Il congresso dell’associazione Coscioni per l’eutanasia legale

30 settembre 2013

Ho partecipato, essendo un iscritto, al decimo congresso dell’associazione Luca Coscioni, che si è svolto ad Orvieto il 28 e il 29 settembre. E’ stato un congresso di notevole interesse e molto importante. Proprio in un momento in cui la politica italiana era in “tutt’altre faccende affaccendata”, come ha rilevato Emma Bonino, nel suo intervento, nell’ambito dei lavori del congresso sono stati discussi problematiche di grande rilievo per la vita quotidiana di milioni di italiani, dall’eutanasia alla disabilità, alla ricerca scientifica.

Nella parte iniziale della mozione approvata al termine del congresso sono state inserite alcune informazioni sull’attività svolta dall’associazione dalla sua nascita ad oggi.

“Dal 2002 ad oggi, l’associazione Luca Coscioni è stata ed è una delle organizzazioni più attive ed efficaci a livello mondiale nella difesa di un bene -la libertà di ricerca scientifica- tanto fragile quanto prezioso, sia per la vita delle persone che della democrazia.

Il benessere dei cittadini, le speranze di cura contro le malattie e l’accesso alle terapie disponibili dall’inizio alla fine della vita dipendono in modo essenziale da una ricerca libera, non penalizzata da ogni fondamentalismo politico e religioso. Per questi obiettivi ci siamo battuti, ottenendo risultati importanti.

Luca Coscioni, da malato di sclerosi laterale amiotrofica e leader radicale, con il sostegno di 51 Premi Nobel alla sua candidatura ha investito la politica italiana e mondiale della questione – fino a quel punto sconosciuta alla gran parte dell’opinione pubblica – del proibizionismo sulla ricerca scientifica in materia di staminali embrionali.

Sempre su iniziativa di Luca Coscioni, diventano oltre 100 i Premi Nobel e migliaia gli scienziati che si mobilitano con successo per impedire che l’Onu voti una convenzione per la messa al bando mondiale della clonazione terapeutica, e ottengono un secondo successo al Parlamento europeo, che respinge il tentativo di escludere la ricerca sulle staminali embrionali dai finanziamenti dell’Unione europea…”.

Nella mozione citata sono contenuti diversi impegni che dovranno caratterizzare l’azione degli organi dirigenti dell’associazione. Ne riporto solo alcuni, quelli relativi all’eutanasia e alla disabilità. Chi è interessato a leggere l’intera mozione può far riferimento al sito web www.associazionelucacoscioni.it.

“Legalizzazione dell’eutanasia e testamento biologico

Ottenere la calendarizzazione in Parlamento della Proposta di legge di iniziativa popolare  sull’eutanasia legale e l’interruzione delle terapie, realizzando così una rottura senza precedenti con la storia del regime antidemocratico italiano, da sempre nemico delle iniziative popolari legislative e referendarie.

Su tale proposta esigere un dibattito che coinvolga l’opinione pubblica italiana anche attraverso le principali trasmissioni televisive nazionali.

Offrire sostegno politico e giudiziario a chi sceglie di interrompere trattamenti vitali o di recarsi all’estero per l’eutanasia.

Allargare la rete dei 106 Comuni dove è già attivo il registro del Testamento biologico.

Fare una verifica approfondita delle strutture e delle leggi regionali che si occupano della cura e dell’assistenza delle malattie neurologiche degenerative ( Sla, stati vegetativi,…), sulla traccia dei servizi predisposti per gli Hospice e i malati terminali.

Disabilità  

Proporre azioni per  la riforma delle politiche sulla disabilità, che siano in attuazione delle pari opportunità riconosciute e garantite dalla ‘Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006’, in particolare l’effettivo rispetto del diritto delle persone disabili al lavoro, allo studio,  alla vita affettiva e sessuale, all’ambiente fisico, alla mobilità e ai trasporti, all’accessibilità,  al voto,  alle informazioni.

Ancora oggi, infatti,  a fronte di una legislazione spesso pregevole o, comunque, accettabile, le concrete condizioni di vita delle persone diversamente abili sono al limite dell’accettabilità, al punto che occorrerebbe cominciare a chiedersi se per loro  lo Stato di diritto esiste davvero.

