La crisi fa dimagrire gli italiani

31 gennaio 2013

La crisi economica ha inciso negativamente anche sui consumi di beni alimentari. Di conseguenza, per la prima volta, si sta verificando una tendenza della popolazione italiana a dimagrire. Lo sostiene la Coldiretti.

In un comunicato dell’Adnkronos si riferisce quanto rilevato dalla Coldiretti.

“‘Quasi un italiano su due è in sovrappeso (45,8% con un aumento record del 28% negli ultimi 20 anni, ma con la crisi si registra per la prima volta una inversione di tendenza e la popolazione dimagrisce’.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sugli effetti della crisi sull’alimentazione degli italiani in base delle serie storiche dell’Istat.

‘La situazione resta preoccupante per il 56,2% di uomini ed il 36,1% di donne con forme abbondanti ma in Italia nell’ultimo triennio – sottolinea la Coldiretti – si è registrato un significativo calo del numero di cittadini in sovrappeso di mezzo punto percentuale, con oltre 250.000 persone che hanno stretto la cinghia dei pantaloni e sono ora in perfetta forma’.

 ‘I maggiori sacrifici in questi ultimi tre anni di crisi – continua la Coldiretti-  sono stati fatti nel mezzogiorno dove sono aumentati del 2,2% gli abitanti in peso forma ma sono anche cresciute quasi dell’1% le donne che sono rientrate nella taglia giusta’.

‘La bilancia – prosegue la Confederazione degli imprenditori agricoli – conferma dunque i dati sul calo dei consumi alimentari degli italiani che hanno registrato una riduzione dello 0,6% nel commercio alimentare al dettaglio che risparmia solo i discount, in aumento dell’1,6% nei primi undici mesi del 2012 secondo l’Istat’.

‘Se la riduzione del peso medio è in generale un fatto positivo a preoccupare è dunque – sostiene la Coldiretti – la qualità dell’alimentazione con gli italiani che sono stati costretti a tagliare in quantità prodotti base della dieta mediterranea come il pesce fresco (-3,4%) o la frutta (-1,9%) secondo i dati Ismea dei primi nove mesi del 2012, mentre si registra un aumento negli acquisti di prodotti low cost spesso di origine incerta e con dubbie caratteristiche salutistiche e nutrizionali’.

‘Le frodi a tavola si sono moltiplicate nel tempo della crisi e – precisa la Coldiretti – si fondano sull’inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti mentre oltre un certo limite non è possibile farlo se non si vuole mettere a rischio la salute’.

Le preoccupazioni, secondo la Coldiretti, ‘riguardano anche il fatto che l’Italia è un forte importatore di prodotti alimentari, con il rischio concreto che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese e l’extravergine tunisino le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate provenienti dall’estero’.

‘Allarmi sugli effetti della crisi sulla salute dei cittadini vengono anche dal mondo scientifico come l’osservatorio europeo delle politiche e dei sistemi sanitari che – riferisce la Coldiretti – ha dimostrato il forte impatto della crisi economica sui servizi sanitari dei Paesi europei per colpa anche della cattiva alimentazione poiché con le tasche vuote i cittadini sono più portati al consumo di cibi meno sani’.

‘Un problema che – sottolinea Coldirett i- riguarda anche le giovani generazioni con la societa italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) che ha lanciato recentemente l’allarme sul fatto che con la crisi gli italiani per i propri bambini si rivolgono più facilmente a cibi di scarsa qualità, gustosi, poco costo con snack e merendine e bevande zuccherate che prendono il posto di alimenti più salutari, come cereali, pesce, frutta fresca e verdura’.

‘Se nelle città la Coldiretti ha promosso i mercati degli agricoltori di Campagna Amica per favorire l’acquisto di prodotti genuini al giusto prezzo, nelle scuole – ricorda la confederazione degli imprenditori agricoli – è impegnata nel progetto ‘educazione alla Campagna Amica’ che coinvolge oltre centomila alunni delle scuole elementari e medie in tutta Italia che partecipano ad oltre tremila lezioni in programma nelle fattorie didattiche e agli oltre cinquemila laboratori del gusto organizzati nelle aziende agricole e in classe’.

