Le vittime del terrorismo islamico non sono tutte uguali, ci sono di serie A e di serie B

29 marzo 2016

terrorismo

Dispiace riconoscerlo e formulare delle polemiche relativamente ai morti. Non se ne può fare a meno però. Ormai è evidente, le vittime del terrorismo islamico non sono tutte uguali, quelle che si sono verificate in Europa sono state oggetto di maggiore attenzione di quelle uccise in Paesi extraeuropei.

Nelle ultime settimane questa differenza è emersa chiaramente.

Prima ci sono stati i morti causati dai terroristi dell’Isis a Bruxelles, all’aeroporto e nella metropolitana.

Poi, proprio il giorno di Pasqua, la strage di Lahore, in Pakistan, ad opera dei talebani, che non fanno capo all’Isis ma che non possono che essere definiti terroristi islamici.

Peraltro i morti di Lahore hanno suscitato una maggiore attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica occidentale superiore a quella che ha contraddistinto le recenti stragi in Iraq e Yemen, ad opera in questi due ultimi casi di terroristi dell’Isis.

Non sostengo certamente che le vittime di Bruxelles, come del resto quelle dei diversi attentati avvenuti a Parigi nel novembre dell’anno passato, non dovessero essere oggetto di notevole attenzione.

Ma non capisco perché le vittime del terrorismo islamico, nei Paesi  extraeuropei, non debbano essere considerate nello stesso modo. Peraltro, negli attentati verificatisi in questi ultimi Paesi, la percentuale rappresentata dai bambini assassinati dai terroristi è stata superiore, molto alta.

C’è un’unica spiegazione, per quanto spiacevole per noi occidentali: le diseguaglianze nel Mondo ci sono anche relativamente alle vittime del terrorismo islamico, ci sono appunto le vittime di serie A e le vittime di serie B.

Quanto siano disprezzabili tali diseguaglianze mi sembra evidente.

Ma non sembra evidente a tutti noi, altrimenti ci comporteremmo diversamente, ad esempio, nei social network, Altrimenti, i media, che generalmente rispecchiano le opinioni prevalenti, si comporterebbero diversamente.

Senza dubbio, il maggiore disprezzo si deve rivolgere nei confronti degli autori degli attentati.

Ma dovremmo cambiare, comunque, questa situazione e considerare nello stesso modo le vittime che si verificano in aree vicine ai nostri luoghi di residenza da quelle che si verificano in territori lontani.

A meno che il motivo principale della nostra attenzione nei confronti delle vittime del terrorismo islamico sia rappresentato dalla possibilità che anche noi veniamo assassinati in attentati analoghi.

Potrebbe essere questa una spiegazione di quelle diseguaglianze, dell’esistenza di vittime di serie A e di serie B.

Ma anche se lo fosse non sarebbe una spiegazione valida.

Non dovranno esistere, in futuro, o meglio non dovrebbero, vittime di serie A e di serie B di qualunque atto terroristico, islamico o non.

Il mio scetticismo non lo posso, però, nascondere.

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I casi di autismo sono in aumento ma non si fa quanto necessario

27 marzo 2016

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Nell’ultimo decennio è stato osservato un incremento dei casi di disturbi dello spettro autistico (dsa). Tale incremento richiederebbe un rapido e profondo processo di riorganizzazione dei servizi, in primo luogo di quelli sanitari, sia per quanto riguarda la tempestività della diagnosi e la standardizzazione dei criteri diagnostici, sia per la continuità tra diagnosi e inizio di un adeguato percorso terapeutico integrato.

A tale fine può risultare utile l’avvio delle attività di un progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute e affidato all’istituto superiore di sanità tramite un accordo di collaborazione, finalizzato all’istituzione dell’osservatorio nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico.

Di tale progetto ci si occupa in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

Il progetto ha il duplice obiettivo di effettuare una stima di prevalenza dei disturbi dello spettro autistico a livello nazionale e di costituire una rete pediatria-neuropsichiatria infantile per la loro individuazione precoce.

