Politiche pubbliche per il “sociale”: un 2014 ancora molto difficile

30 dicembre 2014

Su www.redattoresociale.it è stata pubblicato un articolo in cui è contenuto un bilancio delle politiche pubbliche rivolte al settore sociale per l’anno 2014. E’ stato di nuovo un anno pieno di problemi. Senza riforme, con una grande enfasi sulla riforma del terzo settore e sul cinque per mille, ma gli interventi pubblici, a livello locale, hanno incontrato molte difficoltà. Ancora al palo la lotta alla povertà e l’aggiornamento dei Lea (livelli essenziali di assistenza).

Secondo “Redattore sociale” quali sono stati i principali problemi manifestatisi nel 2014?

“Si vive nell’illusione che quel poco che si fa possa bastare per invertire la rotta, schiacciati sull’argomento – ed è il ritornello di sempre – che ‘la coperta è troppo corta’ e che non ci si possono permettere ‘fughe in avanti’. E il settore delle politiche sociali, che vive da sempre con risorse pubbliche largamente sottostimate rispetto ai bisogni, rimane di fatto fermo al palo”.

Quindi, primo problema, si continua con una notevole insufficienza delle risorse finanziarie pubbliche a disposizione,

Poi, “senza neppure l’ombra di una riforma strutturale, senza un convincente piano nazionale contro la povertà, senza un sostegno alla non autosufficienza che andasse oltre il minimo sindacale, senza neppure quelle risposte che le persone con disabilità attendono da tempo e che almeno per decenza sarebbe ora di dare (ad iniziare dall’aggiornamento dei Lea, livelli essenziali di assistenza, e dalla revisione di un nomenclatore tariffario degli ausili e protesi fermo all’età della pietra)”.

E’ stata predisposta sì una buona riforma del terzo settore, che riguarda l’associazionismo e il volontariato, l’impresa sociale e il servizio civile, ma i cui tempi di attuazione non saranno affatto brevi, si manifesteranno nel medio periodo, e che “in ogni caso non comporterà un intervento diretto di ‘politica sociale’ nei confronti delle persone in condizione di maggiore fragilità sociale”.

Peraltro il disegno di legge delega, relativo a questa riforma, è ancora in discussione in Parlamento, anche se è prevedibile che sia approvato abbastanza celermente.

L’azione del governo Renzi ha puntato molto sui bonus, dagli ammortizzatori sociali legati al lavoro, al bonus di 80 euro mensili rivolti ai lavoratori con un reddito compreso tra gli 8.000 e i 24.000 euro annui – una misura quest’ultima pensata, voluta e realizzata con altre finalità rispetto al sostegno a chi vive situazioni di povertà e/o fragilità conclamata – e con la legge di stabilità per il 2015 sono stati assegnati cospicui stanziamenti per altri due bonus (bonus bebé per i nuovi nati e bonus acquisti per le famiglie numerose).

Tutto ciò si aggiunge al fatto che il solo strumento a regime, attualmente in campo per la lotta alla povertà, è le vecchia e criticata “carta acquisti”, la social card.

Quindi si conferma la tendenza, per affrontare tutta una serie di problemi sociali, al ricorso di una pura e semplice erogazione monetaria, tendenza peraltro oggetto da tempo di molte critiche da parte degli addetti ai lavori.

Per quanto riguarda i fondi sociali propriamente detti, nel corso del 2014 sono arrivate alle Regioni (per essere poi trasformate in servizi diretti ai cittadini) le risorse stanziate nella legge di stabilità del governo Letta (317 milioni del fondo nazionale politiche sociali e 350 milioni del fondo non autosufficienza), oltre alle cifre riferite al 2013 che incredibilmente nel corso di quell’anno non si era riusciti a ripartire.

Per il 2015 le disponibilità economiche decise dal governo Renzi saranno maggiori: la somma dei due fondi appena citati passa da 667 milioni dell’anno che si chiude a 700 milioni di quello che si apre, ai quali si aggiungono altri 100 milioni destinati per il 2015 ai servizi per la prima infanzia (gli asili nido).

