Renzi è diventato il principale problema del Pd e se ne deve andare

28 giugno 2017

Il secondo turno, meglio conosciuto come ballottaggio, delle elezioni comunali, svoltosi il 25 giugno, è stato contraddistinto dalla sconfitta del centrosinistra, in primo luogo della sua componente più importante, il Pd, del movimento 5 stelle e dalla vittoria del centrodestra.

Io sono stato per diverso tempo, fin da quando venne sconfitto da Bersani nelle primarie del Pd, un sostenitore di Renzi, perché lo consideravo il solo esponente di rilievo di quel partito che potesse davvero rinnovarlo e renderlo capace di governare efficacemente l’Italia, tramite una politica riformista con la quale si affrontassero anche i molti problemi strutturali del nostro Paese.

Ma con il passare dei mesi e degli anni, il contenuto innovativo dell’azione di Renzi è andato progressivamente riducendosi fino ad arrivare all’esito negativo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, di fatto, si è rivelato essere un referendum pro o contro Renzi, pro o contro il governo da lui presieduto.

Ma Renzi non ha effettuato, almeno pubblicamente, un’analisi approfondita delle cause della sconfitta del 4 dicembre.

Si è sì dimesso da presidente del Consiglio ma è rimasto segretario del Pd, ricandidandosi poi nelle successive primarie, peraltro da lui vinte con un’elevata percentuale di voti.

Dopo il 4 dicembre non ha nemmeno iniziato a promuovere un’azione di rinnovamento del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del partito da lui guidato.

Ha fatto in modo che il Pd fosse sempre più isolato non solo dagli altri partiti e movimenti della sinistra ma anche, ed è quello che più conta, da componenti importanti dell’elettorato, in primo luogo da quelle che hanno deciso di astenersi.

A quest’ultimo proposito non ha affatto tentato di analizzare le cause dell’aumento dell’astensionismo.

E’ apparso pensare solamente a come fare per andare il prima possibile alle elezioni politiche anticipate, ritenendo forse che un Pd da lui guidato potesse raggiungere il 40% dei voti ottenuto dai sì al referendum costituzionale.

Ma, lo rilevo di nuovo, non ha cambiato nulla o quasi del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del Pd.

E ha sottovalutato, poi, il risultato negativo del Pd conseguito nelle recenti elezioni comunali.

E’ bene aggiungere che anche le altre principali componenti della sinistra non stanno certo meglio, dai cosiddetti scissionisti del movimento democratico e progressista a sinistra italiana e allo stesso movimento promosso da Giuliano Pisapia, i cui contorni rimangono ancora incerti e comunque non ben delineati.

Ma la situazione di questi soggetti politici non deve far dimenticare le notevoli difficoltà attraversate dal Pd e, a questo punto, non si può non sostenere che il principale responsabile dei problemi del Pd, sebbene non il solo, sia diventato Renzi.

Io non credo più che Renzi sia in grado di affrontare efficacemente le difficoltà del Pd e, pertanto, dovrebbe essere sostituito alla segreteria di questo partito.

E vi sono all’interno del Pd esponenti in grado di guidare questo partito meglio di Renzi: ad esempio, fra i renziani, Del Rio e fra i non renziani, Zingaretti.

Non è affatto detto che Renzi se fosse sostituito nel suo incarico di segretario del Pd debba abbandonare definitivamente la politica. Negli anni a venire potrebbe di nuovo assumere incarichi di rilievo. Ma oggi non più.

E si consideri che affrontare efficacemente i propri problemi non riguarda solo il Pd ma l’intero sistema politico italiano ed anche la situazione economica e sociale del nostro Paese.

Infatti se il Pd si rinnoverà davvero e diventerà sul serio un partito in grado di affrontare i principali problemi dell’Italia i benefici potranno estendersi alla maggioranza dei cittadini italiani, anche perché sia il movimento 5 stelle che il centrodestra non sono in grado di affrontare quei problemi, quanto meno seguendo un’efficace politica riformista di sinistra.

