Una proposta di legge per la demolizione del cemento illegale

26 dicembre 2012

Legambiente ha presentato un disegno di legge per rendere più agevole la demolizioni di costruzioni abusive. L’abusivismo edilizio è molto diffuso in Italia, ma con la normativa vigente vi sono notevoli difficoltà per procedere effettivamente alla demolizione degli edifici fuorilegge.

In un comunicato Legambiente analizza le principali caratteristiche del disegno di legge in questione.

“Sono 4.956 (il 10,6%) le ordinanze eseguite su un totale di 46.760 emesse. E’ uno dei risultati di un’indagine dell’associazione ambientalista su 72 comuni capoluoghi di provincia ‘L’abbattimento delle costruzioni fuorilegge è la migliore cura preventiva contro il vecchio e nuovo abusivismo’.

Ville con piscina, seconde case costruite in riva al mare, in un’area protetta o in zone a rischio idrogeologico, desolanti scheletri in cemento mai terminati. Sono la conseguenza dell’abusivismo edilizio, un fenomeno illegale consolidato e diffuso in Italia, anche grazie all’inerzia delle istituzioni preposte a contrastarlo, agli interessi della criminalità organizzata e a una carente programmazione urbanistica. Senza contare la politica dei condoni che alimenta una nuova colata di cemento fuorilegge.

Secondo il Cresme, nella Penisola solo nel 2011 l’industria del mattone illegale ha realizzato quasi 26.000 abusi, tra nuove case o grandi ristrutturazioni: una cifra che rappresenta il 13,4 per cento del totale delle nuove costruzioni.

E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio a oggi, sono state costruite oltre 258.000 case illegali, per un fatturato complessivo di 1,8 miliardi di euro. Un patrimonio che non si riesce ad abbattere.

Dal 2000 al 2011 sono state emesse 46.760 ordinanze, mentre ne sono state eseguite solo 4.956 (il 10,6%). Dati allarmanti che indicano come il fenomeno continui a prosperare in tutto il Paese, devastando il paesaggio e alimentando una filiera del cemento illegale, intorno alla quale ruotano interessi non indifferenti.

Legambiente ha perciò presentato un disegno di legge, contenente integrazioni e modifiche normative, per superare le difficoltà emerse finora nell’attuazione delle norme in vigore e per rendere più efficace e tempestivo l’iter delle demolizioni.

In particolare servono maggiori azioni di contrasto, partendo prima di tutto dal potenziamento dei poteri delle autorità preposte, ridefinendo disposizioni e tempi per le attività di demolizione, e prevedendo sanzioni più severe, fino alla misura estrema dello scioglimento dell’ente locale inadempiente sul fronte delle demolizioni e del completamento dell’esame delle domande di sanatoria edilizia…

Composto da 14 articoli, le novità principali del disegno di legge riguardano (art.5) le modalità di demolizioni degli immobili abusivi e (art.7) una sanzione esemplare per gli enti locali inadempienti,
lo scioglimento del Comune inosservante, in caso di mancata attuazione del piano di demolizione e di ripristino, entro un anno…
Tra le altre novità, introdotte dal disegno di legge, vi è la creazione (art. 11) di un albo speciale delle imprese abilitate alla demolizione di opere edilizie abusive e al ripristino dei luoghi e lo stanziamento (art. 12) di maggiori fondi, per l’esattezza 150 milioni di euro a partire dal 2013, a favore del fondo per le demolizioni delle opere abusive a uso degli enti che provvedono agli abbattimenti.

Infine la proposta di legge prevede l’istituzione (art.4) di un Osservatorio nazionale sull’abusivismo edilizio, presieduto dal Ministro dell’Ambiente e composto da Regioni, enti locali, forze dell’ordine, organi giudiziari e associazioni ambientaliste impegnate sul tema. L’osservatorio, dovrà, tra le altre cose, coordinare le attività sul fronte del contrasto all’abusivismo e verificare i piani comunali di demolizione e di ripristino dei luoghi…

Un’altra pesante eredità denunciata da Legambiente è quella dei precedenti condoni edilizi con centinaia di migliaia di richieste inevase, presentate in occasione delle leggi 47/1985, 724/1994 e 326/2003. Complessivamente le domande presentate sono state 2.051.993, quelle respinte 27.859, mentre quelle ancora in attesa di una risposta sono ben 868.335, pari al 42,3% del totale…

Ripristinare la legalità e sottrarre guadagni illeciti alla criminalità; mettere in sicurezza il territorio e chi lo abita; liberare il paesaggio dai manufatti illegali, che ne deturpano la bellezza, principale risorsa economica del nostro paese: sono questi, insomma, gli obiettivi del disegno di legge e della campagna ‘Abbatti l’Abuso’, l’iniziativa promossa da Legambiente per dire stop al cemento illegale”.


