Un milione di bambini muore nel primo giorno di vita

26 febbraio 2014

In tutto il mondo, secondo Save the Children, 1 milione di bambini muore nel primo giorno di vita, ogni anno. 3 milioni muoiono nel periodo neonatale, cioè nei primi 28 giorni dalla nascita. 40 milioni di donne partoriscono senza aiuto qualificato e 2 milioni sono completamente sole al momento del parto.

Questi dati sono contenuti in un comunicato pubblicato su www.savethechildren.it.

“Dei 6,6 milioni di bambini che ogni anno muoiono prima di aver compiuto 5 anni, quasi la metà – 2,9 milioni – sono quelli che hanno perso la vita nel periodo neonatale, entro cioè i primi 28 giorni dalla nascita.

Tra questi, 1 milione di bambini muore nel primo giorno di vita, spesso il più pericoloso, a causa di nascite premature e complicazioni durante il parto – come ad esempio travaglio prolungato, pre-eclampsia ed infezioni – e spesso perché le loro madri – ben 40 milioni ogni anno – partoriscono senza aiuto qualificato.

Un altro milione e 200.000 bambini nascono già morti ogni anno perchè il loro cuore smette di battere durante il travaglio. 2 milioni di donne sono completamente sole quando danno alla luce il loro bambino.

Questi alcuni dati diffusi oggi in tutto il mondo da Save the Children  con il rapporto “Ending Newborn Deaths”, nell’ambito della campagna globale Every One, per dire basta alla mortalità infantile, a cui oggi ha aderito anche l’attrice Eva Riccobono.

‘Nell’ultimo decennio sono stati compiuti enormi passi avanti per contrastare la mortalità infantile, passata da 12 milioni a 6,6 milioni, grazie a un intervento globale che ha visto come protagonisti le vaccinazioni, i trattamenti per polmonite, diarrea e malaria, così come la pianificazione familiare e la lotta alla malnutrizione. Ma questo percorso è ormai giunto ad una fase di stallo, se non si interviene immediatamente per contrastare la mortalità neonatale’, ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Se in Europa 1 neonato su 1000 muore nel periodo neonatale, in Africa o in alcune parti dell’Asia, il rapporto è almeno 5 volte tanto. Il Pakistan è il paese con il più alto tasso di neonati che muoiono il primo giorno o durante il travaglio (40,7 su 1000 nati), seguito dalla Nigeria (32,7) e dalla Sierra Leone (30,8).

Il rapporto di Save the Children evidenzia come l’assistenza specializzata durante il travaglio e il parto e la tempestiva gestione delle complicazioni, da sola, potrebbe prevenire circa il 50% della mortalità neonatale e il 45% di bambini nati morti intra-partum. Nell’Africa Subsahariana, il 51% dei parti non è assistito e nell’Asia sudorientale la percentuale è del 41%.

La percentuale di parti che avvengono alla presenza di personale specializzato, inoltre varia molto tra aree rurali e aree urbane, con percentuali che si attestano rispettivamente al 40 e al 76%.

In Etiopia, ad esempio, solo il 10% delle nascite avvengono in presenza di personale specializzato, mentre in alcune aree rurali dell’Afghanistan c’è solo 1 ostetrica per 10.000 persone. In India, mentre il tasso di mortalità neonatale riferito al 20% più abbiente della popolazione è di 26 neonati morti ogni 1.000 nati, quello riferito ai più poveri è di 56 su 1000.

In paesi come la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana le madri devono pagare per le cure di emergenza legate al parto, che spesso hanno lo stesso costo del cibo per un mese. In alcuni casi, alcune madri sono state trattenute fino a quando non sono state in grado di pagare per il loro taglio cesareo urgente…

‘I nuovi dati diffusi oggi rivelano per la prima volta il reale impatto della mortalità neonatale’, continua Valerio Neri. ‘Le soluzioni esistono e sono conosciute, ma c’è bisogno di una reale volontà politica per dare a questi bambini una possibilità di sopravvivere, che agisca innanzitutto sulle disuguaglianze. Senza azioni immediate e mirate, il percorso per abbattere la mortalità infantile si arresterà’.

