La strage degli innocenti, nel 2017 “record” dei bambini morti in guerra

31 dicembre 2017

Fame, freddo, morte, violenze, mutilazioni, perdita della casa e dei parenti. Nel 2017 i bambini che vivono in zone di conflitto in tutto il mondo hanno subìto un numero impressionante di attacchi. Lo denuncia l’ultimo rapporto dell’Unicef.

I principali contenuti di questo rapporto sono stati esaminati in un articolo pubblicato su www.globalist.it.

L’Unicef ha rilevato che le parti in conflitto hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.

In particolare quest’anno in Afghanistan sono stati uccisi circa 700 bambini nei primi 9 mesi dell’anno, mentre nel nord est della Nigeria e in Camerun, Boko Haram ha costretto almeno 135 minori ad agire in attacchi bomba suicidi, un numero 5 volte più elevato rispetto al 2016.

In Iraq e in Siria, i bimbi sono stati usati come scudi umani, sono stati intrappolati sotto assedio, sono diventati obiettivi di cecchini e hanno vissuto intensi bombardamenti e violenze.

In Myanmar i bambini Rohingya hanno sofferto e hanno assistito a terribili e diffuse violenze. Sotto attacco sono stati costretti a lasciare le loro case nello Stato di Rakhine, mentre i minori nelle aree di confine negli Stati di Kachin, Shan e Kayin continuano a patire le conseguenze delle tensioni in corso tra le forze armate del Myanmar e i gruppi armati delle diverse etnie.

In Yemen, secondo dati verificati, dopo circa 1.000 giorni di combattimenti, almeno 5.000 bambini sono morti o sono stati feriti, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Oltre 11 milioni di bimbi hanno bisogno di assistenza umanitaria. Degli 1,8 milioni di minori che soffrono di malnutrizione, 385.000 sono malnutriti gravemente e rischiano di morire se non riceveranno urgentemente cure.

“I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi”, ha dichiarato Manuel Fontaine, direttore dei programmi di emergenza dell’Unicef.

“Questi attacchi continuano anno dopo anno, ma non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità”.

L’Unicef chiede a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre immediatamente fine alle violazioni contro i bimbi e all’utilizzo delle infrastrutture civili – come scuole e ospedali – come obiettivi.

La richiesta dell’Unicef mi sembra ampiamente giustificata. Purtroppo non credo che tutte le diverse parti in conflitto la vorranno accogliere.

Per questo motivo, le istituzioni internazionali e i governi dei principali Paesi devono impegnarsi fortemente affinchè esse siano costrette a ridurre notevolmente il numero dei bambini morti in guerra.

E io spero pertanto che il 2018 sia un anno profondamente diverso dal 2017 anche per questo aspetto.

I bambini vittime delle guerre dovranno, non dovrebbero, diminuire considerevolmente.

Annunci

Salute mentale, dimenticata dallo Stato

26 dicembre 2017

Il sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale, ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, corre un “doppio rischio”: da un lato quello del suo smantellamento progressivo, dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causate dall’aumento esponenziale di alcuni di tipi di patologie mentali. Lo sostengono, in un documento, alcuni rappresentanti della Sip (società italiana di psichiatria).

Nel documento, sottoscritto da Bernardo Carpiniello, Claudio Mencacci e Enrico Zanalda, rispettivamente presidente, ex presidente e segretario della Società italiana di psichiatria, si rileva tra l’altro:

“…L’Italia ha costruito nei suoi primi quattro decenni un capillare sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale alla quale viene affidato complessivamente il compito della prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie mentali e più in generale del disagio psichico.

Questo sistema, giustamente ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, in quanto concreta realizzazione della ‘psichiatria di comunità’, corre un ‘doppio rischio’: da un lato quello del suo smantellamento progressivo all’interno del silenzioso processo di accorpamenti che sta avvenendo in Italia a seguito della creazione di aziende sanitarie sempre più ampie.

Dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causare dall’aumento esponenziale di alcuni tipi di patologie mentali con un altissimo tasso di crescita, come i disturbi dell’umore e d’ansia (che oggi da soli rappresentano più un terzo dell’utenza), le ‘nuove patologie’ (disturbi di personalità, ‘dipendenze comportamentali’, disturbi mentali dovuti ad uso di sostanze), le nuove incombenze (assistenza psichiatrica nelle carceri, cura dei pazienti autori di reato, tutela della salute mentale dei migranti ) e la persistenza di uno zoccolo duro di persone affette da disturbi mentali gravi di tipo psicotico, che da solo assorbe oltre il 60% delle risorse.

Di fronte a tutto ciò il sistema pubblico mostra crescenti crepe, amplificate dal progressivo impoverimento delle risorse di personale (in molte regioni italiane gli organici siano addirittura la metà di quelli fissati sulla base dell’ultimo progetto obiettivo nazionale) e dalla generale scarsità di risorse finanziarie, che per la salute mentale si attestano mediamente su circa il 3,5% dell’intera spesa sanitaria, a fronte di cifre comprese fra il 10 e il 15% di altri grandi paesi europei (Francia, il Regno Unito, Germania)….

In questa situazione, la prevenzione sembra un miraggio, mentre appare sempre più improbo lo sforzo di diversificazione ed ampliamento dei protocolli di trattamento innovativi e basati sulle evidenze, resi indispensabili da una sempre maggiore complessità dei casi da trattare, siano essi di tipo psicosociale (dagli interventi psicoeducativi a quelli di rimedio cognitivo, dalle terapie cognitivo comportamentali ai programmi supportati di reinserimento lavorativo per i pazienti affetti da patologie gravi) che di tipo farmacologico.

Persino per quanto riguarda questi ultimi sembra essere in atto lo rincorsa al contenimento delle spese farmaceutiche, in una logica di tagli lineari, che la Sip rifiuta integralmente perché colpisce ed impoverisce un settore già inequivocabilmente sottofinanziato.

Tale logica sta portando a provvedimenti inaccettabili sul piano etico-deontologico e terapeutico che sono oggetto di sempre più numerose segnalazioni da parte degli psichiatri del servizio sanitario pubblico.

Si va dalla esclusione dai prontuari terapeutici di alcuni farmaci di nuova generazione nel settore degli antidepressivi e degli antipsicotici, all’imposizione ai dirigenti di dipartimento e di struttura di tagli degli ordini relativi agli stessi farmaci, cioè quelli più innovativi e a lunga durata d’azione.

Tali provvedimenti hanno inevitabilmente comportato il ritorno ai trattamenti con farmaci ‘depot’, di prima generazione, o ai trattamenti con farmaci per via orale, nonostante il fatto che i primi siano inequivocabilmente gravati da rilevanti e maggiori problemi di tollerabilità ed accettabilità rispetto a quelli nuovi, e i secondi non garantiscano una adeguata aderenza terapeutica esponendo a maggior rischi di ricaduta, generando un inevitabile problema di aumento dei costi per ricoveri ospedalieri e inserimenti residenziali.

Ma ciò che è più grave è che tutto ciò avvenga in sostanziale violazione del diritto dell’assistito a ricevere la miglior cura possibile e del medico a sceglierla…

Su queste basi noi contestiamo l’argomento da cui nasce la logica dei tagli ovvero lo spesso asserito incremento esponenziale dei costi dei trattamenti psicofarmacologici. Se la spesa farmaceutica italiana ha un costante trend crescente questo non è certo imputabile al settore dei trattamenti psicofarmacologici…

I trattamenti farmacologici sono riconosciuti come fondamentali per il trattamento di gran parte dei disturbi mentali, rappresentando per i disturbi maggiori la componente insostituibile di programmi di cura complessi e possibilmente personalizzati.

Come Società italiana di psichiatria riteniamo nostro dovere e diritto ribadire che ogni taglio ulteriore alla già inadeguata spesa sanitaria nel settore per la salute mentale, compreso la riduzione che si continua ad operare della spesa farmaceutica, sia inaccettabile anche perché indicativa, ove mai ve ne fosse necessità, della discriminazione delle persone affette da disturbi mentali e della sostanziale e crescente marginalizzazione del sistema della salute mentale, eterna Cenerentola all’interno del panorama del sistema sanitario nazionale”.