I fedeli diminuiscono e gli atei aumentano

20 dicembre 2012

I fedeli diminuiscono e gli atei aumentano. Questa è la principale conclusione di uno studio realizzato dal Pew Research Center e analizzato in un articolo pubblicato su www.giornalettismo.com.

“I senza Dio avanzano, i fedeli diminuiscono.

Si chiama ‘The Global Religious Landscape’ lo studio con il quale il Pew Research Center ha radunato e organizzato i dati provenienti da oltre 2.500 fonti in quasi tutti i paesi del mondo. Non dice niente sulle tendenze in corso, ma è il primo che tenta una fotografia delle credenze degli abitanti della Terra basandosi su un congruo numero di dati.

I cristiani nelle loro varie declinazioni sono il gruppo più numeroso, con circa 2.2 miliardi di persone e il 32% circa della popolazione mondiale. Seguono i musulmani con 1,6 miliardi e circa il 23% e subito dopo gli atei, con un robusto 16%. Giù dal podio poi ci sono gli Indù al 15%, i buddhisti al 7%, i praticanti di religioni tribali o popolari d’origine extra-europea sono il 6%, mentre le fedi ‘minori’ (scintoisti, taoisti, wicca, zoroastriani e altri) non arrivano tutti insieme al 15. Gli ebrei con 14 milioni di fedeli chiudono la classifica allo 0.2% della popolazione.

Gli atei hanno quindi raggiunto i cattolici, che contano circa per la metà dei cristiani, e pesano quindi come tutti i seguaci del Papa di Roma, anche se non sembrerebbe. La maggior parte degli atei vive in Asia, la maggioranza dei quali in Cina, ma stanno aumentando ovunque, come hanno testimoniato studi più circoscritti che di recente hanno rilevato un’avanzata dell’ateismo anche in Europa e negli Stati Uniti, dov’è sempre più diffuso.

Una buona notizia in prospettiva, gli atei non sono organizzati in chiese e generalmente sono del tutto indifferenti alla religione del vicino, che troppo spesso ancora oggi nel ventunesimo secolo rappresenta condizione sufficiente per innescare sanguinosi conflitti e faide secolari.

Un brutta notizia paradossalmente proprio per gli atei, che in questi numeri possono misurare la distanza tra il loro peso statistico e la loro rappresentazione mediatica e politica, che è saldamente nelle mani di politici e media dominati da persone afferenti ai cleri o alle religioni.

Resta un dato comunque clamoroso, perché l’ateismo fino a oggi era ‘pesato’ con percentuali molto più basse, il nuovo dato e l’indubbio espandersi del fenomeno invece annunciano una ripresa del rifiuto delle religioni che sembrava aver avuto un freno dopo il crollo dell’Unione Sovietica, da quando si è assistito a una restaurazione cristiana nei paesi del Patto di Varsavia alla quale altrove si è affiancata la ripresa dell’islamismo radicale.

Nonostante tutto gli atei hanno continuato a crescere e ora l’ateismo è la terza ‘religione’ al mondo, capace di erodere lo spazio delle religioni anche là dove proposte datate come quella cattolica stanno soccombendo di fronte all’avanzata dei culti protestanti.

Sembra infatti che il settarismo e le guerre tra i culti alimentino l’appeal dell’ateismo, che se non altro in molti paesi, almeno dove non è criminalizzato, rappresenta lo strumento perfetto per sottrarsi alle guerre di religione e alle pretese di cleri sempre più retrogradi e sempre più inclini a farsi bastione contro la modernità in difesa delle rispettive superstizioni”.


Il capodanno amaro dei rifugiati

18 dicembre 2012

Oltre 17.000 rifugiati dal primo gennaio rischiano di rimanere senza alcun tipo di assistenza. Sono i rifugiati che furono accolti nel nostro Paese in seguito allo stato di emergenza dichiarato il 12 febbraio 2011, dopo i primi sbarchi verificatisi in conseguenza di quanto avvenuto durante la cosiddetta “Primavera Araba”.

