In aumento gli omicidi di transessuali

31 luglio 2013

Sono in aumento gli omicidi di transessuali nel mondo.  I dati sono contenuti nell’ultimo aggiornamento del progetto Trans Murder Monitoring: 1.123 casi, ma è solo la punta dell’iceberg. La maggior parte si sono verificati in America centrale e Sudamerica. E gli attivisti ormai parlano di “transcide”.

In un articolo pubbblicato su www.dirittiglobali.it (fonte Redattore sociale) si analizzano quei dati.

“Negli ultimi 5 anni sono 1.123 gli omicidi di persone trans, un dato in aumento ma sottostimato perchè si riferisce a ricerche su internet o segnalazione delle organizzazioni e degli attivisti.

Secondo l’ultimo monitoraggio (marzo 2013) del  progetto Trans Murder Monitoring, che delinea la situazione di 57 paesi tra il 1° gennaio 2008 e il 31 dicembre 2012,  l’aumento nel numero di omicidi di persone trans è “significativo e costante”: 148 casi nel 2008 per arrivare nel 2012 a 267. Una escalation che spinge ormai gli attivisti a parlare di ‘transcide’.   

La maggior parte degli omicidi in America centrale e Sudamerica. Il più alto numero di casi emersi proviene da paesi dove esistono organizzazioni trans o Lgbt che eseguono un monitoraggio professionale e questo lascia aperta la questione dei casi non denunciati.

I casi più numerosi rigurdano  Brasile (452), Messico (106) e Colombia (65) in America centrale e Sudamerica, Stati Uniti (69) in Nord America, Turchia (30) in Europa e Filippine (28) in Asia. Più in generale 864 casi complessivi in 22 paesi costituiscono il 77% degli omicidi a livello mondiale dal gennaio 2008.

Se Brasile,  Messico e Colombia presentano una casistica più elevata in termini assoluti, in proporzione i dati sono più preoccupanti in alcuni dei Paesi meno popolosi, come l’Honduras dove il tasso di omicidi di persone trans è del 5,12 per milione di abitanti , Guatemala (2,83) o Portorico (2,43).

In Europa 71 omicidi di persone trans in 5 anni. Erano 13 nel 2008, 14 nel 2012.

In Italia nel periodo considerato sono state 20 le persone uccise: 5 nel 2012”.


Don Ciotti, la povertà che ruba il futuro

29 luglio 2013

Don Luigi Ciotti ha commentato i dati Istat sulla povertà in Italia. Proprio sulla povertà il Gruppo Abele e Libera hanno presentato alcuni giorni fa a Senigallia il dossier “Miseria Ladra” con un’agenda di 12 punti rivolti al governo e ai parlamentari. 

In un articolo pubblicato su www.gruppoabele.org  si fa riferimento a quanto ha dichiarato don Ciotti.

“‘I dati forniti dall’Istat sulla povertà assoluta e relativa in Italia – afferma Luigi Ciotti – dicono che il nostro Paese non solo è malato: lo è gravemente.

È malata la democrazia come forma di governo chiamata a garantire a tutte le persone una vita libera e dignitosa. Questa garanzia da tempo non esiste più: vale solo sulla carta, mentre nei fatti è continuamente smentita. Libertà, dignità, lavoro sono diventati – da diritti – privilegi, beni solo per chi se li può permettere.

Di fronte alla crescita della sofferenza sociale non possiamo allora stare zitti ma soprattutto non possiamo stare inerti.

Questa crisi, prima che economica, è una crisi dell’etica e della politica.

Dell’etica, perché chiama in causa tanti egoismi, tanti menefreghismi, tante piccole e grandi corruzioni e illegalità.

Della politica, perché nasce da una gestione del bene pubblico troppo spesso condizionata da interessi privati se non abusivi.

Nessuno ha la ricetta in tasca. Certo è, però, che la ripresa della fiducia non può che ruotare attorno alla parola uguaglianza, come ci ricorda l’articolo 3 della Costituzione.

La politica esca dai tatticismi e dalle spartizioni di potere, riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone, a partire da quelle più in difficoltà: probabilmente quei terribili dati sulla povertà cominceranno una timida, ma decisa, inversione di tendenza’.

Ad affermarlo don Luigi Ciotti, presidente nazionale del Gruppo Abele e di Libera, nel commentare il report dell’Istat sulla povertà nel nostro paese.