Un aumento, peraltro ottenuto solo grazie a forti e ripetute proteste, esercitate soprattutto da parte delle persone disabili, non certo adeguato alle necessità.

Quindi, il 2014, un anno con alti e bassi.

E per il 2015?

L’articolo pubblicato su www.redattoresociale.it così conclude: “Il 2014, nonostante le speranze iniziali, non è stato l’anno della svolta. Dipenderà anche da Renzi e dal suo governo farlo diventare – a posteriori – l’anno che ha immediatamente preceduto quello della svolta”.

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In carcere 2 suicidi a Natale. Salgono a 43 nel 2014

28 dicembre 2014

Secondo i dati dell’osservatorio permenente delle morti in carcere, di cui fanno parte Radicali italiani, il Detenuto ignoyo, Antigone, A Buon Diritto e le redazione di Radiocarcere e Ristretti Orizzonti, in 5 anni 19 detenuti si sono uccisi durante le festività natalizia, frequenza doppia rispetto al resto dell’anno. Due detenuti si sono tolti la vita tra il 25 e il 26 dicembre.

I motivi del maggior numero di suicidi durante le festività natalizie, secondo l’osservatorio, “vanno ricercati nell’accentuato senso di solitudine per la lontananza dalle famiglie, nell’assenza di proposte ‘trattamentali’, con la sospensione dei corsi scolastici e delle attività lavorative, e nella riduzione, causa ferie, di un personale già sotto-organico durante il resto dell’anno (gli agenti di polizia penitenziaria salvano la vita a centinaia di detenuti ogni anno spesso togliendo loro letteralmente la corda al collo)”.

Sempre secondo l’osservatorio, sono quindi saliti a 43 i detenuti che si sono tolti la vita:avevano un’età media di 40 anni, 37 gli itaiani e 6 gli stranieri, 2 le donne.

37 detenuti si sono impiccati, 5 si sono asfissiati con il gas del fornelletto da camping in uso nelle celle, 1 si è dissanguato tagliandosi la carotide con una lametta da barba.

Le carceri nelle quali si sono registrate più vittime sono Napoli Poggioreale (4) e Padova casa di reclusione (3).

Pur tenendo in considerazione il fatto che nel corso delle festività i suicidi aumentano e che tali suicidi hanno delle motivazioni specifiche, mi sembra di poter rilevare che le cause principali, anche in questi casi, sono sempre le stesse: le difficili condizioni di vita nelle carceri, sia dei detenuti che degli agenti di polizia penitenziaria.

E queste difficili condizioni di vita derivano principalmente dal sovraffollamento delle carceri stesse e dall’insufficiente numero degli agenti.

Tali problemi, benchè siano stati evidenziati da molti anni e non rappresentino pertanto una novità, non vengono, colpevolmente, affrontati nel modo adeguato.

Per affrontare il primo si sta seguendo la strada delle depenalizzazione di alcuni reati. E’ l’unica strada possibile? Quali altre iniziative alternative o aggiuntive andrebbero realizzate?

Per affrontare il secondo problema dovrebbe aumentare il numero degli agenti di polizia penitenziaria e pertanto sarebbero necessarie maggiore risorse finanziarie, peraltro da destinare anche ad altri fini sempre riguardanti le carceri.

Ma in questo caso, come in molti altri, si sostiene che ciò non sia possibile per le note difficoltà che contraddistinguono il bilancio statale.

Ma la risposta può essere sempre la stessa: occorre sì ridurre la spesa pubblica, ma riducendo gli sprechi, attuando una vera politica di “spending review”, di revisione della spesa, che l’attuale governo, come del resto i precedenti, non ha avuto il coraggio di promuovere, come dimostra la fine che hanno fatto le proposte del commissario  alla “spending review” Carlo Cottarelli.