Il fatto che alcuni Paesi abbiano compiuto significativi miglioramenti nella riduzione della mortalità neonatale testimonia che esistono delle strade percorribili per arrestare questa strage silenziosa: tra il 1990 e 2012, Egitto e Cina sono riusciti a registrare un declino delle morti neonatali del 60%, mentre in Cambogia, una delle nazioni più povere del mondo, si è avuto un decremento del 51%.

Nel tentativo di salvare milioni di vite di neonati, Save the Children invita i governi, i grandi donatori e il settore privato ad impegnarsi nel 2014 su un programma volto ad apportare un cambiamento reale, basato su cinque impegni per combattere la mortalità neonatale:

– assumere un impegno chiaro con obiettivi verificabili, che consenta di salvare ogni anno oltre 2 milioni di neonati e dei 1,2 milioni di bambini che muoiono durante il travaglio;

– impegnarsi affinchè, entro il 2025, ogni nascita sia seguita da operatori sanitari formati ed equipaggiati che possano offrire interventi sanitari essenziali ai neonati e alle loro madri;

– aumentare la spesa destinata alla salute per arrivare all’obiettivo di almeno $60 a persona previsto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità;

– investire nella formazione, l’equipaggiamento e il sostegno di operatori sanitari, assicurare la gratuità dei neonati e ai bambini, così come quelle materne gli interventi ostetrici di emergenza;

– il settore privato, comprese le società farmaceutiche, dovrebbe contribuire ad affrontare i bisogni insoddisfatti, sviluppando soluzioni innovative e aumentando la disponibilità, per le madri, i neonati e i bambini più poveri, dei prodotti già esistenti e ideandone nuovi”.


Amnesty International, fermiamo la violenza contro le donne

24 febbraio 2014

Ogni anno, in Italia, oltre 100 donne vengono uccise per mano di un uomo. In circa la metà dei casi il responsabile è il partner o l’ex partner e solo in circostanze rare si tratta di una persona sconosciuta alla donna. Amnesty International invita a sottoscrivere un appello, rivolto al presidente del Consiglio, al presidente della Camera e al presidente del Senato, nel quale sono contenute diverse richieste.

Ecco il testo dell’appello:

Egregio presidente del Consiglio,
Egregio presidente del Senato,
Egregia presidente della Camera,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Ogni anno in Italia oltre 100 donne vengono uccise per mano di un uomo. In circa la metà dei casi il responsabile è il partner o l’ex partner e solo in circostanze rare si tratta di una persona sconosciuta alla donna.

Fermare il femminicidio e la violenza contro le donne è una delle richieste contenute nell’Agenda in 10 punti per i diritti umani che Amnesty International Italia ha presentato a tutti i candidati e leader di coalizione, nell’ambito della campagna “Ricordati che devi rispondere”, nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Vi chiedo di stare dalla parte delle donne, impegnandovi per il rispetto dei loro diritti. In particolare, Vi chiedo di fare tutto quanto nelle Vostre competenze per:

– considerare la lotta alla discriminazione come forma di prevenzione della violenza,realizzando programmi educativi specifici sul femminicidio e sulla parità di genere nelle scuole e inserendo una prospettiva di genere in tutte le leggi dello stato, inclusa la legge elettorale; cambiare al tempo stesso l’immagine stereotipata della donna promuovendo codici di autoregolamentazione dei media nonché formando e sensibilizzando i suoi operatori;

– dare completa attuazione alla legge n.119/2013, in modo da garantire che le modalità di presentazione e ricezione delle denunce non procurino ulteriori conseguenze alle donne che hanno subito violenza. Incoraggiare e supportare partnership con le Organizzazioni non governative e le associazioni della società civile;

– garantire risorse finanziarie adeguate per ciò che riguarda i centri antiviolenza e i rifugi d’emergenza e aumentarne il numero;

– ratificare la convenzione delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie (ris. n. 45/158 del 18 dicembre1990), nonché recepire e dare applicazione alle direttive dell’Unione europea nn.29/2012, 99/2011, 06/2011, 93/2011 e 80/2004;

– dare attuazione alla convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro n. 189/2011 sulle lavoratrici e i lavoratori domestici;