Nelle scorse settimane Gruppo Abele e Libera hanno promosso Miseria Ladra, una  campagna nazionale contro tutte le forme di povertà.

La campagna vuole essere un cantiere aperto a tutte le associazioni del volontariato, del mondo della Chiesa, alle cooperative del sociale per ‘chiamare’ e ‘convocare’ alla mobilitazione su un problema che oggi tocca più tragicamente e in misura crescente alcune fasce sociali, ma domani potrebbe riguardare molti altri di noi.

Obiettivo la convocazione per il mese di ottobre di un appuntamento nazionale di tutte le realtà territoriali che si attivano in azioni di contrasto alla povertà come occasione di confronto sui problemi, sulle difficoltà incontrate, sui metodi di intervento”.


Turchia, la rivolta delle donne incinte

27 luglio 2013

Donne incinte e uomini (con cuscini sotto le magliette) hanno protestato a Istanbul dopo le  parole pronunciate in tv da un pensatore islamico: “quei pancioni in pubblico sono uno spettacolo ignobile”. Un’ampia reazione si è manifestata anche su Twitter con l’hashtag  #resistpregnant

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it si riferisce di quanto avvenuto in Turchia.

“Centinaia di donne incinte, con i mariti al proprio fianco, sono scese in piazza ad Istanbul, in piazza Taksim e a Kadikoy, sulla sponda asiatica del Bosforo, per protestare contro le parole pronunciate in televisione da un avvocato e ‘pensatore’ sufi, Omer Tugrul Inançer, che in uno show televisivo è arrivato a dire che le donne con il pancione in pubblico sono uno spettacolo ‘ignobile’.

‘Annunciare una gravidanza con uno squillo di trombe è contro la nostra civiltà. Non dovrebbero andarsene in giro per la strada con quelle pance. Prima di tutto è contrario all’estetica’, ha detto Inançer – secondo quanto riporta l’agenzia TMNews – durante un programma quotidiano serale per la fine del digiuno del ramadan sulla rete tv TRT.

Secondo il ‘pensatore’, dopo 7-8 mesi di gravidanza ‘le donne possono uscire nel tardo pomeriggio, facendosi accompagnare in auto dai propri mariti per prendere un po’ d’aria’. Inaccettabile invece, ha detto Inançer, che oggi siano “tutte in televisione, è ignobile, non è realismo, è immoralità’. Secondo Inançer poi le aziende concedono permessi di maternità alle loro dipendenti proprio per consentire loro di restarsene a casa.

Subito dopo le sue parole su Twitter è nato l’hashtag #resistpregnant, che riecheggia gli slogan della protesta di giugno di Gezi park. E la risposta non si è fatta attendere: le future mamme sono scese in piazza accompagnate dai mariti con cuscini sotto la maglietta, e hanno sfidato l’ira del pensatore
islamico ‘andandosene in giro’ gridando slogan come ‘il nostro corpo è nostro’.

Parziale presa di distanza da Inançer anche dalla Direzione per gli affari religiosi: ‘Nell’Islam non c’è isolamento nei confronti delle donne e la maternità è un dono” si legge in un comunicato della Direzione. Tuttavia ‘le donne incinte dovrebbero prestare maggiore attenzione al loro modo di vestire, ogni donna dovrebbe farlo. Non dovrebbero indossare abiti che ne mostrino il ventre o le spalle’”.


Droghe: calano i consumi, allerta su azzardo e web

24 luglio 2013

Una fotografia del fenomeno droghe e dipendenze è contenuta nella relazione al Parlamento 2013 elaborata dal Dipartimento politiche antidroga. Oltre 2,3 milioni sono i consumatori in Italia, mentre calano i decessi per overdose: 390 nel 2012. Torna a salire la cocaina nelle acque reflue.

Dei principali contenuti della relazione riferisce un articolo pubblicato su www.dirittiglobali.it (fonte Redattore sociale).

“Cala il consumo di sostanze stupefacenti in Italia nel 2012, ma è allerta su nuove droghe, gioco d’azzardo e siti internet tematici sulla cannabis. Questo il bilancio per lo scorso anno e per i primi sei mesi del 2013 sul tema droghe tracciato dalla relazione al Parlamento 2013 sull’uso di sostanze stupefacenti e tossicodipendenze in Italia, elaborata dal Dipartimento politiche antidroga (Dpa).