Il buonismo natalizio ha stufato: le parrocchie aprano le porte

25 dicembre 2014

Le collette e le raccolte di alimenti non bastano più: i servizi per i poveri non possono essere gestiti burocraticamente, serve un salto di qualità. Gesù non disse “Avevo fame e mi avete portato un pacco natalizio”, ma “Mi avete dato da mangiare”.

Lo sostiene nel suo blog Laura Badaracci, giornalista, redattrice del mensile “Mondo e missione” e collaboratrice del quotidiano “Avvenire”.

Così prosegue Laura Badaracci: “Basta con le collette e le raccolte di alimenti: è tempo di uscire dalle parrocchie e lasciare le porte aperte. Perché i servizi per i poveri non possono essere gestiti burocraticamente.

Ricordo in particolare un episodio: il compianto don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma (scomparso nel ’97), si arrabbiava vigorosamente con i suoi operatori se lasciavano attendere in fila, fuori dall’ostello o dall’ambulatorio in via Marsala, persone in piedi (donne con bambini, per esempio), in attesa di entrare.

Perché secondo lui la porta doveva essere sempre aperta grazie ai volontari, non chiusa come quella di un ufficio municipale che funziona solo con il personale assunto e pagato”.

E aggiunge: “Certo, l’organizzazione ci vuole, la prima accoglienza anche, ma penso che a livello ecclesiale il welfare debba compiere un deciso, coraggioso e profetico salto di qualità.

Lo chiedono i segni dei tempi di cui parlava il Concilio, ma che spesso molti ignorano, fanno finta di non vedere. Quindi mense per i poveri sì, ma perché ogni comunità cristiana non comincia ad adottarne concretamente qualcuno prendendosi carico non solo delle sue necessità pratiche ma pure di quelle di relazione, di inserimento sociale e, perché no, di svago e divertimento?”

E poi rileva: “Il buonismo natalizio ha stufato, sa di consumismo stantio e di polverose sacrestie”.

Io non sono un credente, ma la proposta di Laura Badaracci mi sembra più che giusta.

Aggiungo da laico, che anche i laici dovrebbero seguire la strada indicata da Laura. Non è sufficiente versare una quota, anche mensile, per “adottare” un bambino africano – peraltro molti non fanno neanche questo e non solo perché non hanno le disponibilità economiche necessarie -. Occorrerebbe da parte nostra un maggiore coinvolgimento, un coinvolgimento più diretto.

Concludo però sostenendo che non si può fare ameno del welfare pubblico e che per questo settore devono finire i tagli indiscriminati alla spesa pubblica.

Certo è necessario eliminare gli sprechi che anche in questo settore si verificano. Ma è indispensabile ricominciare ad aumentare le risorse finanziarie pubbliche destinate al welfare.

Cambiamo verso anche in questo.


Emma Bonino for President

23 dicembre 2014

Solo agli inizi di febbraio, molto probabilmente, i cosiddetti “grandi elettori” proveranno ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Le dimissioni di Napolitano sembrano ormai scontate. Forse si potrebbe pensare che sia ancora troppo presto per ragionare seriamente sul profilo che dovrebbe assumere il nuovo presidente ed anche sul nome del successore di Napolitano. I mass media da tempo, per la verità, si stanno occupando diffusamente di questi temi. Ho deciso, sebbene con qualche iniziale perplessità, di affrontare il problema rappresentato dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica – infatti questa elezione rappresenta davvero un problema – principalmente perché, nonostante alcuni costituzionalisti non la pensino in questo modo, il presidente della Repubblica italiana, pur essendo la nostra Repubblica parlamentare e non presidenziale, può svolgere un ruolo importante, anche se molto dipenderà da chi sarà eletto, soprattutto in una situazione come quella attuale contraddistinta da una notevole debolezza della politica e dei partiti in particolare.

Quindi il primo interrogativo al quale vorrei tentare di rispondere riguarda la statura politica e culturale del nuovo presidente.

