Le malattie mentali sempre più diffuse

30 luglio 2015

L’importanza delle malattie mentali viene sottovalutata. In Italia, ad esempio, le strutture pubbliche sono del tutto inadeguate rispetto alle dimensioni che tali malattie da tempo hanno assunto. E la loro diffusione sarà ancora maggiore nel prossimo futuro. Si prevede che, in tutto il mondo, il costo delle malattie mentali, tra il 2011 e il 2030, sarà di oltre 16 trilioni di dollari, in termini di mancata produzione, più di patologie oncologiche, cardiovascolari, respiratorie croniche e del diabete.

In pratica la diffusione di tali malattie, principalmente per le assenze dal lavoro, determinerà una riduzione della ricchezza economica prodotta di dimensioni molto elevate, ben superiore ad altre malattie che, usualmente, da questo punto di vista, vengono considerate più dannose.

Inoltre i disturbi mentali, intesi sia come patologie psichiatriche quali ansia, depressione o disturbi bipolari, che neurologici, come Alzheimer e demenze, sono già nei Paesi ad alto reddito la principale causa di perdita di anni di vita per morte prematura e disabilità (17,4%), seguiti dal cancro (15,9%), dalle malattie cardiovascolari (14,8%), dagli infortuni (12.9%) e dalla malattie muscolo-scheletriche (9,2%).

Questi dati sono contenuti in un articolo pubblicato su www.agenziafarmaco.gov.it  e ripreso su www.quotidianosanita.it.

La principale fonte è un rapporto dell’Harvard School of Public Health e del World Economic Forum.

Poi, secondo i dati forniti dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel suo focus “Fare i conti con la salute mentale”, la depressione grave, il disturbo bipolare, la schizofrenia e le altre malattie mentali gravi riducono la speranza di vita in media di 20 anni rispetto alla popolazione generale, in modo analogo alle malattie croniche come le malattie cardiovascolari.

Il 5% della popolazione mondiale in età lavorativa ha una severa malattia mentale e un ulteriore 15% è affetto da una forma più comune.

Una persona su due, nel corso della vita, avrà esperienza di un problema di salute mentale e ciò ridurrà le prospettive di occupazione, la produttività e i salari.

I costi diretti e indiretti della malattia mentale, secondo le statistiche Ocse, possono superare il 4% del Prodotto Interno Lordo (Pil). I costi indiretti includono le spese mediche, dovute a una maggiore necessità di assistenza sanitaria, e i costi per servizi sociosanitari come l’assistenza a lungo termine.

Circa la metà degli adulti con malattia mentale l’ha sviluppata prima dei 15 anni, per cui l’identificazione e il trattamento precoci possono contribuire anche a ridurre i costi.

Quali sono alcune conseguenze che dovrebbero derivare dall’analisi di questi dati?

Per i sistemi sanitari questi dati dovrebbero confermare la necessità di far fronte all’impatto di queste patologie non solo sulla salute e sulla qualità della vita della popolazione, ma anche sulla sostenibilità dei costi dell’assistenza, delle terapie farmacologiche e di supporto, anche in considerazione dei livelli ancora troppo bassi di aderenza ai trattamenti che si registrano ad esempio in Italia.

Infatti, con riferimento alla depressione, diversi studi condotti sul territorio italiano hanno dimostrato che la quota di pazienti che assumono antidepressivi in modo continuativo e appropriato è appena il 20%, mentre circa il 50% sospende il trattamento nei primi 3 mesi di terapia e oltre il 70% nei primi 6 mesi.

Questo comporta una ridotta efficacia del trattamento farmacologico con conseguente aumento di complicanze, nonché un aggravio di spesa per il servizio sanitario nazionale.

Dai dati epidemiologici emerge che in Italia la depressione maggiore colpisce circa il 12,7% della popolazione, di cui solo il 33,1% assume farmaci antidepressivi; le quote maggiori di pazienti non trattati farmacologicamente sono localizzate al Sud, nella popolazione maschile e tra i pazienti più giovani.

