bancarie, come ho già rilevato, era firmato da una senatrice del Pd, Anna Rita Fioroni, l’ordine del giorno in cui si chiedeva il ripristino delle commissioni è stato firmato anche da alcuni deputati del Pd.

Proprio un bel pasticcio, o meglio brutto, decisamente, soprattutto per il Pd. Del resto l’ordine del giorno firmato dai deputati del Pd era sostenuto dal segretario Bersani e dal responsabile economico Fassina.

La confusione in casa Pd è risultata evidente anche in seguito alle dichiarazioni della Fioroni, che non si è affatto pentita di aver presentato il suo emendamento.

Anna Rita Fioroni infatti ha dichiarato “il contenuto della norma cerca di risolvere un problema di fondo: dopo l’abolizione della commissione di massimo scoperto le banche avevano ripristinato commissioni poco trasparenti, per esempio su linee di credito che non vengono utilizzate, oppure sul mantenimento di una linea di credito. Oltretutto, queste commissioni non sono frutto di negoziazione, le banche te le impongono e basta”.

E quando i giornalisti le hanno chiesto di commentare la posizione di Bersani, lei ha risposto: “Bersani non dice come si risolve questo problema. Serve una norma volta a regolamentare in modo chiaro e trasparente il rapporto tra le banche e le imprese o i cittadini”.

L’Abi, c’era da aspettarselo, si è mostrata favorevole alla reintroduzione delle commissioni bancarie.

Infatti dall’ Abi è arrivato il primo commento a favore del provvedimento che, proprio in quanto decreto, cancella anche il rischio più volte sottolineato dagli istituti di trovarsi di fronte all’ applicazione anche per un solo giorno della norma azzera-commissioni.

Con una nota l’Abi ha espresso dunque “soddisfazione e apprezzamento” per l’ intervento del governo “che risolve i rilevanti problemi” sollevati dall’ emendamento cancellato.

“Viene così superato il rischio di un negativo impatto sull’ accesso al credito che avrebbe provocato effetti nocivi per le banche, le imprese, le famiglie”.

Il decreto però ha sollevato le proteste di alcune forze politiche.

Il coordinatore di Futuro e libertà, Fabio Granata, ha detto che il “Fli contesta il metodo adoperato per tentare di reintrodurre le commissioni bancarie. È una decisione sbagliata e impopolare che dimostra sudditanza nei confronti dell’ Abi e del sistema bancario. Il Fli dunque in Parlamento si opporrà a reintrodurre qualsiasi forma di commissioni”.

Il Fli ha quindi “scavalcato” a sinistra il Pd.

E secondo Elio Lannutti dell’ Idv “le commissioni uscite dalla porta rientrano dalla finestra”.

Io credo che la decisione di reintrodurre le commissioni bancarie sia profondamente sbagliata. Diversi osservatori hanno rilevato che l’eliminazione delle commissioni era da considerare un intervento dirigistico, come se dovessero essere solo le banche a stabilire se le commissioni vanno applicate e il loro livello. Ma, in primo luogo, occorre considerare che quello bancario è un mercato non concorrenziale ed oligopolistico, nel quale le banche, proprio tramite l’Abi, si accordano sugli aspetti più importanti della loro attività e forse, data questa situazione, degli interventi decisi, non so se possono essere definiti “dirigistici”, da parte del Governo e del Parlamento, sarebbero più che opportuni, per quanto riguarda il funzionamento del sistema bancario. Inoltre, come rilevato da Carlo Milani in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, “Negli ultimi mesi il 75% delle piccole e medie imprese italiane ha registrato un incremento dei tassi d’interesse, mentre per quasi il 65% sono aumentate le commissioni bancarie applicate sui finanziamenti. Per quanto riguarda le famiglie, dal 2010 sono pressoché raddoppiate le commissioni bancarie applicate sui mutui immobiliari. Stesso discorso si può fare per il credito al consumo. E sono costi che crescono più in Italia che negli altri paesi europei”. Pertanto sarebbe auspicabile che il decreto che ha reintrodotto le commissioni bancarie non sia approvato dal Parlamento. Mi rendo conto quanto sia difficile che ciò avvenga, dati i precedenti, soprattutto l’ordine del giorno “bipartisan”. Ma sarebbe necessario tenere in considerazione soprattutto le esigenze dei clienti delle banche e non l’interesse di queste ultime e dei banchieri. E’ un’eresia? Penso proprio di no.


