L’odissea dei bambini romeni in Italia

30 ottobre 2012

Un bambino romeno su quattro non accede a cure pediatriche. Sei famiglie romene su dieci incontrano ostacoli linguistici e difficoltà burocratiche. E’ un quadro negativo e preoccupante, quello che emerge dalla prima ricerca sui figli dei migranti romeni in Italia, realizzata dalla Fondazione L’Albero della Vita insieme alla Fondazione Ismu.

Dei risultati della ricerca si occupa un articolo pubblicato su www.rassegna.it:

“Sei famiglie su dieci hanno incontrato ostacoli per integrarsi nel nostro paese. Come emerge dallo studio l’Italia è un paese problematico per l’integrazione, anche se resta la meta preferita da due terzi dei migranti romeni.

Realizzata su un campione di 242 famiglie romene residenti a Roma, Milano e Torino, l’analisi si concentra sui bambini che emigrano dalla Romania insieme ai genitori, per dirigersi in Italia e Spagna.

La maggior parte dei bambini romeni residenti in Italia si vergogna della sua nazionalità – si legge nel comunicato – e la nasconde a causa delle discriminazioni legate alla confusione tra nazionalità romena e Rom.

In questo senso, il ruolo dei media è centrale nella stigmatizzazione della nazionalità. In Spagna, invece, una decisa azione politica ‘anti stereotipo’ è riuscita a smantellare e demistificare i pregiudizi generati dalla popolazione nei confronti dei migranti.

‘I dati mostrano con chiarezza che per i minori romeni in Italia permangono molte difficoltà, in primis sul fronte sanitario – commenta Ivano Abbruzzi, direttore ufficio progetti e ricerche de L’Albero della Vita -. Ad esempio, solo il 75,2% dei figli degli intervistati, infatti, beneficia delle cure pediatriche, contro l’84,5% della Spagna’.

Nello specifico della ricerca, Roma è la città più difficile. Nella capitale circa quattro famiglie su dieci (il 37,5% del campione) dichiarano di avere avuto difficoltà nell’integrazione. Nel Lazio si concentrano quasi 200.000 romeni, per un totale di un milione di persone residenti in Italia, secondo i dati Istat.

Al secondo posto Milano, complessa per il 25% degli intervistati. Decisamente meglio Torino, dove solo il 12% degli interpellati racconta di aver avuto problemi.

C’è poi il capitolo scuola. In questo ambito, la ricerca sottolinea che il 93,5% dei bambini è regolarmente iscritto a scuola. Tra questi però il 10,7% è stato bocciato alla scuola primaria. Il 12,3% dei maschi e il 10% delle femmine hanno perso uno o più anni scolastici per colpa del fenomeno migratorio. Il gruppo più a rischio è quello tra i 11 e 13 anni: 2 bambini su 10 vengono bocciati.

L’indagine infine si sofferma sul ‘riadattamento’, ovvero sui minori che tornano in Romania dopo l’esperienza italiana.

In questo caso per la metà dei bambini intervistati il periodo di tempo trascorso all’estero è superiore a 3 anni, che è spesso causa di rischi elevati nel processo di riadattamento.

I principali problemi evidenziati dai bambini sono: per il 72% di abitudini acquisite durante la permanenza all’estero, dimenticanza del paese d’origine, mancanza di autostima, seguiti da fattori legati alla comunità, ovvero mancato supporto di amici e insegnanti. Dal 10 al 15% dei bambini sottolinea un pericolo significativo di sviluppare disturbi emotivi, di condotta, di attenzione e relazionale”.

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Per 4 milioni e mezzo di famiglie il reddito non copre più le spese

28 ottobre 2012

Nell’ultimo semestre il 18% delle famiglie, circa 4,5 milioni, non è riuscito a coprire per intero le spese con il proprio reddito. La maggioranza quindi ricorre ai risparmi in banca, mentre il 21% si indebita o posticipa i pagamenti. Questo è uno dei dati di maggiore rilievo che emerge da un’indagine del Censis e di Confocmmercio sui consumi degli italiani.

In un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it) si analizzano i principali contenuti dell’indagine citata.

“‘La grave stagnazione dei consumi si e’ accompagnata, negli ultimi sei mesi, al deterioramento ulteriore del clima di fiducia delle famiglie. Il valore di tale indice, dato dalla differenza tra ottimisti (37,3%) e pessimisti (46,8%), e’ infatti negativo di quasi 10 punti e in leggero aumento rispetto a sei mesi fa. Insomma, prevale ancora un sentimento negativo circa il futuro anche se più di un terzo delle famiglie ancora crede in una ripresa’.

