Che soddisfazione, in Germania non riescono a fare un governo

29 novembre 2017

Dopo le elezioni tenutesi recentemente, in Germania la Merkel non è riuscita a formare un governo composto da Cdu e Csu oltre che dai liberali e dai verdi. I liberali, dopo lunghe trattative, hanno deciso di non partecipare al governo ipotizzato dalla cancelliera uscente.

A questo punto diverse sono le alternative possibili: un governo di coalizione tra cristiano democratici e cristiano sociali da una parte e socialdemocratici dall’altra, un governo di minoranza sempre capeggiato dalla Merkel o nuove elezioni.

La prima di queste alternative sembra la più probabile, ma un governo di coalizione tra cristiano democratici e socialdemocratici non dovrebbe formarsi prima della Pasqua del 2018, periodo necessario perché i socialdemocratici riescano a convincere i propri iscritti della necessità di dare vita a quel governo.

Quindi un Paese, come la Germania, che fino ad ora era considerato la patria della stabilità politica, è anch’esso contraddistinto, attualmente, da una situazione di forte instabilità.

Pertanto, non solamente in Italia si verificano situazioni di instabilità politica, manifestatesi soprattutto in passato ma che potrebbero esserci anche dopo le prossime elezioni politiche, in primo luogo a causa delle caratteristiche della legge elettorale da poco approvata dal Parlamento.

In realtà quanto sta avvenendo in Germania non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera l’affermazione, in molti Paesi europei, di partiti e movimenti populisti, talvolta di estrema destra e razzisti. Tale affermazione ha avuto spesso come conseguenza il determinarsi di una situazione di instabilità politica.

Certo, il principio “mal comune mezzo gaudio” non deve deresponsabilizzare in Italia i partiti non populisti del centro sinistra e del centro destra, i quali si dovrebbero impegnare fortemente per contrastare l’affermazione dei partiti populisti, tramite però l’adozione di cambiamenti radicali nelle loro politiche.

Ma tali cambiamenti dovrebbero interessare i partiti di centro sinistra e di centro destra di tutta Europa, e al centro della loro azione è necessario che vi sia la consapevolezza dell’importanza di rafforzare l’Unione europea, accrescendo i suoi poteri, e non certamente il tentativo di ridurne ruolo e competenze.

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Le mafie e l’economia italiana

26 novembre 2017

Nel 2015 il Pil (prodotto interno lordo) in Italia è cresciuto anche in seguito ad un lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un rapporto dell’Istat. Ed è più che probabile che la stessa situazione si sia verificata negli anni successivi. E’ certo comunque che l’economia illegale svolga un ruolo piuttosto importante, nell’ambito del sistema economico italiano.

Di questo rapporto si occupa, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Eleonora Montani.

Così scrive Eleonora Montani:

“L’11 ottobre è stato reso noto il report dell’Istat sui dati dell’‘economia non osservata’ nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il ‘lieve aumento dell’economia illegale nel 2015’.

Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?…”

“Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente…”.

“Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra i Paesi dell’Unione europea e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta.

Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità.

Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali.

Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita ed economia illecita. Di più, le ricostruzioni delle attività della realtà criminale hanno messo in luce come il traffico di sostanze stupefacenti possa essere considerata la principale fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

Anche sotto questo punto di vista, appare allora lecito interrogarsi sull’opportunità della scelta di ricomprendere nel Pil voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose, come se lo stato riconoscesse e si avvalesse dei benefici prodotti dall’antistato”.

Gli interrogativi che si pone Eleonora Montani sono legittimi.

Io credo però che riconoscere, anche statisticamente, che l’economia criminale, le mafie, occupino una posizione di tutto rilievo nell’ambito del sistema economico italiano non si possa evitare, anche perché fornire dati il più possibile attendibili sull’importanza dal punto di vista economico delle attività illegali può rappresentare un’ulteriore dimostrazione della necessità di contrastarle.


Energia e rifiuti: aumentano gli impianti contestati

22 novembre 2017

Energia e rifiuti, in questi settori, nel 2016, si sono verificate gran parte delle contestazioni secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, l’unico database nazionale che dal 2004 monitora in maniera puntuale la situazione delle opposizioni contro opere di pubblica utilità e insediamenti industriali in costruzione o ancora in progetto.