Perchè ho deciso di candidarmi a Sindaco di Orvieto

27 marzo 2012

Ho deciso di candidarmi a Sindaco di Orvieto. Con tre “varianti” possibili:

1) candidato del Pd, in quanto sono iscritto a questo partito
2) partecipante alle primarie del centrosinistra se si terranno come auspico
3) se non sarò scelto dal Pd oppure se non si terranno le primarie del centrosinistra, come candidato a sindaco di una lista autonoma

Intendo precisare che ho abbandonato il mio iniziale proposito di contribuire a dare vita ad un lista “trasversale” perché ho verificato che non sussistevano i necessari sostegni alla proposta.

Comunque sono più che disponibile ad essere sostenuto da persone di orientamento politico di centrodestra, anche perché il sindaco attuale e il penultimo sindaco hanno ricevuto ampi consensi da parte di elettori di orientamento politico diverso dal loro ed inoltre perchè, quanto avvenuto ad Orvieto a tale proposito, avviene spesso, nelle elezioni comunali, in diverse altre città italiane, soprattutto in seguito alla natura delle legge elettorale vigente per i Comuni.

Perché ho deciso di candidarmi adesso a due anni dalla scadenza naturale dell’attuale “consiliatura” (ricordo che le elezioni si dovrebbero tenere nella primavera del 2014)? Non è troppo presto?

No, non è troppo presto. Per alcuni motivi:

1) perché non ritengo per niente scontato il fatto che le elezioni si tengano nel 2014 – potrebbero svolgersi prima – considerando che l’attuale maggioranza in Consiglio potrebbe anche entrare in crisi e, inoltre, che la difficile situazione finanziaria del Comune è tutt’altro che risolta (tra l’altro è cambiata la normativa per la dichiarazione del dissesto finanziario e relativo commissariamento dei Comuni – ora la scelta per la dichiarazione del dissesto spetta alla Corte dei Conti e al Prefetto e non più al Consiglio comunale -)
2) perché nel mio caso – candidato non sostenuto né da apparati di partito né da poteri “forti” (ammesso e non concesso che ad Orvieto vi siano poteri forti e quindi sarebbe meglio dire poteri relativamente forti…) – ho necessità di tempo per far “crescere” la mia candidatura e per ottenere il massimo dei sostegni e dei consensi possibili

E perché ho deciso di candidarmi? Anche in questo caso per alcuni motivi:

1) ritengo che sia legittima ma del tutto inadeguata l’unica candidatura fino ad ora presentata, più o meno ufficialmente, così come le candidature per le quali vi sono per ora solo “voci” ma che potrebbero anche tradursi in candidature reali tra non molti mesi
2) non sono emerse e penso che non emergeranno candidature di “papi stranieri” che in qualche modo anche io, nel recente passato, avevo auspicato
3) credo, considerando anche i due punti precedenti, di avere le carte in regola per diventare un sindaco di Orvieto “decente”, o più che “decente”, soprattutto per le mie competenze in campo economico e la mia conoscenza della “macchina” comunale (alla fine di questa nota allegherò i curriculum riguardanti i miei studi, le attività lavorative svolte ed anche quelle politiche, terminando con un’autodichiarazione relativa al mio stato patrimoniale e al mio reddito)
4) penso di avere alcune, che per il momento non possono che essere definite solo “idee-obiettivi per il programma” (un programma compiuto non potrò che definirlo dopo una “campagna di ascolto” di quei soggetti, singole persone, associazioni, gruppi, che intenderanno confrontarsi con me) interessanti e comunque degne di attenzione, per quanto riguarda le quali sono disponibile ad apportare le necessarie, se da me condivise, modifiche che emergessero nel corso della campagna di ascolto
5) non sopporto più l’atteggiamento prevalente ad Orvieto, emerso per la verità non solo in questo periodo, di molti che criticano anche duramente l’attuale amministrazione comunale o le forze di opposizione, senza impegnarsi concretamente per un’alternativa, senza “metterci la faccia” (io la faccia invece ce la voglio mettere senza alcun timore di essere oggetto di critiche anche del tutto infondate)
6) perché condivido quanto scritto nell’ultimo libro di don Luigi Ciotti “Non sono molti, a conti fatti, i motivi per guardare al futuro con un po’ di speranza. Eppure dipende da quale significato diamo alla parola ‘speranza’. Se per speranza intendiamo un’attesa fatalistica di cambiamento, un appigliarci all’eventualità che accada qualcosa in grado di scacciare, come per incanto, paure e incertezze, ci sono fondati motivi per essere preoccupati. Ma se alla speranza diamo invece il volto dell’impegno, del metterci in marcia (in latino la parola ‘speranza’, spes, richiama del resto il termine pes, ‘piede’!) ecco che quello stesso scenario assume, ai nostri occhi, una prospettiva diversa, la prospettiva della possibilità”
7) perchè qualche volta vince Davide contro Golia (ammesso e non concesso che ad Orvieto esistano dei Golia)…