– istituire una struttura governativa dedicata ai diritti delle donne e, dando seguito a un impegno preso da tempo dall’Italia nei confronti della comunità internazionale, creare un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani con una sezione dedicata ai diritti delle donne;

– raccogliere dati statistici disaggregati, dando piena attuazione all’art. 5 h) della legge n.119 del 2013, garantendo una raccolta e un’analisi standardizzate e periodiche dei dati relativi al fenomeno del femminicidio;

– garantire un effettivo accesso alla giustizia per le donne migranti irregolarmente presenti sul territorio italiano, abrogando il reato di immigrazione irregolare, in modo che queste siano incoraggiate a denunciare episodi di violenza.

La ringrazio per l’attenzione.


Dieci anni dalla legge 40 sulla fecondazione assistita

22 febbraio 2014

Sono passati dieci anni dall’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita, legge che impose pesanti divieti che limitarono notevolmente la possibilità di utilizzare questo tipo di fecondazione. Un bilancio di quanto avvenuto in questi dieci anni è stato tracciato da Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni.

In un articolo pubblicato su www.donneuropa.it si possono leggere le dichiarazioni rilasciate a questo proposito da Filomena Gallo.

“Sembra passato un secolo, ma sono solo dieci anni che la legge 40 sulla fecondazione assistita è stata approvata. Dalla pubblicazione fino al referendum abrogativo del 2005 le polemiche furono molte e in qualche caso addirittura feroci, imbastendo un dibattito vivacissimo e che fu capace di coinvolgere le migliori menti del Paese, da un lato e dall’altro.

Poi, come spesso accade, la questione ha perso le prime pagine e via via è finita nel dimenticatoio.

Questo non vuol dire però che la materia sia rimasta lì dove le cronache l’hanno lasciata perché in questi dieci anni, che comunque non son pochi, molte cose sono cambiate.

Abbiamo chiesto a Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’Associazione Coscioni, di commentare non solo questo anniversario ma appunto di spiegare quali passi avanti sono stati compiuti alla luce, in particolare, delle diverse pronunce di tribunali italiani e stranieri che in questi anni si sono prodotte.

Il primo dato che possiamo isolare è che la ferita del referendum è ancora aperta e non a caso la Gallo ci tiene a precisare, ricordando quei giorni concitati, che ‘in quell’occasione solo un’esigua minoranza delle persone che si recarono ai seggi si schierò per il mantenimento dei divieti che la legge prescriveva’.  Il quorum però non fu raggiunto perché partecipò solo il 25% degli aventi diritto, un dato che non ha mancato di alimentare le polemiche non solo sulla materia in discussione ma anche sulla vitalità stessa dello strumento referendario. E questa è storia.

La contesa però non si è chiusa lì e nonostante i riflettori non abbiano più illuminato la questione si è continuato a lottare in tutti questi anni su entrambi i fronti. Con risultati che non hanno sovvertito l’esito della consultazione del 2005 ma che hanno scalfito la portata di quella sconfitta.

Così, per quanto nessun disegno di legge sia mai riuscito ad approdare in Parlamento per una discussione né ad essere calendarizzato, qualcosa è avvenuto nelle aule giudiziarie: l’ultima spiaggia per le coppie infertili o portatrici di malattie genetiche che hanno tentato di veder riconosciuti i loro diritti.

Le battaglie legali hanno dunque prodotto risultati concreti: ‘Ad esempio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – spiega l’avvocato – ha condannato il divieto per le coppie fertili di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita.

Mentre nel 2009 la Corte Costituzionale si è pronunciata su due dei divieti imposti dalla legge. Ha rimosso il limite alla produzione di più di tre embrioni e ha cancellato l’obbligo di impiantare tutti gli embrioni prodotti (compresi quelli malati). E inoltre ha posto una deroga al divieto di crioconservazione’. Si tratta di sentenze significative perché hanno fornito una diversa interpretazione della legge, come nel caso della diagnosi preimpianto, che era già prevista dall’articolo 14.