Si occupano di questi rifugiati Carlo Ruggiero e Fabrizio Ricci in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Sono oltre 17.000. E dal primo gennaio rischiano di riversarsi per le strade italiane, senza un tetto, senza assistenza sanitaria, senza un qualunque modo per procurarsi sostentamento.

Sono i rifugiati accolti nel nostro paese grazie allo stato di emergenza dichiarato il 12 febbraio 2011 dopo i primi sbarchi di cittadini in fuga dalla cosiddetta ‘Primavera Araba’ e ad oggi senza un futuro certo.

Allo scattare della mezzanotte di capodanno, infatti, l’emergenza predisposta dal governo italiano finirà nel nulla, e la maggior parte di queste persone si ritroverà sulla strada.

Il rischio insomma è che si ritrovino nella stessa identica situazione di moltissimi altri rifugiati e richiedenti asilo che vivono tuttora nel nostro paese, le cui condizioni di vita noi di Rassegna.it abbiamo già più volte documentato.

Finora questi profughi avevano goduto di una diaria assicurata dallo Stato, e gestita, in maniera più o meno trasparente, dalla Protezione civile. L’organizzazione, infatti, aveva distribuito i fondi ad associazioni e fondazioni, che avevano sistemato queste persone in alberghi, centri della rete associativa, strutture comunali, appartamenti, caserme, sparsi su tutto il territorio nazionale. Ora i fondi sono destinati a finire e nessuno ha ancora pensato a cosa potrebbe succedere dopo.

Nel febbraio 2011, il governo varò un decreto emergenziale con il quale stanziava dei fondi per i rifugiati provenienti soprattutto dalla Libia in guerra e dalla Tunisia.

Erano tanti, e venivano sopratutto dal Ghana, dal Mali, Sudan, Nigeria, Costa d’Avorio, Etiopia, Ciad, Burkina Faso, Pakistan, Bangladesh e Somalia. Tutti fuggiti ‘a forza’ dal nord Africa.

In data 6 ottobre 2011, a pochi mesi dalla scadenza del primo decreto, il consiglio dei ministri firmò due ulteriori decreti per prorogare fino al 31 dicembre 2012 lo stato di emergenza umanitaria e di ulteriori sei mesi la durata dei permessi di soggiorno per motivi umanitari rilasciati in base ad un provvedimento datato 5 aprile 2011.

In questo periodo oltre 17.500 profughi sono stati ospitati (e lo sono tuttora) nei centri dell’emergenza. 1.765 solo nel Lazio (il 50% circa nell’area metropolitana di Roma) e 1.519 in Toscana…

Eppure l’emergenza non riguarda solo loro.

I rifugiati in Italia, secondo l’associazione Medici per i diritti umani, non sono poi così tanti. Sono complessivamente 58.000, vale a dire meno di uno ogni 1.000 abitanti.

Per fare un paragone, basta dire che nel 2011, la Germania, primo paese europeo per numero di rifugiati accolti, ne ospitava 571.000. In Paesi come la Francia, i Paesi Bassi e il Regno Unito, invece, i rifugiati sono tra i 3 e i 4 ogni 1.000 abitanti mentre in Svezia sono oltre 9 ogni 1.000 abitanti.

I migranti forzati in lista d’attesa per entrare nei progetti di accoglienza dello Sprar, il Sistema di protezione italiano per richiedenti asilo, sono però pochissimi: soltanto 7.431.

In sostanza si è creato un sistema ‘ad imbuto’ per cui della totalità dei migranti forzati in uscita dai centri di prima accoglienza (Cara), solo una parte riesce a superare il collo stretto del sistema e ad accedere ai pochi posti disponibili nei progetti Sprar o nel circuito di altri centri metropolitani.

Di conseguenza la maggior parte di loro si trova per strada, in rifugi di fortuna, senza assistenza sanitaria. In condizioni disperate. Molti di questi casi, noi di Rassegna.it li abbiamo già documentati, così come le disfunzioni del sistema Dublino, il meccanismo di accoglienza dei rifugiati in Europa. L’accoglienza italiana non funziona e il nostro paese è ormai diventato un caso internazionale, oggetto di accuse e preoccupazione.

Secondo lo Sprar, però, nel 2011 il numero dei rifugiati e dei richiedenti asilo accolti nella loro rete è aumentato quasi dell’11 per cento rispetto all’anno precedente. Per il biennio 2011-2012, la rete ha aumentato a 3.979 i posti di accoglienza complessivamente disponibili, grazie ai fondi straordinari. Hanno aggiunto quindi ai 3.000 posti strutturali altri 163 posti implementati grazie alle risorse Otto per mille assegnati ad Anci e agli 816 posti messi a disposizione della Protezione civile in occasione dello stato di emergenza.