E’ stata presentata, infatti, la nuova edizione dell’Osservatorio che esamina lo stato dell’arte della sindrome Nimby in Italia nel 2016 e conferma come il comparto energetico (56,7%) e quello dei rifiuti (37,4%) si contendano il podio dei No.

Più in generale, nel 2016, la ricerca arriva a contare 359 impianti contestati: in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, questo dato mette l’accento sulla situazione strutturale di un Paese bloccato, in cui le opposizioni di comitati, partiti ed enti pubblici fanno da eco puntuale ad ogni iniziativa di sviluppo industriale.

Cresce anche il numero delle opere che, per la prima volta, vengono intercettate dal monitoraggio: il 2016 lascia in dote al database Nimby ben 119 new entries (+7,2% sul 2015).

La partecipazione attiva ai processi decisionali è diventata, per i cittadini, un’esigenza imperativa: le comunità si aspettano di essere interpellate, consultate, coinvolte. Non a caso, l’assenza di coinvolgimento ricorre al secondo posto, dopo le preoccupazioni per l’ambiente, come causa alla base delle contestazioni, con un trend di incremento progressivo ma costante: 14,6% nel 2014, 18,6% nel 2015, 21,3% nel 2016.

Quindi anche nel 2016, la politica industriale italiana sembra incepparsi in maniera prevalente attorno ai nodi dell’energia e dei rifiuti: rispettivamente al primo e al secondo posto, si contendono il podio dei comparti più contestati.

Il settore energetico vede le opposizioni orientarsi in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (75,4%). Le tipologie di impianto più avversate sono, in particolare, la centrale a biomasse (43 impianti), la struttura di compostaggio (20) e il parco eolico (13).

Meno ricorrenti in termini assoluti rispetto alle fonti rinnovabili, le fonti di energia convenzionale si aggiudicano il primato relativo alla tipologia specifica di impianto più contestata. Si tratta degli impianti di ricerca ed estrazione di idrocarburi, che da soli assommano a 81 opere censite.

Le politiche europee in materia di rifiuti ed economia circolare sembrano, dal 2015, corrispondere al “revamping” della sindrome Nimby in questo settore: l’auspicata transizione alla green economy sta, infatti, concentrando un numero crescente di investimenti nella filiera del recupero dei rifiuti, moltiplicando iniziative progettuali inevitabilmente contestate. Termovalorizzatori (37), discariche per rifiuti urbani (30) e discariche per rifiuti speciali (18) ricorrono tra i primi posti in questo comparto.

Il monitoraggio della stampa nel 2016 conferma il ruolo di assoluta centralità della politica, che – tra enti pubblici e partiti politici – trascina le contestazioni nel 50% dei casi censiti.

Seguono le organizzazioni e i comitati dei cittadini, che pesano per un terzo sull’insieme dei soggetti promotori del No.

Un peso corrispondente alla quantità abnorme di ricorsi alla giustizia amministrativa, che sempre più spesso è chiamata a dirimere richieste di interruzione/revoca di iter già avviati o conclusi.

Ulteriore conseguenza del ruolo del soggetto “popolare” è il ranking delle ragioni di protesta: al primo posto figura l’impatto con l’ambiente, che si attesta al 30,1%, in leggera flessione rispetto al 2015 (32,8%). Segue il già citato scontento causato dalle carenze procedurali e dal mancato coinvolgimento nell’iter autorizzativo.

La mappa del contagio Nimby evidenzia la trasversalità delle opposizioni anche dal punto di vista geografico.

Seguendo pedissequamente la distribuzione dei progetti di sviluppo industriale, il No ricorre con maggiore capillarità nel Nord Italia (41%): Lombardia ed Emilia Romagna mantengono i primi posti, con rispettivamente 56 e 48 impianti contestati.

Non mancano tuttavia, le opposizioni nelle regioni del Centro e del Sud Italia. Con 32 impianti contestati (erano 6 nel 2014), la Basilicata rappresenta ormai un territorio di grande frizione tra imprese, politica e cittadini, tanto da surclassare regioni come Lazio (30), Veneto ( 28) e Sicilia (26), assai più visibili nei confronti dei media e dell’opinione pubblica nazionale.