Ma non è finita qui. ‘Il prossimo 8 aprile la Consulta dovrà pronunciarsi sul divieto di fecondazione eterologa, la revoca del consenso e l’utilizzo a fini scientifici degli embrioni inidonei a una gravidanza, mentre analogamente la Corte europea dei diritti dell’uomo ha fissato la data del 18 giugno prossimo per decidere in merito all’utilizzo degli embrioni nella ricerca’.

Tuttavia, nonostante questi interventi, la legge in questi anni ha provocato non pochi danni, creando gravi diseguaglianze di fatto.

Fino a qualche anno fa, infatti, era diffusissima la pratica della migrazione all’estero a scopo procreativo, cui facevano ricorso però solo le coppie capaci di sostenere le spese necessarie e che così potevano sottrarsi ai divieti imposti dalla legge italiana e sottoporsi ai trattamenti vietati. Un vero e proprio esodo, concentrato per lo più verso la Spagna e i paesi dell’Est Europa.

Anche su questo fronte però qualcosa è cambiato: ‘Dal 2009 ad oggi, caduto il limite della diagnosi preimpianto, il fenomeno si è ridotto in modo significativo, e ormai si recano all’estero solo le coppie che hanno necessità di ricorrere alla fecondazione eterologa o le coppie fertili portatrici di malattie genetiche’.

Ma questo non vuol dire che non ci siano più discriminazioni nel nostro Paese. Basti pensare che in Italia ‘il settore pubblico non offre tutte le tecniche praticate nelle strutture private, senza contare che nelle strutture pubbliche le liste d’attesa sono lunghissime’.

Dieci anni dopo il bilancio è quindi leggermente più positivo, ma resta il ricordo amaro dell’occasione persa con il referendum, anche a causa di un serio difetto di comunicazione: si tratta di una materia che presenta aspetti molto tecnici, e di conseguenza non è facile rendere comprensibile a tutti ciò di cui si parla, e i diritti che sono in gioco.

Proprio sul fronte della comunicazione il confronto quindi è destinato a continuare tra chi, come l’avvocato Gallo, tenta di superare quello che considera un vero e proprio gap civile, e altri, come gli attivisti di Scienza e vita, che fanno riferimento ancora a termini critici come ‘eugenetica’”.


Vivere da soli è più costoso

19 febbraio 2014

Sono quasi 8 milioni i “single” in Italia. E la crisi li ha colpiti in misura maggiore rispetto agli altri soprattutto perché per loro il costo della vita è decisamente superiore rispetto al valore della spesa media per una persona che non abita da solo. Le famiglie unipersonali, poi, sono il 31% del totale.

La situazione economica dei single è stata presa in esame da un’analisi della Coldiretti, i cui contenuti principali sono riportati in un comunicato dell’agenzia Asca.

“Nel giorno di San Faustino eletto da tempo a protettore degli ‘scoppiati’’ c’è poco da festeggiare per i 7,7 milioni di single italiani che per vivere da soli devono affrontare in un momento di crisi un costo della vita superiore in media del 66 per cento.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che ha fatto il confronto con la spesa media di ogni componente di una famiglia tipo, sulla base dei dati Istat.

Il giorno successivo a San Valentino è ricordato in Italia in quasi una casa su tre (31%) che – sottolinea la Coldiretti – è abitata dalle cosiddette ‘famiglie unipersonali’ con un solo componente, che per effetto dei profondi mutamenti demografici e sociali che si sono verificati sono aumentate del 41% negli ultimi in dieci anni.

La vita in solitudine è una vera corsa ad ostacoli dovuta più spesso alle difficoltà a far quadrare i bilanci oltre che alla mancanza di compagnia.

Vivere da soli è infatti più costoso secondo una analisi Coldiretti dalla quale si evidenzia che la spesa media per alimentari e bevande di un single è di 332 euro al mese, il 62% superiore a quella media di ogni componente di una famiglia tipo di 2,3 persone che è di 204 euro.

Per i single – prosegue la Coldiretti – l’aumento di costi è più del doppio (101%) per l’abitazione, maggiore del 76% per i combustibili e per l’energia e superiore del 29% per i trasporti.