Già a prima vista si capisce che è una goccia nell’oceano. Basta una semplice sottrazione: 58.000 rifugiati complessivi meno 7.500 rifugiati accolti, fa 50.500 rifugiati per strada. Di questi circa 17.000 hanno finora usufruito dello stato di emergenza, e ora finiranno per strada. Gli altri già ci stavano.

Medici per i Diritti Umani, Naga e Cittadini del Mondo, sono associazioni che prestano assistenza socio-sanitaria a questi migranti forzati, che vivono in condizioni di precarietà a Roma, Milano e Firenze.

Questo esercito di disperati in fuga da guerre e persecuzioni vive in tendopoli, baraccopoli, edifici abbandonati e stazioni ferroviarie, soprattutto nelle grandi aree metropolitane.

Le tre associazioni hanno recentemente lanciato l’allarme. Dal primo di gennaio la situazione precipiterà. Ecco perché hanno rivolto un appello al Ministero dell’Interno affinché le migliaia di profughi dell’Emergenza non vengano abbandonati a se stessi e vengano loro assicurate la necessaria protezione e gli opportuni percorsi di integrazione.

‘In una prospettiva di civiltà e di rispetto dei diritti fondamentali della persona che il nostro Paese ha il dovere di assicurare- scrivono in una nota – sono ineludibili e prioritari il potenziamento e la razionalizzazione del sistema di accoglienza per i richiedenti asilo e i rifugiati, sia dal punto di vista delle risorse finanziare sia per quanto riguarda la pianificazione dei servizi in un sistema organico e coerente’.

Se non si fa molto in fretta, però, il capodanno dei rifugiati dell’emergenza sarà di certo molto amaro”.


I caccia F35 saranno acquistati

16 dicembre 2012

E’ stata approvata la legge di revisione delle Forze armate che, tra l’altro, prevede l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35. Di questo acquisto riferisce Toni Castellano in un articolo pubblicato su www.gruppoabele.org.

“Nonostante l’appello della società civile la legge di revisione delle Forze armate, che prevede l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35, è passata con 294 sì, 25 no e 53 astenuti.

In piazza Montecitorio, a Roma risuonava come un mantra la frase ‘Abbiate coraggio, non votate quella riforma!’.

Sotto, a ripetere quella frase stavano gli esponenti della Rete Disarmo, della Tavola per la Pace, e di Sbilanciamoci. Con loro, numerose associazioni pacifiste italiane, Arci, Movimento nonviolento, Obiettori Nonviolenti, Archivio Disarmo, studenti medi e universitari, ma anche Cgil e Cisl con alcuni parlamentari.

Tutti insieme hanno firmato il documento che chiedeva alla Camera dei deputati di votare no, in chiusura di legislatura, alla legge delega sulla Difesa. Così ha fatto anche il Gruppo Abele e il suo fondatore, don Luigi Ciotti, che a questa campagna ha ‘prestato la faccia’.

In un momento come questo, di crisi, l’acquisto di armi sembra superfluo. A maggior ragione se si considera che la legge sul pareggio di bilancio impone che entrate e spese, nel nostro Paese, debbano essere calibrate, per l’una o l’altra ‘voce’, a seconda del momento economico.

La discussione sull’acquisto dei cacciabombardieri, sebbene duri da quasi un anno, non è ancora chiara. Tanto per cominciare, non è chiaro il dato più importante, ossia il costo definitivo di ogni aereo: i produttori dell’azienda americana Lockheed parlavano inizialmente di 65 milioni di dollari per ciascun esemplare.

Si è scoperto dopo che tale cifra equivaleva all’aereo privo di motore e armamenti. Quando il ministro della Difesa, Di Paola, ha annunciato che il prezzo era lievitato a circa 80 milioni di dollari, il governo ha deciso di ridurre, da 131 a 90, il numero degli apparecchi da comprare.

Non basta: in soli 10 mesi, dal 1 febbraio al 5 dicembre 2012 – date della prima e della seconda audizione del generale Debertolis, organizzate dalla commissione Difesa – il costo di un F35 è passato da 80 a 90 milioni di euro.

E le stime si alzano quasi al raddoppio se si confrontano i dati di alcune società di servizi professionali specializzate nel settore, che parlano di circa 140 milioni di euro per aereo, cui andrebbero ancora aggiunte le spese operative e di manutenzione.

