Ungheria, la crisi fa tornare il fascismo

30 dicembre 2011

Titoli di stato considerati titoli “spazzatura”, arresti dei leader dell’opposizione, rottura delle trattative con l’Unione europea e Fondo monetario internazionale sul proprio debito e chiusura delle radio di opposizione. In Ungheria, il governo guidato da Viktor Orban sta diventando sempre più autoritario e spesso il presidente del Consiglio sostiene le istanze del partito ultranazionalista Jobbik. In un articolo pubblicato su www.linkiesta.it Stefano Casertano si occupa di quanto sta avvenendo in Ungheria, nel sistema economico e in quello politico:

“Anche l’Ungheria è in crisi finanziaria: Moody’s ha declassato i suoi titoli di stato a livello di ‘junk bonds’ (Ba1), considerando che il paese ha il più alto livello di indebitamento dell’Est Europa, all’81% del Pil – oltre alla crescita più bassa. Il governo sta negoziando da mesi la fornitura di un pacchetto di aiuti da parte del Fmi, ma il premier di centro-destra Viktor Orban ha dichiarato in più occasioni di non voler cedere ad alcun compromesso.

La reazione del governo è schiettamente muscolare e nazionalista. Orban ha dichiarato che, se l’Ungheria non riuscisse a trovare un accordo con il Fmi, le conseguenze non sarebbero poi ‘così tanto gravi’.

Infatti, sia la Banca Centrale Europea che il Fmi, hanno lasciato il tavolo negoziale da alcuni giorni. La rottura è arrivata con l’annuncio di alcune nuove leggi da parte di Budapest, dirette alla banca centrale ungherese. Il presidente dall’istituto nazionale, Andras Simor, non avrebbe più potere di nominare i suoi vice: tale facoltà spetterebbe alla politica, che potrebbe anche indicare i membri del consiglio monetario nazionale.

La legge in discussione fa parte di una serie di provvedimenti introdotti nell’ultimo anno, tra cui l’obbligo per le banche private di assorbire alcune perdite su mutui in valuta estera, la nazionalizzazione di fondi pensione per 13 miliardi di dollari, e tasse straordinarie sui profitti commerciali.

Qualcuno potrebbe gioire: anche l’Ungheria, a quanto pare, sta scegliendo la strada islandese. Anziché ‘abbassare la testa’ di fronte alle richieste ingiuste di chi ha prestato i soldi, gli ungheresi impiegano il proprio debito come arma di ricatto. Non cedono alle richieste delle istituzioni bancarie internazionali, e cercano invece di riportare la banca centrale sotto il controllo della politica.

Eppure, in questo modo Budapest rischia di soddisfare solo il populismo, più che le vere necessità del paese. Il governo di Orban può contare su una maggioranza di due terzi, che consente di attuare rapidamente cambiamenti costituzionali. Prima della Banca Centrale ungherese, il governo ha attaccato la Corte Costituzionale, rimuovendo il suo presidente; ne ha poi ridotto i poteri. Ha creato anche un organismo di controllo sui media a nomina governativa, e ha imposto la nomina di personaggi filo-governativi a capo della Corte dei Conti e del Consiglio Fiscale.

Simili decisioni non esprimono l’indipendenza di un popolo o la sua libertà, ma sono solo indice di nazionalismo strisciante. Nelle democrazie gli organismi di controllo devono essere indipendenti dalla politica: quando ciò non avviene – e noi lo sappiamo bene, così come la Russia – l’economia e il diritto cessano di funzionare.

Orban ne è sicuramente cosciente: ma tanto vale sfruttare il momento, tra maggioranza parlamentare e frenesia popolana, per intercettare consenso e assicurarsi ancora anni di potere.

Il governo ha percepito che la stagnazione stava portando all’estremizzazione del sentimento elettorale. Ne è indice l’andamento di un partito di estrema destra, lo ‘Jobbik’, che è il terzo del paese e nelle ultime elezioni nel 2010 ha preso il 17% dei voti, conquistando 47 seggi.