Ha la durata di due anni e verrà effettuato mediante un protocollo di screening condiviso con il progetto europeo autism spectrum disorders in the European Union (asde) finanziato dalla direzione generale Santè della Commissione Europea.

Infatti per attuare interventi appropriati e pianificare e adeguare i servizi alle esigenze delle persone con dsa occorre ottenere a livello nazionale ed europeo stime affidabili della prevalenza di tali disturbi.

Sono attualmente attivi solo pochi registri di dsa nel mondo ed esistono solo un numero limitato di studi epidemiologici che possono essere utilizzati per una buona valutazione e una pianificazione appropriata.

Vi è evidenza crescente che l’individuazione precoce del rischio di autismo e un tempestivo intervento, ancor prima che il disturbo si esprima nella sua pienezza, possano significativamente ridurre la sua interferenza sullo sviluppo e attenuarne il quadro clinico finale.

La diagnosi precoce, il corretto inquadramento diagnostico, l’intervento tempestivo, il sostegno alle famiglie, la formazione degli operatori sanitari e degli educatori sono, dunque, azioni da sviluppare per favorire l’integrazione e il miglioramento della qualità della vita delle persone colpite.

Tuttavia, si riscontra ancora un grande ritardo temporale tra l’insorgenza delle prime preoccupazioni dei genitori, la prima consultazione e l’età in cui viene fatta la diagnosi che si aggira attualmente intorno ai 4-5 anni.

Elemento cruciale per ridurre sensibilmente l’età alla prima diagnosi è una sorveglianza attiva dello sviluppo attraverso strumenti di screening all’età di 18 e 24 mesi da parte dei pediatri, e il loro coordinamento con le unità specialistiche di neuropsichiatria infantile, in considerazione del fatto che il sistema sanitario nazionale italiano prevede controlli sanitari di routine a tempi prestabiliti durante l’infanzia (bilanci di salute).

Per la verità stupisce che attualmente non esistano stime attendibili circa la presenza dei dsa e, per una volta, tale carenza si riscontra a livello europeo, non solo in Italia.

Altrettanto stupore non si può che manifestare riguardo all’esistenza di un grande ritardo tra l’insorgenza delle prime preoccupazioni da parte dei genitori e l’effettuazione della diagnosi (passano normalmente 4-5 anni).

E tale situazione non può non essere spiegata con la tesi secondo la quale i dsa siano ampiamente sottovalutati, sottovalutazione appunto, almeno apparentemente, inspiegabile.

Io spero che il progetto relativo all’istituzione dell’osservatorio, di cui si è riferito all’inizio, possa essere veramente molto utile a ottenere notevoli miglioramenti nella diagnosi e nella cura dei dsa.

A me sembra, però, che sia necessario ben altro affinchè si modifichi radicalmente, come necessario, la situazione esistente.

E io sono molto scettico circa l’effettiva possibilità che le radicali modifiche, la cui necessità risulta evidente, siano introdotte, in un arco di tempo ragionevole.

Almeno in Italia.

E ciò mi fa molto irritare, anzi indignare.

Il passaggio dallo stupore all’indignazione è breve, e inevitabile, in questi casi.

Ma nemmeno l’indignazione è sufficiente, soprattutto nel nostro Paese.

Sarebbe indispensabile che dall’indignazione si passasse all’attuazione di interventi concreti.

Il mio scetticismo perdura, sebbene persista comunque la speranza che i bambini colpiti dai dsa siano curati nel modo dovuto.

E noi tutti dovremmo impegnarci affinchè quella speranza si traduca, anche se con molte e prevedibili difficoltà, in realtà.


I terroristi islamici hanno oscurato la tragedia delle ragazze italiane morte in Spagna

24 marzo 2016

studentesseuniversitarie

I terroristi islamici, autori degli attentati a Bruxelles, non solo hanno provocato un notevole numero di morti, non solo hanno alimentato di nuovo un sentimento di paura fra gli europei, che induce una parte di loro ad essere ancora più contrari nei confronti di quanti, spinti dalle guerre e dalle condizioni economiche, affrontano mille pericoli per raggiungere i Paesi europei, senza essere in alcun rapporto con i terroristi, ma hanno determinato, di fatto, l’oscuramento, mediatico almeno,  della tragedia rappresentata dalle morti delle sette studentesse universitarie italiane, in seguito all’incidente automobilistico verificatosi in Spagna.