Io vorrei aggiungere altre brevi considerazioni riguardanti l’Italia.

Le malattie mentali, sia quelle più lievi, sia quelle di maggiore rilievo, sono curate in modo inadeguato anche perché le strutture pubbliche, diversamente da quanto avviene per altre patologie, dispongono di risorse umane e finanziarie del tutto inadeguate.

Spesso le uniche possibilità di cura veramente efficaci vengono offerte da operatori e strutture private, il cui costo per i malati e per le loro famiglie è molto elevato.

Ciò comporta che molti malati non sono curati adeguatamente o non sono curati affatto.

Quindi anche solo la situazione attuale riguardante la diffusione delle malattie mentali in Italia dovrebbe indurre a modificare radicalmente, ampliandole, le dimensioni delle strutture pubbliche destinate alla loro cura, migliorando anche sensibilmente la qualità dei servizi erogati che, attualmente, non è, spesso, molto elevata.

La validità di tali cambiamenti è ancora più evidente se si considerano le previsioni circa la futura, crescente, diffusione delle malattie mentali, a cui si è fatto riferimento in precedenza.

Nella sanità italiana ci sono ancora molti sprechi, che devono essere eliminati, riducendo in questo modo la spesa pubblica. Ma ci sono settori in cui la sanità pubblica va sviluppata, come in quello della cura delle malattie mentali, utilizzando almeno in parte le risorse finanziarie che si potranno liberare tramite la riduzione, se non proprio l’eliminazione, degli sprechi.

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I sindacati si stanno scavando la fossa da soli

28 luglio 2015

I sindacati, attualmente, non sono né molto popolari né influenti come in passato. Le cause di questa situazione sono diverse. Ma gli stessi sindacati, soprattutto quelli che operano nel settore dei servizi pubblici, sembra che facciano di tutto per attirarsi le legittime critiche che provengono soprattutto dagli utenti di quei servizi.

Alcuni recenti episodi lo dimostrano ampiamente.

E io li cito solo per titoli perché le diverse vicende sono state oggetto di notevole attenzione da parte dei mass media: l’assemblea organizzata improvvisamente da quanti lavorano presso gli scavi archeologici di Pompei, lo sciopero di piloti e assistenti di volo dell’Alitalia proclamato all’aeroporto di Fiumicino in un giorno in cui erano moltissimi i turisti che intendevano partire per le vacanze, gli forme di protesta particolari, non esplicite, ma che hanno provocato notevoli disagi, realizzati dal personale dell’Atac di Roma che si occupa della metropolitana.

Non è certo la prima volta che si verificano scioperi fra gli addetti a servizi pubblici secondo modalità che creano notevoli danni agli utenti ed invece pochi problemi a quanti hanno la responsabilità politica o gestionale di quei servizi.

E la conseguenza è che si manifestano una notevole insoddisfazione e forti critiche nei confronti dei lavoratori e dei loro sindacati che attuano forme di protesta come quelle prima delineate.

Peraltro tali critiche si estendono, partendo da quegli episodi, anche a tutti i sindacati, anche quelli che si comportano diversamente, operando in altri settori, come ad esempio in quello manifatturiero.

E tale situazione avvalora le tesi di quanti ritengono, sbagliando, che il potere di influenza dei sindacati, già diminuito considerevolmente, debba ridursi ancora di più.

Io credo che i sindacati debbano svolgere un ruolo importante, ma tale obiettivo può essere raggiunto solo e solo se essi non si interessino solamente delle esigenze dei lavoratori delle diverse categorie, ma tengano ben presente l’interesse generale e le esigenze degli utenti, quando i sindacati svolgono la loro attività nei vari servizi pubblici.