Rispetto al 2015, passa dal 15% al 20% il numero dei soggetti che si esprime a favore degli impianti. Voci che, pur flebilmente, si spendono per affermare come grandi opere e infrastrutture possano essere occasioni di rilancio economico, di miglioramento dei servizi e incremento dell’occupazione.

In ogni caso, le iniziative di comunicazione rimangono prerogativa degli oppositori (80%), i quali fanno leva in maniera meno frequente ai media tradizionali (25,7% nel 2016 e 29,9% nel 2105).

La bilancia della comunicazione Nimby inizia così a pendere anche in favore dei social media, che passano dal 16,8% del 2015 al 22,9% del 2016 nella ricorrenza d’uso da parte dei contestatori.

Nell’epoca delle post verità e delle fake news, compaiono a livello territoriale veri e propri “influencer del No”, che hanno spesso facile gioco nel confondere le carte dell’informazione e ostacolare la possibilità degli individui di formarsi una opinione laica sui fatti.

Si può concludere esaminando gli obiettivi del Nimby Forum, un vero e proprio “think tank”, così come sono esposti nel sito web dei promotori di questa iniziativa.

“Nel nostro Paese lo sviluppo infrastrutturale incontra continui ostacoli e ritardi, con conseguenti perdite economiche, tensioni sociali e incertezze.

Nimby Forum si pone l’obiettivo di sensibilizzare i diversi stakeholder verso un percorso che concili progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità.

La progettazione di una grande opera civile di pubblica utilità o la realizzazione di un impianto industriale per la produzione di energia o per il trattamento dei rifiuti determina spesso opposizioni da parte del territorio.

Si tratta di una vera e propria sindrome, nota come Nimby (not in my back yard = non nel mio cortile), oggi sempre più diffusa nei vari strati della popolazione nazionale”.


In Italia oltre 130.000 minori non vanno a scuola

19 novembre 2017

Secondo quanto rilevato nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” di Save the Children, in Italia tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112.000 ragazzi, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23.000 alunni.

Inoltre, negli istituti con un indice socio-economico-culturale più basso più di 1 quindicenne su 4 (il 27,4%) è ripetente, mentre negli istituti con indice alto la quota scende quasi a 1 su 23 (il 4,4%).

Uno studente di quindici anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, poi, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata

Quindi a cinquanta anni dalla scomparsa di Don Lorenzo Milani, che ha lottato affinché la scuola offrisse pari opportunità ai suoi studenti indipendentemente dalla loro condizione economica, nel sistema scolastico nazionale le diseguaglianze sociali continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni.

L’Atlante quest’anno propone un percorso in sei capitoli attraverso la scuola italiana con l’obiettivo di osservare e ascoltare il nostro sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e, in particolare, di coloro che vivono ai margini rischiando, oggi come cinquant’anni fa, di venire espulsi (anche) dalla scuola.

“La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che sono gettate le basi del loro futuro” ha rilevato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità: raccontare il sistema scolastico, il modo in cui esso riesca o non riesca a superarle, significa affrescare la condizione dell’infanzia in Italia.

Save the Children lotta affinché sia riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Bisogna percorrere i corridoi, entrare nelle aule, dare voce a pedagogisti, docenti e studenti, facendo tesoro del buono e individuando cosa è migliorabile. Ogni bambino deve accedere alle stesse opportunità, ha il diritto di essere protagonista e di essere ascoltato”.

“Negli ultimi decenni il quadro dell’infanzia in Italia ha subito trasformazioni epocali alle quali la scuola ha dovuto fare fronte” ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi Italia Europa di Save the Children.

“La denatalità ha comportato la perdita di un terzo della popolazione in età dell’obbligo scolastico; le rivoluzioni culturali e tecnologiche, così come l’ingresso di un milione di bambini di origine migrante nel sistema scolastico, hanno rappresentato una grande sfida di cambiamento per la scuola. Nel frattempo, per effetto della recessione, nuove povertà economiche e educative sono tornate a minacciare il futuro dei bambini.

Davanti a queste vere e proprie rivoluzioni, la scuola italiana è stata spesso lasciata sola, non sorretta da risorse adeguate e politiche lungimiranti per poter reggere il passo dei tempi. In un paese segnato da grandi squilibri territoriali, l’Italia non ha mai sperimentato un dispositivo nazionale per sostenere le scuole nei contesti più svantaggiati”.