‘In questo momento di difficoltà l’obiettivo – conclude la Coldiretti – è quello di formare dei consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce i prodotti dell’agricoltura con i cibi consumati ogni giorno’”.


Ai disabili gravissimi solo le briciole

29 gennaio 2013

Mariangela Lamanna, portavoce del comitato 16 novembre, ha dichiarato che per i disabili gravissimi, nonostante le proteste e le promesse del governo, con la ripartizione alle Regioni del fondo nazionale per le politiche sociali, sono state previste risorse finanziarie del tutto insufficienti.

Della dichiarazione di Lamanna riferisce un articolo di Eleonora Camilli pubblicato su www.superabile.it.

“‘Sono solo briciole, che abbiamo ottenuto dopo un anno di presidi e sit-in. Altro che inversione di rotta. Chi si attribuisce meriti non ha rispetto per questi ammalati , che sono scesi ripetutamente in piazza, sono stati costretti a mobilitarsi e hanno sopportato sei presidi nonostante avessero disabilità molto gravi’.

Così Mariangela Lamanna, portavoce del comitato 16 novembre, commenta la notizia della ripartizione alle Regioni del fondo nazionale per le politiche sociali, di cui verrà destinato il 30% alle persone con disabilità gravissima, compresi i malati di Sla.

‘È scandaloso chi dice, come la Rambaudi, che anche se è poco siamo riusciti a portare a casa questo risultato – aggiunge Lamanna -. È un risultato attribuibile solo ai disabili gravissimi che hanno sopportato un anno di presidi e incontri con i vari ministeri’.

Ma sull’ammontare delle risorse stanziate a favore delle disabilità gravi, il comitato non si dice affatto soddisfatto.

‘Sono solo briciole, non sono risorse affatto sufficienti. Il sottosegretario Guerra stesso ci ha detto che per fare un buon piano sulla non autosufficienza ci vuole un miliardo e mezzo – afferma Lamanna – . Per noi quindi questo stanziamento è ridicolo, accetteremo queste briciole ma non vuol dire che staremo zitti e buoni’.

Lamanna sottolinea anche un’altra criticità: ‘in base ai criteri di legge, la ripartizione dovrà essere fatta in base all’incidenza della popolazione non in base al numero dei malati.

Questo vuol dire che i malati gravissimi che si trovano nelle regioni più popolose saranno discriminati e avranno un contributo minore. È un’ingiustizia a cui ci auguriamo che la prossima legislatura voglia porre rimedio’.

Infine la portavoce del comitato riserva una battuta polemica al presidente del Consiglio Mario Monti: ‘non ci stupisce che abbiamo dovuto lottare come pazzi per quattro soldi, d’altronde la stessa Annalisa Minetti ha detto di essere stata chiamata dal premier per candidarsi nella sua lista, perché lui non ne sa molto di disabilità. È un’affermazione che ci spaventa’”.


10 richieste di Amnesty per i diritti umani in Italia

27 gennaio 2013

Amnesty International Italia ha predisposto un’agenda contenente dieci richieste, da sottoporre ai leader delle coalizioni e ai candidati che si presenteranno alle prossime elezioni politiche, tendenti a migliorare la situazione dei diritti umani in Italia.

In un comunicato Amnesty riferisce di questa agenda.

“A un mese dalle elezioni del 24 e 25 febbraio, Amnesty International Italia ha lanciato la campagna ‘Ricordati che devi rispondere. L’Italia e i diritti umani’, attraverso la quale sottoporrà ai leader delle coalizioni in lizza (Berlusconi, Bersani, Giannino, Grillo, Ingroia, Monti e Pannella) e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.
‘Il benessere di un paese si misura anche dal rispetto dei diritti umani. Oggi, alla luce dei fatti, in Italia questo rispetto non è assicurato’ – ha dichiarato Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia.