Se i sindacati e i lavoratori, soprattutto del settore dei servizi pubblici, ma non solo di quello, non comprenderanno davvero e fino in fondo quanto ho appena scritto, è più che probabile che, progressivamente ed inevitabilmente, i sindacati vedranno ridotto ancora il proprio ruolo, fino a che esso risulterà essere del tutto residuale e secondario.

Quindi, in qualche modo, i sindacati si scaveranno la fossa da soli.

Io spero che questo non avvenga, che si manifesti invece un comportamento profondamente diverso da parte dei sindacati, anche e soprattutto, da parte di quelli che operano nei servizi pubblici.

Purtroppo, però, non è affatto scontato che i lavoratori e i loro sindacati comprendano la validità delle considerazioni che ho appena formulato.

Ed è probabile invece che, nell’Italia delle corporazioni, anche i sindacati diventino delle vere e proprie corporazioni che, però, con il passare del tempo, saranno sempre meno forti.

E, di conseguenza, diventerà sempre meno forte la democrazia italiana, ma in questo caso principalmente per colpa degli stessi sindacati.


36 profughi trattati come animali a Castelfiorentino

25 luglio 2015

Salvini e i leghisti spesso sostengono che i profughi stranieri vengono ospitati in residence o addirittura in alberghi di categoria elevata. 36 profughi, a Castelfiorentino, non sono proprio ospitati nel modo in cui i leghisti credono o fanno finta di credere che vivano la grande maggioranza dei migranti che arrivano in Italia. Infatti i 36 ritengono di essere trattati come animali.

Della loro situazione ci si occupa in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

I 36 abitano in un edificio, una casa colonica di proprietà di un marchese della zona e preso in gestione dal consorzio Mc Multicons, che usualmente si occupa di giardinaggio, logistica, pulizie, disinfestazione, vigilanza e smaltimento rifiuti, in condizioni fatiscenti.

Così si può leggere nell’articolo citato: “Le pareti sono ammuffite, i muri sgretolati, le cucine abbandonate e arrugginite, gli angoli pieni di ragnatele e sporcizia, gli scaffali fungono da magazzini.

Nella struttura ci sono soltanto due bagni per 36 persone, una carenza compensata con due bagni chimici posizionati sotto il sole e bollenti per tutto il giorno. Le docce ci sono, ma sono in una stanza il cui pavimento è in cemento e sono attaccate l’una all’altra senza pareti divisorie come fosse uno spogliatoio. Nei giorni scorsi ci sarebbe stata anche la mancanza di acqua corrente, dicono i migranti”.

I migranti sostengono di avere avuto gli stessi vestiti per tre settimane, quelli utilizzati nel corso del loro lungo viaggio.

Il presidente del consorzio Mc Multicons, Stefano Mugnaini, replica così alle denunce sollevate dai profughi: “La Prefettura ci ha mandato i profughi prima ancora che avessimo la possibilità di adeguare la struttura.

Nei prossimi giorni arriverà la cucina nuova, il tavolo nuovo e le sedie nuove. Verrà piastrellato il pavimento e le docce saranno divise con tende per la privacy”.

Previsto anche l’intonaco sui muri, mentre per quanto riguarda l’abbigliamento, Mugnaini smentisce quanto affermato dai profughi: “Abbiamo portato a tutti le scarpe, ma loro non le hanno volute”.

Io non so di chi siano le responsabilità delle condizioni in cui sono costretti a vivere i 36 profughi.

Sono convinto che non possono essere quelle le condizioni nelle quali vengono ospitati i migranti.

Auspico quindi che entro pochi giorni la loro situazione migliori e che non succeda più ad altri migranti ciò che è successo ai 36 di Castelfiorentino.


Morire di carcere

23 luglio 2015

Purtroppo a Regina Coeli ci sono stati due suicidi in 24 ore. Quanto avvenuto impone di fare il punto della situazione relativamente ai suicidi nelle carceri italiane. Nel 2014 sono stati 43 e nel  2015, fino ad ora, sono stati 21. Quali le cause di questo numero elevato di suicidi in carcere? Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, la principale causa deve essere individuata nell’insufficiente numero di agenti di questa polizia.