E’ quanto afferma una indagine del Censis e di Confcommercio sull’outlook dei consumi degli italiani.

Si deteriora la capacità di risparmio ed aumenta il numero delle famiglie insolventi, che restano una stretta minoranza nel panorama complessivo, ma che sono il segnale di un quadro che da troppo tempo non migliora.

Il 65% delle famiglie va sostanzialmente in pari tra entrate ed uscite, il che significa però che non riesce a mettere da parte nulla, mentre appena il 17% degli intervistati ha dichiarato di essere riuscito a risparmiare parte del reddito dopo aver coperto tutte le spese.

Ma c’e’ un 18% che non e’ riuscito a coprire per intero, nell’ultimo semestre, le spese con il proprio reddito. Si tratta di circa 4,5 milioni di famiglie la cui maggioranza ricorre ai risparmi in banca (56%), mentre il 21% si indebita o posticipa i pagamenti.

Sono soprattutto le famiglie del Mezzogiorno, i monogenitori e le coppie con un figlio che più frequentemente mostrano gravi segnali di difficoltà economiche, non essendo riuscite negli ultimi sei mesi a coprire per intero tutte le spese e che hanno dato fondo ai risparmi o che si sono indebitate.

Anche tra le famiglie con mutuo immobiliare (circa il 15% del campione) aumentano le situazioni in cui la restituzione della rata diventa più difficile: a settembre 2012, infatti, aumenta sia la quota di chi ha dichiarato notevoli difficoltà nella restituzione della rata (14,7% rispetto all’8,3% di giugno 2011), sia la quota di chi non è riuscito a rispettare le scadenze (4,7% contro il 2,2%)…”


Diritto alla cura, diritto a curare

25 ottobre 2012

Le organizzazioni sindacali dei medici dipendenti e convenzionati, veterinari, dirigenti sanitari, tecnici, professionali ed amministrativi del servizio sanitario nazionale e della ospedalità privata hanno convocato una manifestazione nazionale di protesta sabato 27 ottobre a Roma per denunciare i notevoli problemi che caratterizzano attualmente la sanità italiana.

Le ragioni della protesta sono contenute nel seguente documento.

 “Le organizzazioni sindacali dei medici dipendenti e convenzionati, veterinari, dirigenti sanitari, tecnici, professionali ed amministrativi del servizio sanitario nazionale e della ospedalità privata, precari e medici in formazione, avvertono il disagio sempre più profondo, radicato e diffuso tra i colleghi.

A dispetto del merito di associare, pur tra carenze e limiti, una spesa tra le più basse in Europa con indicatori di salute tra i migliori, la sanità è diventata il settore più bersagliato da tagli indiscriminati, sia perché parte del pubblico impiego sia perché considerato contenitore di molta spesa eccessiva ed ingiustificata, come testimoniano le leggi finanziarie degli ultimi anni, fino al decreto sulla revisione della spesa.

Senza contare che l’azzeramento dei finanziamenti per le fasce sociali deboli carica sul sistema sanitario anche problematiche di interesse prevalentemente sociale. Impoverendo la sanità pubblica, screditandola, svuotandola di competenze professionali ed innovazioni tecnologiche, si incentiva un processo di privatizzazione del sistema sanitario, a tutto vantaggio del privato che opera al di fuori del servizio sanitario nazionale, e in assenza di una esplicita volontà politica in tal senso.

Aumenta il ticket a carico dei cittadini e sale il carico fiscale mentre calano quantità e qualità dei servizi sanitari erogati. Un sistema pubblico povero per i poveri è quello che si intravede in prospettiva.

L’evoluzione regressiva del servizio sanitario nazionale. che non dipende solo da una insufficienza di risorse, ma anche da sprechi, interessi illegali, improprie relazioni tra politica e gestione, ipoteca anche un pezzo di futuro della nostra professione, rallentando lo sviluppo della moderna medicina, della ricerca tecnologica sanitaria, della innovazione, della formazione, dei modelli organizzativi.

