In Francia il governo intende abolire la prostituzione

29 giugno 2012

Il nuovo ministro francese dei diritti delle donne Najat Vallaud-Belkacem, poco dopo essere nominata, ha avanzato una proposta che sta facendo discutere molto: l’abolizione della prostituzione. Le dichiarazioni del ministro sono state esplicite. “La questione non è di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, essendo la risposta in questo caso ovviamente positiva, ma piuttosto di sapere con quali mezzi metteremo in opera questo piano”. Il mio obiettivo, e quello di tutto il partito socialista, è quello di sradicare la compravendita di sesso. Non sono ingenua e so che sarà un cantiere lungo e difficile, ma sono comunque intenzionata a percorrerlo”.

Le reazioni alla proposta del ministro sono state contrastanti.

Il mondo delle associazioni è diviso tra chi è totalmente a favore e chi, invece, si oppone totalmente ad una legge abolizionista.

Luciana Coluccello in un articolo pubblicato su www.eilmensile.it ha intervistato Agnés, una militante dell’associazione francese “Bois de Boulogne” che tutela gli interessi prostitute francesi.

Ecco la risposta ad una domanda contenuta in questa intervista.

Come valuta la proposta del ministro Vallaud-Belkacem?

Poco intelligente. Vorrei fare prima di tutto un discorso oggettivo. Non ci sono soltanto le prostitute che sono costrette, ma anche quelle che, per un motivo o per un altro, scelgono di fare o hanno scelto di fare questo lavoro molti anni fa. Soffermiamoci su queste ultime. Secondo quanto ha detto il ministro, queste persone dovrebbero essere aiutate a reintrodursi nella società, a trovare un lavoro. Ma mi spiegate come fa a trovare lavoro una donna di 45 anni che per20 ha fatto solo la prostituta? Cosa scriverà questa donna nel suo curriculum? L’introduzione del reato di prostituzione spingerebbe quindi questo mestiere verso una clandestinità ancora maggiore di quella che già c’è, con sempre meno garanzie di sicurezza personale. Perché lo sappiamo tutti: non basta dire che è un reato prostituirsi perché la prostituzione scompaia.

Luciana Coluccello ha anche intervistato Maria Pia Covre, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute in Italia.

Non le sembra strano che una proposta del genere arrivi proprio da un governo socialista?

Assolutamente sì. Ma teniamo conto che i politici che fanno questo tipo di proposte sono quasi sempre donne che hanno un background culturale femminista e pensano di essere intelligenti nell’abolire la prostituzione perché aboliscono una schiavitù. In realtà non si rendono conto che ci sono anche i casi in cui la prostituzione è una libera scelta. In quei casi deve essere paragonata ad un vero lavoro per far lavorare in modo decente e dignitoso le persone, altrimenti sono proprio loro a renderle schiave. Chi fa questo tipo di proposte, quindi, è solo qualcuno che ha poco potere e che ha bisogno di “fare sensazione” per farsi strada in un mondo politico che è ancora abbastanza chiuso alle donne.

Da dove viene l’abolizionismo?

Si tratta di un fenomeno che nasce in epoca napoleonica per abolire i bordelli, le case chiuse, poiché le donne che vi lavoravano erano molto discriminate ed emarginate e vivevano in condizioni sanitarie pessime. Effettivamente in quel periodo, ma anche in altri periodi successivi, abolire queste case significava liberare le donne. Oggi però liberare le donne significa anche lasciarle libere di decidere del loro destino. Libertà delle donne significa anche che se io sono maggiorenne e consenziente e voglio fare dei servizi sessuali come lavoro nessuno me lo deve impedire. E questo vale anche per gli uomini. L’autodeterminismo di una donna è una delle cose più belle che il femminismo ci abbia mai insegnato.

L’articolo si conclude con il parere di Ernestine Ronai, vicepresidente dell’associazione Le Nid, che si dice proprio “a favore dell’abolizione del commercio del corpo”.