I motivi della maggiore incidenza della spesa a tavola sono certamente da ricercare – continua la Coldiretti – nella necessità per i single di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque anche quando sono disponibili risultano molto più cari di quelli tradizionali.

D’altra parte gli appartamenti e le case più piccole hanno prezzi più elevati al metro quadro sia in caso di acquisto che di affitto, usare l’automobile da soli costa di più come pure riscaldare un appartamento.

Le stesse offerte promozionali che si stanno diffondendo in tempo di crisi sono spesso legate alla quantità di prodotti acquistati (come i 3 x 2 o la raccolta a punti) e non consentono a chi vive da solo di avvantaggiarsene.

La scelta di non stare in coppia – continua la Coldiretti – non è peraltro sempre volontaria ma è anche determinata dall’invecchiamento della popolazione con un maggior numero di anziani rimasti in casa da soli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Non è un caso che ben l’8,6% delle persone che vivono da sole sopra i 65 anni si trovano – continua la Coldiretti – in una situazione di povertà secondo l’Istat, con la percentuale che sale addirittura al 18,6% nel mezzogiorno. E’ proprio in questa fascia che – sostiene la Coldiretti – si concentra il maggior disagio sociale.

In Italia nel 2013 ci sono stati ben 578.583 over 65 anni di età (+14% rispetto al 2012), che sono dovuti ricorrere ad aiuti alimentari facendo la fila davanti alle mense o alle associazioni caritatevoli o chiedendo in aiuto pacchi alimentari.

Per gli anziani che vivono da soli il problema è spesso anche quello dell’impossibilità di affrontare lunghe distanze per fare gli acquisti o la spesa ma anche per andare dal dottore per la progressiva riduzione dei servizi di prossimità nei centri urbani favorita dalla crisi.

A contrastare lo spopolamento dei centri urbani va segnalata peraltro la crescente presenza di mercati degli agricoltori e di Botteghe di Campagna Amica dove si crea un rapporto di confidenza e fiducia tra produttori e cittadini, fondato su uno scambio reale di prodotti e di esperienze. Una opportunità per i produttori e per i consumatori che – conclude la Coldiretti – va anche a sostegno della storia, della cultura e della vivibilità dei centri urbani”.


Ode al gatto

17 febbraio 2014

Il 17 Febbraio è il giorno dell’anno dedicato al più infedele degli animaletti da compagnia, il gatto. La giornata venne introdotta nel 1990 da un referendum proposto ai lettori della rivista “Tuttogatto”.

In una voce presente su “Wikipedia” si può apprendere il motivo per la scelta del 17 febbraio:

“La giornalista ideatrice dell’iniziativa, Claudia Angeletti, chiese appunto ai lettori di indicare il giorno più consono da dedicare alla festa dei mici, e la risposta scelta fu appunto il 17 di Febbraio.

Ecco le motivazioni :

– febbraio dal punto di vista zodiacale è legato al segno dell’acquario, il segno dell’intuito, della libertà e dell’anticonformismo, caratteristiche tipiche dei gatti;

– nel nord Europa il numero 17 ha un valore benefico, che significa anche ‘Vivere una vita sette volte’;

– se si scrive in numeri romani ‘XVII’ e si fa l’anagramma si ottiene ‘VIXI’ , parola latina che significa ‘HO VISSUTO’, e chi più di un gatto, titolare di 7 vite, può dire di aver vissuto?

Nel territorio le iniziative per festeggiare i felini crescono di anno in anno: mostre, fiere, mercatini, spettacoli, vengono promossi da città, associazioni ed enti al fine di festeggiare e sancire ancor di più l’amore che molti nutrono per il gatto.

Al di la del valore commerciale e speculativo di molte iniziative, è giusto dedicare una giornata ai felini, cercando magari di riflettere e impegnarsi a proteggere un animale che spesso subisce maltrattamenti o viene abbandonato dall’uomo stesso”.

In questa occasione mi sembra opportuno riportare una poesia di Pablo Neruda dedicata al gatto.

Ode al gatto

Gli animali furono
imperfetti, lunghi
di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono in grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso:
nacque completamente rifinito, cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia da rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto vuole esser solo gatto dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità come la sua,
non hanno la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
scanalatura
per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo
Imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
nell’aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c’è
enigma
nel tuo contegno,
forse non sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.


