Aumentano i disoccupati e anche gli occupati: sono matti quelli dell’Istat e Renzi?

30 novembre 2014

Secondo i dati recentemente forniti dall’Istat, in Italia negli ultimi mesi sarebbero aumentati sia i disoccupati che gli occupati. Ma sono matti coloro che nell’Istat si occupano di statistiche sul mercato del lavoro ed anche coloro come Matteo Renzi, il quale ha rilevato che negli ultimi mesi gli occupati sono aumentati di circa 100.000 unità? No, non sono matti.

E perché non sono matti?

Sarebbe sufficiente per poter rispondere a questa domanda aver superato l’esame di economia politica al primo anno di un corso di laurea in economia.

Ma, si sa, non molti frequentano corsi in economia all’università e quello che è più grave nelle scuole medie superiori si insegna pochissimo l’economia, purtroppo, mentre avere conoscenze, anche limitate, in questa materia sarebbe necessario non solo per interpretare correttamente ciò che avviene nella società italiana ma anche per avere dei supporti concreti ed utili nella vita quotidiana di ognuno di noi.

E allora? Provo a rispondere io.

Possono aumentare contemporaneamente, in un determinato periodo, sia gli occupati che i disoccupati, per il cosiddetto fenomeno dei lavoratori scoraggiati.

Ma chi sono i lavoratori scoraggiati?

Sono quanti non cercano lavoro, e quindi non vengono considerati disoccupati, non perché non hanno necessità di svolgere un’attività lavorativa ma perché sanno che se cercano un lavoro hanno pochissime possibilità di trovarlo e quindi, come affermano gli economisti, escono dal mercato del lavoro, non fanno più parte delle forze di lavoro.

Ma sono pronti a cercare un lavoro soprattutto se migliorano le prospettive di trovare un lavoro e diventano disoccupati a tutti gli effetti, perché appunto cercano un lavoro anche se momentaneamente non riescono a trovarlo.

Un altro motivo può essere il peggioramento delle condizioni economiche della propria famiglia, ad esempio dovuto al licenziamento di un suo componente, la madre, il padre, che spinge comunque il lavoratore inizialmente scoraggiato a provare a trovare un lavoro.

Considerando anche che, per essere ancora più precisi, i disoccupati sono coloro che non hanno un lavoro però lo cercano attivamente e che il tasso di disoccupazione è dato dal rapporto percentuale tra il numero di disoccupati e le forze di lavoro, costituite dalla somma degli occupati e dei disoccupati, si può verificare un aumento dei disoccupati, perché un certo numero di lavoratori scoraggiati decidono di cercare un lavoro ma non lo trovano, almeno in un primo momento, e un aumento degli occupati, dovuto ad esempio ad una crescita delle richieste di lavoro, anche non molto appetibili, come quelle inerenti le attività lavorative part time.

E quindi non deve stupire che negli ultimi mesi ci sia stato un incremento degli occupati, peraltro non molto consistente, ed un aumento dei disoccupati, dovuto appunto dalla riduzione del numero dei lavoratori scoraggiati.

Ed è bene che quanti commentano le statistiche sul mercato del lavoro tengano conto di tali considerazioni. Altrimenti, potrebbero concludere che chi fornisce tali dati se non è matto comunque non fornisce informazioni corrette e chi li utilizza politicamente vuole fare solo propaganda o addirittura dire falsità.

In conclusione, io non voglio sostenere, con quanto ho scritto, che il tasso di disoccupazione rilevato dalle recenti statistiche Istat, per l’Italia, non sia elevato, tutt’altro. Ha raggiunto il 13,2%, il valore più alto da quando l’Istat fornisce statistiche con lo stesso metodo utilizzato adesso – da oltre 30 anni cioè – né che l’aumento degli occupati registratosi negli ultimi mesi sia particolarmente consistente.

Intendo solamente sottolineare che prima di commentare scorrettamente i dati sul mercato del lavoro o criticare la loro attendibilità o quanti li valutano in un modo ritenuto sbagliato, occorre stare attenti e conoscere bene quello di cui si parla.

Diversamente è meglio stare zitti.

Pertanto, come scrisse Lenin nel 1921, studiare, studiare, studiare…


Unione europea: Juncker che vergogna!

27 novembre 2014

Juncker, nuovo presidente della commissione dell’Unione europea, anche prima della formalizzazione della sua nomina, aveva reso pubblica la sua intenzione di promuovere la realizzazione di 300 miliardi di investimenti per affrontare la crisi economica che colpisce i paesi europei. Alla fine si è scoperto che i “soldi veri” che l’Unione europea metterà a disposizione saranno solo 21 miliardi.