Di tali problematiche si occupa Francesca Buonfiglioli in un articolo pubblicato su www.lettera43.it.

Per quanto riguarda i dati, occorre aggiungere che, dal 2000 ad oggi, i suicidi in carcere sono stati 858. Si deve, però, rilevare che negli ultimi anni si è manifestata una tendenza alla loro diminuzione.

Infatti dai 72 suicidi del 2009, si è passati ai 42 del 2013 e ai 43 del 2014. Una notevole diminuzione si è verificata soprattutto nel 2013, rispetto all’anno precedente, quando i suicidi furono 60.

Donato Capece, il segretario del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, ha dichiarato che la causa principale del notevole numero di suicidi è individuabile nella carenza di organico. Gli agenti sarebbe insufficienti rispetto alle necessità. Mancherebbero circa 8.000 agenti.

Non a caso ho utilizzato il condizionale.

Infatti in Italia il rapporto agenti/detenuti è fra i più alti in Europa – un agente ogni 1,1 detenuti -. E nel 2013, Francia, Germania, Inghilterra avevano una media di un agente ogni 2,7 detenuti.

Al 30 giugno di quest’anno i detenuti erano 52.754, per una capienza complessiva di 47.709 posti.

Quindi continua il sovraffollamento nelle carceri, sebbene la popolazione carceraria, rispetto al 2014, sia diminuita di circa 10.000 unità.

Tutto ciò considerato, a mio avviso, non regge la tesi del segretario del Sappe.

Probabilmente invece i controlli per evitare i suicidi sono insufficienti e forse ciò dipende da una gestione non efficiente della polizia penitenziaria. Ed inoltre non viene realizzata un’efficace attività di prevenzione.

Non sembra quindi legittimo sostenere che gli agenti di polizia penitenziaria siano in un numero insufficiente.

Nel prossimo futuro un aumento del numero dei suicidi potrebbe essere determinato dalla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.

Infatti i 6 Opg esistenti ospitavano 700 pazienti, 450 dei quali hanno avuto accesso alle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, dove continuare i programmi terapeutici.

Gli altri sono stati destinati alle carceri normali con relativi problemi di sorveglianza.

E Alessio Scandurra, dell’associazione Antigone, ha sottolineato: “Prima della chiusura degli Opg chi in carcere mostrava segni di squilibrio veniva reindirizzato nelle strutture apposite. Ora questo non è più possibile. Ma che senso ha tenere in carcere una persona che deve essere controllata a vista per evitare che si tolga la vita? Qual è la funzione della sua detenzione?”.

Comunque, al di là delle motivazioni e delle responsabilità, restano però i dati: dal 2000, i suicidi sono stati 859 su 2.425 decessi.

E questi dati indicano come quello dei suicidi in carcere sia “una delle principali patologie del sistema penitenziario italiano, legata all’incapacità del sistema di intercettare le singole storie di disperazione e la scarsa attivazione di programmi di prevenzione del rischio, che dovrebbero porre particolare attenzione ai soggetti alla prima carcerazione e nei primi giorni di detenzione”, come viene denunciato nell’XI rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione, redatto dall’associazione Antigone.


A Mario Draghi andrebbe fatto un monumento…

21 luglio 2015

Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, sta svolgendo un ruolo molto importante. E’ il leader europeo che, più di altri, con i fatti e non a chiacchiere, opera perché l’Unione europea non si disgreghi, in modo tale che si possa ancora sperare che siano costituiti, in un futuro, spero prossimo, gli Stati Uniti d’Europa, una federazione tra i Paesi europei. Inoltre Draghi, da tempo, tenta di attutire gli effetti profondamente negativi della crisi economica, attuando una politica monetaria chiaramente espansiva, davvero di impostazione keynesiana. Se ci fossero dei “Draghi” anche nei diversi governi dei Paesi europei a guidare le politiche fiscali, e anch’esse assumessero una natura espansiva, a crisi economica in Europa sarebbe ormai un ricordo.