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Le cure per l’ictus, i problemi secondo il Tribunale per i diritti del malato

25 giugno 2017

Con il rapporto “Ictus: le cure in Italia. Analisi civica dei percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali”, presentato recentemente, Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato fornisce un’analisi  dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali (Pdta) messi a punto dalle Regioni, in ambito cerebro-vascolare.

Secondo il comunicato emesso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, le persone cardiopatiche in Italia sono pari a sette milioni e mezzo, la percentuale rispetto all’intera popolazione è di oltre il 12%.

Per ciò che concerne le patologie cerebrovascolari, l’ictus cerebrale rappresenta la prima causa di invalidità nel mondo, la seconda causa di demenza e la terza causa di mortalità nei paesi occidentali.

Nel nostro Paese si registrano ogni anno poco meno di 200.000 casi di ictus, dei quali circa un terzo porta al decesso nell’arco di un anno e circa un terzo ad invalidità seria o significativa. La conseguenza di tale dato è che le persone che attualmente vivono con gli effetti invalidanti di un ictus in Italia hanno raggiunto la cifra di quasi un milione.

A fronte di questi dati, sono ancora poche le “stroke units” (o unità cerebrovascolari) sul territorio, a scapito delle Regioni del Sud: su 300 unità cerebrovascolari, sono operative circa 160, di cui l’80% ubicate nelle Regioni del settentrione d’Italia.

Molto si potrebbe fare con la prevenzione, ma nel nostro Paese la percentuale di investimenti ad essa destinati è pari al 4,9% della spesa sanitaria, con una spesa pro-capite annua di 88,9 euro  contro, ad esempio, la spesa della Svezia pari a 123,4 euro. Spagna e Francia si attestano rispettivamente a 39,7 e 46,2, mentre la Germania arriva a 108,3.

Poco più della metà delle Regioni ha prodotto in Italia un formale percorso diagnostico, terapeutico ed assistenziale per i pazienti con malattie celebro-vascolari. Il Friuli Venezia Giulia risulta essere la realtà che ha elaborato percorsi più completi, poi, anche se con modalità differenti, Trentino Alto Adige, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Marche, Basilicata Sicilia. Lazio, Puglia ed Umbria dovrebbero pubblicare a breve Pdta specifici, mentre indietro appaiono Sardegna e Molise.

Fra le 13 Regioni “virtuose”, soltanto Piemonte e Friuli Venezia Giulia hanno attivato un processo di informazione e partecipazione dei cittadini-pazienti in questi percorsi.

Sul fronte della prevenzione primaria, le Regioni le migliori nell’attivare percorsi di coinvolgimento degli operatori e dei cittadini sono Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna e Basilicata.

Risultano essere ben definite le equipe multidisciplinari, anche se, sul fronte della riabilitazione, appaiono più avanti sempre Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata, Marche.

Dettagliata anche la definizione dei tempi per eseguire le prestazioni, ma restano linee di ombra sull’effettiva copertura dei servizi e del personale a disposizione nei diversi ambiti.

“I Pdta devono diventare una vera strategia nazionale del servizio sanitario regionale. Devono essere lo strumento per la migliore presa in carico in tutte le Regioni delle persone con malattie croniche e rare”, ha rilevato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva.

Per questo proponiamo l’istituzione di un ‘sistema nazionale Pdta’, guidato dal ministero della Salute insieme alle Regioni.

La finalità è quella di garantire l’elaborazione e l’aggiornamento costante di Pdta nazionali, con l’individuazione dei punti irrinunciabili del percorso da garantire in tutti i territori regionali e nel rispetto delle competenze delle Regioni.

Il sistema nazionale dovrà inoltre promuovere la loro omogenea diffusione sul territorio, oltre che la valutazione degli esiti di salute ed economici che questi strumenti producono.

Per dare gambe al ‘sistema nazionale Pdta’ chiediamo anche l’attivazione di una ‘rete nazionale’ composta da operatori sanitari, associazioni di pazienti, organizzazioni civiche, costantemente presente nei diversi luoghi, livelli e fasi di governo degli stessi Pdta, e che  promuova scambi di buone pratiche e la messa in rete delle informazioni.