Tra l’altro leggendo i contenuti dell’Atlante, si può notare che la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. L’Ocse calcola poi che in Italia la probabilità di ripetenze aumenta per i maschi (+104%) e per gli alunni di origine migrante (+117%).

Inoltre, sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i dati dell’anagrafe nazionale studenti del Miur evidenziati nell’Atlante.

Tali dati consentono di tracciare un identikit più preciso degli alunni a rischio: tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera.

Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i quindicenni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, all’aumento delle povertà economiche sono corrisposte anche nuove povertà educative: tanti bambini, infatti, non hanno accesso ad attività culturali.

Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni non arrivano a svolgere, in un anno, quattro delle seguenti attività culturali: lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a internet.

Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi 1 quindicenne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e 1 su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.


La manutenzione delle strade non si fa e gli incidenti aumentano

15 novembre 2017

La manutenzione delle strade in Italia è del tutto insufficiente. Tale situazione, che si verifica ormai da diversi anni, è una delle cause più importanti dei numerosi incidenti stradali che si verificano. Di tutte le strade una su due non è sicura. Sarebbero necessari 40 miliardi di euro per effettuare gli interventi di manutenzione, ormai indispensabili.

Ogni anno è soprattutto la Siteb, l’associazione delle imprese di costruzione e di manutenzione delle strade, a denunciare questa situazione.

E il suo direttore, Stefano Ravaioli ha rilasciato alcune dichiarazione a www.tiscali.it.

“Dopo il leggero recupero nel 2015 siamo tornati ai livelli del 2014, il precedente minimo storico. Il degrado delle strade ormai si vede a occhio nudo. Praticamente una su due è ormai a rischio sicurezza”, ha affermato Ravaioli.

“La principale causa è la mancanza di fondi. Nonostante l’allentamento del patto di stabilità delle pubbliche amministrazioni gli investimenti in manutenzione non sono stati fatti” ha spiegato il direttore di Siteb.

Come al solito però hanno pesato anche questioni burocratiche. “L’anno scorso – ha proseguito – è entrato in vigore il nuovo codice degli appalti. Molte amministrazioni non sono riuscite a farli perché ancora non conoscono bene le nuove regole”.

“Negli ultimi 10 anni – ha detto poi Ravaioli – non sono stati messi in opera qualcosa come 10 miliardi di euro di materiale stradale. Se oggi il governo Gentiloni investisse questa stessa ed identica somma non si tornerebbe però allo situazione precedente perché nel frattempo le strade si sono degradate per un importo pari a 40 miliardi”.

Una cifra che, oggettivamente, è molto alta in considerazione dello stato di salute, più che precario, dei conti pubblici italiani.

Comunque anche la mancanza di controlli incide negativamente sulla qualità delle manutenzioni.

Infatti quando le manutenzioni si fanno sono di scarsa qualità e le strade rapidamente tornano al precedente stato di degrado e insicurezza.

Secondo Ravaioli anche di questo sono responsabili le pubbliche amministrazioni.

“Le imprese fanno lavori conformi ai capitolati che spesso sono fatti male perché mancano le competenze per farli”.

Il direttore di Siteb ha riconosciuto però l’esistenza di responsabilità anche sul fronte delle imprese.

“Qualcuna – ha spiegato – può fare la furba e utilizzare meno bitume di quanto richiesto ma una grossa colpa è comunque del committente pubblico che non esegue controlli adeguati. Se ci fossero nessuno proverebbe a risparmiare sui materiali”.

Aggiungo però che la carenza di controlli non assolve certo le imprese che ci “marciano”, le quali forse sono più di qualcuna.

Da parte della Siteb, poi, si forniscono ulteriori informazioni.

Secondo l’ultimo rapporto Ocse sul tema, il Road Safety, nel 2015, in Italia, per la prima volta in dieci anni, sono tornati ad aumentare in Italia i decessi per incidenti stradali, +1,4% (rispetto al 2014), pari a 3.428 vittime, e sono in risalita (+6,4%) anche i feriti.