Di fronte a questo balletto di cifre e alla crisi di risorse economiche in cui si trova il Paese, anche volendo fare chiarezza, diventa difficile prevedere un acquisto, comunque ingente, basato su una logica di bilanciamento di entrate e uscite quando il costo del ‘bene’ da acquistare risulta indefinito.
A patto che un aereo da guerra possa essere considerato un ‘bene’, appunto.

Dal 5 dicembre scorso (audizione del generale Debertolis) sappiamo che nel corso del 2012 le Forze armate hanno speso per gli armamenti circa 1.300 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente, portando il budget dei sistemi d’arma dal 18 al 28% del totale della ‘funzione difesa’ messa a bilancio.

Dall’approvazione della legge deriva anche che il bilancio della Difesa non potrà diminuire fino al 2024. Ciò nonostante la legge taglierà, a partire dall’anno prossimo, 40.000 soldati e 3.000 civili.

La novità della riforma sta nel fatto che il ministero potrà gestire i fondi destinatigli nei diversi capitoli di spesa (personale, armamenti, esercizio e spesa corrente) senza fornire spiegazioni: il Parlamento potrà dare al massimo pareri non vincolanti entro 60 giorni.

Per finire. Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, ha già ordinato l’acquisto di tre cacciabombardieri F-35 impegnando altri 270 milioni. Il primo dei tre caccia sarà consegnato all’Italia nel gennaio 2015 e l’ultimo, il 90°, sarà consegnato nel 2027”.


Caporalato e agromafie

13 dicembre 2012

E’ stato presentato il primo rapporto, realizzato dall’osservatorio Placido Rizzotto, su caporalato e agromafie, fenomeni in forte crescita nel settore agricolo.

I contenuti di questo rapporto sono esaminati in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Illegalità e caporalato nel settore agricolo sono in continua espansione. Da Nord a Sud.

Agrumi, angurie, pomodori sono le principali colture ‘seguite’ dalla criminalità organizzata, ma sono sempre più numerose le segnalazioni relative all’export di qualità (come nel caso del settore vitivinicolo), alla macellazione clandestina e agli appalti sospetti relativi ai servizi.

Mentre la crisi ha aggravato ulteriormente le condizioni di migliaia di lavoratori impiegati nelle stagionalità di raccolta.

È quanto si evince dal Primo rapporto su caporalato e agromafie presentato a Roma dalla Flai Cgil (il sindacato del settore) e curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto…

Se è vero, come ci dicono i dati Istat, che in agricoltura il sommerso occupazione nel caso dei lavoratori dipendenti è pari al 43%, non è difficile immaginare che sia proprio questo l’enorme serbatoio di riferimento per i caporali.

Un esercito di circa 400.000 persone in tutta Italia, di cui circa 100.000 (prevalentemente stranieri) costrette a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in condizioni fatiscenti.

Il caporalato in agricoltura, dunque, ha costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 420 milioni di euro l’anno. Per non parlare della quota di reddito (circa -50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali e provinciali di settore) sottratta dai caporali ai lavoratori, che mediamente percepiscono un salario giornaliero che si attesta tra i 25 euro e i 30 euro, per una media di 10-12 ore di lavoro. I caporali, però, impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,5 euro per il panino e 1,5 euro per ogni bottiglia d’acqua consumata…

L’osservatorio ha preferito perseguire un campo di ricerca qualitativo, chiedendo agli operatori coinvolti (magistrati, giornalisti, lavoratori, sindacalisti, esponenti delle forze dell’ordine e della società civile) di incrociare dati, esperienze, buone e cattive pratiche.

Dai contributi contenuti nel rapporto emerge una fotografia allarmante, in particolare sempre più forte sembra il rinnovato legame tra il crimine di stampo mafioso e un pezzo molto rilevante dell’economia del settore primario del nostro paese.

Sono le agromafie, nonché l’illegalità diffusa in una vasta zona grigia, che in questi anni ha scaricato sui lavoratori i costi del malaffare.

Quanto alle principali attività illecite delle mafie in relazione al settore agroalimentare, sono: estorsioni, usura a danno degli imprenditori, furti, sofisticazioni alimentari, infiltrazione nella gestione dei consorzi per condizionare il mercato e falsare la concorrenza.