Nel 2013 149 suicidi per motivi economici

16 febbraio 2014

In aumento, nel 2013, il numero dei suicidi per motivi economici. Infatti questi suicidi, nel 2013, sono stati 149, mentre nell’anno precedente furono 89. Questi dati sono stati forniti da Link Lab, il laboratorio di ricerca socio-economica dell’Università degli Studi Link Campus University.

In un comunicato dell’agenzia Asca si analizzano questi dati.

“Nell’anno 2013 149 persone si sono tolte la vita per motivazioni economiche, rispetto agli 89 casi registrati nel 2012. Sale quindi a 238 il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica registrati in Italia nel biennio 2012-2013. Uno ogni due giorni e mezzo.

Sono questi gli ultimi dati resi noti da Link Lab, il laboratorio di ricerca socio-economica dell’Università degli Studi Link Campus University, che da oltre due anni studia il fenomeno e che adesso pubblica i dati complessivi di un’attività di monitoraggio avviata nel 2012.

‘’Dietro al tragico gesto – dichiara Nicola Ferrigni, docente di Sociologia della Link Campus University e direttore di Link Lab – vi è un sistema Paese che fatica a trovare soluzioni a problemi ormai divenuti insormontabili: perdita del lavoro, impossibilità di pagare l’affitto o la rata del mutuo, debiti accumulati, stipendi non percepiti, tasse, bollette da pagare. Con il solo stipendio, quando questo arriva, si riesce a stento a far fronte alle spese ordinarie come quelle per affitto e utenze domestiche’’

‘’D’altra parte – prosegue Ferrigni – le analisi delle ultime ore dell’Istat continuano a lanciare segnali preoccupanti: l’Istituto Nazionale di Statistica rileva infatti che il reddito delle famiglie italiane in valori correnti diminuisce in tutte le regioni italiane’’.

Il 40% dei suicidi registrati nel 2013 è avvenuto nell’ultimo quadrimestre. Dopo i mesi estivi, il numero dei suicidi per ragioni economiche è tornato a salire vertiginosamente a settembre, con 13 episodi registrati, nel mese di ottobre che conta 16 vittime, novembre con 12 casi e nell’ultimo mese dell’anno in cui le vittime sono state ben 18.

Nell’ultimo quadrimestre del 2013 quindi i suicidi riconducibili a motivazioni economiche rappresentano circa il 40% del totale registrato nell’intero anno.

Un suicida su due è imprenditore ma in un anno è raddoppiato il numero dei disoccupati suicidi. Triplicato anche quello degli ‘occupati’’. Circa un suicida su due (45,6%) è imprenditore (68 i casi nel 2013, 49 nel 2012) ma, rispetto al 2012, raddoppia il numero delle vittime tra i disoccupati: sono 58, infatti, i suicidi tra i senza lavoro, numero che risulta più che raddoppiato rispetto al 2012 quando gli episodi registrati sono stati 28.

Così come sono quasi triplicati, rispetto al 2012, coloro i quali, seppur in possesso di una occupazione, si son tolti la vita perchè stretti nella morsa dei debiti a causa molto spesso di stipendi non percepiti: 7 i casi registrati nel 2012, 19 nel 2013.

Il fenomeno non conosce più differenze geografiche: al Sud come al Nord. Rispetto al 2012, quando il numero più elevato dei suicidi per motivi economici si registrava nelle regioni del Nord-Est (27 casi con un’incidenza percentuale pari al 30,3%) – area geografica a maggior rischio di suicidio tra gli imprenditori a causa della maggiore densità industriale – l’analisi complessiva dell’anno 2013 sottolinea come il fenomeno sia andato uniformandosi a livello territoriale interessando con la stessa forza tutte le aree geografiche.

Persino nel Mezzogiorno dove il tasso dei suicidi per crisi economica è sempre stato storicamente più basso rispetto alla media nazionale, vi è stato un allarmante aumento del numero dei suicidi: 13 i casi complessivi dell’anno 2012 a fronte dei 29 del 2013.