Di fatto Draghi, pur assumendo formalmente un ruolo tecnico, svolge un determinante ruolo politico, di difensore dell’Unione europea, dei suoi caratteri iniziali, che ispirarono sia i suoi fondatori sia i leader, non molti, che hanno agito concretamente per uno sviluppo dei poteri e delle funzioni dell’Unione.

In Italia, non sono molti a riconoscere il ruolo svolto da Draghi. In Europa costoro sono in un numero maggiore.

E in Europa, però, una parte della sinistra, quella radicale, sbagliando clamorosamente, vede in Draghi il capo di una delle componenti della cosiddetta troika che condiziona pesantemente i governi dei Paesi in maggiori difficoltà economiche.

Sciocchezze, ovviamente.

Può essere utile, ritengo, saperne di più su Draghi, su quanto ha fatto in passato, cosa che può servire a comprendere i motivi in base ai quali attualmente svolge il ruolo che ho fino ad ora delineato.

Draghi si è laureato presso l’università La Sapienza di Roma. Il relatore della sua tesi fu l’indimenticabile professor Federico Caffè, scomparso in circostanze misteriose.

Quindi Draghi fu un allievo di Caffè, uno dei più grandi economisti italiani del XX secolo, il quale può essere definito un keynesiano di sinistra, che si è sempre occupato, nell’ambito della sua disciplina, la politica economica, in modo particolare, degli interventi pubblici da realizzare per promuovere lo sviluppo dell’occupazione e, per questa via, la riduzione della disoccupazione.

E io credo che l’essere stato un allievo di Federico Caffè abbia influenzato molto Draghi, ad esempio nel tipo di politica monetaria che sta portando avanti alla Bce.

Successivamente Draghi studiò al Mit di Boston, e suoi insegnanti furono Stanley Fisher, Franco Modigliani e Robert Solow. E io ritengo che anche gli insegnamenti di questi economisti di così elevato valore influenzarono positivamente il futuro operato di Draghi.

Le sue attività professionali sono state molteplici.

E’ stato docente universitario, direttore generale del Tesoro e governatore della Banca d’Italia. Per alcuni anni è stato anche vice presidente della Goldman Sachs International.

Quindi, è stato sì uno studioso di economia ma ha ricoperto anche incarichi molto importanti che lo hanno spinto pertanto a non essere solo un teorico, tutt’altro.

E proprio l’aver ricoperto incarichi di notevole rilievo, sì tecnici ma anche in parte di natura politica, ha fatto in modo che, oggettivamente, con la sua attuale presidenza della Bce, Draghi svolga un ruolo, in parte, politico.

Un ruolo comunque decisamente positivo e molto apprezzabile.

Per una volta, pertanto, un italiano, nell’ambito dell’Unione europea sta portando avanti un’azione di notevole importanza, con successi evidenti.

E secondo me, il contributo di Draghi per il futuro dell’Unione europea si rivelerà di maggior rilievo di quello, non certo secondario, attribuibile a Romano Prodi, il quale per alcuni anni è stato presidente della Commissione europea.


Anche agli internauti non interessano i diritti umani e civili e le mafie?

19 luglio 2015

I mass media italiani si occupano poco di diverse problematiche che, a mio avviso, dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione. Ma gli stessi argomenti non destano molto interesse nemmeno da parte di noi internauti. Mi riferisco all’attenzione rivolta alla tutela dei diritti umani e dei diritti civili, all’azione di contrasto nei confronti delle mafie. Ed anche ai temi di politica internazionale e a quelli economici.

Che i mass media italiani, più diffusi, si occupino molto poco degli argomenti citati è un dato di fatto.

Ciò dipende anche, credo, dallo scarso interesse che chi segue i mass media manifesta nei confronti di quegli argomenti.