È un cantiere per il quale è necessario disporre di strumenti legali e di mezzi finanziari. Bisogna penalizzare i clienti, lottare contro le reti criminali, accompagnare le prostitute e facilitare il loro inserimento nella società”. Abolire la prostituzione in quanto mestiere, quindi, poiché essa è spesso legato a organizzazioni mafiose.

La questione dell’abolizione della prostituzione è indubbiamente complessa. I pareri, come evidenziato nell’articolo a cui ho fatto riferimento, possono essere diversi, anzi opposti. A me sembra che anche se si accettasse la proposta di abolirla, essa sarebbe di difficile attuazione. E comunque la presa di posizione del nuovo ministro del governo Hollande mi sembra più che altro propagandistica, mentre la problematica meriterebbe delle valutazioni più attente e meno legate ad una proposta che mi sembra inoltre piuttosto affrettata e tutt’altro che ben articolata.


La tortura anche in Italia, ma non il reato

28 giugno 2012

In occasione della giornata internazionale per le vittime di tortura. Amnesty International Italia ha sollecitato per il 23° anno l’introduzione del reato di tortura nel codice penale e ha annuncia l’organizzazione di una manifestazione nazionale a Roma, il 6 ottobre, per chiedere alla polizia diritti umani e trasparenza.

In occasione della giornata internazionale per le vittime della tortura, Amnesty International Italia ha rinnovato la richiesta alle istituzioni italiane affinché si colmi un ritardo di quasi un quarto di secolo e s’introduca nel codice penale il reato di tortura.

Colmare questa lacuna legislativa non è un’opzione ma un obbligo che l’Italia ha assunto con la ratifica, nel gennaio 1989, della Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite.

Amnesty ha definito questa la cuna legislativa “grave, incomprensibile e dolorosa”.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani “Questa inadempienza è una delle principali cause della sostanziale impunità di cui hanno goduto i rei, e della giustizia negata per le centinaia di vittime delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia durante il G8 di Genova del 2001, in particolare all’interno del centro di detenzione di Bolzaneto”. E Amnesty ha aggiunto “Molti casi, negli 11 anni trascorsi dai fatti di Genova, hanno continuato a chiamare in causa le responsabilità delle diverse forze di polizia per uso eccessivo della forza, inclusi i maltrattamenti in custodia, e per utilizzo improprio delle armi.

Quest’anno, le sentenze della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi e quella per l’omicidio volontario di Gabriele Sandri, mentre sono in corso i procedimenti per la morte di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi e Michele Ferrulli”.

E Amnesty International ha anche predisposto un appello indirizzato al presidente del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato, già firmato da 15.000 persone, i cui contenuti saranno al centro di una manifestazione nazionale indetta a Roma sabato 6 ottobre da Amnesty International Italia, insieme alle famiglie di vittime di violazioni dei diritti umani.

Il testo dell’appello che può essere firmato visitando il sito www.amnesty.it è il seguente:

“A undici anni dal G8 2001, che ebbe luogo a Genova dal 19 al 21 luglio, Amnesty International constata con disappunto che le centinaia di vittime delle gravi violazioni dei diritti umani compiute in quei giorni da funzionari e agenti delle forze di polizia non hanno ottenuto piena giustizia, anche a causa della mancanza del reato di tortura nel codice penale e di misure di identificazione degli agenti durante le operazioni di ordine pubblico, come l’uso di codici alfanumerici sulle uniformi.

Diversi casi emersi negli anni trascorsi da quegli eventi hanno continuato a chiamare in causa le responsabilità delle forze di polizia, confermando l’urgenza di misure legislative e istituzionali per la prevenzione delle violazioni.