Secondo la relazione, presentata con circa un mese di ritardo per il secondo anno consecutivo, in Italia i consumatori di sostanze stupefacenti sono oltre 2,3 milioni (da occasionali ad uso quotidiano, dato elaborato dal Dpa in base ad un’indagine condotta su un campione rappresentativo di circa 19 mila italiani con una percentuale di adesione del 33,4 per cento), ma il trend dei consumi negli ultimi anni fa registrare una diminuzione generalizzata tra le diverse sostanze illecite.

Dati contrastanti, quelli sulla cocaina. Secondo il Dipartimento politiche antidroga, infatti, ‘la cocaina, dopo un tendenziale aumento che caratterizza il primo periodo fino al 2007, segna una costante e continua contrazione della prevalenza di consumatori fino al 2012, stabilizzandosi nel 2013 a valori di prevalenza osservati nel 2011’.

Ma secondo i dati delle analisi delle acque reflue, commissionati dal Dpa all’Istituto Mario Negri di Milano, ci sarebbe un incremento dell’uso di cocaina stimato dalle tracce trovate nelle fognature di alcune grandi città italiane: dalle 5,6 dosi giornaliere per mille abitanti stimate nel 2011, si è passati a 6,7 dosi nel 2012.

Calano le morti per overdose dal 1999 ad oggi, anche se nell’ultimo anno c’è stato un lieve aumento: nel 2012 sono stati 390, contro i 1.002 del 1999. L’Umbria resta la regione più critica, con un tasso di mortalità acuta droga correlata pari a quasi 4 decessi ogni 100.000 residenti, mentre l’eroina risulta essere la prima sostanza responsabile delle morti per overdose; la seconda è la cocaina. L’età media dei deceduti è di 37 anni.

A preoccupare il Dipartimento, però, sono i dati che riguardano gli adolescenti. Aumentano sul web i siti tematici sulla cannabis, siti internet a favore della legalizzazione, specializzati nella vendita di prodotti per la sua produzione e del consumo: quest’anno sono oltre 800 mila, 600 mila in più rispetto al 2008 e il dato, spiega il Dpa, è sottostimato.

Tantissime, inoltre, le pagine sui social network, sui blog e sui forum dedicate alla cannabis, incremento che secondo il Dpa è da correlare con l’aumento dell’uso di cannabis tra gli adolescenti. In espansione, soprattutto su internet, anche il mercato delle nuove droghe. Monitorato dal sistema nazionale di allerta precoce del Dpa, si tratta di un fenomeno che ad oggi ha portato alla luce oltre 250 nuove molecole in entrata sul territorio italiano ed europeo.

Preoccupa la relazione tra droghe e gioco d’azzardo tra gli adolescenti. Secondo la relazione, si stima che nell’anno 2013 circa 1.250.000 studenti delle scuole superiori di secondo grado abbiano partecipato ad un gioco d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno. Ma tra gli studenti tra i 15-19 anni con gioco d’azzardo problematico o patologico, il Dpa ha evidenziato che ‘gli adolescenti con comportamenti di gioco patologico hanno un uso contemporaneo di sostanze stupefacenti pari al 41,7 per cento’.

Complessivamente, sulla popolazione generale, i giocatori d’azzardo ‘patologici’ vanno dallo 0,5% al 2,2%, con una stima racchiusa tra 300.000 e circa 1,3 milioni di persone”.


I campi di lavoro in Cina

22 luglio 2013

Generalmente quando nei mass media si scrive di quanto avviene in Cina si fa riferimento soprattutto al notevole sviluppo economico che l’ha contraddistinta negli anni passati e che continua a caratterizzarla anche se a ritmi un po’ più ridotti. Meno frequentemente si  analizza la situazione dei diritti umani che è, invece, pessima. I campi di lavoro, ad esempio, rappresentano una vera e propria vergogna e dovrebbe essere aboliti il prima possibile.

Quanto si verifica nei campi di lavoro in Cina viene preso in esame in un articolo pubblicato su www.ilpost.it.

“Lunedì 15 luglio, una donna è stata risarcita da un tribunale della provincia di Hunan, in Cina, con circa 3.000 yuan (poco più di 300 euro) per essere stata arrestata e detenuta per diciotto mesi in un campo di rieducazione.

La storia di Tang Hui ha suscitato in Cina un ampio dibattito sul sistema giudiziario che concede alla polizia la possibilità di rinchiudere le persone accusate di reati minori – come droga, prostituzione o ‘disturbo sociale’ – nei campi di lavoro, senza dar loro la possibilità di rivolgersi all’autorità giudiziaria.