Questa considerazione è avvalorata anche dalla mia esperienza personale.

Io da tempo gestisco un blog, nel quale inserisco anche post in cui mi occupo delle problematiche citate, ma ho verificato  che il numero delle visite è decisamente più basso rispetto a quello che registro quando affronto altri argomenti, soprattutto quelli già ampiamente esaminati dai mass media (politica interna soprattutto) e di più stretta attualità (in questo periodo la riforma della scuola ad esempio).

Crescono ancora di più le visite se quei temi li esamino in modo, più o meno volutamente, polemico.

La stessa situazione si verifica quando o pubblicizzo i miei post sui social network o quando condivido, sui social, prevalentemente su facebook, post altrui.

Quindi, mi sembra, gli internauti mostrano gli stessi limiti, perché così io li considero, manifestati da quanti seguono direttamente i mass media di maggiore diffusione.

Un discorso a parte meritano le questioni di politica internazionale e gli argomenti economici.

Se si escludono le questioni che hanno dirette conseguenze sulla politica interna (ad esempio le vicende della Grecia, l’Unione europea e l’euro), le altre sono ampiamente trascurate a causa, a mio avviso, di un diffuso provincialismo che ci caratterizza e che contraddistingue anche i media.

I temi economici destano poco interesse perché le conoscenze in questo campo di gran parte della popolazione italiana sono molto limitate, anche a causa del fatto che le materie economiche non sono sufficientemente insegnate nelle scuole medie inferiori e superiori.

A tale proposito occorre anche aggiungere che gli esperti, in discipline economiche, tramite i media, spesso non riescono a spiegare in modo comprensibile quanto avviene nel nostro sistema economico e in quelli degli altri Paesi.

Dove voglio arrivare?

L’informazione che gli stessi internauti, in varie forme, promuovono, non è poi così diversa, quanto meno per gli argomenti trattati, da quella che, nella maggior parte dei casi, contraddistingue i mass media.

Certamente ci sono le eccezioni, che però restano tali.

E su questo noi internauti dovremmo riflettere approfonditamente.


I leader dei neocatecumenali vivono nel lusso

15 luglio 2015

Anche il secondo post che ho dedicato ai neocatecumenali ha suscitato critiche da parte di alcuni aderenti al movimento religioso guidato da Kiko Arguello (c’è chi preferisce parlare di setta e non di movimento…). Scrivo quindi un terzo post, per ora l’ultimo, dedicato al rapporto con il denaro dei neocatecumenali o meglio di coloro che sono ai vertici del movimento, primo fra tutti Arguello, ovviamente.

Si può leggere in un articolo sui neocatecumenali pubblicato su www.nextquotidiano.it:

“Come tutti i grandi movimenti religiosi anche i Neocatecumenali hanno bisogno di denaro.

Nel Cammino si parla di “decima” ovvero dell’offerta che tutti i fedeli che hanno raggiunto “il secondo passaggio” sono tenuti a versare per poter far fronte alle necessità della comunità (affitto dei locali, arredi sacri ecc…).

A quanto sembra i fedeli subiscono notevoli pressioni psicologiche  al momento di dover versare il loro contributo, e non si parla di raccolte da poche centinaia di euro, denaro che non viene rendicontato formalmente”.

E vengono riportate anche delle testimonianze di ex-adepti:

“Nel 1998 raccogliemmo la bellezza di 66 milioni di lire. In parte in contanti, in parte in catenine, collane e altri monili d’oro che io, come responsabile, fui incaricato di vendere: due terzi rimangono al gruppo per le attività, un terzo finisce ‘nelle tasche del vescovo’”.

“Convinta a partecipare all’incontro del papa con le famiglie, circa due anni fa andai a Milano, successivamente partecipai all’incontro con Kiko Arguello – per conto mio un ‘assatanato’ –  la cosa che mi ha più schifato, sentirlo urlare per convincere la gente a sborsare cifre considerevoli perchè l’affitto della fiera andava pagato, se ricordo bene chiedeva centinaia di migliaia di euro”.