La condanna definitiva, confermata dal 21 giugno in Cassazione, per omicidio colposo degli agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi durante un fermo nel 2005; la sentenza definitiva per omicidio volontario dell’agente di polizia stradale che nel 2007 esplose il colpo di pistola che uccise Gabriele Sandri; i procedimenti in corso per la morte di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi mentre si trovavano in stato di custodia; le accuse di lesioni, aggressione, sequestro di persona e calunnia agli agenti della polizia municipale che tennero in stato di fermo Emmanuel Bonsu; sono fatti che dovrebbero interrogare profondamente le istituzioni italiane e che confermano l’urgenza di misure legislative e istituzionali per la prevenzione degli abusi.

Le forze di polizia sono attori chiave nella protezione dei diritti umani in ogni paese: hanno, tra le proprie responsabilità, quelle di ricevere denunce su abusi dei diritti umani, svolgere le indagini e garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni, proteggendo chi vi partecipa da minacce e violenze. Perché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione degli abusi, il riconoscimento delle responsabilità e una complessiva trasparenza.

Amnesty International chiede agli Stati di assicurare che le forze di polizia operino nel rispetto degli standard internazionali sull’uso della forza e delle armi, di prevenire violazioni dei diritti umani e di assicurare indagini rapide e approfondite e procedimenti equi per l’accertamento delle responsabilità, quando emergano denunce di violazioni.

In Italia mancano tuttora importanti strumenti per la prevenzione e la punizione degli abusi, quali organismi di monitoraggio sul rispetto dei diritti umani e sui luoghi di detenzione, misure di identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico e la previsione del reato di tortura nel codice penale”.

Io invito tutti a firmare l’appello promosso da Amnesty International. E mi sembra particolarmente importante la manifestazione prevista per il 6 ottobre prossimo. E spero che sia l’appello che la manifestazione si rivelino utili per ridurre il fenomeno della violazione dei diritti umani, da parte delle forze di polizia, che appunto anche in Italia esiste e che va combattuto con decisione.


Il fallimento della conferenza di Rio

26 giugno 2012

Si è conclusa la conferenza internazionale sullo sviluppo sostenibile organizzata dalle Nazioni Unite a Rio de Janeiro. I più importanti Stati del mondo hanno discusso sul tema dell’ambiente, ma anche in questo caso non sono mancate le polemiche. Ed infatti sia gli ambientalisti che i sindacati hanno fortemente criticato gli esiti della conferenza.

Ne riferisce un articolo pubblicato su www.rassegna.it:

Come si è conclusa la conferenza? E’ stato approvato un documento di 283 paragrafi che si intitola “Il futuro che vogliamo”.

Il documenti si occupa di varie problematiche inerenti lo sviluppo sostenibile.

C’è un impegno sulla mobilità: sei banche di sviluppo, tra cui Banca mondiale e Banca europea per gli investimenti, hanno presentato un’iniziativa di 175 miliardi di dollari per ridurre le emissioni di gas e effetto serra, attraverso l’uso di autobus, treni e biciclette.

Gli istituti di credito si sono impegnati a lavorare con 66 agenzie di partenariato sullo sviluppo sostenibile, con l’obiettivo di aumentare il trasporto a basse emissioni.

Inoltre l’Europa ha chiesto un maggiore impegno sulle problematiche ambientali a livello mondiale, proponendo la riforma dell’Unep (il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) e ipotizzando la sua trasformazione in agenzia Onu.

Il tentativo però non è riuscito per l’opposizione di Usa e Brasile, che comunque hanno lasciato uno spiraglio per studiare una diversa formula statutaria in futuro.

Gli ambientalisti hanno fortemente criticato la conferenza. Infatti a loro giudizio questo vertice “è stata un’occasione sprecata”.

Lo ha sottolineato soprattutto il Wwf, che ha bocciato il documento finale: “E’ mediocre e non è all’altezza dello spirito e dei passi avanti fatti nei vent’anni trascorsi da Rio92. Né è all’altezza dell’importanza e dell’urgenza delle questioni affrontate”.

Secondo gli ambientalisti poi gli impegni sono “fragili e generici” e “per i prossimi negoziati non garantiscono risultati”.