‘Essere donne, partecipare a una manifestazione, essere migranti, rom, gay, detenuti significa rischiare di subire violazioni dei diritti umani. In tempi di crisi economica, con l’aumento delle tensioni sociali da una parte e, dall’altra, l’accento della politica sulle sole questioni finanziarie, questa situazione potrebbe aggravarsi’.

‘Nonostante i richiami dei comitati internazionali di monitoraggio e le richieste della società civile, le falle del sistema e scelte politiche fuori luogo hanno prodotto in questi anni violazioni, ingiustizia, sofferenza e disgregazione sociale’ – ha proseguito Weise.

‘Un governo che ha cuore il paese, ha a cuore i diritti umani di chi ci vive e se ne sente responsabile. Un parlamento che intende esercitare pienamente la sua funzione, legifera per la protezione e il benessere di tutti, nel segno dei diritti e del rispetto della dignità di ogni persona. È quello che chiediamo. Nulla di meno’ – ha concluso Weise.

‘Per questo motivo” – ha spiegato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia – ‘in occasione delle elezioni del 24 e 25 febbraio, abbiamo deciso di sottoporre ai leader delle coalizioni e delle forze politiche, e a tutti i candidati e le candidate, un vero e proprio programma di riforme nel campo dei diritti umani, basato su 10 richieste prioritarie. Chiediamo a chi si propone alla guida del paese di esprimersi chiaramente su ogni punto, prendendo una posizione netta a riguardo, davanti all’elettorato’.

Le richieste dell’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia sono:

– garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura
– fermare il femminicidio e la violenza contro le donne
– proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione
– assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri
– combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate)
– fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom
– creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani
– imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani
– lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati
– garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.

L’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia è stata inviata, con una richiesta d’incontro, ai leader delle coalizioni e delle forze politiche ed è disponibile sul sito www.ricordatichedevirispondere.it, assieme a un appello che consentirà di aderire alle 10 richieste di Amnesty International.

Nel corso delle prossime settimane, il sito www.ricordatichedevirispondere.it darà conto delle risposte, o delle mancate risposte, dei leader e di tutti i candidati.

La campagna ‘Ricordati che devi rispondere. L’Italia e i diritti umani’ proseguirà anche dopo l’inizio della legislatura, chiedendo al nuovo governo e al nuovo parlamento di agire per realizzare gli obiettivi contenuti nelle 10 richieste”.


Sanità in ginocchio

23 gennaio 2013

I problemi della sanità pubblica sono stati al centro di un’assemblea organizzata dalla Cgil nella quale sono state avanzate alcune proposte rivolte al prossimo governo.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it  si riferisce di quanto avvenuto nel corso dell’assemblea in questione

“Non c’è più tempo. La sanità pubblica ha perso trenta miliardi per i tagli lineari dal 2011 a oggi: 20 col governo Berlusconi e dieci con l’esecutivo di Monti.

È dunque il momento di rilanciare il servizio sanitario nazionale, pubblico e universale, per garantire l’assistenza territoriale 24 ore su 24, ma anche creare e salvaguardare il lavoro e avviare processi di partecipazione.

Queste le proposte della Cgil, illustrate nel corso di un’assemblea pubblica a Roma e pronte per l’attenzione del prossimo governo.

Le ultime sforbiciate ‘hanno messo in discussione la garanzia dei Livelli essenziali di assistenza, le condizioni di lavoro e persino i livelli di occupazione’, osserva il segretario confederale Vera Lamonica. Una constatazione che parte dai numeri: la spesa italiana per la sanità, al contrario di quanto molti pesano, è più bassa della media Ocse (i paesi più avanzati) e inferiore anche nel confronto con Germania e Francia.

Se è vero che ci sono margini per migliorarla e combattere il malaffare, la priorità – sostiene la Cgil – dev’essere rafforzare il sistema, non certo privatizzarlo.

‘Si parla molto di quello che non funziona e poco delle eccellenze della sanità, dei tanti che lavorano senza stipendio o senza la certezza del loro posto’, rileva il leader della confederazione, Susanna Camusso, nel suo intervento.

