Crollo dei femminicidi nel 2014

30 luglio 2014

Nel primo semestre del 2014 i femminicidi in Italia sono stati 36, secondo dati non ufficiali del Consiglio d’Europa, e 38 secondo la Casa delle donne di Bologna, che invita però alla cautela. Nello stesso periodo del 2013 i femminicidi furono 72.

Su www.redattoresociale.it si può leggere: “Sono 36, secondo dati non ufficiali provenienti da un monitoraggio del Consiglio d’Europa, le donne uccise in Italia per motivi di genere nei primi sei mesi del 2014.

Sebbene anche un solo femminicidio dovrebbe far gridare allo scandalo, se si confronta il dato con le 134 vittime del 2013, la tendenza sembra chiaramente al ribasso.

E lo stesso si può dire se si prende in esame il primo semestre dello scorso anno, periodo in cui i femminicidi sono stati 72. Siamo di fronte a una diminuzione esattamente del 50%”.

La notizia del notevole calo dei femminicidi arriva proprio alla vigilia dell’entrata in vigore della convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, e dovrebbe essere giudicata molto positivamente.

I dati del Consiglio d’Europa sono sostanzialmente confermati anche dalla Casa delle donne di Bologna, l’associazione che realizza le ricerche prese maggiormente in considerazione in Italia.

Cristina Karadole, della Casa per le donne di Bologna, sostiene che, nel periodo preso in esame, i femminicidi sono stati 38, un dato simile a quello fornito dal Consiglio d’Europa.

Ma Cristina Karadole invita alla cautela. Ha infatti dichiarato: “Noi siamo sempre molto attente a utilizzare dati aggiornati all’ultima ora, perché non c’è il tempo di controllarli, confrontarli e verificarli”.

Io credo che abbia ragione Karadole.

Infatti, non solo relativamente ai femminicidi, ma ogni qualvolta ci si trova di fronte a dati imprevisti ed anche, come nel caso in questione, sorprendenti, essi vanno verificati con attenzione ed inoltre deve essere individuata con ancora maggiore attenzione la loro causa.

Probabilmente, per esprimere giudizi definitivi, occorrerà attendere la fine dell’anno in corso.

Comunque anche se fosse confermata la forte riduzione del numero dei femminicidi, occorrerà ugualmente impegnarsi con forza per contrastare un fenomeno che, almeno negli ultimi anni, è risultato essere in notevole crescita.


L’insensata corsa al petrolio nel mare siciliano

29 luglio 2014

E’ in corso un vero e proprio assalto al mare siciliano da parte delle compagnie petrolifere. 12.908 i chilometri quadrati interessati dai cinque permessi di ricerca già rilasciati e da altre 15 richieste di concessione, ricerca e prospezione avanzate. Questo nonostante già oggi nel canale di Sicilia vengano estratte (dato a fine 2013) 301.471 tonnellate, il 41% del totale nazionale del petrolio estratto in mare. Questo “assalto” viene criticato fortemente da Legambiente.

Secondo Legambiente “fermare la deriva petrolifera è nell’interesse generale del Paese e di gran parte dei settori economici. Il no al petrolio non è solo una fissa di pochi come sostiene Renzi, ma la condizione necessaria per avviare anche nel nostro Paese una rivoluzione energetica, garantendo uno sviluppo futuro, anche sul piano economico e occupazionale, sicuramente molto più sostenibile e duraturo”.

Quanto sta avvenendo nel mare siciliano non ha valide giustificazioni neanche dal punto di vista strategico energetico, poiché le quantità di petrolio che potrebbero essere estratte sarebbero molto ridotte.

Nonostante questo però la corsa al petrolio potrebbe compromettere per sempre il futuro delle popolazioni coinvolte da possibili incidenti che metterebbero in pericolo ambiente, turismo e pesca.

Il presidente di Legambiente Sicilia ha dichiarato a questo proposito:Un eventuale incidente potrebbe causare danni alle coste siciliane incalcolabili dal punto di vista ambientale così come devastanti potrebbero essere gli effetti che anche piccole quantità di greggio disperso in mare potrebbero avere sulle coste.

Se le attività di ricerca, perforazione e estrazione saranno condotte con la stessa superficialità con cui vengono redatti gli studi di impatto ambientale, stando a quelli che abbiamo analizzato fino ad ora, il mare siciliano è in grave pericolo. Oggi si effettuano perforazioni a profondità molto maggiori rispetto al passato e questo rende più problematico intervenire in caso d’incidente, come ha evidenziato l’incidente del golfo del Messico nel 2010”.

Le preoccupazioni di Legambiente mi sembrano più che giustificate.