Rio+20 dunque “passerà alla storia come la conferenza Onu che ha offerto alla società globale un esito segnato da gravi omissioni. Mette a rischio la conservazione e la resilienza sociale ed ambientale del pianeta, così come ogni garanzia di diritti umani acquisiti per le generazioni presenti e future.

Per tutte queste ragioni registriamo la nostra profonda delusione rispetto ai capi di Stato, sotto i cui ordini e guida hanno lavorato i negoziatori, e dichiariamo che non ammettiamo né avalliamo il documento”.

Sulla stessa lunghezza d’onda i sindacati.

Il segretario generale della Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi), Sharan Burrow, ha dichiarato: “Il movimento sindacale mondiale è seriamente contrariato dalla dichiarazione finale del vertice Rio+20, una dichiarazione che manca delle misure concrete necessarie ora per porre fine alla insensata distruzione dell’ambiente, guidare investimenti nell’economia verde per creare posti di lavoro e ridurre l´allarmante crescita nelle diseguaglianze con la garanzia della protezione sociale per le persone più vulnerabili.

Le parole non sono sufficienti; un processo delle Nazioni Unite senza obiettivi definiti, senza una programmazione dei tempi e senza una reale inclusione dei sindacati e della società civile non fa nulla per alleviare l´ansia delle persone che soffrono per la disoccupazione, la povertà o per le distruzioni ambientali delle loro terre e delle loro possibilità di autosufficienza”.

E ha aggiunto “è veramente incredibile per i sindacati e le organizzazioni della società civile che sono venute a sostenere la necessità, per i governanti, di assumere una visione strategica per la giustizia planetaria, vedere che i leader nazionali hanno paura di abbracciare un nuovo modello di sviluppo che integri azioni sul piano ambientale, sociale ed economico”.

“Le decisioni di Rio aprono una serie di processi dagli esiti sconosciuti.

Saranno capaci di alzare il livello dei negoziati? Saranno in grado obiettivi di sviluppo sostenibile di soddisfare acquisizioni ambiziose sull’energia, l’alimentazione, i lavori verdi, il lavoro dignitoso, la protezione sociale, il diritto all’acqua?”, si è chiesta polemicamente Sharan Barrow.

“Le risposte a queste domande dipenderanno dalla volontà dei governi di sostenere decisioni multilaterali con impegni reali che cambino radicalmente il modello di sviluppo economico dell´economia globale”.

Il fallimento della conferenza di Rio non può che essere valutata negativamente. Questo fallimento non mi stupisce però, anche perché attuare una vera e propria svolta, come necessario, nelle politiche ambientali realizzate dai governi dei Paesi più importanti, determinerebbe un contrasto evidente con gli interessi economici di soggetti, soprattutto imprenditoriali, molto forti e che condizionano notevolmente l’azione degli stessi governi. Ma quella svolta è però indispensabile, i problemi ambientali rimangono, nella loro gravità. E’ auspicabile quindi che, al di là degli esiti della conferenza di Rio, si manifesti da parte dei governi dei Paesi di maggiore rilievo un profondo ripensamento delle loro politiche ambientali. O meglio sarebbe auspicabile che ciò avvenisse.


200.000 morti evitabili

24 giugno 2012

Ogni anno 200.000 morti potrebbero essere evitabili in Italia, nel senso quel numero di morti si verificano per cause evitabili e cioè fumo, alcol, cattiva alimentazione, sedentarietà e scarsa prevenzione dell’ipertensione e del tumori. Questo dato è emerso in occasione della presentazione del 2° incontro nazionale del programma “Guadagnare salute”, promosso dal ministero della Salute. E il fumo raggiunge da solo quota 85.000 morti l’anno, mentre l’inattività risulta essere la causa di 27.000 decessi.

Di questo argomento si occupa un  articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

L’incontro in questione è denominato “Le sfide della promozione della salute: dalla sorveglianza agli interventi sul territorio”.