E come si arriva all’importo di 300 miliardi? Ai 21 miliardi se ne aggiungeranno qualche altra decina di prestiti, in prevalenza erogati dalla Bei, ai quali si dovrebbero accompagnare da un lato fondi dei diversi governi dei paesi dell’Ue e poi investimenti dei privati.

A parte il fatto che è tutto da verificare che alla fine si arriverà a realizzare investimenti per 300 miliardi con l’attivazione di questo meccanismo, in realtà sarebbero necessari 300 miliardi – e per la verità anche una somma maggiore come alcuni hanno sostenuto fino a raggiungere i 1.000 miliardi – di fondi messi a disposizione direttamente dall’Unione europea affinchè si realizzasse un piano di investimenti pubblici in grado davvero di determinare un miglioramento sensibile della situazione economica ed occupazionale dei paesi europei.

E perché non si fa questo?

Per l’opposizione soprattutto della Germania che teme che i bilanci pubblici di almeno una parte dei paesi europei, in considerazione del fatto che le risorse finanziarie che gestisce l’Unione europea derivano dai singoli paesi aderenti, non rispetterebbero gli stringenti vincoli relativi ai deficit che la Germania evidentemente, nonostante il fatto che la crisi sta colpendo anche i tedeschi, non vuole allentare di molto.

Quindi ancora e solo rigore.

Non c’è, con il piano Juncker, nemmeno l’avvisaglia di un cambiamento nella politica fiscale sostenuta, promossa e consentita dall’Unione europea, nonostante qualcuno, come il ministro dell’economia italiano Padoan, consideri il piano un primo passo verso un cambiamento di politica.

Non mi sembra proprio. E anzi il piano Juncker rappresenta una vera e propria presa in giro. Una vera e propria vergogna, non solo per chi lo ha proposto, ma anche per i paesi che lo hanno sostenuto e che lo accettano senza protestare granchè.

Ma quanto dovrà crescere ancora la disoccupazione in Europa affinchè l’Unione europea e i governi dei vari paesi adottino una politica economica veramente all’altezza della gravità della crisi, politica peraltro sollecitata più volte dagli Stati Uniti d’America e da altri paesi extraeuropei?


Per evitare altre sentenze Eternit mettere fine ad una prescrizione farsa

25 novembre 2014

Nell’ambito della campagna contro la corruzione “Riparte il futuro”, realizzata dall’associazione Libera e dal gruppo Abele, è stata promossa una petizione con la quale si richiede una prescrizione che abbia un effetto di garanzia e non sia un privilegio. Infatti il fatto che le tante vittime dell’Eternit non abbiano colpevoli a causa della prescrizione si ritiene che non sia degno di un paese civile. Così come è indegno che i colletti bianchi che si macchiano di corruzione scampino dalla certezza del diritto per lo stesso motivo: sono poche decine di persone sull’intera popolazione carceraria.

Il testo della petizione, indirizzata al ministro della Giustizia Orlando, al premier Renzi e a tutto il Parlamento è il seguente.

“Le oltre tremila vittime dell’Eternit non hanno un colpevole. Tutto ciò a causa del meccanismo della prescrizione che rende l’Italia un Paese poco civile in materia di diritto.

Solo per arrivare a una sentenza di primo grado in occorrono in media 500 giorni. Il tema della lentezza è all’ordine del giorno nella riforma della giustizia civile, ma non lo stesso per la prescrizione.

La prescrizione è un importante diritto del cittadino, se non fosse che nel nostro Paese è diventato un modo per difendersi dai processi e non nei processi. La prescrizione dovrebbe dare la garanzia ad un processo circoscritto in tempi ragionevoli. Ma questo diritto però degenera in privilegio quando la si raggiunge con l’astuzia allungando artificialmente i tempi del processo alla ricerca dell’impunità.

Risultato una media di 165.000 prescrizioni all’anno. Si pensi solo ai tantissimi processi per corruzione: in questo momento ci sono solo poche decine condannati che scontano la pena perché tutti gli altri hanno goduto della prescrizione. Un enorme costo per lo Stato, stimato dalla Cassazione in 84 milioni di euro.

È doveroso che noi cittadini chiediamo una prescrizione vera, che sia garanzia di tutti e non privilegio di quanti sfruttano le pieghe del codice per sfuggire alla sentenza.