Per rendere però realmente esigibili i Pdta, e non farli rimanere solo sulla carta, è necessario che le Regioni cambino passo sia rispetto alle loro strategie di comunicazione  e informazione rivolte ai cittadini, sia riguardo allo sviluppo dei loro sistemi informatici, al fine di garantire il dialogo e l’integrazione in tempo reale tra tutti i professionisti e le Istituzioni coinvolti”.


In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

21 giugno 2017

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.


Partiti e media non si occupano dell’aumento dell’astensionismo

17 giugno 2017

Domenica passata si è tenuto il primo turno delle elezioni relative a molti Comuni italiani. I partiti e i media hanno rivolto notevole attenzione nei confronti dei risultati, nel verificare chi avesse vinto oppure chi avesse perso, per la verità, come sempre, con giudizi non unanimi. Ancora una volta, però, è stato trascurato il fenomeno dell’astensionismo, che in quelle elezioni è aumentato considerevolmente.

Invece ci si dovrebbe occupare molto di più dell’astensionismo. Dovrebbero farlo soprattutto i partiti i quali, anche tramite una riduzione del numero degli astenuti, potrebbero accrescere i propri consensi. Probabilmente non lo fanno soprattutto perché dovrebbero fare i conti davvero con i loro errori e dovrebbero realmente proporsi di attuare notevoli cambiamenti nei loro comportamenti.

Una maggiore attenzione nei confronti dell’astensionismo, peraltro, sarebbe necessario anche perché tende ad aumentare il numero di coloro che decidono di astenersi in modo più che consapevole, perché non considerano valide le offerte politiche disponibili, e che potrebbero convincersi di votare di nuovo se le loro esigenze fosse tenute in maggiore considerazione dai partiti che si presentano alle elezioni.

Alcuni dati, poi, sono indispensabili.

Al primo turno delle elezioni comunali hanno votato il 60% degli aventi diritto (nelle precedenti elezioni la percentuale dei votanti era stata superiore di circa 6 punti). Nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 – e fu considerata una percentuale alta – votò solo il 65,5%. Nelle elezioni regionali del 2015 la percentuale dei votanti fu pari al 53,9%, nelle europee del 2014 il 57% e nelle politiche del 2013 il 75%.

Si è registrata quindi una tendenza all’aumento dell’astensionismo e in alcune elezioni hanno votato solamente poco più del 50% degli aventi diritto.

Quindi l’aumento del numero degli astenuti e la loro notevole consistenza dovrebbero destare maggiore attenzione, senza alcun dubbio.

Non solo i partiti dovrebbero farlo ma anche i media, soprattutto quelli più importanti, analizzando approfonditamente le motivazioni alla base delle decisioni di astenersi.

Infatti, un’analisi approfondita di quelle astensioni è l’indispensabile presupposto di qualsiasi iniziativa volta a ridurre il numero degli astenuti.

Del resto, un obiettivo che dovrebbe essere prioritario, in ogni sistema politico davvero democratico, è rappresentato dal verificarsi del numero più elevato possibile dei votanti, nelle diverse elezioni.

Ma il nostro sistema politico è davvero democratico? O meglio è pienamente democratico?


In forte aumento il divario tra ricchi e poveri

14 giugno 2017

Nel mondo è aumentato considerevolmente, negli ultimi anni, il divario tra ricchi e poveri. Le diseguaglianze economiche quindi si sono ampliate. Lo ha recentemente sostenuto anche l’Ocse. In un rapporto dell’Oxfam, un’associazione che contrasta la povertà, tale problematica viene analizzata approfonditamente.

Cosa si rileva, fra l’altro, in questo rapporto?

“Il divario tra ricchi e poveri sta raggiungendo valori estremi mai toccati prima d’ora.

Credit Suisse ha recentemente reso noto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede attualmente più ricchezza del resto del mondo, e ciò è accaduto con un anno di anticipo rispetto alle previsioni di Oxfam pubblicate e ampiamente riprese dai media alla vigilia del forum economico mondiale dell’anno scorso.

Al tempo stesso la ricchezza posseduta della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di 1.000 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, a ulteriore riprova del fatto che viviamo in un mondo afflitto da livelli di disuguaglianza mai visti da oltre un secolo…

Nel 2015 appena 62 persone possedevano la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale. La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 44% dal 2010 ad oggi, con un incremento pari a oltre 500 miliardi di dollari, arrivando a 1.760 miliardi di dollari.