In occasione della presentazione dell’incontro il ministro della Salute Renato Balduzzi ha spiegato “L’‘Health in All Polices’ esorta partner diversi a considerare come il loro lavoro influenzi la salute e come sforzi congiunti possano migliorare il benessere della popolazione, la salute aumenta il benessere e la produttività. Esiste, dunque, un’interdipendenza intrinseca tra sviluppo e sostenibilità dell’ambiente e del benessere della popolazione”.

Daniela Galeone, direttore del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute ha rilevato che questo incontro “sarà un secondo importante momento d’incontro tra rappresentanti istituzionali, professionisti della sanità pubblica, esponenti di altre amministrazioni, di imprese e della società civile, coinvolti e interessati alla prevenzione e alla promozione di stili di vita sani. L’obiettivo è quello di implementare gli interventi di prevenzione e promozione della salute sul territorio”.

“Partendo da questi temi e dalle criticità rilevate – ha proseguito Galeone – gli interlocutori potranno confrontarsi sulla necessità di approcciare la salute come ‘valore in tutte le politiche’ e discutere l’importanza di programmare interventi integrati e condivisi per agire in maniera adeguata sui fattori ambientali e su quelli socio-economici delle malattie croniche, principali cause di mortalità e disabilità nel nostro Paese”.

L’incontro, ha aggiunto Stefania Salmaso dell’Istituto superiore di sanità, “sarà anche l’occasione per affrontare temi come la costruzione delle reti e dell’intersettorialità a livello regionale e locale, il ruolo delle istituzioni, la riduzione delle disuguaglianze, le multiprofessionalità per la promozione della salute e le relative competenze, i compiti di sorveglianza, la comunicazione, il monitoraggio e la valutazione dei progetti e degli interventi. Il programma ‘Guadagnare Salute’, infatti,non prevede la strutturazione dall’alto di programmi di prevenzione e promozione della salute ma, attraverso partnership e collaborazioni, vuole promuovere la rimodulazione delle politiche locali e migliorare l’impiego delle risorse esistenti nella direzione dei suoi obiettivi primari”.

200.000 morti ogni anni determinate da cause evitabili sono senza dubbio un numero molto elevato. Deve essere fatto di tutto quindi per ridurre il più possibile questo numero. Il mio auspicio è che dall’incontro citato emergano proposte di intervento davvero utili e che soprattutto esse siano attuate. Perché in Italia si discute spesso di prevenzione in campo sanitario ma di prevenzione se ne fa poca. E se ne fa poca soprattutto in un periodo come quello attuale contraddistinto dalla presenza di un deficit e di un debito pubblico molto alto, che ha comportato come conseguenza l’effettuazione di tagli indiscriminati nelle risorse destinate alla sanità pubblica. Ma, a mio avviso, occorre contrastare questa tendenza, da un lato rilevando che una politica economica contraddistinta da un eccessivo rigore fiscale non può che provocare conseguenze fortemente negative di diversa natura, anche relativamente alle condizioni di salute della popolazione, e poi che vi è comunque un’alternativa ai tagli indiscriminati, la cosiddetta “spending review”, di cui spesso si parla ma che fino ad ora ha prodotto scarsi risultati, un’azione di riqualificazione della spesa pubblica caratterizzata dall’eliminazione dei veri sprechi, che non sono pochi, che si verificano nelle pubbliche amministrazioni.


Un’altra politica economica per l’Europa

22 giugno 2012

Il 28 giugno a Bruxelles, al Parlamento europeo, si terrà un forum internazionale denominato “Un’altra strada per l’Europa”, nel corso del quale saranno delineate le principali caratteristiche di una politica economica diversa da quella attualmente portata avanti dall’Unione europea e dai governi dei principali paesi del nostro continente, primo fra tutti quello tedesco.

Questo forum viene preso in esame nel sito www.sbilanciamoci.org.