Nel 2013 il numero più elevato di suicidi per ragioni economiche si è registrato nel Nord-Ovest che vede triplicato il numero delle vittime che passa da 12 dell’anno 2012 a 35 nel 2013.

A seguire le regioni centrali con 33 casi (22,1%) a fronte dei 23 del 2012 (25,8%) e il Nord-Est con 32 (21,5%), dato quest’ultimo in linea con quanto registrato nel 2012 quando gli episodi sono stati 27.

Sono invece 19 i casi di suicidio registrati nelle Isole (14 nel 2012).

La crisi interessa strati sempre più ampi della popolazione. Nel 2013, così come nel 2012, la crisi economica, intesa come mancanza di denaro o come situazione debitoria insanabile, rappresentano la motivazione principale del tragico gesto è all’origine dei 108 suicidi (72,5%) nel 2013, a fronte dei 44 del 2012.

La perdita del posto di lavoro continua a rappresentare la seconda causa di suicidio: 26 gli episodi registrati, in lieve aumento rispetto al 2012 quando i casi sono stati 25.

Ad incidere inoltre sul tragico epilogo, i debiti verso l’erario: 13 le persone che nel 2013 si son tolte la vita a causa dell’impossibilità di saldare i propri debiti nei confronti dello Stato.

Preoccupante e significativo anche il numero dei tentati suicidi: sono infatti 86 le persone che nel 2013 hanno provato a togliersi la vita per motivazioni riconducibili alla crisi economica, tra cui 72 uomini e 14 donne, contro i 48 casi complessivi registrati nel 2012. Picco ad ottobre: 20 i tentati rispetto agli 86 complessivamente registrati nel 2013. Oltre la metà nell’ultimo trimestre. A seguire il mese di dicembre in cui gli episodi sono stati 15 e novembre in cui i casi sono stati invece 12.

Ancora una volta grido di allarme nelle regioni del Sud e nelle Isole. Anche tra i tentativi di suicidio, a destare allarme è l’incremento registrato nelle regioni meridionali: si passa infatti dai 5 casi del 2012 a ben 25 tragici tentativi di porre fine alla propria vita rilevati nel 2013. Anche nelle regioni insulari una simile considerazione: 15 casi rispetto ai 6 registrati nel 2012.

L’aumento si registra anche nelle regioni del Centro Italia in cui nel 2013 si sono verificati ben 22 casi a fronte dei 13 rilevati nel 2012.

A livello regionale il numero più elevato di tentativi di suicidio nel 2013 si ha nel Lazio (12). Seguono Sicilia (11), Campania ed Emilia Romagna (10), Lombardia (7), Abruzzo e Toscana (6).

Nel 2013 il numero più elevato dei tentativi di suicidio si registra ancora una volta tra coloro ai quali la crisi economica ha portato via il lavoro. Sono infatti 50 i tentativi di suicidio tra i disoccupati a fronte dei 20 registrati nel 2012. Seguono gli imprenditori con 16 casi (numero che peraltro resta invariato rispetto a quello del 2012) e i lavoratori dipendenti con 11 (contro i 6 dell’anno prima)”.


Una patrimoniale per il lavoro

12 febbraio 2014

La Cgil propone un piano straordinario per l’occupazione. Danilo Barbi responsabile del dipartimento delle politiche economiche ritiene che sia necessaria per finanziarlo un’imposta patrimoniale che colpisca le ricchezze finanziarie oltre i 350.000 euro, con la quale lo Stato incasserebbe 10 miliardi l’anno da investire per affrontare l’emergenza occupazione.

Enrico Galantini, su www.rassegna.it, ha intervistato Barbi.

“‘Questa patrimoniale sulla ricchezza finanziaria è una proposta di anticipazione, rispetto alla patrimoniale più generale che resta comunque in campo. È una proposta dettata dall’emergenza, quel dramma della disoccupazione che è sotto gli occhi di tutti – spiega Barbi .

Pur essendo alla fine pagata solo dal 5% delle famiglie, questa patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (depositi, titoli di Stato, azioni, fondi comuni d’investimento, liquidità, a partire da una soglia di 350.000 netti euro a livello famigliare) potrebbe comunque dare, con aliquote progressive (dallo 0,5 all’1,8), un reddito di 10 miliardi l’anno’.