E’ evidente infatti che parlare di riconoscimento e di garanzia dei diritti individuali nei confronti di colui che è emarginato o socialmente escluso è tanto semplice quanto ipocrita. E’ necessario dunque, in via pregiudiziale, mettere a disposizione delle persone portatrici di handicap tutta una serie di strumenti, in primis giudiziari, proprio come già accaduto in occasione delle cause intentate dall’associazione Luca Coscioni per condotta discriminatoria contro enti comunali, uffici postali ed esercizi commerciali, ciò al fine di consentire loro l’esercizio dei diritti previsti dalle leggi in vigore, oggi come ieri sempre più disapplicati e ignorati come nel caso della mancata predisposizione dei piani di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A.)

Ottenere l’aggiornamento del nomenclatore degli ausili per il recupero di facoltà sensoriali, fermo al 1999, proseguire campagna per il rinnovo dei livelli essenziali di assistenza.

Per la qualità della vita delle persone disabili attraverso forme di autogestione dell’assistenza, dopo la proposta di legge presentata in Regione Lazio nella scorsa consiliatura, prevedere nuovo deposito, estendere la proposta in altre regioni, oltre ad approfondire le proposte sul ‘budget di salute’ e sui corsi di formazione per assistenti e operatori.

Monitorare e denunciare la mancata applicazione della legge sul lavoro delle persone disabili, elaborando un documento guida per la sua corretta applicazione”.

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4 immigrati su 10 pronti a lasciare l’Italia

29 settembre 2013

I risultati di un ricerca dell’Associazione Bruno Trentin-Isf-Ires Cgil che sarà presentata il 2 ottobre: la recessione pesa di più sui lavoratori giunti dall’estero, in gran parte dequalificati e sempre più timorosi di perdere o di non trovare un impiego. E quindi quattro immigrati su dieci prevedono che dovranno spostarsi in altri paesi europei o ritornare nei paesi d’origine.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it vengono analizzati i principali contenuti di questa ricerca.

“Quattro immigrati su dieci pensano di non poter restare più in Italia e di dover riprendere un nuovo percorso migratorio verso altri paesi europei o di rientro nei paesi di origine.

E’ l’effetto della lunga crisi economica che pesa su tutto il mondo del lavoro, ma che incide anche di più sui migranti, in gran parte dequalificati e sempre più preoccupati di perdere o di non trovare più occupazione.

E’ quanto emerge da un’indagine condotta dall’Associazione Bruno Trentin-Isf-Ires della Cgil su un campione di oltre mille persone provenienti da diverse aree del mondo, i cui risultati saranno illustrati mercoledì 2 ottobre alle ore 10 presso la sede della Cgil nazionale.

Il quadro che emerge descrive ancora una volta un lavoro immigrato dequalificato, in cui non c’è quasi mai progressione di carriera e che rimane fortemente confinato nei settori a minor valore aggiunto. La crisi ha colpito l’occupazione, le retribuzioni e le condizioni di lavoro, e l’effetto è che aumentano gli orari ma diminuiscono le giornate lavorative, aumenta il lavoro nero, le forme di falso part-time e il falso lavoro autonomo.

Ma, soprattutto, aumentano le paure e quella di perdere o non trovare più un impiego coinvolge la quasi totalità degli intervistati, perché il lavoro, oltre a garantire un reddito e una vita dignitosa, è la condizione senza la quale non è possibile soggiornare regolarmente nel nostro paese.

Dunque i lavoratori sono più ricattabili e le condizioni di lavoro, già molto problematiche, diventano ancora più vessatorie. Anche chi vive in Italia da molti anni (e sono la grande maggioranza degli immigrati), non sembra che sia riuscito a superare le dinamiche discriminatorie di un mercato del lavoro duale e, purtroppo, anche per le seconde generazioni il percorso di piena acquisizione dei diritti di cittadinanza appare molto difficoltoso.

Non è un caso, dunque, se quattro migranti su dieci pensano di dover intraprendere un nuovo percorso migratorio che avrebbe effetti non solo sulle loro vite, ma anche sul sistema Paese.

Gli immigrati rappresentano infatti oltre il 10% del Pil italiano, contribuiscono a sostenere il welfare previdenziale e offrono una compensazione demografica. Senza considerare il rischio di depauperamento professionale, considerando che le persone più motivate a partire sono quelle più giovani e più istruite.

Per l’85% degli intervistati la crisi ha apportato dei peggioramenti nella condizione lavorativa. La risposta più frequente alla domanda ‘quali sono stati gli effetti della crisi sul tuo lavoro?’ è stata che le retribuzioni si sono abbassate (31,5%). Il dato è reso ancora più esplicito dal fatto che la seconda risposta più gettonata è che sono diminuite le giornate di lavoro (25,5%).