Auspico, pertanto, che quanto prima la corsa al petrolio nel mare siciliano abbia termine.


Ma quale dittatura? Ma quale colpo di stato?

27 luglio 2014

In seguito alla volontà della maggioranza che sostiene l’attuale governo di procedere con decisione all’approvazione della riforma del Senato e di una nuova legge elettorale, soprattutto gli aderenti e i parlamentari del movimento 5 Stelle, ma non solo loro, sostengono che attualmente in Italia c’è una dittatura, che si sta procedendo addirittura a un colpo di stato. Altri, un poco più moderati, si limitano a rilevare che ormai c’è un regime autoritario. E’ vero quanto pensano, o affermano di pensare, costoro?

Io credo che sia falso, del tutto falso.

Forse quanti sostengono ciò che ho scritto all’inizio non sanno bene che cosa sono davvero le dittature e i colpi di stato.

In Italia nel corso del Novecento c’è stato un vero colpo di stato e una vera dittatura, nel periodo fascista ovviamente.

Sarebbe sufficiente fare un confronto tra quanto avvenuto allora e quando avviene adesso per concludere che attualmente in Italia c’è una vera democrazia, e che non si può nemmeno parlare di deriva autoritaria.

Se si esamina sia la riforma del Senato che la nuova legge elettorale, promosse soprattutto dal Pd di Renzi ma non solo da esso, si può rilevare senza ombra di dubbio che in entrambi i casi non si tende a restringere gli spazi di democrazia.

Gli obiettivi sono altri.

Migliorare il funzionamento del Parlamento, eliminando il bicameralismo perfetto tramite la riduzione dei poteri del Senato (si consideri poi che in molti altri Paesi i membri del Senato non sono eletti direttamente dal popolo e quindi quanto si propone per l’Italia non è affatto una novità senza precedenti).

Garantire il formarsi di maggioranze stabili e che si costituiscano appena dopo lo svolgimento delle elezioni, grazie alla nuova legge elettorale.

E se si fa riferimento poi alla decisione presa in Senato di “contingentare” i tempi della discussione del progetto di riforma relativo a questo ramo del Parlamento, anche in questo caso non si può parlare affatto di dittatura, di colpo di stato, ma si tratta solo della necessità di impedire alle minoranze, tramite un eccessivo ostruzionismo, manifestatosi nella presentazione di migliaia di emendamenti, di bloccare l’azione della maggioranza e conseguentemente le attività del Senato.

Una delle caratteristiche fondamentali delle democrazie è rappresentata dal fatto che alle maggioranze va consentito di governare e alle minoranze di opporsi senza però impedire l’azione delle maggioranze. Le minoranze poi si devono proporre di fare in modo che alle prime elezioni che si terranno diventino maggioranze.

A me queste considerazioni sembrano del tutto logiche e ampiamente condivisibili.

Per questo penso che gran parte di coloro che le rifiutano e parlano appunto di dittatura, colpo di stato, deriva autoritaria, sanno che quanto sostengono non è vero. La loro è solo un’operazione politica finalizzata ad acquisire maggiori consensi. E io credo che anche in questo loro obiettivo si sbaglino.


Una vera Europa unita oppure no?

24 luglio 2014

Negli ultimi periodi si è discusso in misura maggiore rispetto al passato, quanto meno nei mass media, di Europa. In occasione delle elezioni europee il dibattito si è concentrato soprattutto sui vantaggi e sugli svantaggi dell’introduzione dell’euro. Più recentemente ci si è occupati della scelta di chi dovesse ricoprire gli incarichi più importanti, all’interno dell’Unione europea. E’ stato eletto solo il presidente della Commissione europea, Juncker. Non c’è stato accordo sugli altri incarichi e quindi le decisioni, a tale proposito, sono state rinviate a fine agosto. Ma non si è discusso, a sufficienza, delle prospettive dell’Unione europea e delle politiche da attuare.

Io credo che sarebbe opportuno procedere in direzione dell’istituzione degli Stati Uniti d’Europa, di una vera federazione tra gli Stati membri dell’Unione europea.

Obiettivo irrealistico, quanto meno in tempi brevi?

Forse, ma obiettivo che sarebbe necessario perseguire, per vari motivi.

Per quanto riguarda il nostro Paese, ci si potrebbe limitare a sostenere che con l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa, l’Italia sarebbe governata meglio rispetto a quanto avviene adesso e a quanto avvenuto in passato.

Ma non ci si può fermare a questa considerazione.

In un periodo nel quale sulla scena politica e soprattutto economica si confrontano o si confronteranno nuove e vecchie grandi potenze quali gli Stati Uniti d’America, la Cina, l’India, i singoli Paesi europei da soli, anche la “grande” Germania, sono e saranno costretti a svolgere un ruolo da comprimari, non certo da protagonisti.