Un bollettino di guerra che nel 2016 ha ripreso la sua linea discendete: 3.238 morti ma il numero di incidenti continua ad aumentare e rimane ben lontano il traguardo auspicato dalla Ue, ovvero quello di dimezzare il numero di decessi entro il 2020.

E si stima che circa un terzo degli incidenti sia dovuto all’inadeguatezza della manutenzione stradale.

Nel 2016 siamo scesi al minimo storico di consumo di asfalto per un impiego complessivo di 22 milioni di tonnellate per costruire e tenere in ordine le strade. Nel 2010 i consumi ammontavano a 29 milioni di tonnellate, un risparmio che si è tradotto inevitabilmente nella cattiva condizione delle infrastrutture viarie.

Del resto si investe quanto 30 anni fa, ma su una rete molto più estesa e trafficata in condizioni già critiche da anni.

L’insicurezza stradale ha un impatto anche economico.

Si stima che i 175.000 incidenti con lesioni registrati in Italia nel 2016 costino circa 17 miliardi di euro, tra rimborsi assicurativi e riparazioni delle vetture. E se un terzo degli incidenti è causato dalla scarsa manutenzione del manto stradale, c’è il rischio che anche contribuente dovrà presto mettere mano al portafoglio.

Perché la circolare ministeriale che precisa l’articolo 14 del codice della strada inchioda le pubbliche amministrazioni alle proprie responsabilità: “Gli enti proprietari, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”.

In altre parole, in caso di incidente, se provata la concausa della scarsa manutenzione, il conducente potrà chiamare in causa gli enti proprietari e chiedere il risarcimento. E questo anche in caso di omicidio stradale.


La legge di bilancio si dimentica delle persone con disabilità

10 novembre 2017

Per l’Anffas, l’associazione delle famiglie di persone con disabilità, ha espresso un giudizio fortemente negativo sulla proposta di legge di bilancio presentata al Senato. Infatti secondo il presidente dell’associazione, Roberto Speziale, in quella proposta non sono previsti interventi a favore delle persone con disabilità

Così Speziale ha commentato i contenuti della proposta di legge di bilancio, secondo un comunicato emesso dall’Anffas:

“Abbiamo iniziato ad analizzare il disegno di legge presentato lunedì scorso al Senato e siamo rimasti assolutamente sconcertati nel riscontrare la mancanza di interventi a favore delle persone con disabilità, registrando anche un arretramento rispetto a quanto previsto negli anni precedenti o addirittura rispetto ad altre situazioni di fragilità”, così commenta Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale), annunciando quindi una forte presa di posizione rispetto al dibattito parlamentare che è iniziato questa settimana.

“Per esempio, a fronte di un allungamento al 31.12.2019 del periodo di richiesta per l’Ape, non ritroviamo una simile previsione per l’Ape Sociale, che interessa lavoratori più fragili, quali quelli con disabilità o quelli che assistono con continuità familiari con disabilità grave”, continua Speziale.

“Cos’altro c’è tra legge di bilancio e decreto fiscale collegato? Poco altro e niente!”

Soprattutto Anffas punta il dito sull’assoluta mancanza di misure a sostegno dei ‘caregiver’ familiari, proprio in un momento storico in cui nella nazione e in Parlamento alta è l’attenzione sul tema.

“Occorre valorizzare il supporto informale dei ‘caregiver’ attraverso misure che diano un sostegno previdenziale, ma anche di coordinamento con quanto istituzionalmente comunque la Pubblica Amministrazione deve continuare a garantire alle persone con disabilità”, puntualizza Speziale.

Per Anffas la conferma del fondo nazionale per la non autosufficienza di 450 milioni di euro, da cui rinvenire anche le risorse per la vita indipendente, risulta abbastanza esile dopo che con la legge n. 112/2016 (sul “durante noi, dopo di noi”) si è avviato un processo ormai inarrestabile di necessaria individuazione degli interventi e delle attività a favore di ciascuna singola persona con disabilità attraverso uno specifico progetto individuale di vita, che traguardi le sue varie dimensioni in relazione agli specifici contesti vissuti quotidianamente.