Come intendo muovermi nei prossimi mesi

1)chi vuole comunicarmi la propria disponibilità a collaborare con me può inviare una mail a pborrello@hotmail
2) chi vuole leggere quanto vorrò comunicare riguardo varie problematiche inerenti la mia candidatura può visitare il mio blog http://www.pborrello.wordpress.com, il mio gruppo, aperto, su facebook denominato “Amici di Paolo Borrello”, leggere i miei tweet su twitter (account paoloborrello) e in questi “luoghi”, ovviamente, anche inviare commenti, valutazioni, critiche, relativamente a quanto scriverò
3) inizierò una serie di incontri con quanti mi comunicheranno la loro disponibilità a incontrarmi, sia singole persone sia gruppi di persone sia associazioni
4) chiederò, per una vera e propria campagna di ascolto, un incontro con i rappresentanti di partiti, associazioni, sindacati, organizzazioni imprenditoriali, dei consigli di zona
5) costituirò un gruppo di persone di cui mi possa avvalere come “consulenti” sulle varie questioni riguardanti l’attività amministrativa, sia operanti ad Orvieto sia altrove, senza che tutti i componenti del gruppo debbano già aver deciso di sostenermi

Stato patrimoniale e reddito annuo lordo 2010

http://pborrello.wordpress.com/2012/03/27/stato-patrimoniale-e-reddito-lordo-annuo-2010/

I miei curriculum

http://pborrello.wordpress.com/2012/03/27/i-miei-curriculum/

Alcune idee-obiettivi per il programma (Nuovo Progetto Orvieto)

http://pborrello.wordpress.com/2012/03/27/alcune-idee-obiettivi-per-il-programma-nuovo-progetto-orvieto/

Alcune idee-obiettivi per il programma (sviluppo economico e servizi sociali e sanitari)

http://pborrello.wordpress.com/2012/03/27/alcune-idee-obiettivi-per-il-programma-sviluppo-economico-e-servizi-sociali-e-sanitari/

Alcune idee-obiettivi per il programma (altre proposte)

http://pborrello.wordpress.com/2012/03/27/alcune-idee-obiettivi-per-il-programma-altre-proposte/

 


Articolo 18, il governo Monti vuole offrire ai mercati lo scalpo della Cgil

24 marzo 2012

Si sta discutendo molto delle modifiche che il governo Monti intende apportare all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Peraltro l’attenzione rivolta alle modifiche dell’articolo 18 tende ad oscurare gli altri contenuti della riforma del lavoro proposta dal governo. Ma il fatto che si discute soprattutto dell’articolo 18 è più che giustificato. A mio giudizio con le modifiche ipotizzate per quanto riguarda quell’articolo si intendono cambiare radicalmente i rapporti tra lavoratori ed imprese, a svantaggio dei primi ovviamente. E delle numerose analisi sin qui effettuate mi sembra particolarmente lucida e condivisibile quella dell’ex ministro Vincenzo Visco, contenuta in un’intervista comparsa su www.linkiesta.it.

Cosa sostiene Visco a proposito delle modifiche che il governo Monti intende realizzare per l’articolo 18?

“Sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori il governo si è distinto per una rigidità immotivata, come se volesse offrire ai mercati lo scalpo della Cgil proprio nel momento in cui tutte le confederazioni erano concordi su un’ipotesi di cambiamento secondo il modello tedesco.

Mi è apparsa eccessiva e sbagliata anche la presentazione decisionista e ultimativa del progetto da parte di Monti, desideroso di rivendicare all’estero un pacchetto di misure prive dall’appoggio di un grande sindacato.

Sarà decisivo giudicare le modalità di applicazione delle nuove norme sui licenziamenti per ragioni economiche e per difficoltà oggettive dell’impresa.