Deve essere di alto profilo, come lo è stato Napolitano ma anche i suoi ultimi predecessori, oppure il suo profilo dovrà o potrà essere meno elevato di quanto ci siamo ormai abituati relativamente ai presidenti della nostra Repubblica?

Sembra che l’obiettivo di Renzi sia soprattutto quello di far eleggere presidente una personalità che, pur svolgendo ovviamente tutte le funzioni che a un capo dello Stato sono attribuite dalla Costituzione italiana, non sia troppo “ingombrante” e che quindi non limiti eccessivamente l’autonomia dell’attuale premier.

Secondo me, al di là delle intenzioni di Renzi, sarebbe un bene, per la politica e per la,società italiana, che sia eletta una persona in grado, se necessario, di svolgere il ruolo, in parte di supplenza rispetto ai partiti, svolto oggettivamente da Napolitano, ma che soprattutto per la sua storia politica sia anche in grado di svolgere un ruolo più defilato, se i partiti si dimostreranno capaci di migliorare la loro sintonia con la società italiana e di affrontare con maggiore efficacia i più importanti problemi del nostro Paese, economici ma non solo.

Infatti se il sistema dei partiti si dimostrerà di essere in grado di fare quanto ho appena rilevato, non potrà che beneficiarne la stessa democrazia italiana, che appunto è una democrazia parlamentare e non presidenziale.

E se si vuole invece dare vita ad una repubblica presidenziale lo si dica apertamente e lo si preveda nello stesso progetto di riforma costituzionale, attualmente all’attenzione del Parlamento.

Dalle considerazioni sin qui svolte ne deriva, a mio giudizio, un’ulteriore conseguenza e cioè che il successore di Napolitano non dovrebbe essere un esponente della cosiddetta società civile né un economista, quest’ultimo che abbia eventualmente anche svolto un incarico politico od istituzionale di elevato livello.

E’ meglio un politico che sia in grado e che voglia svolgere quel ruolo “defilato” di cui ho scritto ma che appunto, se necessario, sappia svolgere un ruolo anche di maggiore rilievo.

E, secondo me, la personalità che meglio di altre può corrispondere all’“identikit” che ho tracciato è Emma Bonino la quale, tra l’altro, sarebbe la prima donna a salire al Quirinale.

Ma tale sua caratteristica non sarebbe quella più importante.

Emma Bonino ha alle spalle un’ampia, e di elevato profilo, esperienza politica a livello nazionale ed internazionale. Ha fatto parte della commissione dell’Unione europea ed è stata ministro in vari dicasteri, tra i quali quello degli Esteri.

Dispone dell’autonomia necessaria a far fronte ad eventuali eccessi di protagonismo dell’attuale presidente del consiglio, Renzi. E sarebbe però in grado di sostenerlo adeguatamente, proprio per i suoi passati incarichi all’interno dell’Unione europea, se Renzi intendesse davvero contribuire a fare in modo che le istituzioni comunitarie diventino più autonome rispetto alle decisioni del governo tedesco, condizione questa necessaria sebbene non sufficiente, affinchè l’Europa esca quanto prima dalla situazione di grave crisi economica ed occupazionale che la caratterizza ormai da troppo tempo.


Chi tocca i rifiuti si sporca. Quindi…

21 dicembre 2014

Sempre più spesso vengono compiuti in Italia reati inerenti l’inquinamento dell’ambiente. Ad esempio tali reati si manifestano nella gestione dei rifiuti. Ma i reati ambientali in sé  sono considerati di natura contravvenzionale, determinano cioè solo il pagamento di un’ammenda, a meno che non si accompagnino ad altri comportamenti, ritenuti più gravi, come ad esempio la corruzione. Pertanto Legambiente e Libera, sostenuti anche da altre 23 associazioni, hanno promosso un appello, rivolto ai senatori, affinchè si approvi subito il disegno di legge sull’introduzione dei delitti ambientali nel codice penale. A questo proposito si può firmare una petizione su www.change.org/legambiente-ecoreati.