La contraffazione alimentare è aumentata del 128% negli ultimi dieci anni, un giro d’affari di circa 60 miliardi quello legato al fenomeno dei prodotti definiti italian sounding e alla speculazione dell’italian branding.

Sono 27 i clan che si occupano attivamente di business legati alle ecomafie, alle agromafie e al consumo del territorio dovuto all’abusivismo edilizio e sversamento illegale dei rifiuti.

Un giro d’affari, quelle delle agromafie dunque, che secondo operatori istituzionali e della società civile si aggira tra i 12 e i 17 miliardi di euro l’anno, circa il 10% dei guadagni della criminalità mafiosa, così come quantificato dalla commissione Antimafia.

Il rapporto affronta anche i dati delle aziende confiscate nel settore agricolo (8%). Dati che potrebbero ingannare, visto che i beni di maggiore valore sottratti alla criminalità sono proprio le aziende del settore agroalimentare.

Dall’inizio del 2008 il numero dei beni aziendali confiscati alla criminalità è aumentato del 65%, un boom che testimonia la fragilità del nostro sistema economico.

Ad oggi, solo il 4% di queste aziende riesce a emergere dall’illegalità e dare una risposta alla domanda di lavoro e sviluppo su territori fortemente condizionati dalla presenza mafiosa.

Secondo le recenti stime dell’ufficio Legalità della Cgil, sono circa 80.000 i lavoratori licenziati dopo un provvedimento di confisca definitiva.

Dal rapporto, quindi, esce rafforzata l’idea della Cgil di promuovere una legge d’iniziativa popolare per tutelare i lavoratori delle aziende confiscate, nonché favorire un percorso di emersione alla legalità di queste aziende, per porle alla base di una strategia di rilancio di lavoro e sviluppo come antidoto a tutte le mafie”.


Bambini e giovani orfani di futuro?

11 dicembre 2012

Sempre di più i minori che abbandonano la scuola. In forte aumento i giovani senza lavoro e quelli che nemmeno lo cercano. Questi sono alcuni dei dati contenuti nel terzo “Atlante dell’Infanzia (a rischio)” realizzato da Save the Children.

In una nota di Save the Children si riferisce dei principali contenuti dell’“Atlante”.

“Minori fuori della scuola – 18 su 100 i dispersi con punte di 25 su 100 in Sicilia e Sardegna (+15% rispetto all’obiettivo all’europeo), senza competenze e stimoli culturali – 314.000 soprattutto ad Sud.

In territori avvelenati dalle mafie – almeno 700.000 minori, e da industrie inquinanti – 15 ogni 100, circondati dalla cementificazione che procede con il ritmo serrato di 10 metri quadrati al secondo.

In un quadro in cui aumentano anche i giovani senza lavoro – 1 giovane su 3 disoccupato (+21% la disoccupazione fra i laureati), e sono ‘scoraggiati’ il 34% di essi (oltre 4 volte la media Ue del 7,8%).

E’ questo il messaggio più forte sotteso al terzo ‘Atlante dell’Infanzia (a rischio)’ di Save the Children presentato il 4 dicembre a Roma…

La terza edizione dell’Atlante dell’infanzia (a rischio) di Save the Children fornisce un quadro molto preoccupante’, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.

‘Possiamo leggere la stragrande maggioranza di queste mappe con il sottotitolo: ‘indice del consumo di futuro dei bambini e dei giovani italiani’, un indice che corre parallelo alla crisi economica, al debito pubblico, alla scarsità di asili nido, alla miseria della spesa sociale per l’infanzia in alcune aree del paese, alla mancanza di una politica per l’infanzia nazionale e organica, alla pochezza del sostegno pubblico alle famiglie giovani.

Ma l’Atlante di Save the Children mostra anche un’altra cosa.

Consumando l’idea di futuro dei bambini e dei giovani, le loro aspettative, i loro desideri e i loro sogni, stiamo segando il ramo dell’albero su cui siamo seduti’.

Inizia prestissimo l’erosione dell’‘indice di futuro’: insieme alla loro cameretta i 560.000 neo-nati quest’anno si ritrovano in eredità un’ipoteca di 3.500.000 euro di debito pubblico a testa (il più alto d’Europa).