Vogliamo una prescrizione che smetta di decorrere dal momento dell’esercizio dell’azione penale, cioè da quando il pubblico ministero affida il procedimento al giudice. L’orologio della prescrizione deve fermarsi non appena viene nominato un giudice che comincia a lavorare, congelando i tempi per evitare che si creino intenzionalmente ritardi.

In tal modo, se l’azione giudiziaria inizia anche un giorno prima che il reato cada in prescrizione, il processo non si ferma e arriverà a giudizio.

Ciò avviene già in molti Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti. Anche l’Ocse ha invitato il nostro Paese a muoversi in tal senso. Non a caso la legge anticorruzione Severino del 2012, nelle sue prime versioni, aveva un impegno forte in tal senso, ma è scomparso dal testo durante l’iter parlamentare.

Che le vittime dell’Eternit e i loro familiari non possano avere la giustizia attesa da anni, e che la democrazia sia ferita dall’impunità per i corrotti e dalla mancanza della certezza del diritto è uno scandalo inammissibile .

Queste vicende devono valere come ultimo monito per affrontare una volta per tutte il tema cruciale della riforma della prescrizione.

Nessun pasticcio, nessun compromesso. Chiediamo tutti insieme #lafinedellincubo”.

Io non posso che invitare tutti a sottoscrivere la petizione visitando il sito www.riparteilfuturo.it.


Draghi non è un “drago mostruoso”

23 novembre 2014

Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, è sempre più spesso oggetto di critiche e talvolta di esplicite contestazioni, come avvenuto recentemente a Roma, nel corso di un incontro all’università Roma Tre in ricordo del grande economista Federico Caffè, prevalentemente perché accusato di fare gli interessi delle grandi banche e di società finanziarie i cui principali obiettivi sono di natura speculativa. Draghi è ingiustamente accusato, però. Infatti ha svolto e svolge un ruolo positivo, molto importante, nel tentare di contrastare la crisi economica che da tempo colpisce l’Europa.

Perché questo mio giudizio decisamente favorevole nei confronti dell’operato di Draghi?

Per vari motivi.

Posso iniziare proprio dall’incontro in cui è stato contestato a Roma. Il suo intervento è stato finalizzato a ricordare Federico Caffè, di cui Draghi è stato allievo, e già questo è importante perché Caffè è stato uno degli economisti europei di maggior rilievo e senza alcun dubbio favorevole ad attuare una politica economica che contrastasse la disoccupazione, le diseguaglianze di reddito, un economista keynesiano e quest’ultima notazione è molto utile per chi conosce anche solo le basi della teoria economica.

Ed anche Draghi è un keynesiano, favorevole quindi ad un intervento pubblico nel sistema economico, ritenuto non in grado di risolvere autonomamente i maggiori problemi che si presentano, tra i quali soprattutto la disoccupazione.

Ma non posso fermarmi a questa prima considerazione.

Draghi, non solo teoricamente, ma concretamente, nella sua azione di presidente della Bce ha tentato e tenta, spesso con successo, di attuare una politica monetaria espansiva, in contrasto con le opinioni che frequentemente sono espresse dai banchieri e dai governanti tedeschi.

Se Draghi non avesse promosso una politica monetaria con quelle caratteristiche la crisi economica europea sarebbe stata ancora più grave di quanto non lo sia stata o non lo sia tuttora.

Draghi poteva e può fare di più? Probabilmente sì, se però le opposizioni alla sua politica fossero state e siano meno pesanti. Peraltro Draghi si appresta, molto probabilmente, ad attuare una politica definibile correttamente di “quantitative easing”, super espansiva sulla scia di quanto ha fatto la Federal Reserve americana..

Occorre però considerare una questione, peraltro più volte sollevata da Draghi: la politica monetaria non è sufficiente per affrontare con l’impegno necessario la crisi economica dell’Europa ma occorre anche una politica fiscale adatta e le riforme strutturali che consentano ai diversi paesi europei di accrescere la produttività dei diversi settori economici.

Queste valutazioni mi sembrano più che sufficienti per formulare un giudizio fortemente positivo sull’azione svolta da Draghi come presidente Bce.

Né tale giudizio positivo può essere inficiato dal fatto che agli inizi del nuovo secolo, dopo aver ricoperto la carica di direttore genetale del Tesoro, Draghi sia stato vicepresidente della banca d’affari Goldman Sachs.

Quindi quanti lo criticano o non sanno quello che dicono, nel senso che sono completamente ignoranti anche delle nozioni più elementari delle scienze economiche, oppure portano avanti solamente una speculazione politica di bassissimo livello.