E ciò peggiora drasticamente le condizioni di lavoro:

– le prospettive di carriera e di sviluppo professionale sono falcidiate con incarichi decisi ancora una volta più dalla cattiva politica che dai meriti professionali;

– il blocco contrattuale riduce del 20% il potere di acquisto di tutte le retribuzioni ferme fino al 2015, compromettendo per la medicina e la pediatria di famiglia anche il mantenimento ed il miglioramento degli standard professionali e producendo, in tutti i casi, il danno maggiore ai giovani;

– la crisi dei pronto soccorso non è finita solo perché scomparsa dalle prime pagine dei giornali;

– il contenzioso medico-legale è in crescita esponenziale ed il medico è lasciato sempre più solo alle prese con cittadini arrabbiati e magistrati che gli negano ciò che rivendicano per se stessi: il diritto di giudicare in serenità richiama il ‘diritto di curare in serenità’;

– i carichi di lavoro non sono diventati meno pesanti solo perché le aziende, pur di risparmiare, negano i servizi;

– le dotazioni organiche continuano a ridursi sino a pregiudicare i servizi di assistenza, specie nel settore della urgenza ed emergenza e della continuità assistenziale.

La crisi del modello aziendale ci spinge ai margini dei processi decisionali, fattori produttivi o beni e servizi tra gli altri da tagliare, macchine banali cui negare anche il diritto di contrattare le condizioni del proprio lavoro.

La mancata riforma delle cure primarie mutila il sistema sanitario di parti essenziali, mentre espone i medici ad invadenza burocratica ed attacchi alla autonomia e al ruolo professionale e previdenziale.

Sono ormai decine di migliaia i medici e dirigenti sanitari operanti nel sistema pubblico con contratti atipici, spesso di breve durata, ma di lungo corso, creando estese sacche di precariato presenti sia nell’area della dirigenza che della convenzionata.

Professionisti che, dopo 12 anni di formazione universitaria o extrauniversitaria, troppo spesso non all’altezza del suo ruolo, particolarmente nel periodo della formazione specialistica e della formazione specifica in medicina generale, si ritrovano a non poter progettare un futuro, perché la carenza di medici e dirigenti, determinata da ragioni anagrafiche, non verrà colmata.

Si acuisce anche la crisi del carattere unitario del servizio sanitario, la cui disarticolazione comporta una perdita complessiva di coesione sociale. La qualità e sicurezza delle cure, come le cronache dimostrano, è divenuta funzione del codice postale ed il rischio clinico una variabile della latitudine.

Il federalismo sanitario ha finora prodotto aumento delle ineguaglianze tra Nord e Sud, ingiustificati eccessi, scarsa garanzia dei lea (livelli essenziali di assistenza) e mantenuto all’interno di molte Regioni santuari intoccabili.

Dopo avere evidenziato a più riprese allarme e preoccupazione, riteniamo giunto il momento dell’assunzione diretta di responsabilità individuali e collettive partecipando attivamente ad una civile e forte protesta per la difesa del servizio sanitario nazionale e, al suo interno, della nostra professione, della sua autonomia e dei suoi legittimi interessi.

Non si salva il sistema delle cure senza o contro chi quelle cure è chiamato a garantire, anzi la valorizzazione del personale del servizio sanitario nazionale, a partire dall’area della dipendenza e della medicina convenzionata, è condizione imprescindibile per salvaguardare la sanità pubblica.

Solo l’apertura di una nuova stagione di lotta da parte di tutte le forze che hanno a cuore il patrimonio e la sorte del servizio sanitario nazionale potrà salvarlo da un evidente e progressivo abbandono. Noi faremo la nostra parte ma la sfida è per tutti”.


Italia agli ultimi posti per le risorse destinate ai disabili

23 ottobre 2012

L’Italia è agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda le risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità. Questo è il principale risultato di una ricerca promossa dalla Fondazione Cesare Serono e realizzata dal Censis sull’offerta di servizi per cronici e disabili da parte della sanità italiana confrontata con gli altri Paesi europei.

I contenuti della ricerca sono esaminati in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Con 438 euro pro-capite annui l’Italia si colloca molto al di sotto della media dei Paesi dell’Unione europea, 531 euro, nella graduatoria delle risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità: 93 in meno all’anno.

In Francia – si legge nell’indagine – si arriva a 547 euro per abitante all’anno, in Germania a 703 euro, nel Regno Unito a 754 euro, e solo la Spagna (395 euro) si colloca più in basso del nostro Paese.