Il suo programma è simile a quello della Lega Nord più pecoreccia, borgheziana-gentiliniana, omofobica e nazionalista-localista, solo che al posto dell’epica anti-immigrati c’è una forte opposizione all’ebraismo e ai Rom – oltre a riferimenti ancestrali neo-fascisti, con divise, stemmi e slogan.

Lo Jobbik è un partito popolare: ascoltando i suoi sostenitori, formule di pensiero e parole particolari emergono con frequenza ossessiva. Sarà che forse gli adepti subiscono un’opera costante di indottrinamento, da parte di una leadership di docenti universitari e intellettuali dedicati, definendo un’altra differenza con la Lega Nord. Si blatera contro la globalizzazione, contro il commercio in mano a rom ed ebrei, contro il ‘moralismo’ e il ‘falso pudore’.

Il governo di Orban ha compreso le istanze del popolo di Jobbik e inglobato nel suo programma elementi fortemente nazionalisti. Il rischio, a questo punto, non è solo economico, ma anche sociale.

La situazione può essere paragonata a quella delle tensioni neonaziste nella Germania Est degli anni Novanta. Anche in quel caso c’era necessità urgente di riformare il sistema economico dei Länder orientali, e anche in quel caso un partito, l’Npd, ha intercettato le istanze nazionaliste localiste. Solo che al governo c’era Helmut Kohl, che non ha mai consentito ai vaneggiamenti dei nuovi nazisti di entrare a far parte dell’agenda del Bundestag.

Le tensioni rimanevano fuori dal parlamento: al posto dei rom dello Jobbik, c’erano gli immigrati turchi, anch’essi colpevoli di ‘non volersi integrare’. Ma la Germania di Kohl aveva il vantaggio di poter contare sul motore produttivo occidentale-meridionale per contrastare la spinta estremista dell’Est. Alla fine, l’Npd non è mai diventato una forza parlamentare vera, ed è stato confinato al limite tra illegalità ed emarginazione parlamentare.

Tutto questo manca in Ungheria. Anzi, Orban ha avuto successo nelle sue politiche estremiste, così tanto da succhiare consenso anche allo Jobbik. Il partito neofascista ha reagito intensificando le campagne di ‘lotta’ contro le minoranze rom, con dimostrazioni e la fondazione di veri e propri centri di riservisti para-militari.

Il nazionalismo populista a livello economico è diventato appannaggio esclusivo del governo di Orban, con la coalizione del suo partito ‘Fidesz’ insieme ai Cristiano-Democratici.

Allo Jobbik rimangono solo le battaglie razziste che in parlamento rimangono ancora impresentabili.

Ma forse, proprio qui è il problema: le decisioni scellerate del governo faranno male all’economia, Orban potrebbe perdere consensi, e gli elettori potrebbero rivolgersi ai nazionalisti che non si sono compromessi con l’attività parlamentare: lo Jobbik è sulla rampa di lancio per il successo politico. Nella crisi economia germoglia il seme del nazionalismo estremista.

Quanto scrive Casertano a proposito dell’Ungheria dimostra soprattutto che vi può essere un legame tra l’accentuarsi della crisi economica e il diffondersi di idee e movimenti politici di estrema destra, di evidente impostazione razzista. Ciò induce in primo luogo ad essere molto attenti, anche negli altri paesi sviluppati, agli effetti che politiche economiche eccessivamente restrittive possono determinare sulle condizioni di vita dei ceti sociali più deboli, dando vita ad un malessere che può alimentare risposte politiche di estrema destra, molto pericolose. Inoltre induce a non sottovalutare i movimenti politici che forniscono quelle risposte, che già sono presenti quanto meno in diversi paesi europei: devono essere isolati e contrastati con decisione, senza che le altre forze politiche tentino di stabilire un rapporto con essi o – sarebbe ugualmente pericoloso – adottino le loro, inaccettabili, parole d’ordine.

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Novità nell’inchiesta per l’assassinio di Peppino Impastato?