‘Basta coi commissariamenti, la logica dell’emergenza nella sanità sta diventando intollerabile. Un sistema universale per la sanità, anche per chi non ha formalmente in tasca i documenti da cittadino italiano, si costruisce giorno per giorno e non lo si può fare se non si riconosce nella contrattazione lo strumento per modificare e aggiornare il lavoro’.

L’auspicio è che stia per finire la stagione dei tagli: ‘Cominciamo a pensare a come usare al meglio le risorse pubbliche. Da questo punto di vista sfidiamo il privato se vuole stare nella competizione per i servizi’.

Un nodo da sciogliere è quello dei piani di rientro. Lo spiega Giovanni Bissoni, presidente dell’Agenas: ‘Il prossimo governo deve capire questa fase va definitivamente chiusa: è un’impostazione che tutela i conti dello Stato, non la salute’, col risultato che chi abita nelle regioni in disavanzo ‘se lo ritrova sulle tasse pur avendo servizi peggiori’, spiega il responsabile dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali…

‘Se difendere il servizio sanitario nazionale significa essere etichettati come conservatori, allora siamo orgogliosi di esserlo’. Così il segretario generale della Fp Cgil, Rossana Dettori. ‘Nella pubblica amministrazione – aggiunge – i lavoratori sono sbeffeggiati e etichettati come fannulloni, ma sono senza contratto da 37 mesi e molti ancora precari’.

Dal punto dei vista degli appalti la musica non cambia. ‘Le decine di migliaia di lavoratori delle ditte in appalto al servizio sanitario, massacrati a livello sociale dai provvedimenti del governo, sono tra le prime vittime della spending review’, ricorda il segretario della Filcams, Franco Martini.

Dal lato dei servizi, tra chi non ce la fa troviamo soprattutto gli anziani. ‘Gli ultimi due governi hanno cancellato il fondo per la non autosufficienza’, sottolinea il segretario generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, ricordando che oggi il rischio di finire nella povertà coinvolge tre milioni di famiglie, che il 30% dei malati rinuncia a curarsi e tra questi nove su dieci sono anziani. E senza un modello di welfare universale si arriva a casi limite come ‘le residenze lager per gli anziani’…”.


In forte calo le adozioni ma non la tratta dei minori

22 gennaio 2013

Secondo il rapporto della commissione adozioni internazionali nel 2012, in Italia, le adozioni si sono ridotte di oltre il 20%. I motivi sono diversi, tra i quali soprattutto il rallentamento delle attività burocratiche registratosi in alcuni Paesi. Non diminuisce però il numero dei bambini vittime di tratta.

Il rapporto viene analizzato in un articolo di Toni Castellano pubblicato su www.gruppoabele.org.

“In Italia sono stati adottati nel 2012 oltre 3000 minori, con un calo di oltre il 20 percento rispetto all’anno precedente. Non subisce battute d’arresto, invece, il traffico internazionale dei bambini, sfruttati per accattonaggio, prostituzione o destinati al commercio di organi.

Lasciare il proprio Paese da piccoli, per cominciare una vita migliore. Questa sorte tocca una piccola percentuale di minori, spesso provenienti da Stati in cui la guerra, la povertà e la mancanza di una rete famigliare minano le possibilità di avere una vita dignitosa o molto spesso, semplicemente di diventare adulti.

La pratica delle adozioni internazionali è molto complicata, sia per i soggetti coinvolti (minori), sia perché deve far concordare normative di Paesi diversi e spesso molto distanti tra loro.

Le anticipazioni del rapporto della Commissione Adozioni Internazionali dicono che nel 2012 sono stati 3.106 i bambini adottati in Italia, provenienti da 55 diversi Paesi e affidati a 2.469 famiglie.

Rispetto all’anno precedente le adozioni si sono ridotte del 22,8%.