Ancora più grande è la sproporzione tra le misure erogate sotto forma di benefici ‘cash’, ossia di prestazioni economiche, e quelle in natura, cioé sotto forma di beni e servizi. In quest’ultimo caso il valore pro-capite annuo in Italia non raggiunge i 23 euro, cioè meno di un quinto della spesa media europea (125 euro), un importo lontanissimo dai 251 euro della Germania e pari a meno della metà perfino della spesa rilevata in Spagna (55 euro).

Il modello italiano rimane fondamentalmente assistenzialistico e incentrato sulla delega alle famiglie, che ricevono il mandato implicito di provvedere autonomamente ai bisogni delle persone con disabilità.

Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia le misure economiche erogate dall’Inps in favore di persone che hanno una limitata o nessuna capacità lavorativa sono pari a circa 4,6 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui 1,5 milioni tra assegni ordinari di invalidità e pensioni di inabilità e 3,1 milioni per pensioni di invalidità civile, incluse le indennità di accompagnamento, per una spesa complessiva di circa 26 miliardi di euro all’anno.

L’Italia è ancora molto indietro anche sul fronte dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. La ricerca riporta l’esempio della Francia, dove il 4,6% della popolazione ha un riconoscimento amministrativo della propria condizione di disabilità e si arriva al 36% di occupati tra i 45-64enni disabili, mentre in Italia il tasso si ferma al 18,4% tra i 15-44enni e al 17% tra i 45-64enni.

I dati prodotti dalla ricerca evidenziano le enormi difficoltà che queste persone incontrano, sia a trovare un lavoro una volta completato il percorso formativo, come nel caso delle persone con sindrome di Down e degli autistici, sia a mantenere l’impiego a fronte di una malattia cronica che causa una progressiva disabilità, come nel caso delle persone con sclerosi multipla.

Meno di una persona Down su tre – prosegue l’indagine – lavora dopo i 24 anni. Il dato scende al 10% tra gli autistici con più di 20 anni. Meno della metà delle persone con sclerosi multipla tra i 45 e i 54 anni è occupata, a fronte del 12,9% di disoccupati e del 23,5% di pensionati…”.


Italia senza industria?

21 ottobre 2012

La crisi ha colpito pesantemente l’industria italiana. Un solo dato può essere sufficiente: mezzo milione di posti di lavoro persi nel settore manifatturiero nel triennio 2008-2010.

In una nota la Cgil si occupa della preoccupante situazione dell’industria italiana.

“Continua l’emorragia dei posti di lavoro con cifre da capogiro, mezzo milione di posti nel solo triennio 2008/2010, in tutti i settori manifatturieri, dalla meccanica alla siderurgia, dagli elettrodomestici alla farmaceutica, il tessile, la ceramica, ai quali si aggiungono quelli persi nell’edilizia, nel commercio, nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nelle banche.

Siamo nel pieno di una crisi a 360 gradi, che non fa sconti a nessuno, ma colpisce un settore dopo l’altro.

Infatti, quando chiude o riduce drasticamente la produzione uno stabilimento a scomparire dal mercato è anche il suo prodotto, e così in Italia rischiano di scomparire intere filiere come quella dell’alluminio in Sardegna (Alcoa, Eurallumina) o dell’acciaio (ThyssenKrupp, Lucchini, Ilva) con il conseguente aumento delle importazioni e quindi della dipendenza dall’estero della nostra economia.

A rischio il made in Italy nel tessile e nell’industria del bianco (Merloni, Indesit), nella ceramica (Ginori), nell’alimentare e nel mobile imbottito che 10 anni fa copriva il 16% dell’intera produzione mondiale mentre oggi registra una mortalità delle attività produttive pari all’80%.

E se è vero che l’industria italiana si è dimostrata meno sofferente sotto il punto di vista dell’export, passando dal 61,4% del 2000 al 55,6% del 2011, a subire enormemente la crisi sono le aziende che si rivolgono esclusivamente o quasi al mercato interno.

Il quadro per l’industria italiana è drammatico: i primi sentori della crisi il nostro paese li ha avvertiti nel 2008, quando ha registrato un calo dell’attività industriale del 22,1% (aprile 2008 -marzo 2009) e da allora, sostanzialmente non si è più ripresa.

A dimostrarlo è la scomparsa tra il 2009 e il 2011 di 30.000 imprese.

A questa sofferenza dell’attività industriale si sommano le richieste di ore di cassa integrazione, circa un miliardo all’anno per 500.000 lavoratori, che è importante sottolinearlo, incidono negativamente sulla produttività oraria che viene invece solitamente calcolata sul numero complessivo della forza lavoro.