Ritengo plausibile che il maggior numero di aziende tenderanno ad allargare al massimo simili motivazioni per giustificare lo scioglimento del contratto di lavoro.

È compito della politica operare attentamente per una chiara disciplina della flessibilità in uscita: solo in tal modo potremo evitare abusi e arbitri delle imprese nei confronti dei dipendenti ultracinquantenni”.

E secondo Visco cosa dovrebbe fare il Partito Democratico?

“…E accanto a una robusta iniziativa per rendere effettive le garanzie dell’articolo 18, il Pd ha il dovere di evitare che si creino buchi pericolosi e gravi lacerazioni nella nuova rete di protezione del lavoratore, affinché venga assicurata una promozione permanente e attiva del lavoro, anche attraverso percorsi di formazione e aggiornamento mirati e puntuali.

Voglio tuttavia sottolineare che commetterebbe un errore chi pensasse che dalla riforma in discussione possa scaturire un’impennata degli investimenti produttivi in Italia.

Lo sviluppo economico non dipende certo dalle nuove regole sulla flessibilità in uscita, che è già eccessiva nel nostro paese ed è una delle cause degli scarsi investimenti da parte delle stesse aziende”.

E io vorrei continuare, riprendendo l’ultima parte dell’intervista a Visco, rilevando che per accrescere sensibilmente l’occupazione in Italia, obiettivo questo su cui ci dovrebbe essere l’unanime consenso, nel breve periodo e non solo nel lungo periodo, periodo quest’ultimo nel quale come ricordava il buon ( e ormai dimenticato?) Keynes “saremo tutti morti…”, le modifiche all’articolo 18 e l’intera riforma del lavoro ipotizzata dal governo Monti, non servono a niente. Non si può fare a meno invece della realizzazione di interventi volti ad aumentare considerevolmente la domanda, non solo quella estera, le esportazioni, ma anche e soprattutto quella interna, per consumi ed investimenti. Questo è il problema principale da affrontare. Certo non lo può affrontare da solo il governo italiano. E’ necessario che tale problema sia coerentemente affrontato anche da altri paesi europei, i più importanti soprattutto, Germania e Francia in primo luogo, e dalle istituzioni dell’Unione europea. Non sarà facile che i paesi europei di maggior peso e l’Unione europea adottino interventi utili per affrontare quel problema. Infatti sarebbe necessario che tali soggetti modificassero notevolmente le politiche fin qui seguite. Ma il problema principale è quello. E non affrontarlo con decisione significherebbe accettare di convivere per anni con una pesante recessione e quindi anche con aumento della disoccupazione. Lo possiamo e lo dobbiamo fare? Secondo me no, senza alcun dubbio.


Quanto è difficile conoscere l’efficienza degli ospedali…

22 marzo 2012

Tutti dovremmo essere in grado di conoscere la qualità dei servizi erogati dai diversi ospedali italiani. I motivi sono evidenti. La salute dei cittadini dovrebbe essere tutelata nel miglior modo possibile e tutti dovremmo essere in grado, utilizzando dati oggettivi, di individuare le “eccellenze” ed anche i punti di debolezza del sistema sanitario italiano. Attualmente ciò non è possibile.

E pensare che l’Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali) ha appena completato uno studio in base al quale, utilizzando 45 indicatori di prestazioni e ricoveri ospedalieri relativi a 1.475 ospedali pubblici e privati accreditati, è stato possibile per la prima volta valutare la qualità dei servizi sanitari erogati da quegli ospedali, dando vita a delle vere e proprie classifiche.

Ma un singolo cittadino, visitando il sito dell’Agenas, non può accedere a questi dati.

Infatti le password d’accesso sono state consegnate solo alle Asl, agli ospedali e ai giornalisti.

Pertanto l’operazione trasparenza di cui si è vantato il ministero della Salute non mi sembra tale e comunque presenta delle carenze evidenti.

E se vogliamo acquisire qualche informazioni si deve fare riferimento ad un articolo di Paolo Del Bufalo pubblicato su “Il Sole 24 ore”.

Così scrive Del Bufalo “Le ‘classifiche’ ci consegnano intanto la solita Italia della salute a mille velocità, anche all’interno delle regioni…

Le performance che mostrano i 32 indicatori delle prestazioni (altri 13 riguardano l’ospedalizzazione e non misurano le performance, ma l’efficienza delle cure) sono estremamente diversificate.