‘Con questo anticipo, magari da reiterare per tre anni – prosegue il segretario della Cgil – si potrebbe fare un piano anch’esso triennale per l’occupazione, un piano per la creazione diretta di lavoro per giovani, donne e persone di una certa età che hanno perso e perdono il lavoro: abbiamo calcolato che con questo investimento si potrebbero creare oltre 290.000 nuovi posti di lavoro pubblici e quasi 740.000 nuovi occupati potenziali, tra pubblico e privato’.

Avete in mente anche in quali settori?

Questa creazione diretta di lavoro dovrebbe avvenire attraverso piani di lavori di pubblica utilità nei beni ambientali, nei beni comuni, nei beni sociali. Per fare tre esempi, si potrebbe costruire un piano ambientale di messa in sicurezza dal rischio idrogeologico e di risanamento dei siti industriali, uno sociale che si occupi di asili nido e non autosufficienza, e un terzo di valorizzazione dei beni culturali, anche in funzione turistica. Tre piani così di lavori straordinari, magari anche temporanei, ma ben pagati, che creino qualificazione professionale e titoli per fare concorsi pubblici, un po’ sul modello della legge 285 del 1977. Con la differenza che, allora, di giovani ce n’erano tanti. Mentre oggi sono pochi. E se pur essendo pochi per loro non c’è lavoro, la cosa è ancora più preoccupante per il paese.

Questa proposta di nuovi investimenti permetterebbe, oltre a impegnare spesa pubblica nuova, di riorganizzare e di riqualificare una spesa pubblica già prevista?

Questi programmi dovrebbero essere fatti sul modello del New Deal: un’agenzia nazionale che ha le risorse, che si connette con la programmazione locale e individua i progetti prioritari, territorio per territorio, mobilitando e riorientando le risorse pubbliche già stanziate, ricompattandole e riqualificandole. Anche le attività produttive possono essere riorientate se sono previsti investimenti consistenti in una certa direzione: se si privilegia la bioedilizia o le ristrutturazioni invece di nuove costruzioni, si riorienta anche la domanda e l’offerta privata. Investimenti, insomma, che hanno anche effetti moltiplicatori. Con una politica così, io potrei chiedere anche alle fondazioni bancarie di investire in questi tre anni una certa parte delle loro risorse – vogliamo dire la metà? – in progetti di utilità sociale, ambientale o culturale, come quelli di cui parlavo prima, ovviamente scelti dalle stesse fondazioni, che, com’è noto, hanno una notevole autonomia decisionale…

Non senti già arrivare le solite critiche sulla Cgil che apre il libro dei sogni e così via?

Il modello cui ci rifacciamo è quello del New Deal, del piano Beveridge in Gran Bretagna e, più modestamente, come accennavo prima, della legge 285 qui da noi. Il problema – il problema per gli altri, evidentemente, per chi si oppone, non per noi – è che queste cose hanno sempre funzionato. Tutti questi piani che hanno usato lo strumento concettuale non dell’aumento della crescita, ma dell’aumento del lavoro – pensando che l’aumento del lavoro poi produrrà una crescita – sono necessari quando la disoccupazione è così alta che l’aumento della crescita – pur necessario, certo – non basta a invertire davvero la tendenza.

Si tratta insomma di avviare un circuito virtuoso.

Esattamente. Oggi quello che serve è creare domanda aggiuntiva. E come farlo se non creando lavoro? Il problema è che devi farlo nei settori giusti, quelli che hanno un effetto moltiplicativo e che rispondono a bisogni sociali che la popolazione legittima, perché sa che sono nell’interesse di tutti. Con conseguenze, come sottolineavo prima, di non poco conto anche per l’industria: nuove attività, per esempio nel recupero del territorio, richiedono nuovi materiali, che vanno prodotti riorientando anche la filiera dell’industria delle costruzioni. Queste cose il mercato non le fa da solo: ha bisogno, in partenza, di una grande spinta del volano pubblico che metta in moto le convenienze, anche private”.