Ma se da una parte il lavoro sta diventando meno retribuito e più discontinuo, dall’altra le condizioni di lavoro si fanno più rischiose (19,1%) e gli orari più lunghi (22,2%). Inoltre una parte degli intervistati sente che la crisi sta provocando una più generale perdita dei diritti (12,8%) e aumentando il ricorso al lavoro irregolare (12,1%).

Solo il 2,3% dice di non essere spaventato dalla crisi. In generale la grande paura è quella di perdere o non trovare lavoro (80%). Tema ripreso anche sotto altri aspetti: da un lato, c’è una percentuale pari al 16,5% delle risposte che indica la paura di dover lavorare in condizioni peggiori (ulteriore allungamento dell’orario, rischi per la salute), dall’altro, il 10% circa teme di dover lavorare in nero”.


I medici solo burocrati?

25 settembre 2013

Secondo un sondaggio promosso da Cimo Asmd  i medici si sentono solo dei burocrati e non sono gratificati dalla professione che svolgono. Sono stati intervistati più di 6.000 medici. Dei risultati del sondaggio si discuterà nel congresso nazionale di Cimo Asmd, un sindacato di medici, che si terra dal 26 al 29 settembre a Roma.

Di quanto emerge dal sondaggio in questione riferisce un articolo pubblicato su www.ilsole24ore.com.

“L’indagine evidenza che il 73% dei medici intervistati ritiene che il suo lavoro sia solo un adempimento di natura legislativa e gestionale. Il 93% si sente equiparato ad un qualsiasi dirigente dell’amministrazione pubblica e 1 medico su 2 non si sente più gratificato dalla sua professione.

‘Esiste una questione medica ed è criminale non considerarla – afferma Riccardo Cassi, presidente Cimo Asmd -.

Chi lavora in ospedale o in un’altra struttura sanitaria pubblica e si prende cura della salute dei cittadini e li assiste nei momenti più critici dell’esistenza umana, non può sentirsi frustrato o relegato al ruolo di burocrate. Questo significa che si preferisce privilegiare l’aspetto dirigenziale rispetto a quello professionale. Il dirigente medico è stato progressivamente assimilato contrattualmente alla dirigenza statale, tendenza fortemente voluta dalle Regioni.

Nella dirigenza si perde la peculiarità e la specificità delle professioni, creando una confusione di ruoli e competenze, una sovrapposizione di responsabilità gestionali e professionali, un permanente conflitto tra chi fa cosa e chi ne risponde, il tutto acuito dall’assenza di una chiara normativa di riferimento nazionale’.

Il 52% dei medici intervistati pensa che la professione non corrisponde alle aspettative e l’82% sostiene che negli anni il lavoro non sia migliorato affatto. Di questa idea sono soprattutto i medici di sesso maschile e di età compresa tra i 40 e 50 anni.

Un altro dato significativo è quello che riguarda il rapporto medico paziente che il 63% giudica peggiorato. Tra gli intervistati più di 2.000 sostengono che il rapporto è peggiorato a causa della diffidenza dei pazienti verso i medici dovuto anche alle inefficienze organizzative delle strutture sanitarie; quasi mille medici (936) dichiarano che il rapporto medico paziente è peggiorato per i troppi oneri economici e per le complicazioni burocratiche; e 821 sono convinti che la causa dipenda dalle troppe campagne mediatiche in tema di malasanità.

‘Questi dati confermano quello che Cimo sostiene da anni – continua Cassi – la figura del medico è stata sempre più depauperata dei veri poteri e valori. Il medico deve essere l’unico responsabile delle cura e dell’assistenza al paziente non un manager con l’unico compito di stare nelle spese.

La verità è che l’aziendalizzazione ha fallito: la spesa sanitaria regionale ha continuato a crescere senza controllo, raggiungendo in alcune Regioni deficit elevati; l’entità del fondo sanitario nazionale ha continuato ad essere definita attraverso una trattativa Stato-Regioni piuttosto che sui costi effettivi dei bisogni della popolazione, e la modifica del titolo V della Costituzione ha impedito allo Stato di intervenire attivamente nei processi di riorganizzazione delle strutture e dei servizi sanitari regionali’.

Secondo Cino-Asmd ‘è giunto il momento di una riforma quater che corregga gli errori del passato, restituisca al medico il ruolo che gli compete e riporti l’atto medico al centro delle cure’”.