Certo è stato ed è importante dedicare notevole attenzione da parte dei media a quanto avvenuto a Bruxelles.

Ma oscurare, di fatto, la tragedia delle morti delle ragazze italiane, rappresenta oggettivamente la dimostrazione che si fa quello che i terroristi vorrebbero si facesse, e cioè distogliere gli europei, ed anche gli italiani, da problemi importanti che si verificano nel nostro continente.

E i media italiani però potevano comportarsi diversamente.

Io considero la morte delle sette studentesse italiane una vera e propria tragedia.

Forse questa mia valutazione è influenzata dal fatto che anche mia figlia è una studentessa universitaria, ha la stessa età delle ragazze morte e molto probabilmente nei prossimi anni anche lei sarà coinvolta nel progetto Erasmus?

Forse.

Ma credo che oggettivamente quelle morti rappresentino una tragedia per tutti gli italiani e che le ragazze vittime dell’incidente in Spagna dovevano essere oggetto di maggiore attenzione da parte dei media.

Del resto gli italiani hanno riconosciuto e riconoscono quella vicenda come una vera e propria tragedia, lo dimostra fra l’altro l’ampia partecipazione al primo funerale, tenutosi ieri a Genova, quello riguardante Francesca Bonello.

I media ancora una volta hanno seguito logiche alternative rispetto al comune pensare di gran parte della popolazione italiana.

I media non dovevano certo sottovalutare quanto avvenuto a Bruxelles, ma non dovevano nemmeno dimenticare così presto quanto avvenuto in Spagna.

Lo ripeto, i media si sono comportati come i terroristi volevano, si sono fatti dettare la propria “agenda” da alcuni assassini.

Hanno sbagliato quindi i media e dovrebbero, almeno in occasione dei funerali, che si svolgeranno nei prossimi giorni, rimediare agli errori.

Lo faranno?

Non so, ma lo dovrebbero fare.

Ma, spesso, in Italia non si fa quello che si dovrebbe, purtroppo.

Però, i rappresentanti dei media non si dovrebbero lamentare della notevole e continua erosione del numero dei lori lettori, dei loro ascoltatori,  in quest’ultimo caso rivolta, l’erosione, soprattutto nei confronti dei talk politici sempre più distanti dai veri problemi che contraddistinguono il nostro Paese.

Ma una parte importante dei media italiani non fanno parte del cosiddetto servizio pubblico?

Certamente, ma non sembra proprio che questi media eroghino, davvero, un servizio pubblico.


La vergogna del maltrattamento dei disabili

22 marzo 2016

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Negli ultimi periodi sembrano essersi moltiplicati gli episodi di maltrattamenti commessi da insegnanti, educatori e operatori nei confronti di persone disabili. E’ del tutto evidente che questi maltrattamenti sono vergognosi, non si può utilizzare un altro termine. Per la verità spesso si verificano anche maltrattamenti che colpiscono gli anziani ricoverati in istituto, altrettanto vergognosi.

Sul www.redattoresociale.it è stato intervistato, su tale problema, Mario Paolini, pedagogista, musicoterapeuta, docente e formatore, che soprattutto si occupa di formare coloro che si prendono cura, o che si dovrebbero prendere cura, delle persone con disabilità.

E opportuno riportare alcune delle dichiarazioni rilasciate, nell’ambito di questa intervista, da Paolini.

“Ci sono alcune cose da fare perché resti invalicabile ciò che separa la violenza e il corretto agire anche nelle situazioni difficili; e per conoscere i fenomeni e migliorare la prevenzione serve parlarne.

Si è portati a pensare: ‘nella mia scuola/nella mia comunità queste cose non potrebbero mai accadere’, eppure esistono delle forme di violenza strisciante. Fra gli stessi operatori c’è consapevolezza del rischio di essere contagiati?