Di cosa si tratta?

L’iniziativa in questione fa riferimento all’appello “Un’altra strada per l’Europa”, promosso da un gruppo che comprende Rossana Rossanda, Susan George, Zygmunt Bauman, Samir Amin, Seyla Benhabib, Monica Frassoni, Paul Ginsborg, Mary Kaldor, Maurizio Landini, Giulio Marcon, Chantal Mouffe e Saskia Sassen, tra gli altri.

L’appello – sottoscritto da oltre cento protagonisti dei movimenti, della politica e della cultura europea – denuncia che “L’Europa è in crisi perché è stata sequestrata dal neoliberismo e dalla finanza” e propone sei obiettivi da cui partire: ridimensionare la finanza, rilanciare l’economia, difendere il lavoro e ridurre le disuguaglianze, proteggere l’ambiente, assicurare la pace, praticare la democrazia.

L’obiettivo del forum è mettere a confronto le proposte alternative contenute nell’appello con la politica espressa dai parlamentari democratici, verdi e della sinistra di tutta Europa.

Tre le sessioni: 1. Controllare la finanza: euro, debito e politiche fiscali. 2. Evitare una grande depressione: lavoro, new deal verde, beni comuni. 3. Un’Europa democratica.

Ciascuna sessione sarà aperta da una sintesi delle proposte avanzate da movimenti e società civile, cinquanta interventi daranno concretezza alle alternative possibili e trenta politici e parlamentari europei dialogheranno su come far cambiare rotta all’Europa.

Tra i relatori italiani ci saranno la fondatrice del Manifesto Rossana Rossanda, l’economista Mario Pianta, il segretario della Fiom-Cgil Maurizio Landini, il coordinatore di Sbilanciamoci! Giulio Marcon, Massimo Torelli di Rete@sinistra, Antonio Tricarico di Re:Common, Andrea Baranes della Fondazione Etica, Lorenzo Marsili di European Alternatives, Raffaella Bolini dell’Arci, Tommaso Fattori delle campagne sull’acqua pubblica, e molti altri.

Tra i politici, la verde Monica Frassoni, il responsabile economia del Pd Stefano Fassina, gli eurodeputati Pd Gianni Pittella e Leonardo Dominici e altri ancora.

Accanto a queste voci italiane ci saranno gli europei della rete di economisti Euromemorandum, esponenti di Attac da Germania, Francia e altri paesi, gli “economisti sgomenti” francesi, gli inglesi di Red Pepper e OpenDemocracy, movimenti greci e spagnoli, diversi sindacati europei.

Il forum si svolgerà nel giorno di apertura del Consiglio europeo in cui dovrebbero essere prese decisioni molto importanti per il futuro economico dell’Europa.

Quasi un controvertice, quindi, per tentare di cambiare rotta rispetto alle politiche attuate dai governi europei.

Il forum del 28 giugno sarà senza dubbio un appuntamento molto importante ed è auspicabile che i rappresentanti dei diversi governi che interverranno al Consiglio europeo tengano conto di quanto emergerà dal forum. Infatti è indispensabile davvero modificare radicalmente la politica economica attuata dai diversi governi europei perché, altrimenti, non solo la crisi economica non verrà affrontata nel modo migliore, soprattutto se si intendono salvaguardare le esigenze dei disoccupati, dei lavoratori, dei ceti più deboli economicamente, ma, io credo, la crisi risulterà addirittura aggravata, determinando anche come inevitabile conseguenza il manifestarsi di forti tensioni sociali.


In Italia respinti centinaia di rifugiati

20 giugno 2012

Oggi è stata celebrata la giornata mondiale del rifugiato. “Nessuno sceglie di esserlo” è stato lo slogan utilizzato. Una ricorrenza che quest’anno ha assunto un valore particolare, perché il 2011 ha fatto registrare il record di persone costrette a lasciare il proprio Paese dal 2000: lo scorso anno sono state oltre 15 milioni, di cui 895.000 in attesa di risposta della domanda di asilo. E il 23 febbraio 2012, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per aver respinto centinaia di migranti in fuga dalle coste dell’Africa settentrionale senza essere identificati né avere accesso alla procedura di asilo, ma ad oggi il governo italiano non si è ancora ufficialmente impegnato a non eseguire mai più respingimenti.