Nell’ottobre del 2006 sette uomini rapirono la figlia undicenne di Tang Hui, la violentarono e la costrinsero a prostituirsi. La madre si rivolse alla polizia locale che, però, non diede molta importanza al caso, commettendo anche diversi errori durante le indagini.

Tang Hui iniziò a raccontare e a dare visibilità alla propria storia sul web. Tre mesi dopo – in modo poco chiaro, secondo quanto scrive il New York Times – la madre riuscì a liberare la figlia
e si rivolse al tribunale di Changsha, capitale della provincia di Hunan, per denunciare i responsabili del rapimento.

Nel 2012 le sette persone che avevano rapito la figlia di Tang Hui furono arrestate e condannate a varie pene: due di loro furono condannati a morte, quattro all’ergastolo e uno a 15 anni di carcere.

Tang Hui decise di non fermarsi e di presentare una serie di petizioni alla Corte di giustizia di
Pechino per chiedere che venissero puniti anche i mandanti del sequestro. Molti media locali iniziarono a raccontare la sua storia, tanto che nei titoli dei giornali Tang Hui era ormai conosciuta come ‘la mamma delle petizioni’.

Le sue proteste furono spesso plateali, come quando passò diverse ore in ginocchio davanti al tribunale di Changsha. La polizia locale, nell’agosto del 2012, decise dunque di arrestare Tang Hui e spedirla in uno dei campi di lavoro della provincia per un periodo di 18 mesi, con l’accusa di aver compromesso la ‘stabilità sociale”: nel frattempo, nessuno dei tribunali a cui lei si era
rivolta accolse il suo ricorso.

La decisione presa dalla polizia della provincia di Hunan provocò fin da subito una serie di forti proteste e Tang Hui divenne il simbolo della battaglia contro i campi di lavoro cinesi.

Il 15 luglio 2013 l’alta corte del tribunale di Changsha – a cui si era rivolta Tang Hui prima di essere rinchiusa – ha stabilito che la donna dovesse essere liberata e risarcita con 3.000 yuan per ‘violazione della sua libertà’. Il capo della polizia della provincia di Hunan ha anche rivolto pubblicamente le sue scuse a Tang Hui.

Il sistema cinese di punizione e rieducazione ‘attraverso il lavoro’ si chiama laogai e comprende prigioni, centri di detenzione, ospedali psichiatrici e veri e propri campi di lavoro chiamati laojiao.

Il laojiao è un metodo di ‘detenzione amministrativa’ per cui si può essere imprigionati direttamente
dalla polizia senza nessuna sentenza, fino a 3 anni.

I campi di lavoro iniziarono ad essere usati in modo sistematico in Cina a partire dagli anni Cinquanta con Mao Zedong come strumento per punire chi si opponeva al regime (seguendo l’esempio dei Gulag russi). Dopo la morte di Mao, nel 1982, si stabilì che la durata massima della condanna ai laogai fosse di tre anni, ma non ne venne mai messa in discussione l’esistenza.

Anche oggi – nonostante le numerose condanne internazionali e una convenzione dell’Onu che
ne chiede l’abolizione e che la Cina non ha mai ratificato – è un sistema che continua ad essere utilizzato dalla polizia locale per punire i responsabili di reati minori, come tossicodipendenti e prostitute, o i dissidenti di ogni tipo, dagli attivisti religiosi a quelli politici.

Tutti coloro che vengono inviati nei campi di lavoro non hanno la possibilità, dal momento in cui vi entrano, di rivolgersi all’autorità giudiziaria. Le uniche notizie sulle condizioni di vita dei campi le conosciamo attraverso le testimonianze degli ex detenuti come ad esempio Harry Wu, ora cittadino Usa, che ha trascorso nei campi 19 anni e ha scritto libri raccontando la propria esperienza.

Wu ha parlato di uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi, di sedute periodiche di ‘critica’ e ‘autocritica’ in cui i detenuti si accusano a vicenda, di isolamento e di lavoro forzato fino a 16 ore al giorno.

Sul numero dei campi presenti sul territorio cinese e sul numero dei detenuti non si hanno informazioni ufficiali. La Laogai Research Foundation, organizzazione statunitense che si occupa della diffusione di notizie riguardo i laogai e le altre violazioni dei diritti umani in Cina, ha pubblicato nel 2008 un catalogo dei campi di cui è a conoscenza e in cui sono elencati 1422 luoghi di detenzione attualmente attivi.