E, questa parte dell’articolo, viene così conclusa:

“Spesso è Kiko stesso a chiedere soldi per poter organizzare le ‘convivenze’ (gli incontri di catechesi).

In occasione dell’incontro a Manila del giugno 2014 Kiko inviò una lettera chiedendo 400.000 euro per una conferenza per 1.500 aspiranti seminaristi.

E sono diverse le testimonianze di ex-adepti che se ne sono andati via dal movimento proprio a causa della sfacciata esibizione di lusso ostentata dal fondatore e dalle figure principali del movimento”.

Altre testimonianze simili possono essere lette nel blog www.neocatecumentali.blogspot.it:

“Lo scandalo non è l’albergo a cinque stelle, o l’elicottero, o l’aragosta e tutto il resto.

Lo scandalo dello spreco è che i soldi per la vita da nababbi sono stati estratti dalle tasche di pensionati, di casalinghe, di giovani che vivono solo della loro ‘paghetta’, di padri di famiglia che per pagare la ‘decima’ hanno tolto il pane da bocca ai loro figli.

A tutto questo si aggiunge l’arroganza dei ‘super catechisti’ e l’idolatria delle serve di Kiko, il novello ‘redentore’”.

“Il distacco di Agnes cominciò con la visita di Kiko nella sua città.

Si dice che Kiko viva da celibe e si sostenga con le donazioni. Lei conferma che la sua comunità l’ha ospitato in una suite di un albergo di lusso e gli ha ‘donato’ una limousine.

La Junge si meraviglia: come si conciliano le limousine con la povertà di Cristo?”.

“Sulla vita nel lusso aggiungo: a quanto so io, lo stesso criterio è in uso presso i super catechisti.

A suo tempo Gennarini figlio ci fece una ramanzina facendo del sarcasmo su coloro che giudicano i catechisti in base alla sobrietà dei costumi.

Disse più o meno: ‘Volete che siamo dei poveracci? Che risparmiamo sul centesimo? Siete schiavi di Mammona! I soldi servono per dar gloria al Signore!

E quindi noi catechisti, che vi portiamo la parola di Dio, alloggiamo in alberghi 5 stelle, pranziamo nei ristoranti migliori… e voi vorreste che fossimo dei poveracci? Non avete rispetto per la parola di Dio?’.

Riporto a memoria, sicuramente ‘addolcendo’ i toni che, dato il personaggio, furono sicuramente più aspri”.

“Qualche anno fa, Kiko venne nella nostra parrocchia per fare un incontro, al termine del quale andò a cena in canonica insieme al parroco e a qualche super-catechista.

Per cena gli fu servito un catering a base di pesce, con tanto di spumante. Mi dissero che Kiko va matto per le aragoste.

La cosa che più mi fece impressione, fu vedere le signore della 1° comunità (nostre catechiste) fare le serve per Kiko, preparandogli i piatti e servendolo. Alla fine, quando Kiko fu andato via, fu concesso loro di mangiare gli avanzi di Kiko”.

“Non posso che confermare quello che dite: ho saputo di itineranti che girano con macchine sportive in posti da sogno (so anche che alcuni fanno la fame), ho saputo di figli di supercatechisti ai quali è stata comprata la casa (mi chiedo come sia possibile, visto che a un privato cittadino fanno storie per pagamenti in contante superiori a 1.000 euro), so di itineranti che sono stati fatti tornare dal Sudamerica o dall’Asia anche 3 o 4 volte l’anno per partecipare a una convivenza o a un passaggio.

Una vita da nababbi, un po’ come gli altri fondatori di sette (ad esempio Scientology)”.

Non credo che sia necessario aggiungere altro.

E sarebbe opportuno che singoli aderenti al movimento che intendessero criticare i contenuti del post, rispondessero nel merito dei rilievi formulati e non genericamente.