Il testo dell’appello è il seguente.

“L’Italia ha bisogno di una vera e propria riforma di civiltà, che sanerebbe una gravissima anomalia: oggi chi ruba una mela al supermercato può essere arrestato in flagranza perché commette un delitto, quello di furto, mentre chi inquina l’ambiente no, visto che nella peggiore delle ipotesi si rende responsabile di reati di natura contravvenzionale, risolvibili pagando un’ammenda quando non vanno – come capita molto spesso – in prescrizione.

Non esistono nel nostro codice penale, infatti, né il delitto di inquinamento né tantomeno quello di disastro ambientale. Uno squilibrio di sanzione anacronistico, insostenibile e a danno dell’intero Paese, che garantisce spesso l’impunità totale agli ecocriminali e agli ecomafiosi.

Oggi, finalmente, siamo vicini a una svolta.

Nel febbraio 2014, infatti, la Camera dei deputati ha approvato a larghissima maggioranza un disegno di legge che inserisce 4 delitti ambientali nel nostro codice penale: inquinamento ambientale, disastro ambientale, trasporto e abbandono di materiale radioattivo, impedimento al controllo.

Il testo, però, è inspiegabilmente fermo da mesi al Senato, per alcuni limiti tecnici che sarebbero facilmente superabili con poche modifiche.

Approvarlo prima possibile rappresenterebbe, invece, una pietra miliare nella lotta alla criminalità ambientale, garantendo una tutela penale dell’ambiente degna di questo nome e, soprattutto, assicurandostrumenti investigativi fondamentali per le forze dell’ordine e la magistratura.

Serve un ultimo sforzo, perché non c’è più tempo da perdere. In nome di quel popolo inquinato che attende da troppo tempo giustizia, è giunto il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità davanti al Paese”.

Lo slogan utilizzato per favorire l’accoglimento dell’appello in questione è “Ecoreati nel codice penale subito, in nome del popolo inquinato”.

Io mi limito solamente ad invitare tutti coloro che leggeranno questo post a sottoscrivere la petizione.

Infatti i motivi a sostegno della necessità di approvare prima possibile quel disegno di legge sono ben individuati nel testo dell’appello.

Per la verità non ci doveva essere il bisogno di questo appello per ottenere l’approvazione del disegno di legge in questione.

Ma siamo di fronte, purtroppo, a un Parlamento che, frequentemente, è disattento nei confronti dei problemi principali che colpiscono il nostro Paese.

Cambiamo verso anche in questa direzione?


Papa Bergoglio ha sbagliato a non ricevere il Dalai Lama

18 dicembre 2014

Il Dalai Lama, in questi giorni a Roma, non è stato ricevuto dal Papa, il quale ha inteso comportarsi come quei capi di governo che per non alienarsi le simpatie del governo cinese decidono di non avere rapporti con il Dalai Lama. Un comportamento, questo di Bergoglio, del tutto sbagliato.

Del resto Bergoglio ha dimostrato di voler sviluppare i rapporti con i rappresentanti delle altre confessioni religiose.

Ma questo non vale per il Dalai Lama, il quale è la massima autorità spirituale del buddhismo tibetano.

Peraltro il Dalai Lama non è più il capo del governo tibetano in esilio dall’11 marzo del 2011, data in cui ha presentato le sue dimissioni a favore del suo successore eletto dal Parlamento tibetano esule.

E’ noto che dal 1958 il Tibet è stato occupato militarmente dalla Cina, Paese che da allora ha revocato lo statuto di autonomia di cui il Tibet godeva.

Molti tibetani si sono opposti a questa occupazione e frequenti sono gli scontri tra la popolazione tibetana e l’esercito cinese, proprio perché gran parte dei tibetani vorrebbero riacquistare la loro autonomia.