La storia di Tang Hui e della sua detenzione in un laojiao è diventata un caso politico poiché rappresenta un precedente importante per una possibile messa in discussione della pratica, spesso abusata dalla polizia locale cinese, di utilizzare i campi di lavoro come misura detentiva.

Il Quotidiano del Popolo, il giornale del Partito Comunista cinese, ha ad esempio scritto che ‘la
sentenza ispira una nuova e profonda fiducia nella giustizia’.

Da alcuni mesi in Cina si discute della volontà del governo di riformare il sistema giudiziario, compresa la pratica dei campi di lavoro. Gli avvocati di molte associazioni cinesi che si battono per la difesa dei diritti umani sostengono che probabilmente saranno creati dei sistemi detentivi simili, ma con un nome diverso e quindi più accettabili da parte dell’opinione pubblica.

La sentenza del tribunale di Hunan sul caso di Tang Hui, ha detto John Kamm, avvocato della fondazione cinese Dui Hua, si è basata soltanto sulla volontà del governo di calmare le proteste e non può essere considerata il primo passo per una futura riforma della giustizia”.


Camici bianchi in fuga all’estero

22 luglio 2013

Negli ultimi anni sempre più medici, dentisti, veterinari e farmacisti hanno chiesto al ministero della Salute i documenti indispensabili per lavorare all’estero: in 4 anni le richieste sono salite del 40%. L’incertezza sul futuro è la causa principale, In un comunicato di Adnkronos Salute viene analizzato il fenomeno in questione.

“Camici bianchi in fuga all’estero. Negli ultimi anni sempre più medici, dentisti, veterinari e farmacisti hanno chiesto al ministero della Salute i documenti indispensabili (attestato di conformità Ue) per poter lavorare all’estero, all’interno della Comunità europea. Soprattutto: Germania, Gran Bretagna e Danimarca.

Dal 2009 al 2012 si è infatti registrato un aumento di queste richieste pari al 40%. E’ quanto emerge dai dati del ministero della Salute, elaborati dall’Adnkronos Salute.

Nel complesso, negli ultimi quattro anni sono arrivate al ministero di Lungotevere Ripa circa 5.000 richieste di questo tipo. Incertezze sul futuro e insoddisfazione sul lavoro le principali cause che spingono i medici, dentisti e, un po’ a sorpresa, anche i farmacisti italiani a varcare il confine.

Se nel 2009 a chiedere i documenti per esercitare la professione all’estero sono stati 1.017 professionisti, alla fine di quest’anno le richieste per un ‘lasciapassare’ dovrebbero toccare la soglia di 1.600.

Insomma, i giovani camici bianchi italiani, sempre di più, si organizzano per cercare fortuna lontano da casa.

Questo il dettaglio dell’analisi: nel 2009 sono stati aperti 1.017 fascicoli relativi a professionisti (medici, odontoiatri, veterinari e farmacisti) che hanno chiesto i certificati per la libera circolazione nei Paesi Europei; nel 2010 le richieste sono state 1.151. E ancora: 1.201 nel 2011 e 1.413 nel 2012.

Insomma, nei quattro anni analizzati le richieste di migrazione sono state in totale 4.782. E il trend non accenna ad invertire la rotta. Le stime effettuate dagli esperti del ministero della Salute per il 2013 fanno ipotizzare l’apertura di circa 1.600 fascicoli al 31 dicembre di quest’anno.

Il ministero di Lungotevere Ripa precisa che ‘la richiesta dell’attestato di conformità, di per sè, non è direttamente riconducibile alla volontà del professionista di trasferirsi nell’immediato in un Paese dell’Unione Europea, né tantomeno che il professionista abbia già un’offerta di lavoro in un Paese dell’Unione’.

Il ministero precisa inoltre che nei dati globali ‘rientrano anche i neo laureati che pensano di frequentare una scuola di specializzazione all’estero’”.


Amnesty International, illegale l’espulsione in Kazakistan di Alma Shalabayeva e di sua figlia

17 luglio 2013

Il governo italiano deve indagare e rendere pubbliche tutte le circostanze che hanno portato all’espulsione illegale della moglie e della figlia dell’oppositore politico kazako Mukhtar Ablyazov. Lo ha dichiarato il 16 luglio Amnesty International, mentre il parlamento italiano si apprestava a esaminare le conclusioni dell’inchiesta del ministero dell’Interno sulle accuse di collusione tra Italia e Kazakistan e altre violazioni della legge italiana.