Nello stesso periodo la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, – una contrazione del 41%…

I fautori dello status quo sostengono che l’allarme disuguaglianza è alimentato dalla ‘politica dell’invidia’ e citano spesso la riduzione del numero di persone in estrema povertà quale prova del fatto che la disuguaglianza non è un problema prioritario. Così facendo, però, gettano fumo negli occhi.

Oxfam, la cui mission è proprio incentrata sulla lotta alla povertà, riconosce in modo inequivocabile gli enormi progressi che dal 1990 al 2010 hanno contribuito a dimezzare il numero di persone al di sotto della soglia di estrema povertà. Tuttavia, se nello stesso periodo non fosse peggiorata la disuguaglianza all’interno dei Paesi, altri 200 milioni di persone si sarebbero affrancati dalla povertà; e tale cifra sarebbe potuta salire a 700 milioni se i poveri avessero beneficiato della crescita economica più dei ricchi…

Un complesso sistema di paradisi fiscali e un’industria di gestione patrimoniale in ascesa permettono a queste risorse di rimanere intrappolate in alto, fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati. Secondo una recente stima 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (più dei Pil di Regno Unito e Germania messi insieme) sono attualmente custoditi offshore…

Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro. In quasi tutti i Paesi ricchi, e nella maggior parte di quelli in via di sviluppo, si è ridotta la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori, il che significa che questi ultimi beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita.

I possessori del capitale, al contrario, hanno beneficiato di un aumento dei propri guadagni (riscossione di interessi, dividendi, profitti accumulati) ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia. Il ricorso a pratiche diffuse di abuso fiscale da parte dei detentori del capitale e la riduzione delle imposte sulle rendite da capitale hanno ulteriormente contribuito a tali guadagni…

I cambiamenti economici e politici degli ultimi 30 anni (tra cui la deregolamentazione, le privatizzazioni, il segreto bancario e la globalizzazione, specialmente quella del settore finanziario) hanno iperalimentato la secolare abilità dei ricchi e dei potenti nello sfruttare la propria posizione per arricchirsi sempre più.

Ne consegue che molto spesso i guadagni di cui pochi beneficiano non sono rappresentativi di un efficiente ed equo sistema di remunerazione. Un esempio eloquente di sistema economico adulterato per servire gli interessi dei potenti è rappresentato dalla rete globale dei paradisi fiscali associata all’industria dell’elusione fiscale, che ha prosperato negli ultimi decenni.

Tale sistema ha ricevuto una vera e propria legittimazione intellettuale da una visione del mondo improntata al fondamentalismo del mercato, secondo la quale bassi livelli di imposizione fiscale a carico dei ricchi e delle imprese sono necessari per stimolare la crescita economica e sono quindi vantaggiosi per tutti noi…

A causa degli ammanchi dovuti a pratiche diffuse di abuso fiscale, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola: da qui la necessità di tagliare servizi pubblici essenziali e il sempre più frequente ricorso alle imposte indirette, come l’Iva, che gravano in misura sproporzionata sui soggetti meno abbienti…

I meccanismi di elusione fiscale utilizzati a livello globale sottraggono energia vitale al sistema dello stato sociale nei Paesi industrializzati e privano i Paesi poveri delle risorse necessarie a combattere la povertà, mandare i bambini a scuola e impedire che i propri cittadini muoiano per malattie facilmente curabili.

Quasi un terzo (30%) del patrimonio degli africani ricchi, per un ammontare complessivo di 500 miliardi di dollari, è custodito offshore nei paradisi fiscali. Si stima che ciò costi ai Paesi africani 14 miliardi di dollari all’anno sotto forma di mancato gettito fiscale, una cifra sufficiente a coprire la spesa sanitaria che salverebbe la vita di 4 milioni di bambini e ad assumere abbastanza insegnanti da mandare a scuola tutti i bambini del continente…

Non si potrà mai sanare la crisi della disuguaglianza finché i leader mondiali non metteranno fine una volta per tutte all’era dei paradisi fiscali…

Il settore finanziario è quello che ha registrato la crescita più rapida negli ultimi decenni. Nel mondo, un miliardario su cinque deve la sua fortuna proprio ad attività in ambito finanziario. E’ in questo settore che si registra il divario più ampio tra salari e compensi e l’effettivo valore aggiunto per l’economia…

Il settore bancario resta al centro del sistema dei paradisi fiscali: la maggior parte delle ricchezze custodite offshore è gestita da appena 50 grandi banche.