29 dicembre 2011

Alcuni giornali hanno riportato la notizia che le indagini per l’assassinio di Peppino Impastato potrebbero essere ad una svolta in seguito al “ritrovamento” di Provvidenza Vitale, casellante all’epoca della morte di Impastato, che sarebbe una testimone importante per l’accertamento di quanto avvenuto allora. Non è affatto di questa opinione Salvo Vitale, un amico di Peppino, che ha scritto un articolo su www.corleonedialogos.it:

“Ormai tutto quello che riguarda Peppino fa notizia. Il procuratore aggiunto Ingroia il giudice Francesco Del Bene hanno riaperto le indagini, con l’obiettivo di individuare qualcuno dei responsabili del depistaggio fatto dopo la morte di Peppino e qualche altro elemento trascurato nel contesto delle indagini di allora.

Mesi fa è venuta fuori la notizia che negli scantinati del Palazzo di Giustizia di Palermo ci fossero ancora sacchi contenenti materiale sequestrato nella casa di Peppino Impastato nel giorno dopo la sua morte, ma di fatto non è stato trovato niente e c’è da dubitare che qualcosa possa essere trovato.

Adesso viene fuori il ritrovamento di una persona, tal Provvidenza Vitale, che era stata data per emigrata negli Stati Uniti e che invece non si era mai spostata da Terrasini: costei era la casellante in servizio, la sera del l’8 maggio 1978, in un casello ferroviario ubicato a circa cinquecento metri dal posto in cui venne ucciso Peppino Impastato.

A suo tempo, nel dicembre 1978, a nome della redazione di Radio Aut inviai al giudice Rocco Chinnici un dettagliato documento nel quale si facevano rilevare tutta una serie di indagini che avrebbero dovuto essere fatte e non erano state fatte.

Al punto 4 del documento era scritto: ‘Il casello ferroviario dista circa 500 metri dal luogo dell’esplosione: come mai il casellante non ha sentito niente? Riteniamo opportuno sentire la versione di costui e, se fosse necessario, ripetere l’esplosione nello stesso posto, onde accertarsi di eventuale falsa testimonianza’.

Il documento si può leggere a pag. 219 del mio libro ‘Peppino Impastato, una vita contro la mafia’, Rubbettino editore. La pista venne poi tralasciata, in quanto non influente ai fini dell’indagine. In verità la signora Vitale, che oggi ha 88 anni, anche nell’ipotesi che avesse ammesso di avere sentito l’esplosione, non avrebbe potuto aggiungere altro.

Pertanto il ritrovamento di questa donna è una notizia, nel senso che è stata fatta una ricerca molto più attenta di quella che non era stata fatta a suo tempo dagli investigatori, ma non aggiunge nulla a quanto risaputo.

Il sostituto Del Bene ha anche interrogato Andrea Bartolotta e lo scrivente Salvo Vitale.

Personalmente ho chiesto al giudice di indagare sulle attività neofasciste del ‘78, sulle manovre relative a campi di addestramento paramilitare fatti a Menfi, cui parteciparono alcuni giovani di Cinisi e Terrasini, sulle strane manovre di Gladio, che aveva un aeroporto segreto nella zona di Castelluzzo, sulla pista individuata dal Procuratore Ignazio De Francisci nel 1991, riguardante la deposizione del neofascista Angelo Izzo , il quale parlava del coinvolgimento, nell’omicidio di Peppino, di elementi dell’estrema destra ‘e in particolare di un certo Miranda detto Il nano’.

Izzo avrebbe raccontato la cosa all’altro noto neofascista Pierluigi Concutelli, il quale invece, in sede processuale, ha negato. Il Miranda non è mai stato interrogato, ma si tratta di un noto personaggio che, qualche anno fa è stato candidato alla Provincia di Palermo nella lista Fiamma tricolore.

Nella sua sentenza di chiusura delle indagini il giudice De Francisci ritenne inattendibile quella testimonianza. (la sentenza è pubblicata nel mio libro ‘Nel cuore dei coralli’, pag. 305-307).