Credo che la consapevolezza ci sia, basta poco per farla emergere, ma allo stesso tempo è forte lo stupore per cose che si sentono lontane…

Forse si dovrebbe ricominciare a garantire delle buone supervisioni, dei percorsi di aggiornamento che stimolino le persone ad aver voglia di tenere accesa la passione verso il proprio lavoro, indagando le normali piccole cose quotidiane, perché violenza può essere uno sguardo, un tono di voce, un silenzio. E da soli è difficile accorgersi di essere andati oltre…

I servizi devono essere delle case di vetro senza porte o, comunque, con le porte aperte, permettendo a tutti di comprendere che sono più ‘interessanti’ le ragioni di un modello inclusivo rispetto a quelle dell’esclusione, della violenza, dell’abuso.

Non è il mondo dei sogni, anche se la cultura dell’inclusione resta una cultura di minoranza. Ma forse anche per questo è importante non isolarsi; non servono Don Chisciotte ma don Milani, straordinari sognatori  entrambi, ma il secondo era più bravo a menare.

E poi uno dei diritti che dovremmo garantire alle persone fragili è quello all’autodeterminazione, significa poter scegliere, poter essere. E’ bello ma spaventa, è un’altra fune da sganciare affinché la nave vada per la sua rotta, non la mia; e noi dovremmo stare attenti a permettere a tutti la navigazione”.

Io condivido quanto sostenuto da Paolini.

Ma è necessario, a mio avviso, fare anche altro.

Aumentare cioè i controlli sul comportamento degli operatori e degli educatori. Anche questo può essere utile per prevenire i maltrattamenti.

Ed inoltre comminare pene severe a coloro che si rendono responsabili di tali maltrattamenti.


Secondo la Banca d’Italia 3 adulti su 4 non capiscono quello che leggono

20 marzo 2016

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Secondo la Banca d’Italia, o meglio secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, 3 adulti su 4, il 72%, nel nostro Paese sono “analfabeti funzionali, e cioè non capiscono quello che leggono. In realtà Visco ha ripreso i contenuti di uno studio, non recentissimo, realizzato dall’Ocse.

Visco ha evidenziato il dato in questione in una lezione che ha tenuto al Liceo Tasso di Roma.

Per la verità ci si potrebbe limitare, nel commentare il dato evidenziato da Visco, rilevando che esaminandolo si capiscono tante cose che avvengono in Italia…

Ma si può anche andare oltre e non fermarsi a quel commento.

Visco ha affermato, più precisamente, che “l’educazione finanziaria è molto importante ma in Italia il livello di educazione finanziaria è molto basso. E purtroppo anche il livello di istruzione è molto basso…

Una statistica drammatica dell’Ocse su 100 adulti 72 sono analfabeti funzionali: sanno leggere e scrivere ma non sanno vivere nella società di oggi, che richiede altre capacità di adattamento”.

Peraltro, in base ad un altro rapporto, sempre dell’Ocse, relativo alla digitalizzazione dei giovani italiani, sia a scuola che a casa, quindi non degli adulti, emergono dati altrettanto preoccupanti.

I ragazzi italiani stanno on line in media un’ora e mezza al giorno (93 minuti contro una media Ue di 104).

A scuola il tempo “on line” è in media di 19 minuti mentre la media  Ocse è di 25.

I ragazzi “internet-dipendenti”, ovvero che stanno al pc più di 6 ore al giorno, a casa, sono in Italia il 5,7%, sotto la media Ocse che è del 7,2% e dove, in alcuni Paesi (Danimarca, Olanda e Grecia), si avvicina al 10% o lo supera (Svezia al 13,2%).

I nostri ragazzi, però, nella loro navigazione sono “lost in navigation”, ovvero “disorientati” e il “digital divide” sociale non è quantitativo ma piuttosto qualitativo.

Il 15% degli studenti, quando naviga sul web, rispetto al 12% della media Ocse è poco “mirato”: quasi tutti gli studenti in Italia commettono errori nella navigazione, e solo il 25% si corregge ritornando sulla rotta di navigazione più appropriata.