Magari l’Unione europea avesse molte persone con incarichi di rilievo come Draghi per sconfiggere soprattutto i veri mostri che si annidano soprattutto nel mondo politico ed economico tedesco.


Una donna uccisa ogni due giorni

20 novembre 2014

Di femminicidi purtroppo si parla frequentemente. I mass media si dilungano nel descrivere i dettagli di queste uccisioni. Ma riguardo a questo fenomeno mancano ricerche sufficientemente approfondite. Con un’indagine dell’Eures si effettua un’analisi molto interessante sugli omicidi che colpiscono le donne italiane. L’indagine è relativa al 2013.

Di questa indagine si riferisce in un articolo pubblicato su www.huffingtonpost.it.

“Mogli e conviventi, sempre più in là con gli anni. Madri contro cui si è accanita la furia dei figli maschi. Una su sei è morta dopo la decisione di lasciare il proprio partner. Una su dieci era una collega o una dipendente. Nella metà dei casi sono morte per le percosse o strangolate. Avevano subito maltrattamenti dal proprio uomo, spesso l’avevano anche denunciato, inascoltate”.

Questo può essere considerato l’identikit delle donne come emerge nel rapport dell’Eures.

“Sono 179 le storie raccontate dalle statistiche sui femminicidi del 2013. Un anno nero, con la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, in pratica una ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14%”.

In 7 casi su 10 (68,2%, pari a 122 in valori assoluti) i femminicidi si sono consumati all’interno del contesto familiare, una costante nell’interno periodo 2000-2013 (70,5%).

Per 10 anni quasi la metà dei femminicidi è avvenuto al Nord, dal 2013 c’è invece stata un’inversione di tendenza sul piano territoriale, divenendo il Sud l’area a più alto rischio con 75 vittime e una crescita del 27,1% sull’anno precedente, al Centro sono raddoppiati, da 22 a 44.

La maglia nera spetta al Lazio e alla Campania, con 20 vittime ciascuno; solo a Roma sono state 11. Ma è l’Umbria a registrare l’indice più alto di mortalità (12,9 femminicidi per milione di donne residenti).

Ottantuno donne, il 66,4% delle vittime dei femminicidi in ambito familiare, ha trovato la morte per mano del coniuge, del partner o dell’ex partner.

Per le percosse, per strangolamento o per soffocamento: così nel 2013 sono morte 51 donne, quasi una vittima di femminicidio su tre.

Quasi altrettanti sono stati i femminicidi con armi da fuoco (49 vittime) e con armi da taglio (45), cui seguono quelli compiuti con armi improprie (21).

Collegato alla modalità di esecuzione il movente.

Quello passionale o del possesso continua a risultare il più frequentemente rilevato (con 504 casi censiti tra il 2000 e il 2013, il 31,7% del totale).

Il secondo gruppo riguarda la sfera del conflitto quotidiano, della litigiosità anche banale, della gestione della casa, ed è alla base del 20,8% dei femminicidi familiari censiti (331 dal 2000).

A questi vanno aggiunti gli omicidi scaturiti da questioni di interesse o denaro, 19 nel 2013, pari al 16%, e si tratta prevalentemente di matricidi.

Il dossier rileva anche una significativa crescita dell’età media delle vittime di femminicidio, passata da 50 anni nel 2012 a 53,4 (da 46,5 a 51,5 anni nei soli femminicidi familiari), e nel 28% dei femminicidi in famiglia la vittima era over 64.

Eures sottolinea anche “l’inefficacia e inadeguatezza della risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle donne vittime di violenza all’interno della coppia, visto che nel 2013 ben il 51,9% delle future vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato-denunciato alle istituzioni le violenze subite”.

Mi vorrei soffermare su quest’ultima considerazione effettuata dagli autori del rapporto.

E’ inaccettabile che molto spesso le denunce non hanno avuto seguito o comunque non hanno impedito il verificarsi dei femminicidi.

Evidentemente al di là delle parole che si spendono per descrivere il fenomeno, esso è sottovalutato dalle autorità competenti per prevenirlo.

Si deve cambiare, assolutamente.


Il cancro dimostra che Dio non esiste

17 novembre 2014

“Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio”. Umberto Veronesi racconta il suo progressivo allontanamento dalla fede. Quella in Dio, non nella vita. Perché di fronte all’esperienza fisica – e non più metafisica del dolore – ogni fiducia in un essere soprannaturale viene meno, e l’uomo riscopre la sua finitezza da cui nessun ente superiore lo può salvare. Dall’infanzia da “inappuntabile chierichetto” e “paggetto”, all’amicizia con padre Giovanni che gli fece capire che esiste anche una carità laica, il famoso oncologo ripercorre le tappe della sua meditazione sulla vita e sul dolore. Tutto ciò è contenuto nel suo libro “Il mestiere di uomo”, editore Einaudi, che esce domani.