Per infarto acuto del miocardio, ad esempio, la mortalità a 30 giorni va dal 28,32% dell’ospedale S. Giovanni Evangelista di Tivoli in provincia di Roma al 4,11% dell’ospedale di Città di Castello su una media italiana del 10,95%…

Meno distanti i risultati della mortalità a 30 giorni dopo un bypass aortocoronarico. Alla casa di cura Montevergine, (Avellino) il rischio è dell’8,22% mentre all’ospedale Mazzini di Teramo dello 0,23% contro una media nazionale del 2,78%.

Va molto male la mortalità per ictus al Civitacastellana (Viterbo) dove dopo 30 giorni dal ricovero muore oltre il 35% di pazienti contro l’1,17% del ‘Veris delli Ponti’ di Lecce.

Enorme la differenza per le fratture di femore operate entro 48 ore: dal 93,87% del Villa Scassi a Genova (dato fortemente in dubbio) all’1,02% del San Biagio di Marsala…

Nel confronto tra grandi strutture con grandi volumi di prestazioni, in cima per l’infarto ci sarebbe l’Umbrto I di Torino e in coda l’Umberto I di Roma.

Per la mortalità dopo intervento di bypass il Niguarda sarebbe in testa, per la frattura di femore operata in 48 ore in coda ci sarebbe il Policlinico di Verona e in cima l’Oliveto Citra di Palermo.

Insomma, il solito puzzle dell’Italia delle cure”.

Comunque ad una prima conclusione si può comunque pervenire. Nel sistema sanitario italiano ci sono effettivamente delle “eccellenze” di cui possiamo essere orgogliosi. Ma ci sono anche strutture che funzionano poco e male e purtroppo quest’ultime sono localizzate prevalentemente al Sud. E quindi, come scrivevo, in un precedente post, è meglio ammalarsi al Centro-Nord piuttosto che al Sud. Sempre che sia possibile…


Tutti insieme appassionatamente per l’obiezione di coscienza

21 marzo 2012

Tutti insieme appassionatamente per l’obiezione di coscienza. Questo è il giudizio espresso dall’Uaar realtivamente alla mozione, presentata alla Camera da esponenti del Pdl, della Lega, dell’Udc e del Pd, a favore dell’obiezione di coscienza nei confronti delle interruzioni di gravidanza.

La mozione è stata sottoscritta, tra gli altri, da Polledri (Lega), Roccella, Di Virgilio e Mantovano (Pdl), Volontè, Buttiglione e Binetti (Udc), nonché dal leader dei cattolici Pd Beppe Fioroni.

Quali sono i contenuti della mozione?

Questo il testo integrale:

“La Camera,  premesso che:

in continuità con le decisioni prese negli ultimi decenni, l’Assemblea parlamentare del Consiglio di Europa ha ribadito (raccomandazione n. 1763, approvata il 7 ottobre 2010) che nessuna persona, ospedale o istituzione sarà costretta, ritenuta responsabile o discriminata in alcun modo a causa di un rifiuto di eseguire, accogliere, assistere o sottoporre un paziente ad un aborto o eutanasia o qualsiasi altro atto che potrebbe causare la morte di un feto o embrione umano, per qualsiasi motivo;

l’Assemblea parlamentare ha sottolineato la necessità di affermare il diritto all’obiezione di coscienza insieme con la responsabilità dello Stato per assicurare che i pazienti siano in grado di accedere a cure mediche lecite in modo tempestivo;

stante l’obbligo di garantire l’accesso alle cure mediche e legali per tutelare il diritto alla salute, così come l’obbligo di garantire il rispetto del diritto della libertà di pensiero, di coscienza e di religione di operatori sanitari degli Stati membri, l’Assemblea ha invitato il Consiglio d’Europa e gli Stati membri ad elaborare normative complete e chiare, che definiscano e regolino l’obiezione di coscienza in materia di servizi sanitari e medici, volte soprattutto a garantire il diritto all’obiezione di coscienza in relazione alla partecipazione alla procedura medica in questione e a far sì che i pazienti siano informati di ogni obiezione di coscienza in modo tempestivo e ricevano un trattamento appropriato, in particolare nei casi di emergenza;

in materia di obiezione di coscienza si devono ricordare le indicazioni contenute: nel VI articolo dei principi di Nuremberg; nell’articolo 10, paragrafo 2, della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; negli articoli 9 e 14 della convenzione europea dei diritti umani; nell’articolo 18 della convenzione internazionale dei diritti civili e politici;