168 milioni i bambini sfruttati

23 settembre 2013

Sono 168 milioni i bambini sfruttati nel mondo. Il loro numero si è ridotto di un terzo negli ultimi tredici anni. Lo afferma il nuovo rapporto dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). Nel 2000 infatti erano 246 milioni. Il contrasto allo sfruttamento è sulla strada giusta, quindi, ma l’obiettivo dell’Onu, eliminare le forme peggiori entro il 2016, non sarà raggiunto.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it si esaminano i contenuti principali del rapporto.

“Il lavoro minorile si è ridotto di un terzo dal 2000 a oggi, passando da 246 milioni a 168 milioni di bambini sfruttati. Un calo che tuttavia non consentirà di raggiungere l’obiettivo fissato dall’Onu e condiviso dalla comunità internazionale: eliminare le peggiori forme entro il 2016.

E’ quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) pubblicato recentemente.

Cosa si intende per lavoro minorile? È quella forma di impiego che priva le bambine e i bambini della loro infanzia, del loro potenziale e della loro dignità, e che ne pregiudica lo sviluppo fisico e morale.

Si riferisce al lavoro svolto al di sotto dell’età minima legale di ammissione all’impiego, come stabilito dalla convenzione dell’Ilo sull’età minima (1973) e dalla convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile (1999).

‘La direzione è giusta, ma ci stiamo muovendo troppo lentamente. Se vogliamo veramente porre fine a questo flagello nel prossimo futuro, dobbiamo raddoppiare gli sforzi a tutti i livelli. Abbiamo 168 milioni di buone ragioni per farlo’. Così il direttore generale dell’Ilo, Guy Ryder, commenta i risultati.

Le ultime stime dell’organizzazione che fa capo alle Nazioni Unite, pubblicate alla vigilia della conferenza globale sul lavoro minorile che si terrà il mese prossimo a Brasilia, mostrano che i progressi più significativi si sono registrati tra il 2008 e il 2012 con un calo del numero globale da 215 milioni a 168 milioni.

Più della metà dei 168 milioni di bambine e bambini lavoratori nel mondo svolge lavori pericolosi che hanno conseguenze dirette sulla loro salute, sicurezza e sviluppo morale. Attualmente, sono 85 milioni i bimbi impiegati in mansioni pericolose, rispetto ai 171 milioni del 2000.

Il maggior numero in termini assoluti di bambini lavoratori si trova nell’area Asia-Pacifico (quasi 78 milioni), benché l’Africa sub-Sahariana continui a essere la regione con la più alta incidenza in rapporto alla percentuale della popolazione, oltre il 21%.

Il tasso di lavoro minorile si conferma più elevato nei paesi poveri, ma le zone a medio reddito hanno il maggior numero di bambini lavoratori. Il fenomeno tra le bambine è diminuito del 40% dal 2000, mentre quello dei bambini del 25%.

L’agricoltura rimane il settore in cui si trovano più minori coinvolti (98 milioni). Ma lo sfruttamento è rilevante anche nel settore dei servizi (54 milioni) e nell’industria (12 milioni).

Tra il 2008 e il 2012, il lavoro minorile nella fascia d’età 5-17 è sceso in Asia, America Latina e Caraibi, e Africa sub-Sahariana. La regione Asia-Pacifico ha visto il calo più consistente, da 114 milioni nel 2008 a 78 milioni nel 2012. Il numero dei bambini lavoratori scende anche in Africa sub-Sahariana (di 6 milioni) e in misura più modesta anche in America Latina e Caraibi (1,6 milioni). In Medio Oriente e Nord Africa il numero di bambini lavoratori ammonta a 9,2 milioni.

Il dossier identifica una serie di misure che hanno determinato i progressi degli ultimi anni. Le scelte politiche di investimenti nell’istruzione e nella protezione sociale, in particolare, sembrano aver contribuito in maniera massiccia alla diminuzione del fenomeno. Altre azioni, come l’impegno diretto dei governi e l’aumento del numero delle ratifiche delle due Convenzioni Ilo sul lavoro minorile, con scelte politiche forti e quadri legislativi solidi, hanno fatto la differenza…”.


300.000 donne muoiono di parto ogni anno

22 settembre 2013

Ogni anno nel mondo 287.000 donne muoiono di parto o per cause relative alla gravidanza. Ciò significa che ogni due minuti muore una madre, una stima di circa 800 donne al giorno. E queste morti si verificano soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

In un comunicato emesso da Save the Children ci si occupa della mortalità materna.