Nel settore dell’abbigliamento, poi, le imprese approfittano della propria posizione dominante per continuare a imporre salari miseri. Tra il 2001 e il 2011 si è verificata una riduzione in termini reali delle retribuzioni percepite dai lavoratori dell’industria dell’abbigliamento in quasi tutti i 15 Paesi maggiori esportatori al mondo in questo settore.

Nell’aprile del 2013 l’insostenibile situazione dei lavoratori nelle fabbriche di vestiario in Bangladesh ha attirato l’attenzione del mondo intero allorché 1.134 di essi sono morti nel crollo di una fabbrica all’interno del Rana Plaza.

Tante vite vanno perdute perché le imprese tentano di massimizzare i profitti trascurando le necessarie misure di sicurezza. Nonostante tutta l’attenzione e la retorica che questa vicenda ha suscitato, le attività di questo settore sono ancora dominate dagli interessi finanziari a breve termine degli acquirenti, mentre si continuano a rilevare inadeguate normative e misure antincendio e di sicurezza.

La disuguaglianza è ulteriormente aggravata dal fatto che alcune imprese possono abusare di posizioni di monopolio e dei diritti di proprietà intellettuale per influenzare e distorcere il mercato a proprio favore, escludendo da esso i propri concorrenti e facendo lievitare i prezzi pagati dalla gente comune.

Nel 2014 le società farmaceutiche hanno speso più di 228 milioni di dollari per attività di lobbying a Washington. Quando la Thailandia decise di introdurre una licenza obbligatoria per una serie di medicinali essenziali, sulla base di clausole che consentono ai governi la possibilità di produrre localmente le medicine ad un prezzo di gran lunga inferiore e senza il permesso del titolare del brevetto internazionale, le industrie farmaceutiche fecero pressione sul governo degli Stati Uniti riuscendo a far inserire la Thailandia in una lista di Paesi assoggettabili a sanzioni commerciali…

La disuguaglianza non è inevitabile. L’attuale sistema non si è creato per caso: è il risultato di scelte politiche deliberate, del fatto che i nostri leader assecondano l’1% e i suoi sostenitori anziché agire nell’interesse dell’intera collettività. E’ giunto il momento di dire basta a questo modello economico malfunzionante. Nel mondo la ricchezza non scarseggia; non ha alcun senso dal punto di vista economico, e tanto meno da quello morale, che così pochi individui possiedano così tanto.

Per Oxfam l’umanità ha tutte le potenzialità per costruire un mondo migliore. Abbiamo il talento, la tecnologia e una visione per farlo. Si può edificare un’economia più umana in cui l’interesse della collettività e il bene comune vengano prima di tutto. Un mondo che offra a tutti un lavoro dignitoso, un mondo in cui uomini e donne siano uguali, dove i paradisi fiscali esistano soltanto nei libri di storia e i ricchi paghino la loro equa parte contribuendo così ad un sistema che operi realmente a beneficio di tutti.

Oxfam fa appello ai leader mondiali affinché si attivino per dimostrare che stanno dalla parte della collettività e per imprimere una battuta d’arresto alla crisi della disuguaglianza. Da salari dignitosi a una regolamentazione più efficace delle attività nel settore finanziario, sono molte le azioni che i decisori politici possono mettere in campo per porre fine all’economia dell’1% e iniziare a costruire un sistema dal volto più umano che vada a vantaggio di tutti…”.