E se i Paesi europei, ancora di più in futuro, svolgeranno un ruolo da comprimari, le stesse condizioni di vita dei cittadini europei saranno influenzate negativamente e peggioreranno in misura molto consistente.

Comunque quello che si può, e che si dovrebbe fare, subito, è cambiare radicalmente la politica economica, consigliata e consentita dalle istituzioni dell’Unione europea, realizzata dalla Banca centrale europea e dai governi. Una politica economica decisamente espansiva, senza la quale l’uscita dalla crisi tarderà ancora, caratterizzata non solo da rigore e austerità.

Del resto se non cambierà radicalmente la politica economica, promossa dalle istituzioni dell’Unione europea, Unione proprio per questo considerata come un vincolo non come un’opportunità per lo sviluppo, gli Stati e i cittadini europei molto difficilmente accetteranno di cedere gran parte della loro sovranità per giungere all’istituzione degli Stati Uniti d’Europa.


La tratta dei baby calciatori

22 luglio 2014

Quando si parla di calcio ci si occupa dei calciatori più famosi, delle grandi squadre, dei campionati mondiali oppure di quelli che si svolgono nei diversi Paesi. Ma raramente ci si interessa di fenomeni di sfruttamento, di vere e proprie truffe, che esistono anche nel mondo del calcio e che riguardano minori.

Se ne interessa invece la rivista “Scarp de’ tenis”, che fa il punto della situazione sulla tratta dei piccoli aspiranti calciatori e su come vengano facilmente aggirate le norme internazionali che vietano i trasferimenti di minori.

Di quanto raccontato dalla rivista in questione una breve sintesi è contenuta in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Nessuno sa con esattezza quanti siano dal momento che, se alcune storie finiscono bene, migliaia sono i giovani di cui ogni anno si perdono le tracce, finendo nella pletora degli invisibili.

Approdano in Europa da Africa e Sudamerica secondo un copione che si ripete: il desiderio di cambiare il proprio futuro e quello della propria famiglia;  l’incontro, attraverso i social network o i siti di ‘scouting’, dove i giocatori stessi caricano i video delle loro performance, con una rete di mediatori e agenti che si incaricano di organizzare il viaggio, spesso millantando di lavorare per un grande club; l’ingresso con un semplice visto turistico nel Paese e il successivo sequestro del passaporto, che trasforma di colpo gli aspiranti calciatori in clandestini che, per la maggior parte delle volte non fanno più ritorno a casa.

Le truffe possono arrivare fino a 3.000 dollari:  ‘Tanti soldi, per una famiglia italiana. Un’enormità, per chi sta nelle fasce più povere della popolazione di molti paesi africani. Eppure il mercato è fiorente. In contesti di indigenza, il calcio è visto come un mezzo di riscatto, i giovani talenti sono considerati investimenti dai rendimenti potenzialmente altissimi e i viaggi all’estero occasioni da non lasciarsi scappare. A qualsiasi prezzo’”.

Io credo che questa vera e propria tratta dei minori debba essere ostacolata in ogni modo.

E devono contribuire a contrastarla anche gli stessi addetti ai lavori, cioè coloro che a vario titolo operano all’interno del mondo del calcio.

Non si devono occupare solamente di vincere a tutti i costi, di guadagnare somme favolose, ma si devono impegnare, per quanto nelle loro possibilità, a combattere il fenomeno descritto.


Papa Francesco è solo un’operazione di marketing?

20 luglio 2014

La scelta come Papa di Jeorge Bergoglio ha rappresentato certamente una novità per la Chiesa cattolica, soprattutto rispetto al suo predecessore. Ma quanto i comportamenti profondamente diversi di papa Francesco, non solo rispetto a Ratzinger ma rispetto anche ad altri papi o a possibili altri candidati alternativi al soglio di Pietro, rappresentano solo una ben congegnata operazione di marketing o stanno incidendo o incideranno profondamente nello stesso modo di essere della Chiesa cattolica?

La scelta di Bergoglio si inserisce in una situazione di grave crisi che contraddistingue la Chiesa cattolica. Alcuni segnali sono evidenti: il calo delle vocazioni e dei praticanti, soprattutto concentrato nei paesi sviluppati.

E determinati comportamenti di Bergoglio sono di fatto una novità, dagli stessi abiti utilizzati, alla sua vita quotidiana piuttosto distaccata dai vertici del Vaticano, alle stesse telefonate con cui papa Francesco direttamente si rivolge ad alcuni fedeli, ai suoi discorsi nei quali emerge la volontà di prediligere una Chiesa dei poveri, degli ultimi, piuttosto che una Chiesa contigua e in stretta relazione con i rappresentanti dei poteri politici ed economici.