“Nei paesi in via di sviluppo la mortalità materna è 15 volte più alta rispetto ai paesi industrializzati (287.000 morti materne nel mondo delle quali 2.200 nei paesi industrializzati e le rimanenti 284.000 nei paesi in via di sviluppo).

Due paesi contribuiscono a 1/3 di tutte le morti materne: l’India con il 19% (56.000) e la Nigeria con il 14% (40.000).

Le cause principali di mortalità materna e infantile sono riconducibili alla mancanza di assistenza sanitaria adeguata prima e durante la gravidanza e nel delicato momento del parto alla cui base vi è l’incapacità dei sistemi sanitari di garantire la presenza su tutto il territorio di medici, ostetriche e
infermieri specializzati e di assicurare l’operatività di strutture funzionanti anche nelle comunità più isolate.

A ciò si aggiunge la concreta difficoltà da parte di molte donne ad accedere ad informazioni corrette su come curare la propria salute specialmente nelle fasi più delicate dal concepimento ai primi
mesi di vita dei loro bambini.  Per questo occorre migliorare l’assistenza alla gravidanza, al parto e al periodo post-parto.

Nonostante una significativa riduzione nelle morti materne (da 543.000 nel 1990 a 287.000 nel 2010), la percentuale di miglioramento è ancora troppo bassa: all’incirca un quarto dei paesi con le più alte percentuali di morti materne hanno registrato progressi insufficienti (in Africa la percentuale di riduzione dal 1990 al 2010 è stata solo del 2.7%).

L’adozione di pratiche igieniche durante il parto è fondamentale per prevenire le infezioni, ma le infezioni materne devono essere riconosciute e trattate durante la gravidanza. Quasi il 50% di tutte le morti neonatali si verificano entro 24 ore dal parto e fino al 75% nella prima settimana post-partum.

La strategia deve incentrarsi su un continuum di approccio di cura che include migliorare i percorsi di gravidanza, migliorare la gestione del parto fisiologico da parte di personale qualificato, facilitare l’accesso ai servizi di emergenza ostetrica e neonatale.

E’ dunque cruciale lavorare nelle comunità, anche le più remote, raggiungere tutti, soprattutto chi vive in zone isolate e non ha accesso a cure e assistenza. Nelle comunità si ha la possibilità di coinvolgere tutti, adottando approcci partecipativi.

I risultati sono sorprendenti: la comunità nella sua interezza è educata e informata sui temi della salute materna e infantile, ma anche sulla salute riproduttiva, sulla nutrizione e tutti sono sensibilizzati sull’importanza del ruolo della donna, facilitando cosi l’abbattimento di barriere di genere.

Il ponte tra il sistema sanitario e la comunità è rappresentato dalla rete di operatori sanitari comunitari che equipaggiati con strumenti sanitari (bilance, termometri, strumenti di rianimazione, test antimalarici, dosi supplementari di cibo e vitamina A, materiale informativo e divulgativo, registri) possono visitare le mamme prima e dopo il parto, i neonati e i bambini, diagnosticare le malattie più comuni, informare le madri sui rimedi necessari e le strutture sanitarie disponibili, diffondere le corrette pratiche igieniche, sanitarie e alimentari, deferire verso le strutture sanitarie presenti i pazienti più gravi che non possono essere curati a livello comunitario…”.


Una cura per l’Aids?

18 settembre 2013

Un gruppo italo-americano di ricercatori ha predisposto una terapia destinata ai malati di Aids che potrebbe rappresentare un deciso passo in avanti verso l’individuazione di una cura in grado da determinare una remissione della grave malattia.

Il lavoro di questi ricercatori è stato analizzato in un articolo pubblicato su www.sanitaincifre.it.

“Una cura per l’Aids in grado di indurre una remissione della malattia sembra essere più vicina. Senza dover costringere i pazienti – 33 milioni in tutto il mondo – ad assumere a vita, come avviene ora, quel cocktail di farmaci che costituisce la terapia antiretrovirale.

E’ questo il sogno di molti, che però adesso, grazie ad una ricerca pubblicata su Retrovirology, sembra aver compiuto un importante passo avanti nella direzione giusta.