La Cina non intende concedere di nuovo al Tibet tale autonomia. Di qui l’ostracismo dei governi cinesi nei confronti del Dalai Lama che, nonostante non sia più il capo del governo in esilio, rappresenta oggettivamente la guida, spirituale ma non solo, dei tibetani.

Pertanto molti capi di governo, anche di Paesi molto importanti, non intendono avere rapporti con il Dalai Lama, soprattutto perché temono che, diversamente, le relazioni, soprattutto economiche, con la Cina ne verrebbero penalizzate.

Pecunia non olet, quindi…

Già questo comportamento dei capi di governo di mezzo mondo è, secondo me, più che censurabile. Infatti la tutela dei diritti umani dovrebbe venire prima degli interessi economici, seppur importanti anch’essi.

Ma ancora più censurabile è il comportamento di Bergoglio, il quale con la sua decisione di non ricevere il Dalai Lama ha visto ridurre la sua credibilità di vero innovatore della Chiesa cattolica.

Non mi sarei stupito se altri Papi si fossero comportati come Bergoglio.

In realtà, da laico, alle fine non mi stupisce nemmeno il comportamento di Bergoglio. Però, onestamente, mi sarei aspettato che Bergoglio avesse ricevuto il Dalai Lama.

Mai fidarsi dei Papi, pertanto…

Concludo rilevando che la questione è stata resa nota da Beppe Grillo. Io non sono quasi mai d’accordo con Grillo, ma devo ammettere che in questa occasione ha fatto benissimo a rendere nota la decisione di Bergoglio di non ricevere il Dalai Lama.


La strage di Nanchino nel 1937: 300.000 morti

15 dicembre 2014

Io non conoscevo l’esistenza della cosiddetta strage di Nanchino. 300.000 cinesi furono uccisi dagli invasori giapponesi nel 1937 nell’allora capitale della Cina. L’ho appreso leggendo il supplemento domenicale de “Il Sole 24 ore”, decisamente il migliore supplemento culturale fra tutti quelli pubblicati dai giornali italiani.

Non riesco a capire come, soprattutto in Occidente, quanto avvenuto a Nanchino nel 1937 sia conosciuto da poche persone. Non credo di poter essere smentito.

Ma cosa avvenne?

Nanchino fu invasa dall’esercito giapponese il 13 dicembre del 1937 e per alcune settimane i militari del Paese del Sol Levante si resero responsabili di una serie di crimini, stupri, saccheggi, incendi, uccisioni di prigionieri di guerra e civili.

Tra le 300.000 vittime accertate, decine di migliaia furono i bambini uccisi.

E’ ridicolo ma alcuni storici giapponesi sostengono che i morti sono stati solo alcune centinaia. Altri ricercatori, sempre giapponesi, avvalorano però la tesi sostenuta dai cinesi, i quali hanno ormai provato che le vittime sono state appunto circa 300.000.

Attualmente in Giappone vi è una evidente divisione tra chi ancora ritiene che l’eccidio non sia avvenuto o che comunque i morti siano stati pochi e abbiano riguardato solo i militari giapponesi e quanti invece sostengono che effettivamente si debba parlare di una strage, incomprensibile, ma che purtroppo è avvenuta.

Vi sono anche testimonianze di stranieri che avvalorano quanto hanno sempre affermato i cinesi.

Come commentare quanto si è verificato nel 1937 a Nanchino?

E’ una delle molte vergogne, e fra le più gravi, di cui il genere umano si è macchiato nel corso delle guerre.

E’ incredibile però che i mass media occidentali non ne parlino o non ne abbiano parlato a sufficienza.

Gli stessi libri di storia raramente fanno riferimento alle vicende di Nanchino.

Anche in questo caso non posso che rilevare che non si deve dimenticare quanto avvenuto, ma prima occorre ricordarlo.

E spero di aver fornito anche io, con questo post, un piccolo contributo per far conoscere le vergognose uccisioni di cui l’esercito giapponese si è reso colpevole nel 1937 a Nanchino