Mino Dentizzi su www.ilponteonline.it a proposito dei rifugiati ha scritto: “Vi è un incremento costante d’individui che fuggono da situazioni di guerre o da rivoluzioni in corso (almeno 25).

Il Centro Astalli, l’associazione dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, afferma nel suo rapporto annuale che ‘i rifugiati sono persone che vivono di là dal Mediterraneo, nel Corno d’Africa o in Nigeria, Mali, Ghana, e Costa d’Avorio.

Sono uomini e donne di un Medio Oriente da anni in cerca di pace. Sono persone di un Oriente che ancora una volta, come ai tempi del Vietnam e della Cambogia, sollecita un’attenzione a nuove drammatiche situazioni: Iran, Iraq, Afganistan e Bangladesh in particolare.

C’è un mondo in movimento per disastri ambientali naturali o causati dall’uomo, almeno 350 negli ultimi anni, 10 volte maggiore rispetto agli anni precedenti…’”.

Dentizzi ha poi aggiunto: “Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 18.278 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011. Il dato è aggiornato al 26 maggio 2012 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 24 anni.

Il dato reale potrebbe essere molto più grande. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti un bel giorno per l’Europa e mai più tornati..”

Poi occorre considerare quanto avvenuto in Italia, appunto la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per aver respinto centinaia di migranti in fuga dalle coste dell’Africa settentrionale senza essere identificati né avere accesso alla procedura di asilo.

E ad oggi il Governo Italiano non si è ancora ufficialmente impegnato a non eseguire mai più respingimenti.

Si può inoltre ricordare comunque che sessant’anni fa entrò in funzione l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr).

A pochi mesi di distanza, nel luglio del 1951, fu poi promulgata la Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati. Da allora, in tutte le sue operazioni l’Agenzia ha aiutato milioni di persone sia durante le emergenze umanitarie che a ricostruirsi le proprie vite, assistendole nel ritorno a casa o attraverso il reinsediamento in nuovi paesi.

Ma come riconosce lo stesso Unchr “Nonostante i profondi cambiamenti che hanno ridisegnato la mappa geopolitica del mondo, la pace resta ancora un obiettivo lontano per molte regioni del pianeta.

Persecuzioni, guerre, violazioni generalizzate dei diritti umani ed esilio continuano a rappresentare il destino quotidiano per 43,7 milioni di uomini, donne e bambini. Per la maggior parte di essi, quasi 34 milioni, l’Unhcr ha dovere di assistenza”.

Per quanto riguarda l’Italia è necessario che il nostro governo promuova e rispetti i diritti dei migranti. Bisogna pretendere chiarezza e trasparenza da parte dello Stato italiano, affinché sia sempre chiamato a rispondere del trattamento riservato a migranti, richiedenti asilo e rifugiati alle loro frontiere. Eppure oggi la maggior parte dei maltrattamenti rimane impunita e quindi se si rispettasse la disciplina per la tutela dei diritti umani, tante tragedie potrebbero essere evitate.


Coltivare una pianta di marijuana non è reato

18 giugno 2012

Una sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito che detenere una pianta di canapa, non costituisce di per sé attività penalmente rilevante. Quindi come avvenuto per molti punti della legge 40 – quella “contro” la fecondazione assistita – anche la Fini-Giovanardi sulle droghe, inizia a scricchiolare sotto i colpi delle sentenze. Nel frattempo a Montecitorio, sono state seminate tre piante di canapa, nell’ambito della battaglia, condotta soprattutto dai Radicali, per la cannabis terapeutica e per la libera coltivazione domestica. La pena per la coltivazione di canapa, in Italia, infatti, è compresa tra i 6 e i 20 anni, ridotta da 1 a 6, se viene riconosciuta la lieve entità. A farlo è stata Rita Bernardini, deputata radicale.