Un team italo-americano di ricercatori, coordinati da Andrea Savarino dell’Istituto superiore di sanità, ha aggiunto alla terapia antiretrovirale due farmaci, l’auranofin, un composto a base di sali di oro già conosciuto, e, per la prima volta, la butionina sulfossimina, un agente chemiosensibilizzante (Bso), ottenendo così, nei macachi usati come modello (il più vicino all’Aids umano), dopo un periodo di sospensione della terapia, una remissione della patologia.

La combinazione di farmaci ha, in pratica, rimpiazzato gradualmente e senza provocare effetti
collaterali i linfociti ‘malati’ con cellule nuove e perfettamente funzionanti, anche se, in un primo momento, non è riuscita a prevenire un’iniziale ricarica del virus.

‘Risulta evidente – osserva  Iart Luca Shytaj, collaboratore del dottor Savarino e primo autore dell’articolo pubblicato su Retrovirology – come una branca specifica del sistema immunitario venga stimolata dall’aggiunta di Bso al cocktail di farmaci e possa eventualmente mimare un’autovaccinazione contro il virus’.

‘Monitorando i macachi – afferma Savarino – ben presto abbiamo potuto constatare che le nuove cellule immuni respingevano con forza il virus, riportando così le scimmie in perfetta salute’.

I ricercatori stanno ora programmando l’inizio di un trial clinico nei primi mesi del 2014.

L’annuncio verrà dato nel corso della conferenza su ‘Hiv persistence during therapy’ che si terrà a Miami il prossimo dicembre alla presenza dei maggiori esperti nel campo, provenienti da tutto il mondo.

A parte qualche raro caso di guarigione ottenuta trattando molto precocemente e regolarmente i pazienti con la terapia antiretrovirale, una vera e propria cura per l’Aids è stata ottenuta solamente nel caso di Timothy Brown, conosciuto come ‘il paziente di Berlino’, e forse (è ancora da valutare) in due recenti casi riportati a Boston.

In questi pazienti, che soffrivano anche di tumori del sangue, sono state applicate tecniche invasive e pericolose per rimuovere le cellule del sistema immunitario (incluse quelle che nascondevano il virus dell’Hiv) e sostituirle con nuove cellule libere dal virus e dal cancro”.


Un giovane sue due pronto a lasciare l’Italia

16 settembre 2013

Secondo un’indagine realizzata dalla Swg per conto della Coldiretti un giovane su due è disposto a lasciare l’Italia. I motivi principali, ovviamente, riguardano la ricerca di un lavoro. Del resto. quanto sostenuto in questa indagine, non stupisce se si considerano gli ultimi dati sulla disoccupazione forniti dall’Istat, dati che confermano l’elevato livello raggiunto dalla disoccupazione giovanile, tendente peraltro ad aumentare e non certo a diminuire.

La Coldiretti, relativamente ai risultati di questa indagine, ha emesso un comunicato.

“La propensione ad abbandonare il nostro paese, sottolinea l’associazione, riguarda i giovani disoccupati (53%) e gli studenti (59%), ma anche coloro che hanno già un lavoro (47%)

La maggioranza dei giovani (51%) sotto i 40 anni è pronta ad espatriare per motivi di lavoro. E’ quanto emerge da un’analisi Coldiretti-Swg che evidenzia gli effetti nel 2013 del crollo del numero dei giovani al lavoro che sono passati da 6,3 a 5,3 milioni tra il 2010 e il 2013, sulla base dei dati Istat relativi al secondo trimestre.

La propensione a lasciare l’Italia, sottolinea la Coldiretti, riguarda in realtà sia i giovani disoccupati (53%) che gli studenti (59%) ma anche coloro che hanno già un lavoro (47%) che evidentemente non li soddisfa.

Questo perché il 73% dei giovani ritiene che l’Italia non possa offrire un futuro contro il 20% che ha invece una visione positiva perché pensa in maggioranza che gli italiani hanno competenze e creatività per uscire dalla crisi.

Non si crede più neanche nella raccomandazione alla quale solo l’11% dei giovani italiani dichiara di aver fatto ricorso.

La visione negativa del futuro è confermata dal fatto che in generale il 61% dei giovani italiani che pensa che in futuro la sua situazione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori, il 17% uguale e solo il 14% migliore, mentre il 9% non risponde.

Per la prima volta dal dopoguerra la nuova generazione sarà più povera di quella che l’ha preceduta conclude la Coldiretti nel sottolineare che ‘la voglia di fare meglio è stato il motore che ha fatto crescere il Paese da generazione a generazione’”.