Delocalizzazioni da costo, crisi di liquidità, mancanza di investimenti e infrastrutture, costi dell’energia troppo alti, processi di riorganizzazione per una domanda in continuo calo, sono alcune delle maggiori cause di crisi nel nostro Paese.

Per questo la Cgil torna a ribadire la necessità di una politica industriale con al centro investimenti e innovazione in ambito energetico, ambientale e delle materie prime, che stimoli una più forte collaborazione tra pubblico e privato facendo leva sulla domanda pubblica.

C’è bisogno di risorse per rendere competitivo il nostro paese. Far ripartire l’economia significa anche rianimare i consumi interni attraverso politiche non restrittive e a favore dei redditi da lavoro e da pensione che con gli attuali interventi del Governo stanno subendo una drastica riduzione”.


Un tumore al seno su tre evitabile con la prevenzione

18 ottobre 2012

Il tumore al seno colpisce ancora molte donne italiane. E nell’intera Europa un tumore su tre sarebbe evitabile con la prevenzione. Un articolo di Laura Berardi pubblicato su www.quotidianosanita.it esamina tali problematiche.

“…Appena il mese scorso la pubblicazione ‘I numeri del cancro in Italia’ del Ministero della Salute ci aveva ricordato come il carcinoma della mammella si riconfermi anche nel 2012 come uno dei big killer oncologici, nonché il più rischioso per le donne. Il cancro al seno ha infatti colpito quest’anno 46.000 donne italiane, rappresentando il 16% del totale.

In particolare, anche secondo l’Oms, per ridurre questo numero potrebbe bastare aumentare l’attività fisica settimanale.

Secondo le ultime Linee Guida dal titolo Global Recommendations on Physical Activity for Health, pubblicate a febbraio dello scorso anno, per ridurre il rischio di cancro al seno (così come quello di cancro al colon), basterebbero 150 minuti a settimana di attività fisica moderata.

‘L’esercizio ha un ruolo cruciale per la riduzione dell’incidenza di alcuni tipi di cancro’, aveva commentato in occasione della pubblicazione del documento Ala Alwan, assistant director per il dipartimento dell’Oms che si occupa delle malattie non trasmissibili e della salute mentale.

‘L’inattività fisica è il quarto fattore di rischio di decesso al mondo’.

Come ogni anno, la campagna incoraggia le donne e le ragazze di tutto il mondo a impegnarsi ogni giorno a mantenere uno stile di vita sano, che possa fare la differenza anche per la salute del seno, oltre che per quella generale.

Sempre più studi, infatti, dimostrano come attività fisica regolare e una buona dieta possano aiutare ad abbassare il rischio di sviluppare carcinoma alla mammella.

In particolare, sarebbero un peso eccessivo e l’inattività fisica i peggiori nemici delle donne in questo ambito: si stima che una percentuale compresa tra il 25 e il 33% dei cancri al seno siano collegabili a queste due condizioni.

E per questo le prime tre semplici regole da rispettare se si vuole evitare di combattere con la patologia sono quella di condurre una vita attiva, mangiare bene e evitare di ingrassare troppo.

Per portare avanti la campagna, Europa Donna ha anche lanciato un video, per ricordare con semplici immagini a tutte le donne di impegnarsi a rispettare i consigli dei medici. Il video contiene anche un messaggio finale che recita “per la salute del tuo seno” in ben 27 lingue.

Il messaggio è rivolto in particolare – ma non solo – alle donne più giovani, visto che il carcinoma alla mammella è la prima causa di morte per chi ha tra i 35 e i 50 anni.

‘Non sono abbastanza le donne nel mondo che sono consapevoli dell’importanza delle scelte di vita che fanno, per la salute del proprio seno: secondo studi dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) se si seguissero le tre semplici regole appena elencate sarebbero 148.000 ogni anno le morti evitabili in Europa, circa un terzo del numero totale dei decessi per carcinoma alla mammella nel continente’, ha spiegato Susan Knox, direttore esecutivo di Europa Donna – European Breast Cancer Coalition…”.


Gli sprechi alimentari in Italia

16 ottobre 2012

E’ stata resa pubblica una ricerca, realizzata da Ipsos per Save the Children, sugli sprechi alimentari in Italia. Da questa ricerca emerge, fra l’altro, che gli italiani buttano circa 29 euro di prodotti alimentari ogni mese.