L’articolo apparso il 20 dicembre su ‘Il fatto quotidiano’ , a firma Giuseppe Pipitone contiene diverse inesattezze e, tra tutte, quella che gli assassini di Peppino Impastato siano ancora senza volto.

Come dichiarato dal pentito Salvatore Palazzolo, gli assassini di Peppino Impastato furono Francesco Di Trapani, Nino Badalamenti e un certo Salvatore Palazzolo, detto Turiddazzu, omonimo del pentito.

La posizione di Giuseppe Finazzo, anche lui tra i possibili omicidi, venne derubricata dal processo, in quanto costui , era deceduto, ucciso dai corleonesi il 20 dicembre 1981. Turiddazzu invece non è stato mai interrogato, in quanto non si sono trovati altri riscontri che confermassero le dichiarazioni del pentito…

Discutibile anche, nel citato articolo, l’affermazione che la casellante sia la ‘testimone chiave del processo’ . Di quale processo? E poi, cosa potrebbe testimoniare la povera vecchietta? Forse che dormiva e non ha sentito niente, o, tuttalpiù, che non ricorda.

In conclusione non possiamo non apprezzare lo sforzo dei magistrati fare chiarezza su alcune vicende oscure dell’omicidio di Peppino, ma dubitiamo che si possano riuscire a portare sul banco degli imputati tutta una serie di responsabili, alcuni dei quali oggi scomparsi, altri promossi ad alte cariche, a partire dal generale Subranni, al maresciallo Travali, al carabiniere Carmelo Canale, all’allora pretore di Carini Trizzino, al giudice Signorino, ai giudici Scozzari, Pizzillo, nei cui confronti il giudice Chinnici, nel suo diario scrive delle cose terribili, al Giudice Gaetano Martorana e a tutta una serie di personaggi di cui sono state rilevate le omissioni, l’arbitrio e, in taluni casi la malafede nel condurre le indagini.

Ci farebbe più piacere che invece di parlare del ‘caso Impastato’ si parlasse di Peppino Impastato e delle sue idee”.

L’articolo di Salvo Vitale mi sembra più che utile perché fa chiarezza sull’attuale situazione delle indagini non tanto nei confronti dei responsabili dell’assassinio di Peppino (si ricorda che sono stati condannati come mandanti Gaetano Baldamenti e Vito Palazzolo) quanto di quelle relative ai depistaggi e alle omissioni che caratterizzarono fin dall’inizio l’inchiesta sull’uccisione di Impastato. E mi sembra più che opportuno l’auspicio di Vitale circa la necessità che si parli di più di Peppino Impastato e delle sue idee.


La spesa sanitaria è elevata, ma si può ridurre?

27 dicembre 2011

Cresce la speranza di vita, si riducono i ricoveri, aumentano costi, sprechi e numero delle prestazioni specialistiche, che toccano quota 1 miliardo 335 milioni, vale a dire 22,24 prestazioni annue per ogni cittadino. Esplode, inoltre, il numero delle ricette, con 220 milioni di prescrizioni in più nel giro degli ultimi 10 anni. Sono alcuni elementi della fotografia della sanità italiana scattata dal compendio Sic (Sanità in cifre 2010), elaborato dal centro studi Sic di FederAnziani in collaborazione con il CEIS dell’Università di Tor Vergata e con la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. In un articolo pubblicato sul sito www.sanitaincifre.it vengono esaminati i principali contenuti del compendio:

“Nel compendio, presentato presso il Senato della Repubblica alla presenza delle più alte cariche dello Stato e di tutti i dirigenti di FederAnziani, il centro studi ha messo sotto osservazione i bilanci delle Asl, delle Aziende ospedaliere, degli Istituti di ricerca e le banche dati del Ministero della Salute, delle Regioni e dei vari organismi che si occupano del comparto, arrivando alla conclusione che, di fronte a un aumento della speranza di vita e a una diminuzione dei ricoveri, crescono inesorabilmente i costi e soprattutto gli sprechi.