E’ bene precisare che certi comportamenti se sono nuovi per un papa non lo sono per Bergoglio, in quanto lo caratterizzavano anche quando era solo cardinale o solo arcivescovo di Buenos Aires.

Ma per il sottoscritto, e lo preciso apertamente, convinto non credente, non può che  sorgere una domanda: quanto quei comportamenti “nuovi” di Bergoglio sono solo una operazione di marketing ben studiata, eventualmente solo da lui, volta a tentare di acquisire maggiori consensi nei confronti di una Chiesa cattolica in crisi oppure tendono ad incidere nel profondo nei caratteri distintivi della Chiesa cattolica?

La risposta non è facile, tutt’altro.

Ma, dal mio punto di vista, solo se ai nuovi comportamenti di natura formale seguiranno cambiamenti profondi nelle strutture di vertice della Chiesa cattolica, nella Chiesa-istituzione, nel modo di concepire il sacerdozio, nel porsi di fronte ai cosiddetti temi eticamente sensibili, si potrà sostenere che quella di Bergoglio non è solo un’operazione di marketing.

Fino ad ora qualche cambiamento reale di notevole interesse c’è stato.

Ad esempio lo Ior, che nel passato è stato oggetti di forti polemiche e di critiche più che giustificate, sembra essere interessato da un processo di riforma di consistente rilievo.

Ma quando, ad esempio, verranno, se verranno, delle decise e chiare aperture di papa Francesco nei confronti della possibilità che i preti si sposino, del sacerdozio femminile, sui cosiddetti temi eticamente sensibili, dai temi del “fine vita”, all’aborto, al divorzio, all’utilizzo degli strumenti contraccettivi?

E quanto, quindi, Bergoglio si adopererà affinchè i cattolici e la Chiesa cattolica si dimostrino realmente favorevoli alla laicità degli Stati?

Ma quando la Chiesa-istituzione verrà profondamente ridimensionata e quando, contemporaneamente, aumenterà notevolmente il peso delle strutture e delle persone che, nell’ambito della Chiesa, sono più vicine ai fedeli, soprattutto ai più poveri e a coloro che sono in maggiore difficoltà?

Si affermerà davvero il francescanesimo sulla spinta di un papa, gesuita, che ha però scelto, non a caso il nome di Francesco?

Io, da non credente, ripeto, sono scettico, ma mi auguro, realmente, che papa Francesco possa contribuire, quanto meno ad iniziare, a realizzare un processo di cambiamento della Chiesa cattolica di amplissime proporzioni.

Ne beneficerebbero tutti, credenti e non credenti,. E, sarà forse una frase banale ma non mi importa, contribuiremo, credenti e non credenti, a costruire un mondo migliore, almeno un poco.


A un anno dalla conferenza nazionale pochi interventi per la disabilità

16 luglio 2014

E’ passato un anno dalla conferenza nazionale sulla disabilità e poche sono state le azioni compiute, e tante le incompiute. E c’è da crederci perché lo sostiene la sottosegretaria alle politiche sociali, alla famiglia e all’integrazione, Franca Biondelli. Tre le priorità: meno burocrazia, fondo non autosufficienza e il dopo di noi.

Un risultato positivo viene considerato dalla sottosegretaria la riattivazione dell’osservatorio nazionale sulla disabilità.

Appunto tre sono le priorità per l’attuale governo.

Innanzitutto snellire la burocrazia. Sburocratizzare, abbreviare i tempi per gli accertamenti e l’ottenimento di accompagnamento e indennità, soprattutto in presenza di diagnosi certe.

La seconda priorità consiste nell’aumentare il fondo nazionale non autosufficienza. I 350 milioni di euro, ora disponibili, sono del tutto insufficienti.

La terza priorità è il cosiddetto “dopo di noi”, cioè gli interventi rivolti ai disabili, una volta che muoiono i genitori che, normalmente, sono i parenti che più frequentemente li seguono. A tale proposito Franca Biondelli ricorda che in nella dodicesima commissione alla Camera sta andando avanti un disegno di legge unificato sul tema.

Le priorità rilevate sono tutte condivisibili e sarebbe più che opportuno che risultati concreti si ottengano nel prossimo futuro.

Non posso però che manifestare il mio scetticismo.

Infatti per ottenere risultati importanti relativamente a quelle priorità sarebbe indispensabile avere a disposizione risorse finanziarie consistenti.

Questo governo potrà e vorrà destinare i fondi necessari ai fini prima citati?

Staremo a vedere.