La sentenza della Corte di Cassazione è stata così commentata da Fabrizio Ferrante in un articolo pubblicato sul sito dell’associazione Luca Coscioni www.lucacoscioni.it:

“Una buona notizia per il fronte antiproibizionista, senza dubbio, per quanto non vada sottovalutato un aspetto avvilente.

In questo paese le sentenze non hanno forza giuridica e dunque, pur essendosi creato un precedente sempre rievocabile in procedimenti analoghi in futuro, resta necessario un intervento del legislatore affinché la normativa si adegui alla giurisprudenza.

In un Parlamento dove prevale, nonostante tutto, la linea proibizionista – a eccezione dei Radicali e di poche menti libere tra destra e sinistra – lo spazio per sperare in una revisione della legge su basi scientifiche, sociali e giurisprudenziali, sembra ridursi drasticamente…

La portata della sentenza è di carattere storico e grazie a essa potrebbe incentivarsi una pratica, come la coltivazione, che se legalizzata avrebbe come primo risultato la sottrazione di clienti – e di capitali – che ogni giorno si rivolgono al narcotraffico.

La palla passa ora al Parlamento dei nominati, ultima roccaforte dei tanti “Giovanardi” di destra e di sinistra e c’è da essere sicuri che la partita è lungi dall’essere chiusa ma, per lo meno, grazie alla Cassazione un goal è stato messo a segno.

Ma la rimonta è ancora lunga”.

In un’altra nota, sempre pubblicata su www.lucacoscioni.it, si descrive quanto avvenuto alla Camera:

“L’azione nonviolenta è stata compiuta in prima persona da Rita Bernardini, già processata per altri atti di disobbedienza civile, in difesa di almeno tre diritti: il diritto dei malati a avere accesso ai farmaci, con una richiesta di intervento al Governo per facilitare tale accesso, il diritto dei malati e dei cittadini alla libertà di cura, terapia e prevenzione, il diritto dei cittadini ai liberi comportamenti privati, quali il coltivare nel proprio giardino qualsivoglia pianta e farne privatamente l’uso che meglio credono, in totale assenza di vittime; su questo in Parlamento è depositata una proposta di legge che depenalizza la coltivazione domestica di canapa, sostenuta anche da una campagna di Radicali Italiani. Perchè un malato, in primo luogo, è un cittadino”.

I promotori dell’iniziativa, oltre ai Radicali alcuni rappresentanti dell’associazione Luca Coscioni, hanno dichiarato che l’azione compiuta da Rita Bernardini è finalizzata a chiedere al Parlamento di affrontare il problema della legalizzazione ad uso terapeutico dei derivati della cannabis, regolamentando la materia in modo da poter soddisfare le necessità dei pazienti in un contesto di legalità e sicurezza, senza arroccarsi in sterili contrapposizioni.

Infatti in Italia il cammino dei malati affetti da patologie che possono essere curate con la cannabis è un percorso ad ostacoli che a volte diviene un vero calvario che talvolta induce a sanzionare con la prigione comportamenti sicuramente incolpevoli.

Solo la regione Toscana, la Provincia di Bolzano, alcune Asl consentono ai malati – spesso solo teoricamente – di accedere a farmaci a base di cannabinoidi.

La sentenza della Corte di Cassazione e l’azione compiuta da Rita Bernardini sono in parte collegate e io le valuto positivamente entrambe. Sono collegate soprattutto perché potrebbero favorire davvero l’utilizzo della cannabis a fini terapeutici. Questo mi sembra l’obiettivo principale da perseguire, anche se non si deve sottovalutare l’opportunità che, quanto meno per la cannabis, si affermi l’antiproibizionismo.