la promozione del diritto all’obiezione di coscienza in campo medico e paramedico è affermata nelle ‘linee guida’ della federazione internazionale di ginecologia ed ostetricia (Figo) e della Organizzazione mondiale della sanità (Who-Europe);

il diritto alla obiezione di coscienza non può essere in nessun modo ‘bilanciato’ con altri inesistenti diritti e rappresenta il simbolo, oltre che il diritto umano, della libertà nei confronti degli Stati e delle decisioni ingiuste e totalitarie,;

impegna il Governo

a dare piena attuazione al diritto all’obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e a garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione, in linea con l’invito del Consiglio d’Europa”.

E bravi! Proprio bravi!

Il giudizio dell’Uaar è netto e ampiamente condivisibile “Nessun pensiero, ovviamente, per quelle donne che sono sottoposte a mille disagi perché i ginecologi sono, al 70%, obiettori di coscienza. Senza dimenticare che in molte regioni, a partire dalla ciellina Lombardia, è ormai impossibile diventare primario di ginecologia senza essere obiettore”.

L’Uaar ha inoltre rilevato che la mozione ha suscitato un entusiasmo così “trasversale” tale da ottenere un sostegno quasi più ampio di quello riservato al governo Monti.

Fra l’altro gli estensori della mozione chiedono di estendere il diritto all’obiezione di coscienza anche ai farmacisti.

Quest’ultimo aspetto non è nuovo.

Nei mesi passati Luisa Capitanio Santolini, deputata dell’Udc, aveva chiesto ufficialmente al Comitato Nazionale perla Bioeticaun parere riguardo alla liceità della “clausola di coscienza invocata dal farmacista per non vendere quei prodotti farmaceutici di contraccezione d’emergenza anche indicati come ‘pillola del giorno dopo’, per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano”.

E il parere del Comitato era stato favorevole.

Infatti tra l’altro si affermava che “la consegna del prodotto contribuisce ad un eventuale esito abortivo in una catena di causa ed effetti senza soluzione di continuità” per considerare il farmacista alla pari di un medico che non vuole eseguire una interruzione di gravidanza.

E Chiara Lalli, bioeticista dell’università La Sapienzadi Roma, in un post pubblicato nel blog www.bioetiche.blogspot.com, così commentò il parere del Comitato:

“Se questo parere dovesse diventare una legge (non dimentichiamoci che nella primavera 2010 è stato presentato un disegno di legge avente come oggetto proprio la possibilità per i farmacisti di fare obiezione) i diritti dei singoli verrebbero ulteriormente minacciati.

Una simile concessione non sarebbe affatto la garanzia di una libertà, ma un vero e proprio sopruso.

Gli unici interessi che verrebbero garantiti sono dei nostalgici del paternalismo e di quanti vogliono decidere per gli altri, sicuri di avere in tasca una verità che merita di essere affermata.

È bene non dimenticare che si sceglie di fare il farmacista e che ogni professione implica dei doveri e non solo dei privilegi. Uno di questi doveri dovrebbe essere quello di vendere i farmaci prescritti senza intromettersi in questioni morali o spirituali.

Anche perché sono molti i farmaci che potrebbero avere come effetto l’eliminazione di un embrione umano, anche farmaci prescritti per altre ragioni. Come dovrebbe comportarsi il farmacista al riguardo? Dovrebbe forse rifiutarsi di vendere il Cytotec, farmaco gastroprotettore ma i cui effetti sono abortivi? Perché magari hai l’ulcera, ma chi può dire che le tue recondite intenzioni non siano di eliminare un embrione umano?”.

A mio avviso i contenuti della mozione sono inaccettabili. Mi riconosco pienamente nei giudizi espressi dall’Uaar e da Chiara Lalli. Aggiungo solo una considerazione. Non sarebbe opportuno e necessario che uscissero allo scoperto in Parlamento i deputati e i senatori, spero appartenenti sia a gruppi del centrodestra che a quelli del centrosinistra, che la pensano diversamente dai loro colleghi che hanno presentato la mozione presa in esame? Che cosa aspettano? Aspettano che il disegno di legge già presentato, a cui faceva riferimento Chiara Lalli, sia discusso in Parlamento e forse approvato? Ed infine qual è la posizione del governo Monti sui contenuti della mozione?