A cui si somma la povertà che cresce anziché arretrare fra la popolazione under 18: 7 minori ogni 100 in Italia, pari a 720.000, vivono in povertà assoluta, cioè privi di beni e servizi che assicurino loro un livello di vita accettabile. 417.000 nel solo Sud, con un aumento rispetto al 2010 di 75.000 piccoli grandi poveri, l’equivalente dell’intera popolazione infantile di Taranto e Messina…

E’ in crescita l’area della disaffezione allo studio, anche fra ragazzi senza particolari carenze affettive, relazionali o economiche: sono quasi 800.000 i giovani tra 18-24 anni dispersi, che cioè hanno interrotto gli studi fermandosi alla terza media e non iscrivendosi neanche a corsi di formazione. In Sicilia e in Sardegna la dispersione scolastica è 15 punti rispetto all’obiettivo europeo (pari al 10% ) – con 25 giovani fra 18 e 24 anni – fermi alla terza media.

‘Di fronte all’apparente inutilità di un titolo di studio anche elevato e al fallimento, che la realtà più diffusa ed evidente sembra attestare, dei valori dell’onestà, del rispetto, del puntare sulle proprie forze e competenze, i ragazzi si orientano sempre più spesso verso modelli di successo facile, in cui la scuola e la stessa università sono viste con distanza e perfino sarcasmo’, prosegue Valerio Neri.

Altissimi infatti sono i livelli di disoccupazione giovanile: 1 giovane sotto i 25 anni su 3 è disoccupato. Molti dei quali con laurea: la crescita maggiore della disoccupazione giovanile, pari a quasi il 21%, si è avuta infatti tra i laureati. La crescita più alta d’Europa …

Disoccupati oppure scoraggiati: l’Italia detiene il record della cosiddetta ‘potential additional labour force’ fatta da quei giovani di 15-24 anni che, pur dichiarandosi intenzionati, rinunciano a cercare un lavoro. Gli scoraggiati italiani sono 562.000, il 34% della popolazione attiva in quella fascia d’età, quattro volte la media europea (7,8%).

Un cocktail davvero preoccupante di sfiducia nello studio e totale immobilismo è quello rappresentato dai neet (not in employement, education or training). Sono oltre 1 milione 620 mila soltanto al Sud e nelle isole. Hanno 18 – 24 anni, non sono iscritti a scuola, né all’università, né lavorano, né sono in formazione. I tassi di neet nel Mezzogiorno sono inferiori soltanto a quelli rilevati in alcune regioni remote dell’Anatolia.

E nel Mezzogiorno si concentra la gran parte dei 314.000 ‘disconnessi culturali’, bambini e adolescenti da 6 a 17 anni che negli ultimi 12 mesi non sono mai andati a cinema, non hanno aperto un libro, né un pc né internet, né fatto uno sport.

Ma le minacce al presente e al futuro dell’infanzia sono ancora altre. Le mafie per esempio: circa 700.000 i minori che vivono in uno dei 178 comuni sciolti almeno una volta per mafia negli ultimi 20 anni: comuni (e minori) dislocati nella stragrande maggioranza in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, con alcune propaggini nel Lazio e in alcune regioni del Nord (Liguria e Piemonte).

E poi ci sono i territori avvelenati non solo metaforicamente ma anche realmente: quasi un milione e mezzo di bambini e ragazzi italiani – 15 su 100 – nascono e crescono in prossimità di impianti siderurgici, chimici, petrolchimici, aree portuali, discariche urbane e industriali, non conformi, fuori controllo, altamente nocive. Poi c’è il cemento, che mangia verde, salute, benessere: il consumo del suolo marcia al ritmo di 100 ettari al giorno, 10 metri quadrati al secondo.

E ci sono edifici insicuri a minacciare bambini e giovani, proprio quelli in cui dovrebbero sentirsi protetti e al sicuro, le scuole: 26.000 non sono state costruite con criteri anti-sismici, mentre solo 3.700 sono a prova di terremoto.

A muoversi in uno scenario così difficile e minaccioso, con pochi aiuti, poche risorse, pochi stimoli saranno, come se non bastasse sempre meno i giovani e i bambini e per di più privi di peso politico. Secondo lo scenario demografico più verosimile, nel 2030, quando chi nasce oggi compirà 18 anni, ci saranno 10 milioni di minori, per un’incidenza pari al 15,4%, 1 su 5 sarà straniero. 60.000 le nascite in meno rispetto al 2011, con un decremento della natalità dell’ 1,5% , superiore alla media europea.