Conclude allora Speziale: “Basta con un welfare assolutamente prestazionistico, standardizzato e meramente assistenzialistico – neppure adeguatamente supportato col disegno di legge – vogliamo un welfare che guardi alla persona con disabilità, così come con altre fragilità e costruisca insieme alla stessa un percorso di inclusione vera e di giusti supporti per il miglioramento della sua qualità di vita in ottica assolutamente propulsiva, potenziando le esperienze di vita indipendente, di percorsi per il dopo di noi, di supporto ai sostegni formali; diversamente la spesa pubblica continuerà ad essere sterile. Stiamo già approntando proposte serie e coerenti a tale impianto da discutere con tutti gli interlocutori politici e sociali”.


La sinistra fa votare CasaPound

8 novembre 2017

CasaPound, il partito neofascista che ormai da diversi anni opera in diversi territori del nostro Paese, negli ultimi periodi sta riscuotendo un buon successo anche nelle elezioni in cui presenta una lista. Domenica passata, il candidato a presidente del municipio di Ostia, nel comune di Roma, ha ottenuto un numero di voti piuttosto consistente, quasi il 10%, e in alcune recenti elezioni dei rappresentanti di CasaPound hanno riscosso dei consensi tali da divenire consiglieri comunali.

E’ possibile, quindi, che CasaPound in occasione delle prossime elezioni politiche, riesca a superare la soglia del 3% dei voti tale da consentire l’elezione di alcuni suoi parlamentari alla Camera e al Senato.

E’ legittimo porsi delle domande relativamente alle cause di questi successi elettorali, anche di quelli potenziali, nel prossimo futuro.

Senza dubbio i consensi ottenuti da CasaPound devono essere valutati avendo come riferimento quanto sta avvenendo da tempo in varie parti d’Europa: l’affermazione, anche elettorale, di partiti o movimenti di ispirazione fascista, comunque di destra radicale, razzisti e populisti.

Ma non credo che l’analisi si debba fermare qui.

E’ necessario andare oltre ed esaminare le specificità, tutte italiane, dell’affermazione di CasaPound.

CasaPound è un partito che, oltre ad essere fascista, razzista, populista e violento, tende, sempre di più, ad essere radicato nel territorio, ad essere, costantemente, in diretta relazione con alcune fasce dell’elettorato, soprattutto quelle più povere, con maggiori difficoltà economiche.

E’ noto, ad esempio, l’impegno di CasaPound a Roma, nei quartieri periferici, per difendere, anche con le maniere forti, esercitate contro le forze di polizia, gli sfrattati o coloro che hanno abusivamente occupato case popolari, per aiutare concretamente, tramite la concessione di pasti o di capi di abbigliamento agli italiani contraddistinti da un forte disagio economico e sociale.

Certo, aiutano solo gli italiani, non certo gli stranieri, anzi questi ultimi spesso sono oggetto di violenze fisiche da parte di aderenti a CasaPound. Ma questo è un altro discorso…

Quindi è vero che i rappresentanti di CasaPound, stanno facendo un buon lavoro, come ha recentemente dichiarato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, forse definibile, però, talvolta, come un “lavoro sporco”.

Ma è anche vero che CasaPound sta occupando gli spazi, o le praterie, lasciati liberi da molti anni ormai, dai partiti della sinistra, sia riformista che radicale.

Infatti il Pd, ma anche i partiti e i movimenti della cosiddetta sinistra radicale, hanno sempre meno rapporti diretti, e costanti nel tempo, non solo in occasione degli appuntamenti elettorali, con i cittadini, e in particolar modo con coloro i quali sono stati più colpiti dalla crisi economica, quindi i più poveri e coloro che sono contraddistinti da un disagio sociale molto pesante.

Non a caso il Pd, ma anche i partiti della sinistra radicale, in molte elezioni ormai, hanno ottenuto uno scarso successo soprattutto nei quartieri periferici delle grandi città.

Quindi tali comportamenti della sinistra italiana hanno oggettivamente favorito l’affermazione di CasaPound.

E se si intende davvero contrastare CasaPound, è anche necessario che la sinistra modifichi questi comportamenti e ritorni parzialmente al passato, pur non abbandonando l’obiettivo di interessarsi del futuro e dei cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, accrescendo considerevolmente il rapporto diretto con i cittadini, in primo luogo con quelli contraddistinti da una evidente situazione di disagio economico e sociale.