La flessione è dovuta per alcuni Paesi al miglioramento di politiche interne di sostegno alle famiglie, alle adozioni nazionali e alla tutela dei minori (Ungheria, Lituania, Lettonia). Ma per la maggior parte dei casi, la diminuzione – spiega il comunicato della Commissione Adozioni Internazionali – ‘è dovuta principalmente al rallentamento delle attività burocratiche’ constatato in alcuni Paesi: in Colombia, ad esempio, a causa della revisione delle procedure dichiarative dello stato di abbandono, che ha necessariamente comportato un rallentamento delle procedure di adozione; in Bielorussia, per via dell’esaurimento, quasi totale, delle procedure instradate nel 2009; mentre in Vietnam, in India e in Polonia, la causa principale è la progressiva, ma non ancora completa, riattivazione delle procedure dopo l’entrata in vigore delle rispettive nuove normative interne. Infine, in Ucraina, a causa di ricorrenti difficoltà procedurali interne.

Un segnale positivo viene invece dal consolidamento della collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, il Burkina Faso, il Cile, la Repubblica Democratica del Congo.

Molti sono invece, secondo l’osservatorio di Unicef e Save the Children i minori vittime di tratta: la cifra, su cui è difficile avere un quadro completo, è stimato attorno al milione in tutto il mondo.

Il commercio di bambini è considerato uno dei crimini peggiori, eppure le stime sono ogni anno in aumento. Per la maggior parte le vittime sono bambine. Costrette a lavorare in casa, mendicare o prostituirsi, quando non destinate all’espianto di organi.

I potenziali trafficanti sfruttano le lacune normative dei Paesi da cui prelevano il minore. Una volta che il bambino esce dal confine, lo Stato non è più tenuto a occuparsene.

L’Europa, ricca e civilizzata, è un continente appetibile per la vendita di bambini che provengono da Paesi più poveri.

Le attuali pene detentive per i trafficanti sono basse (tra i 2 e i 5 anni di reclusione). Tuttavia è già pronta una nuova direttiva europea, la cui attuazione è prevista per il prossimo aprile, che dice che la pena detentiva minima per i trafficanti verrà innalzata a cinque anni per vittime adulte, e a dieci per minori.

Il crimine, per la sua natura transnazionale è molto difficile da investigare e se si tiene conto della vulnerabilità delle vittime si capisce quali possono essere le difficoltà. Fino a quando non aumenteranno denunce e processi, il traffico illegale continuerà ad essere redditizio che rischioso, per chi lucra sui diritti e la dignità di chi è più indifeso”.


Legalizzare la prostituzione?

20 gennaio 2013

Si discute spesso circa l’opportunità di legalizzare la prostituzione. Le posizioni sono anche molto diverse tra loro. Se ne occupa il giornale tedesco “Frankfurter Allgemeine”. Di come affronta la questione questo giornale riferisce Alessandra Cristofari in un articolo pubblicato su www.giornalettismo.com.

“La legalizzazione della prostituzione porta giovamento alle strade della città? Gli economisti di tutto il mondo si interrogano e il Frankfurter Allgemeine prova a dare la risposta.

‘Perché le prostitute guadagnano un sacco di soldi con un lavoro che non richiede una formazione specifica?’ chiede il Frankfurter Allgemeine e gli economisti hanno esaminato il caso cercando di fornire il quadro del salario.

Quando gira così tanto denaro viene spontaneo chiedersi se sia il caso di legalizzare il mestiere più antico del mondo ma la questione solleva fondamenti dell’etica e non solo economici.

Lo scorso anno Dreher Axel, Young Cho ed Eric Neumayer rispettivamente delle università di Heidelberg, Berlino e Londra hanno raccolto dati per uno studio comparativo internazionale ‘La legalizzazione della prostituzione incrementa il traffico umano?’.

La conclusione è che la liberalizzazione favorisce il traffico e aumenta il numero delle persone che vengono trattate come merce di scambio in alcuni paesi.

Aumenta anche il traffico delle persone nelle frontiere? ‘C’è quasi un effetto sostitutivo che cambia dal traffico delle prostitute illegale a quello legale’ scrivono i tre autori.

Per giungere a queste conclusioni, gli studiosi hanno esaminato 161 paesi e i dati raccolti dalle Nazioni Unite su droga e criminalità dal 1996 al 2003.

Gli autori hanno scoperto una relazione significativa tra legalizzazione e traffico di esseri umani, ammettendo però che i loro dati vanno esaminati con le dovute precauzioni in quanto c’è una grande quantità di informazioni non emerse pubblicamente.