In Italia l’accesso a internet sembra riguardare il 92,9% degli studenti svantaggiati, 6,3 punti percentuali in meno di quelli più avvantaggiati, ma solo il 66% ottiene informazioni valide (13% in meno degli avvantaggiati), e il 44% degli “svantaggiati” naviga su internet un uso esclusivamente ludico.

Posso aggiungere, e questo dato riguarda l’intera popolazione italiana, che è ben noto che la percentuale di laureati sul totale è in Italia decisamente più bassa rispetto a quanto avviene in molti altri Paesi sviluppati, dell’Europa o non.

I motivi, abbandonando per ora la questione della digitalizzazione dei giovani, alla base del basso e insufficiente livello di istruzione degli italiani sono diversi, e alcuni piuttosto complessi.

Ma questo basso livello di istruzione rappresenta, oggettivamente, un problema molto preoccupante e di notevole rilievo.

O meglio dovrebbe rappresentare un problema preoccupante e di notevole rilievo.

Non credo, infatti, che vi sia un’adeguata consapevolezza di questo problema, e quanto meno vi è una evidente sua sottovalutazione.

E’ poi comunque certo che non viene portata avanti una strategia, rispondente alle necessità, volta ad innalzare il livello di istruzione, in Italia, in misura significativa, in un periodo di tempo non eccessivamente lungo.


Libera: l’associazione di don Ciotti sta cambiando, in meglio?

17 marzo 2016

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Anche il prossimo 21 marzo, come ogni anno, l’associazione Libera, presieduta da don Ciotti, promuoverà la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, la XXI giornata. Ma diversamente dal passato quest’anno non si terrà una manifestazione nazionale il sabato precedente, decisamente quella più importante, dove si concentrava il maggior numero possibile di aderenti a Libera. Ma tutte le manifestazioni si svolgeranno il 21 marzo, giorno di inizio della primavera, quella di maggior rilievo a Messina, ma anche  in 1.000 altri luoghi. E’ del tutto evidente che si è voluto ridurre l’importanza della manifestazione principale, nel 2016 a Messina appunto.

Questa scelta ha, a mio avviso, un valore emblematico.

I dirigenti di Libera mi sembra che abbiano voluto fornire una precisa risposta a quanti, nei mesi passati, hanno accusato l’associazione antimafia di essere diventata troppo grande, non puntando più pertanto, in occasione della manifestazione di maggiore rilievo, a un consistente afflusso di partecipanti come avveniva negli anni passati.

Oggettivamente, infatti, la manifestazione che si teneva nei giorni precedenti al 21 marzo diventava anche la dimostrazione della forza acquisita nel corso degli anni da Libera.

Si è voluto tornare alla fase iniziale di Libera, quando il numero degli aderenti e delle attività connesse all’associazione era senza dubbio molto inferiore rispetto a quanto verificatosi successivamente.

Del resto, nei mesi passati, l’associazione presieduta da don Ciotti è stata oggetto di critiche piuttosto pesanti, che hanno dato vita a polemiche recepite dai più diffusi media italiani, soprattutto in occasione delle dimissioni di Franco La Torre,il figlio del parlamentare del Pci che si è battuto con grande impegno contro le mafie e che ha dato il nome alla legge che ha consentito il sequestro dei beni confiscati ad esse.

Uno dei rilievi di maggiore rilievo riguardava l’eccessiva crescita di Libera che, tra l’altro, le impediva, per vari motivi, di essere attenta e critica nei confronti di vicende relative prevalentemente a rapporti tra le istituzioni e le mafie, non adeguatamente oggetto del necessario interesse, critico, da parte delle diverse articolazioni dell’associazione.

E io credo che un parziale ritorno al passato da parte di Libera non può che fare bene all’associazione.

Libera deve, inoltre, a mio avviso, essere più attenta nei confronti di irregolarità che si manifestano nella gestione dei beni confiscati.

Deve evitare ed impedire che, prevalentemente a livello locale, si verifichino delle contiguità tra singoli aderenti a Libera e anche esponenti di basso profilo delle mafie o, soprattutto, rappresentanti di aziende, in primo luogo cooperative, che abbiano relazioni con soggetti anche solo accusati di aver svolto attività mafiose.