‘Occorre essere più incisivi nella guerra agli sprechi adottando misure semplici e razionali, migliorando la comunicazione tra Asl e Asl, ponendo rimedio, insomma, a una serie di storture che il compendio Sic (Sanità in cifre) mette in evidenza’ ha dichiarato Roberto Messina, presidente di FederAnziani.

Dall’analisi delle tabelle si evince che il numero delle strutture ambulatoriali e dei laboratori sul territorio italiano scende da 4.120 strutture del 2006 a 3.887 del 2008, mentre cresce il numero delle strutture accreditate private residenziali, che passano da 3.493 a 3.901 nello stesso arco di tempo.

Per quanto concerne il numero dei dipendenti, si registra la perdita di 14.128 lavoratori del servizio sanitario nazionale rispetto al 2006, su un totale di 638.459 dipendenti effettivi. Salta agli occhi, inoltre, la diminuzione delle giornate di degenza, con un numero pari a quasi 6 milioni di giornate in meno.

A fronte di questa riduzione esplodono le prestazioni per branca specialistica, pari a 1 miliardo 335 milioni di prestazioni effettuate nel 2008, come dire che ogni cittadino si sottopone a 22,24 prestazioni per anno, con un incremento rispetto al 2006 di ben 48 milioni di prestazioni.

Dal punto di vista economico, in dieci anni la spesa sanitaria è passata da 62,6 miliardi di euro a 109 miliardi di euro, con un incremento di ben 47 miliardi di euro, mentre la spesa pro capite nazionale è passata da 1.506 euro del 2007 a 1.816 annui nel 2009.

Per pillole e ricette, il numero di queste ultime, negli ultimi 10 anni, è aumentato di 220 milioni di unità, arrivando nel 2010 a 571 milioni di ricette, quando nel 2000 se ne compilavano 351 milioni.

Il centro studi ipotizza che il costo che lo Stato sostiene per stampa, acquisizione e archiviazione di questi 571 milioni di ricette ammonti a oltre mezzo miliardo di euro.

Per le sole pillole, invece, nel 2010 il costo per lo Stato, ovvero la classe A è arrivata a 12 miliardi e 985 milioni e la spesa a carico dei cittadini per l’acquisto privato è arrivata alla somma di 4 miliardi 215 milioni.

Salgono vertiginosamente le spese per i farmaci di Asl, Aziende ospedaliere, Ria e penitenziari, superando la quota di 7 miliardi di euro.

Nell’ultimo anno sul versante ticket si è provveduto, nostro malgrado, a sfilare dalle tasche dei cittadini oltre 130 milioni di euro, passando da un ticket medio pro capite di 14,34 euro nel 2009 ai 16,56 euro nel 2010, ovvero +15% in un solo anno.

Unico dato confortante per i farmaci: negli ultimi quattro anni la spesa pro capite per i farmaci equivalenti (cittadino e servizio sanitario nazionale) è passata da 29,7 euro nel 2006 a 51,2 nel 2009, segnando un +72%.

Sul fronte dei conti economici regionali, il centro studi Sic di FederAnziani, puntando la lente sui bilanci delle Asl, delle Aziende ospedaliere e degli istituti di ricerca, attraverso l’analisi dei conti economici delle regioni, e in particolare delle voci dei costi per lavanderia, pulizia, mensa, utenze telefoniche e premi assicurativi, è arrivato alla conclusione che le sole cinque voci prese in esame costano agli italiani 3,68 miliardi di euro che vengono ‘sprecati’ per oltre 1,1 miliardi (quasi il 30%)…”.