E di questo libro “La Repubblica” ne pubblica alcuni estratti.

“Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa, ma il tramonto della fede era iniziato molto prima. Durante il liceo fui bocciato due volte, ero un discolo in senso letterale: non andavo bene a scuola. Di fatto sono sempre stato anticonformista, ribelle ai luoghi comuni e alle convenzioni accettate acriticamente, e questa mia natura mal si conciliava con l’integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino”.

“A diciotto anni non volevo andare a combattere, ma finii in una retata e mi ritrovai con indosso un’uniforme che non aveva per me alcun valore e fui ben armato per uccidere altri ragazzi, in tutto e per tutto uguali a me salvo per il fatto che indossavano una divisa diversa.

Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto VVI molti anni dopo: ‘Dov’era Dio ad Auschwitz?’.

La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro”.

“diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia.”

“ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata. Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio.

Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori?

Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del ‘non so’”.

Un libro da leggere assolutamente, io credo.

Ed io concordo pienamente con le motivazioni che hanno spinto Veronesi a non credere in Dio.


Ci interessa come si vive nelle carceri? Il caso di Spoleto

16 novembre 2014

La situazione delle carceri italiani è ben nota. Le condizioni di vita dei carceri e, perché no, anche degli agenti di custodia, sono pessime. I problemi sono diversi, il principale dei quali è il sovraffollamento. Ma ve ne sono altri oltre il sovraffollamento, che potrebbero essere risolti facilmente se si volesse davvero farlo. E però una domanda dovremmo porci innanzi tutto: ci interessa realmente ciò che avviene nelle carceri? Perché la risposta a questa domanda rappresenta eventualmente il presupposto indispensabile affinchè le autorità competenti intervengano per affrontare con efficace quei problemi.

Il caso del carcere di Spoleto, sollevato dal garante regionale dei detenuti, il professor Carlo Fiorio, dimostra che nelle nostre carceri non c’è solo il problema del sovraffollamento.

Di quanto denunciato da Fiorio se ne occupa un articolo pubblicato su www.umbria24.it.

“‘Meno cibo e procedimenti disciplinari per i detenuti che scioperano, ma anche utilizzo sproporzionato dell’isolamento e telefonate dimezzate’.

È dettagliata quanto allarmante la relazione firmata dal garante regionale dei detenuti, il professor Carlo Fiorio, sulle condizioni di vita all’interno della casa di reclusione di Maiano nei pressi di Spoleto, in cui vigerebbe ‘una gestione connotata da un’ingiustificata rigidità oltre che da un illegittimo ricorso al potere disciplinare’”.

“Secondo il documento a inasprire gli animi sarebbe stato lo sciopero pacifico proclamato dai reclusi che annunciavano l’astensione dalle attività lavorative e scolastiche, ma anche dall’acquisto di generi alimentari o prodotti diversi tramite il servizio di sopravvitto.

‘Lo scopo della protesta civile e non violenta – scrive Fiorio – era veicolare all’esterno talune criticità della gestione dell’istituto e a fronte di tale legittima scelta la direzione ha optato per la via dello scontro frontale, limitando drasticamente i diritti costituzionalmente garantiti alle persone detenute’”.

“Da qui il garante scrive: ‘La reazione amministrativa risulta sproporzionata e talora illegittima rispetto alle richieste dei detenuti, ma è necessario che l’amministrazione penitenziaria adempia agli obblighi previsti da leggi e regolamenti e in questo senso, tutti gli organi dell’amministrazione sono richiesti di provvedere, nondimeno il garante invita la magistratura di sorveglianza a esercitare un più penetrante controllo sugli atti amministrativi lesivi dei diritti soggettivi della persona detenuta’”.

Il garante ha ragione.

E’ auspicabile che le autorità competenti intervengano affinchè la situazione che contraddistingue in negativo il carcere di Spoleto cambi radicalmente.

Quanto denunciato dal garante dimostra inoltre l’utilità della sua presenza e conferma la validità delle critiche rivolte alla Regione dell’Umbria, alla quale sono serviti diversi anni prima di nominare il garante regionale dei detenuti.

Un ritardo davvero incomprensibile e più che censurabile.