‘Le nostre conclusioni si basano su dati statistici’. Ad esempio, in Germania la prostituzione è diventata un mestiere regolare con tanto di contributi da versare ma l’anno successivo il numero delle vittime della tratta era salito fino a 24.700 facendo del paese un ‘cacciatore di prostitute’.

I ricercatori ammettono però un miglioramento della qualità di vita per le lavoratrici anche se il parere resta contrario”.


L’identikit del lavoratore domestico

17 gennaio 2013

In uno studio della Fondazione Leone Moressa vengono analizzate le principali caratteristiche del lavoro domestico in Italia. Si rileva, tra l’altro, che nel 2011 si è registrata una riduzione del numero dei lavoratori domestici stranieri.

In un comunicato pubblicato su www.fondazioneleonemoressa.org, è contenuta una sintesi dello studio in questione.

“Sebbene rispetto ad altri settori la crisi abbia colpito in maniera moderata il comparto del lavoro domestico, tuttavia si registra una diminuzione del – 5,2% tra i lavoratori stranieri tra il 2010 e il 2011.

Tale contrazione non sembra riguardare i lavoratori italiani, che registrano invece un aumento del 3,0%.

Il lavoro domestico rimane comunque prevalentemente appannaggio della popolazione straniera, che copre l’80,3% della manodopera complessiva impiegato in questo settore.

La popolazione dei lavoratori domestici è costituita prevalentemente da donne: le lavoratrici italiane hanno un’età media di 46 anni, mentre le straniere sono più giovani di 3 anni. Mediamente queste ultime lavorano più ore settimanali delle italiane: 27 ore a fronte di 19, ma dichiarano meno settimane: 35 per le straniere e 38 per le italiane. Le lavoratrici straniere ricevono una retribuzione media di 6.411 €, mentre le italiane percepiscono mediamente 5.153 € all’anno. Esiste poi una lieve differenza di reddito tra le lavoratrici comunitarie (1.057 €) e quelle extracomunitarie (1.102 €). Rispetto al 2010 la retribuzione delle donne straniere è aumentata del 10 %. La maggioranza (60,2%)degli stranieri impiegati in questo settore provengono dall’Europa.

I contribuenti stranieri risultano essere circa 770.000, di cui il 60,9% è costituito da lavoratori provenienti dall’Europa dell’Est e il 17,6% dall’Asia orientale. I sud americani sono coloro che versano l’ammontare maggiore in termini di contributi (1.188 €) al contrario dei Nord Africani che invece non arrivano ai 1.000 € (855 €).

Lombardia e Lazio raccolgono oltre un terzo dei lavoratori domestici presenti sul territorio nazionale, rispettivamente il 20,2% e il 17,2%. L’incidenza maggiore degli stranieri sul totale dei lavoratori domestici si riscontra in Lazio (88,1%), Emilia Romagna (87.8%) e Lombardia (87,5%). La Sardegna, in questo senso, si distingue per essere la regione in cui rimane prevalente l’impiego di lavoratori autoctoni in questo settore: gli stranieri rappresentano solo il 23,7 % del totale dei lavoratori domestici. Roma, Milano e Torino si riconfermano le prime tre province per numero di lavoratori domestici: la capitale, con oltre 109.000 iscritti all’Inps raccoglie il 15,5% dei lavoratori domestici italiani, seguita da Milano (11,7%) e Torino (4,8%).

‘La popolazione dei lavoratori domestici sembra mantenere alcune caratteristiche di base, quale per esempio la prevalenza di donne, anche se si osserva uno slittamento graduale verso una popolazione più anziana e verso livelli di reddito leggermente più elevati. Questa tendenza rispecchia il trend generale di invecchiamento e radicamento sul territorio che sta seguendo l’intera popolazione straniera’, affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa. ‘Tuttavia, anche in questo settore che ha reagito meglio di altri alla crisi economica, gli stranieri hanno subìto una contrazione maggiore degli italiani rispetto al 2010’”.