Peraltro, si sostiene che le dimissioni del precedente direttore nazionale di Libera, Enrico Fontana, proveniente da Legambiente, siano state determinate dalle relazioni da lui intrattenute con alcuni personaggi coinvolti nell’indagine Mafia capitale.

Io sono sicuro che gran parte dei singoli e delle associazioni aderenti a Libera non abbiano nulla a che fare con le organizzazioni mafiose, che nella quasi totalità dei casi la gestione dei beni confiscati, affidata a cooperative che in qualche modo fanno riferimento a Libera, avvenga nel pieno rispetto della normativa vigente, senza alcuna irregolarità, che Libera continui a svolgere un ruolo molto importante, insostituibile, nel contrasto alle mafie.

Ma, credo anche che alcuni cambiamenti devono essere introdotti: un maggiore atteggiamento critico nei confronti del mondo della politica, quando necessario, considerando che oggetto di attenzione da parte dell’associazione è diventato sempre di più il fenomeno della corruzione, una maggiore attenzione nei riguardi del comportamento di singoli aderenti a Libera, anche in piccole realtà territoriali pur molto lontane da Roma, un minore coinvolgimento a livello politico di esponenti di primo piano dell’associazione che, anche se a titolo personale, si sono impegnati o nel movimento promosso da Ingroia o in altri movimenti o formazioni politiche in via di costituzione.

Ed è del tutto evidente che la scelta compiuta in occasione delle manifestazioni per il 21 marzo assume un significato da valutare in modo molto positivo, circa la consapevolezza del gruppo dirigente di Libera, di introdurre i necessari cambiamenti alle attività di questa associazione, fornendo delle risposte concrete alle critiche formulate negli ultimi mesi, critiche peraltro solo in parte fondate, è bene ribadirlo ancora una volta.


Denunciare il maltrattamento degli animali

15 marzo 2016

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Spesso apprendiamo, tramite i media, che i maltrattamenti degli animali, anche di quelli domestici, sono molto diffusi. Talvolta invece di colpire i “padroni” degli animali si sceglie la strada più facile del maltrattamento dei loro animali domestici, fino a provocarne la morte. Pochi denunciano questi maltrattamenti, anche perché non si sa bene come fare.

E’ opportuno innanzitutto precisare che esiste una convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia che, al capitolo II articolo 3, così “recita”:Nessuno causerà inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale da compagnia. Nessuno deve abbandonare un animale da compagnia”.

Inoltre la legge n. 189 del 20 luglio 2004 – seppure in parte modificata da una legge del 2010 – contiene alcune disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli animali in combattimenti clandestini o in competizioni non autorizzate.

E’ bene sapere che “chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 mesi a 18 mesi o con la multa da 5 000 euro a 30 000 euro.

La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.

La pena è aumentata della metà se dai fatti cui al primo comma deriva la morte dell’animale”.

E allora cosa si deve fare quando si intende segnalare un caso di maltrattamento di animali?

Chiunque, che sia privato cittadino o un’associazione, può rivolgersi ad un qualsiasi organo di polizia giudiziaria (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Vigili Urbani…) segnalando uno dei casi di illeciti previsti dalla legge e richiedendo un intervento per accertare il reato ed impedire che quest’ultimo sia portato ad ulteriori conseguenze.

E’ bene poi ricordare che anche l’abbandono di animali è punito dal codice penale (la legge di riferimento è sempre la 189 del 2004): “chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro”.

E del resto queste pene sono più che necessarie se si considera che ogni estate in Italia vengono abbandonati circa 100.000 cani e 50.000 gatti.

Io ritengo che si deve assolutamente denunciare il maltrattamento degli animali, in primo luogo al fine di non arrivare alla loro uccisione, anche’essa frequente, troppo frequente.

E, personalmente, non lo considero quel reato, perché di questo si tratta, un reato di serie B.

La legislazione vigente mi sembra abbastanza adeguata.

Forse non sono sufficienti i controlli da parte delle forze di polizia.

Comunque anche se quei controlli fossero più estesi, sarebbe comunque opportuno, anzi necessario, che fossero più numerose le denunce da parte di singoli cittadini.