Il compendio Sic è molto interessante. Fornisce dati poco conosciuti e pertanto di notevole utilità. Spesso infatti si formulano valutazioni affrettate sulla sanità italiana, senza disporre di dati precisi ed attendibili. I commenti su quanto evidenziato dal compendio potrebbero essere numerosi, in considerazione della ampia mole di informazioni in esso contenute. Io mi limito ad osservare che la spesa pubblica per la sanità è senza dubbio molto elevata. Per verificare se sia troppo elevata occorrerebbe effettuare confronti omogenei con la situazione che contraddistingue altri paesi, considerando soprattutto il fatto che l’Italia è caratterizzata da uno dei più alti indici di invecchiamento della popolazione. Sarebbe necessario inoltre individuare con precisione gli sprechi e le cause che li determinano. E’ altrettanto evidente che, in un periodo come quello attuale nel quale obiettivo prioritario è la riduzione del deficit e del debito pubblico, sia doveroso tentare di ridurre o quanto meno di  contenere la spesa sanitaria. Ma non è possibile continuare nella direzione dei tagli indiscriminati. Si devono colpire, essenzialmente, gli sprechi ma le legittime esigenze dei cittadini, soprattutto di coloro che percepiscono redditi bassi, devono essere salvaguardate.


Il genocidio degli armeni

25 dicembre 2011

Il governo turco, recentemente, ha varato alcune misure di rappresaglia nei confronti della Francia perché l’Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge che riconosce, e punisce, come reato la negazione del genocidio armeno. Il provvedimento per diventare legge dovrà essere esaminato positivamente dal Senato. Il governo turco ha preso quelle misure di rappresaglia perché la Turchia non ha mai ammesso che il massacro di almeno un milione di armeni tra il 1915 e il 1916 possa essere considerato un genocidio. Il genocidio in realtà si è verificato davvero e ho pertanto deciso di dedicare questo post ad esso, utilizzando una parte della voce “Genocidio armeno” inserita in Wikipedia:

“L’espressione Genocidio armeno, talvolta Olocausto degli armeni o Massacro degli armeni si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916.

Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile…

Nel periodo precedente la prima guerra mondiale all’impero ottomano era succeduto il governo dei ‘Giovani Turchi’. Costoro temevano che gli armeni potessero allearsi coi russi, di cui erano nemici.

Il 1909 registrò un eccidio di almeno 30.000 persone nella regione della Cilicia.

Nel 1915 alcuni battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro fila armeni che in precedenza avevano militato nell’esercito ottomano. Intanto l’esercito francese finanziava e armava a sua volta gli armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere repubblicano.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione proseguì l’indomani e nei giorni seguenti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.

Arresti e deportazioni furono compiute in massima parte dai ‘Giovani Turchi’.

Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce della morte furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero Ottomano (e oggi con la Turchia) e si possono considerare come ‘prova generale’ ante litteram delle più note marce ai danni dei deportati ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall’esercito turco. ..

Malgrado le controversie storico-politiche,  un ampio ventaglio di analisti concorda nel qualificare questo accadimento come il primo genocidio moderno, e soprattutto molte fonti occidentali enfatizzano la ‘scientifica’ programmazione delle esecuzioni.

La maggior parte degli storici tende a considerare le motivazioni addotte dai Giovani Turchi come propaganda, e a sottolinearne il progetto politico mirante alla creazione in Anatolia di uno Stato turco etnicamente omogeneo…

Il negazionismo del genocidio armeno indica un atteggiamento storico-politico che, utilizzando a fini ideologici-politici modalità di negazione di fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico del genocidio del popolo armeno.

Il fatto è ritenuto storicamente accertato. Interessi ideologici-politici-storici tendono a renderne difficile la constatazione da parte di quanti in qualche modo si sentano vicini agli autori dell’olocausto degli armeni, o abbiano difficoltà culturali-storiche ad accettarlo, o per interessi geo-politici considerano dannoso ammetterlo.

Il negazionismo è un atteggiamento storico culturale, che fa uso di una serie di strumenti dialettici per negare l’evidenza dei fatti. Le motivazioni per assumere un atteggiamento negazionista possono essere disparate, tuttavia nel caso del genocidio armeno gli interessi politici concreti prevalgono su quelli culturali, avendosi una utilizzazione del metodo negazionista in funzione di non fare concessioni politiche, necessarie in caso di ammissione del fatto.