Così nel 2030, 100 persone in età da lavoro dovranno farsi carico di 63 inattive, per due terzi anziane. Nel 2050 la fascia di popolazione 83-85 eguaglierà quella 0-2 anni. E nel 2030, quando chi nasce oggi avrà 18 anni e potrà votare, sarà del 4% l’incidenza del voto dei giovanissimi (18-21 anni) rispetto al resto dell’elettorato. Una voce sempre più flebile (-0,2% rispetto ad oggi), di nuovo e soprattutto, al Sud (nel Mezzogiorno andrà perso un voto su 5).

‘Il futuro dei bambini è stretto in una morsa’, commenta il Direttore Generale Save the Children Italia…”.


Purtroppo la sanità pubblica non basta

9 dicembre 2012

Il modello assistenziale socio-sanitario pubblico è capace di coprire solo una parte dei bisogni. E gli italiani sono costretti quindi a fare da sé: nel 2011 hanno speso 28 miliardi di euro. E’ quanto emerge, tra l’altro, dal rapporto sulla situazione sociale dell’Italia realizzato dal Censis.

Di queste carenze della sanità pubblica riferisce un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it).

“Nel 2011, gli italiani hanno speso circa l’1,76% del Pil, pari a 28 miliardi di euro, per acquistare di tasca propria (spesa ‘out of pocket’) beni e servizi sanitari.

E’ quanto mette in evidenza il rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis.

Secondo l’Ocse, nel 2010 il dato era il 17,8% della spesa sanitaria complessiva e al di sotto della media (pari al 20,1%), ma rispetto ad altri grandi Paesi europei (Francia, Regno Unito e Germania) risulta piuttosto alto.

‘I costi a carico delle famiglie rappresentano un fattore dal peso spesso insostenibile quando si tratta di malattie gravi e/o croniche – spiega il Censis -. In questi casi non solo le spese mediche out of pocket rappresentano una fattispecie significativa dei costi familiari, ma soprattutto emerge come il modello assistenziale socio-sanitario sia capace di coprire solo una parte dei bisogni, lasciando scoperti proprio i soggetti che esprimono le necessità piu’ complesse a lungo termine’.

Per il Censis, però, la sfida per la sanità italiana nei prossimi decenni è la domiciliarità e una forte integrazione socio-sanitaria che però tarda ad arrivare.

‘Questo tipo di offerta è però ancora troppo discontinua e diseguale a livello territoriale, e complessivamente carente: secondo il ministero della Salute, il numero medio di ore erogate a ciascun caso preso in carico dall’assistenza domiciliare integrata nel corso del 2008 è pari a circa 22, e dunque sono inevitabilmente le famiglie a dover supplire alle mancanze del sistema pubblico’.

Il giudizio degli italiani sul capitale umano nella sanità è comunque positivo, anche se non proprio eccellente.

Ad oggi in Italia, la sanità ‘cammina sulle gambe di oltre 724.000 persone, tra le quali oltre 237.000 medici, oltre 334.000 infermieri, quasi 49.000 unità di personale con funzioni riabilitative, oltre 45.000 con funzioni tecnico-sanitarie e piu’ di 11.000 di vigilanza e ispezione’.

Secondo il Censis, ‘il 71,2% degli intervistati pensando ad una recente esperienza in una struttura sanitaria diversa dallo studio del medico di medicina generale, ha definito gli operatori sanitari gentili e disponibili.

Quanto al rapporto con i medici di medicina generale, alla richiesta di esprimere un giudizio con un valore tra 0 e 10, il valore medio indicato dagli italiani e’ stato pari a 7,7’.

Nonostante il giudizio positivo, è alto il numero di cittadini che verifica le diagnosi con delle proprie ricerche su internet.

‘Quasi il 52% degli utilizzatori del web dichiara che gli capita di verificare la diagnosi e le indicazioni del proprio medico su Internet e il 33% di discutere con il medico stesso i risultati delle proprie ricerche sul web’.

Positivo il giudizio degli italiani anche per gli infermieri: oltre il 75% degli intervistati dal Censis dà un giudizio positivo, che si riflette sulla ‘percezione sociale’ di tale professione.

‘Oggi volere fare l’infermiere è per gli italiani una scelta giusta – spiega il Censis -: per il 76,6% perchè è una professione con un alto valore sociale e di aiuto verso gli altri, e per il 47% circa perchè consente di trovare facilmente un’occupazione.

Nel settore poi ci sono potenzialità occupazionali imponenti che richiederebbero adeguati ampliamenti degli spazi nella formazione universitaria che invece è bloccata dal numero chiuso per l’accesso alla facolta’ di Scienze infermieristiche, che il 61,3% degli italiani considera come un errore’”.