L’infanzia rubata. Ma da 30 anni c’è “Telefono Azzurro”

11 giugno 2017

E’ stato recentemente presentato il nuovo rapporto “Infanzia rubata”, redatto da Save the Children. In base ai contenuti del rapporto si può legittimamente sostenere che esiste nel mondo un esercito di bambini derubati della propria infanzia. Sono infatti 700 milioni i minori, uno su quattro, ai quali è negato il diritto ad essere bambino o la cui vita è costantemente minacciata. In Italia, però, occorre rilevare che proprio in questi giorni “Telefono Azzurro” ha compiuto 30 anni. Sono infatti già passati 30 anni dalla fondazione, da parte di Ernesto Caffo, dell’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, che fino ad ora ha aiutato 72.000 bambini ed adolescenti, in media 2.400 ogni anno.

Il rapporto di Save the Children si basa, soprattutto, sull’analisi del cosiddetto indice globale dell’infanzia negata.

Prendendo in considerazione 172 Paesi, emerge che 263 milioni di minori, 1 su 6, non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra cui lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica.

Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita.

Circa 28 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni.

Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno.

Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Nella “lista nera” dei Paesi dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo al primo posto c’è il Niger, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia.

Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano invece i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

“E’ inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Come già rilevato, l’8 giugno  del 1987 nacque l’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, fondata da Ernesto Caffo, professore di neuropsichiatria infantile presso l’università di Modena e Reggio Emilia.

L’associazione ha dovuto cambiare ed evolversi rapidamente nel tempo, al passo con una società che si è modificata rapidamente e con le nuove tecnologie a dare vita a nuove minacce per i più piccoli.

Prima il solo telefono, oggi ascolto e intervento basati su una comunicazione multicanale.

La storica linea 1.96.96 ha retto nel tempo lasciando però spazio anche ad altri strumenti, come la chat, il web e i social, ormai fondamentali per l’operato dell’associazione.

Se la prima generazione di bambini e adolescenti chiedeva aiuto per situazioni di violenza e abusi (le percosse e i maltrattamenti fisici rappresentavano il 10% circa delle chiamate dei primi 7 anni), oltre che per problematiche legate alle relazioni con adulti o coetanei (circa il 45% dei casi gestiti tra 1987 e 1994), oggi sempre più le richieste di aiuto si legano ad un aumento della violenza tra coetanei, ad esempio il bullismo, nelle sue diverse componenti. Solo nel 2016 rappresentavano circa il 10% delle richieste di aiuto.

Infatti la vita dei bambini si svolge sempre più on line: nativi digitali, vivono in case high-tech, dove le stanze sono stazioni ad alto contenuto tecnologico.

Non stupisce quindi che le richieste di aiuto riguardino anche gli aspetti della loro “crescita digitale”: dipendenza dal web, invio e condivisione di immagini e video sessualmente espliciti autoprodotti (sexting), ricatti legati a questi invii (sextortion), così come adescamenti di minori ad opera di sconosciuti (grooming).

I dati di Telefono Azzurro parlano a questo proposito di un trend in aumento costante negli ultimi anni e che oggi si attesta attorno al 6% del totale delle consulenze che vengono offerte ogni anno dal numero gratuito 1.96.96 e dalla chat.

L’attività di prevenzione e ascolto di Telefono Azzurro si è intensificata e specializzata sempre di più.

Gli operatori vengono formati sulla base delle esperienze raccolte ma anche grazie ad un confronto costruttivo e strategico con altri Paesi europei. Gli strumenti di lavoro, informatici e tecnologici, si evolvono sulle base dei tanti casi trattati e sulla loro diversità.

Il centro nazionale di ascolto di Telefono Azzurro è oggi un call center con 30 linee telefoniche, 40 operatori specializzati, centinaia di volontari. All’ascolto telefonico, Telefono Azzurro associa inoltre nuove iniziative tese a favorire la diffusione di una cultura di intervento preventivo nelle situazioni di disagio, maltrattamento e abuso.

“La nostra è una storia basata sull’ascolto e sulle risposte che nel tempo abbiamo messo in campo sotto forma di progetti concreti, racconta il professor Ernesto Caffo, non solo fondatore ma anche presidente dell’associazione. Attraverso l’ascolto Telefono Azzurro ha fatto conoscere i bisogni di bambini e adolescenti, raccogliendo le loro voci attraverso il telefono prima, e poi via via attraverso tutti gli strumenti e i canali che in questi tre decenni la tecnologia ci ha messo a disposizione. Sempre attenti a parlare la lingua dei più piccoli, a essere presenti lì dove loro sono, dove dialogano, dove imparano e dove crescono.