In realtà furono utilizzati vari espedienti per mantenere il silenzio, dalla minimizzazione del numero degli uccisi, dalla presentazione delle circostanze come necessità di difesa, dalla scissione dei massacri in singole azioni di dimensione inferiore al complesso…

L’impostazione ufficiale del governo turco è che le morti degli armeni durante il ‘trasferimento’ o ‘deportazione’ non possono essere semplicemente considerate ‘genocidio’, una posizione che è stata appoggiata da una miriade di giustificazioni divergenti: che le uccisioni non erano deliberate o non erano orchestrate dal governo, che le uccisioni erano giustificate dalla minaccia filorussa costituita dagli armeni come gruppo culturale, il fatto che gli armeni siano meramente morti di fame, o qualcuna delle varie caratterizzazioni che richiamano le fameliche ‘bande armene’.

Il governo turco continua a contrastare il riconoscimento formale del genocidio da parte di altri paesi, ed a mettere in discussione che un genocidio sia mai accaduto…”.

Già in passato mi ero occupato del genocidio degli armeni perché lo consideravo un avvenimento poco conosciuto. Non credo che la situazione sia cambiata molto. Del resto l’atteggiamento del governo turco nei confronti della Francia imponeva, come risposta seppure molto parziale, di riprendere di nuovo l’argomento in questione. Il mio auspicio è che il genocidio armeno venga sempre più conosciuto e che si arrivi a costringere la Turchia a riconoscere ufficialmente la sua esistenza. Ciò mi sembra il minimo che si possa fare per le numerose vittime di quel genocidio ed anche per il popolo armeno.


Un’altra politica economica per l’Europa

23 dicembre 2011

Il 9 dicembre a Firenze al Teatro Puccini  si è tenuto il Forum “La via d’uscita” – promosso da Rete@sinistra, Sbilanciamoci, Il Manifesto e Lavoro e libertà, Gli interventi – molto attesi – di Rossana Rossanda hanno aperto e concluso l’incontro, in mezzo una fitta serie di proposte su che si può fare per l’Europa, per trovare alternative alle misure del governo Monti, per riaprire spazi di democrazia. L’incontro si è concluso con la proposta di un appello europeo denominato “Un’altra strada per l’Europa”, lanciato e firmato dai relatori e aperto alla raccolta di firme. Ne pubblico  integralmente il testo:

“La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze.

Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.

L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. È la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. È una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.

La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune.

Proponiamo sei obiettivi da cui partire:

Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – deve essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria deve essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà.

Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.

Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo.

In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – deve essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici.

Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.

Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa.

Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.

Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo.

Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.

Praticare la democrazia. La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia sociale attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi.

A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato.

In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale.

Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.

Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010.

Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.

Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.

Trent’anni fa, all’inizio della ‘nuova guerra fredda’ tra est e ovest, l’appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di ‘cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse’.

Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica”.

Io sono d’accordo con una parte considerevole dei contenuti dell’appello. Certamente l’appello, e non poteva essere diversamente, non scende nel dettaglio. Si possono condividere i principi generali ma il passo successivo dovrebbe essere rappresentato dalla predisposizione di interventi specifici, precisi, ed essi dovranno essere valutati soprattutto relativamente alla loro concreta realizzabilità. Senza dubbio comunque i diversi governi, le istituzioni comunitarie, dovrebbero adottare politiche diverse da quelle sino ad ora attuate, in quanto esse si sono rivelate quasi completamente inefficaci, anche se si considerassero come soli obiettivi da perseguire la riduzione dei deficit e dei debiti pubblici. Ancor più inefficaci lo sono state se si ritiene, come indispensabile, il perseguimento anche di altri obiettivi, tra i quali la diminuzione della disoccupazione, la riduzione delle diseguaglianze nel reddito. Quindi deve essere attuata una politica economica radicalmente diversa. E coloro che sostengono questa tesi devono essere ascoltati, non essere considerati dei visionari, nella consapevolezza, ripeto, che il giudizio finale riguarderà i singoli provvedimenti proposti e che un eccesso di realismo, o meglio di presunto realismo, può produrre danni molto pesanti, tenendo sempre presente la lezione della crisi degli anni ’30 del XX secolo e degli errori compiuti, allora, dai governi.