In un comunicato pubblicato su www.savethechildren.it sono evidenziati i principali dati contenuti nella ricerca.

Quasi un italiano su cinque butta via del cibo ogni settimana (19%), l’8% lo fa addirittura ogni giorno, mentre solo un terzo degli italiani (32%) lo fa meno spesso di una o due volte al mese.

In alcune regioni, però le percentuali cambiano radicalmente: in Campania ben il 16% della popolazione butta quotidianamente del cibo (a cui si aggiunge il 21% che lo fa almeno una volta alla settimana), seguita dalla Sicilia con il 14% (con un 30% che spreca cibo almeno una volta ogni 7 giorni). Esempi virtuosi Trentino Alto Adige, in cui quasi la metà della popolazione butta il cibo meno spesso di una o due volte al mese (45%) e la Sardegna (43%).

In media finiscono nella pattumiera circa 29 euro di prodotti alimentari al mese, ma con dei picchi che raggiungono i 43 euro in Abruzzo, i 37 in Liguria e i 35 in Lazio, contro i 15 euro della Sardegna e i 19 della Basilicata.

Benché quasi la metà degli Italiani (49%) sia attento a comprare lo stretto necessario, il 46 % di essi compra un po’ di più e un 5% molto di più di quanto effettivamente serve.

La regione più oculata negli acquisti appare l’Emilia Romagna, con un 65% della popolazione che si dichiara attenta a comprare solo lo stretto indispensabile, seguita dalla Calabria (60%) e dall’Umbria (59%). Al di sotto della media nazionale tra le regioni meno attente ad acquistare ciò che serve davvero, il Trentino Alto Adige (in cui la percentuale di chi compra l’essenziale scende al 42%), Basilicata e Abruzzo (44%).

Negli ultimi due anni, tuttavia, gli sprechi alimentari sono in calo per i due terzi degli intervistati: per il 64% degli italiani, infatti, gli sprechi nella propria famiglia sono diminuiti, contro un 28 % che mantengono costanti i propri comportamenti. Per contro, per un residuo 8% gli sprechi alimentari sono aumentati.

Tra coloro che dicono di aver diminuito gli sprechi, ben il 61% attribuisce questo comportamento virtuoso alla crisi economica, il 54% a motivi etici (tra di essi soprattutto donne e persone tra i 30 e i 39 anni), il 25% dice che non sopporta il pensiero di persone che per contro non hanno cibo, mentre un residuo 8% e 5% afferma rispettivamente che sono diminuiti i membri della famiglia o che segue una dieta particolare.

Interrogata su alcuni dei dati principali diffusi negli scorsi giorni da Save the Children nell’ambito della campagna Every One e contenuti nel rapporto “With-out. Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza”, quasi metà della popolazione italiana (49%) dichiara di non essere al corrente o solo di avere un’idea non precisa del fatto che 1/3 della produzione mondiale di cibo venga sprecato. Il 10% dice che non lo immaginava nemmeno. Ad essere informate sugli sprechi alimentari sono soprattutto le donne.

Inoltre ben il 37% dichiara di non sapere o sapere solo vagamente che nel mondo 2,3 milioni di bambini muoiono prima di aver compiuto 5 anni a causa della malnutrizione. Un 2% degli italiani non lo immaginava nemmeno.

Inoltre nel comunicato si rileva che il valore economico degli sprechi mondiali è stimato in mille miliardi di dollari l’anno, così distribuiti: il 68%, pari a 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati, e il 32% pari a 320 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo .

Ciò che varia è la fase della filiera produttiva in cui questo avviene. Nei paesi più poveri, in particolare nelle aree del mondo con tassi di malnutrizione elevati e ad alto rischio di insicurezza alimentare, la perdita di cibo si concentra nelle fasi del raccolto e della prima trasformazione a causa sia dei fattori climatici e ambientali, sia delle tecniche di preparazione dei terreni, di semina, di coltivazione e di conservazione dei cibi. Al contrario, nei paesi industrializzati, emerge preponderante il fenomeno nella fase di consumo.

E’ indubbio che, sebbene in calo, gli sprechi alimentari in Italia siano eccessivi. E’ necessario quindi che tali sprechi diminuiscano in misura considerevole. Potrebbe essere utile una adeguata campagna di sensibilizzazione, in considerazione del fatto che, come emerge dalla ricerca, molti italiani non conoscono le dimensioni assunte da tali sprechi.