Una presenza sempre più capillare e costante, resa possibile dal grande lavoro svolto dai gruppi territoriali dei nostri volontari, che hanno reso grande la storia di questi trent’anni. Lavoreremo ogni giorno affinché nei prossimi trenta venga costruito sempre più un mondo a misura di bambini e di adolescenti”.


Più anziani al lavoro e meno giovani occupati, non è vero

7 giugno 2017

E’ noto che, soprattutto in seguito alla riforma Fornero, molti lavoratori sono andati o andranno in pensione più tardi e quindi hanno continuato  o continueranno a lavorare. Del resto recenti statistiche sul mercato del lavoro dimostrano che gli occupati con età superiore ai 55 anni sono aumentati. E, pertanto, in seguito a tale situazione, spesso si sostiene che i giovani abbiano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro. Ma uno studio della Banca d’Italia, i cui principali risultati sono contenuti nella relazione annuale pubblicata in occasione delle considerazioni finali del Governatore, dimostra il contrario.

Cosa si può leggere nella relazione annuale riguardo allo studio in questione?

“Nel lungo periodo l’innalzamento dei requisiti pensionistici, prolungando la partecipazione al mercato del lavoro, tende ad avere effetti espansivi sul prodotto.

Nel breve periodo un aumento dell’età pensionabile potrebbe ripercuotersi negativamente sulle prospettive occupazionali dei più giovani se questi ultimi svolgono mansioni simili a quelle dei lavoratori più anziani; l’effetto può tuttavia essere positivo se svolgono ruoli diversi e complementari.

Secondo nostre analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari.

Utilizzando i dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per il periodo 2004-2016, l’analisi empirica evidenzia che, controllando per le condizioni cicliche a livello di macroarea geografica e per le caratteristiche di ciascuna provincia nella media del periodo, le variazioni dei tassi di occupazione provinciali dei lavoratori più anziani (55-69 anni) e quelle dei più giovani (15-34 anni) non mostrano una correlazione negativa, bensì lievemente positiva.

Pur se associato a un aumento dell’occupazione giovanile a livello aggregato, l’allungamento della vita lavorativa dei più anziani potrebbe aver reindirizzato alcuni giovani verso settori o imprese diversi nell’ambito della stessa provincia. Tale ipotesi è stata verificata attraverso un campione rappresentativo di imprese con almeno 20 addetti tratto dagli archivi dell’Inps per il periodo 2008-2015, con lo scopo di valutare se la maggiore permanenza nell’impresa dei lavoratori con almeno 55 anni, determinata da cambiamenti nelle regole pensionistiche, abbia modificato assunzioni, flussi in uscita e salari dei lavoratori delle altre fasce di età nell’ambito della stessa azienda.

All’aumento dei lavoratori più anziani è corrisposto l’incremento di quelli più giovani, a supporto dell’ipotesi di complementarità tra le due classi di età.

Tali risultati sono validi sia considerando tutti i diversi interventi pensionistici che si sono susseguiti nel periodo, sia limitando l’analisi agli effetti della sola riforma Fornero: nel campione analizzato quest’ultima ha comportato nel breve periodo un incremento dell’occupazione di quattro decimi tra le persone oltre i 55 anni e di circa un decimo tra i più giovani.

Vi è infine evidenza che l’aumento dell’offerta di lavoro degli individui più anziani abbia determinato una leggera riduzione del loro salario”.

Quindi lo studio della Banca d’Italia dimostra che occorre stare molto attenti a sostenere delle tesi, in ambito economico, la cui validità sembra evidente, ma che non sono suffragate da dati e da analisi approfondite di tali dati.

Peraltro, nel caso specifico, i risultati dello studio della Banca d’Italia sono in linea con quelli emersi in un’altra analisi della Bce svolta nel 2015 in tutti i Paesi dell’eurozona.