Un milione e mezzo di firme contro la corruzione raccolte da Libera

22 dicembre 2011

L’associazione Libera ha raccolto oltre un milione e mezzo di cartoline firmate contro la corruzione, indirizzate al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In un articolo pubblicato sul sito www.libera.it viene illustrata questa iniziativa:

 “‘Sulla corruzione apprezziamo le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Paola Severino. Il governo e parlamento adegui il nostro codice alle legge internazionali anticorruzione.

La corruzione inquina i processi della politica, minaccia il prestigio e la credibilità delle Istituzioni, inquina e distorce gravemente l’economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica’.

In una nota Libera. associazioni, nomi e numeri contro le mafie commenta favorevolmente le dichiarazioni del ministro della Giustizia Paola Severino contro la corruzione nel nostro paese.

Contro la corruzione e per chiedere l’attuazione delle norme che prevedeno la confisca e riutiilizzo sociale dei beni sottratti ai corrotti Libera ha raccolto oltre un milione e mezzo di cartoline firmate e già indirizzate al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

‘Corrotti per il bene comune restituiscano ciò che hanno rubato’ è il titolo della campagna di Libera e Avviso Pubblico iniziata nel dicembre 2010 e che da Aosta a Trapani ha visto il coinvolgimento di associazioni, sindacati, studenti, botteghe del commercio equo e solidale, amministratori con una modalità semplice e diretta: una cartolina da leggere, condividere e firmare e indirizzata al Presidente della Repubblica quale garante della Costituzione.

Nell’appello-cartolina Libera si rivolge al Presidente della Repubblica per chiedere di intervenire, nei modi che riterrà più opportuni, affinché governo e parlamento adeguino il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione, a partire da quelle stabilite dalla convenzione di Strasburgo del 1999.

E perché venga finalmente data piena attuazione alla norma, già introdotta nella Finanziaria 2007, che prevede la confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti dai corrotti al bene comune.

Davanti alla costi della corruzione diretti ed indiretti non si deve tacere. Non può essere normale la corruzione perchè non è normale una società che ruba a se stessa. E’ una tassa occulta – conclude Libera – che trasforma risorse pubbliche, destinate a servizi e opere, in profitti illeciti. E’ come se ogni italiano fosse costretto a versare 1.000 euro l’anno nelle casse del malaffare e dell’illegalità.

Libera attraverso la firma di un milione e mezzo di cittadini chiede in primis di ratificare le convenzioni internazionali che l’Italia non ha ancora ratificato.

A cominciare dalla Convenzione di Strasburgo, del 1999, che prevede l’introduzione nel nostro codice penale di delitti importanti, come il traffico di influenze illecite (cioè la corruzione realizzata con favori e regali invece che con la classica mazzetta), la corruzione tra privati, l’auto riciclaggio.

Sarebbe estremamente utile, modificare i termini di prescrizione, oggi troppo brevi, prevedere la possibilità di operazioni sotto copertura e introdurre la figura del collaboratore di giustizia per i reati di corruzione, come avviene per quelli di mafia.

Allo stesso modo è fondamentale aggredire le ricchezze accumulate dai corrotti, confiscandone i beni e dando concreta attuazione alle norme già inserite nella legge Finanziaria del 2007, che ne prevedono l’uso sociale, come già avviene per quelli sottratti ai clan mafiosi”.

Sono, ovviamente, d’accordo con le richieste di Libera contro la corruzione. Del resto ho firmato già da tempo l’appello-cartolina. Sono evidenti i motivi che dovrebbero indurre anche il nuovo Governo a considerare come obiettivo prioritario la lotta alla corruzione. Ma quei motivi non sono solo etici e politici. Sono anche economici. In un periodo come quello attuale in cui si vuole ridurre il deficit e il debito pubblico, risulterebbe estremamente utile un’efficace azione di contrasto nei confronti della corruzione in quanto determinerebbe anche l’ottenimento di consistenti risorse finanziarie. Mi sembra necessario quindi che il nuovo Governo si impegni concretamente per accogliere le richieste di Libera.