Amnesty International ha esaminato la vicenda in un comunicato.

“‘Le autorità italiane devono assicurare che vi sarà un pieno accertamento dei fatti, inclusa ove necessario l’apertura di procedimenti penali, per ogni violazione dei diritti umani delle due persone espulse.  Solo in questo modo potrà essere messa da parte ogni accusa di collusione con le autorità del Kazakistan’ – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Il 29 maggio Alma Shalabayeva e la sua figlia di sei anni, Alua Ablyazova, erano state prelevate dalla loro abitazione a Roma a seguito di un raid della polizia che avrebbe avuto per obiettivo Mukhtar Ablyazov, sul quale pendevano un mandato di cattura per accuse di frode emesso dalla Gran Bretagna e una richiesta di estradizione da parte del Kazakistan.

Il 31 maggio, dopo un procedimento di espulsione dalla velocità sospetta, Alma Shalabayeva e sua figlia erano state costrette dalla polizia italiana a salire a bordo di un aereo privato diretto in Kazakistan.

Il 12 luglio, il governo italiano ha retroattivamente annullato l’ordine di espulsione, riconoscendo che il rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e di sua figlia aveva violato la legge italiana.

‘L’annullamento dell’ordine di espulsione è un piccolo passo avanti in una vicenda che richiede trasparenza e assunzione di responsabilità a ogni livello da parte delle autorità di polizia e di governo. È grottesco che una donna e la sua piccola figlia siano state portate in tutta fretta su un aereo privato, senza un giusto processo, e inviate in un paese dove sarebbero state a rischio di persecuzione’ – ha proseguito Dalhuisen.

I mezzi d’informazione italiani hanno riferito che il 6 luglio l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha incontrato in Sardegna il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, a indicare le strette relazioni tra il governo kazako e influenti attori della politica italiana.

L’inchiesta interna della polizia italiana è stata supervisionata dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, che è anche il segretario politico del partito di Silvio Berlusconi, il Popolo della libertà.

Al momento dell’espulsione, le autorità italiane avevano fatto riferimento a irregolarità nei documenti di Alma Shalabayeva, che avrebbero giustificato il provvedimento. Tuttavia, gli avvocati della donna hanno fornito prove relative alla validità di tali documenti.

‘L’inchiesta dovrebbe essere veramente indipendente e dovrebbe apparire come tale. Siamo molto preoccupati per il fatto che il ministero dell’Interno stia indagando su se stesso, in quanto responsabile di tutte le questioni relative all’immigrazione, comprese le espulsioni. L’indagine sul rinvio forzato di Alma Shalabayeva non dev’essere considerata alla stregua di un affare interno’ – ha commentato Dalhuisen.

Il 7 giugno Alma Shalabayeva, che si trova attualmente ad Almaty insieme alla figlia, è stata incriminata per aver falsificato un documento d’identità kazako, reato punito secondo la legge kazaka con una pena da due a quattro anni di carcere.

‘Alma Shalabayeva è ora nelle mani del governo del Kazakistan, tristemente noto per fabbricare accuse contro gli oppositori politici e le persone a loro associate e che vanta una lunga storia di torture, maltrattamenti e processi clamorosamente iniqui. Qualsiasi funzionario o esponente politico italiano coinvolto nell’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia, poste dunque a rischio di subire tali violazioni dei diritti umani, dovrebbe essere chiamato a risponderne’ – ha concluso Dalhuisen.

Ulteriori informazioni

Mukhtar Ablyazov ha ottenuto asilo nel Regno Unito nel 2011, in quanto a rischio di persecuzione in Kazakistan.

In precedenza, Ablyazov aveva occupato posti di rilievo nel governo kazako. Nel 2001, insieme ad alcuni esponenti politici e uomini d’affari di primo piano, aveva fondato il movimento politico Scelta democratica del Kazakistan.

Nel 2002, era stato accusato di abuso d’ufficio e appropriazione indebita di fondi statali, accuse che Amnesty International ritiene fossero motivate politicamente, e condannato a sei anni di carcere.

Durante la detenzione era stato picchiato e sottoposto ad altri maltrattamenti affinché desistesse da ogni attività politica. Nel 2003 era stato rilasciato a condizione che abbandonasse la vita politica. Nel 2009 aveva lasciato il Kazakistan e aveva preso la residenza del Regno Unito. Non è noto dove si trovi attualmente”.