Microplastiche anche nei laghi e nei fiumi

24 dicembre 2017

Il problema del “marine litter”, cioè dei rifiuti marini, e delle microplastiche in acqua non riguarda solo mari e oceani ma anche i bacini lacustri e i fiumi. A confermare la presenza di questo fenomeno nelle acque interne, i dati forniti da Legambiente che, nel corso della sua campagna itinerante “Goletta dei Laghi 2017”, ha realizzato per il secondo anno consecutivo, in collaborazione con Enea, un’indagine specifica.

In questa indagine è stato effettuato un campionamento ad hoc sulle microplastiche, con dimensione inferiore ai 5 millimetri, presenti nei laghi monitorando sei bacini: Iseo, Maggiore, Garda, Trasimeno, e per la prima volta Como e Bracciano, per un totale di quasi 50 chilometri percorsi dalla manta, la rete utilizzata per i vari campionamenti.

Allo stesso tempo, per la prima volta, sono stati campionati anche alcuni corsi fluviali immissari ed emissari, a monte e a valle degli impianti di trattamento delle acque presenti: il fiume Oglio per l’Iseo, in entrata e in uscita dal lago, l’Adda per il lago di Como, il Sarca in entrata nella parte trentina del Garda e il Mincio come emissario, visto che le particelle di plastica sono trasportate il più delle volte da corsi d’acqua e dagli scarichi.

Dall’indagine di Legambiente ed Enea è emerso che , nei sei laghi monitorati, sono state rinvenute microparticelle di plastica.

Tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157.000 particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500.000 particelle nel secondo transetto collocato più a nord.

Il lago Maggiore presenta una densità media di 123.000 particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560.000 particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga, sul quale insiste il depuratore e campionato successivamente ad un evento temporalesco, che potrebbe aver aumentato l’apporto degli scarichi e quindi di particelle dal fiume.

Non se la passano bene neanche quelli di Bracciano e di Iseo. Il primo, fortemente colpito quest’estate dalla siccità e dell’eccessiva captazione che hanno creato condizioni ambientali critiche, nei dieci transetti campionati dai tecnici di Goletta dei Laghi presenta una media di 117.000 particelle per chilometro quadrato.

Il secondo, quello di Iseo, una media di 63.000 particelle. Valori medi più bassi invece per il lago di Garda – quasi 10.000 particelle per chilometro quadrato – e per il Trasimeno con 7.914 particelle per chilometro quadrato.

“Le microplastiche – ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – sono ormai sempre più presenti negli ecosistemi marini e terrestri, si tratta di un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente. Con la Goletta dei Laghi e grazie alla collaborazione con Enea, abbiamo realizzato il primo studio a livello nazionale sull’inquinamento da microplastiche nei fiumi e nei laghi, uno strumento fondamentale per capire e conoscere la portata del fenomeno. Le cause sono per lo più la cattiva gestione dei rifiuti a monte e l’apporto che deriva dagli scarichi degli impianti di depurazione e da quelli che ancora oggi finiscono nei fiumi e nei laghi senza trattamento alcuno”.

Per fronteggiare questo problema e ridurre gli impatti, ha aggiunto Zampetti: “servono politiche di buona gestione su tutto il bacino idrografico, attività di sensibilizzazione e azioni efficaci di prevenzione…Infine è prioritario che il monitoraggio delle microplastiche sia inserito tra le attività istituzionali di controllo ambientale previste dalle norme sulla qualità dei corpi idrici, come fatto per il mare e le spiagge, considerando le microplastiche come indicatore per la definizione dello stato di salute delle acque interne”.

Per quanto riguarda i corsi fluviali immissari ed emissari dei bacini, Legambiente ha ricordato che i fiumi attraversano ampie porzioni di territorio e sono nastri trasportatori di ciò che ricevono, soprattutto in termini di rifiuti legati spesso ad una malagestione a livello urbano o portati dal dilavamento delle acque meteoriche, e legati al problema della maladepurazione. Per questo Goletta dei Laghi 2017 ha voluto allargare il fronte della ricerca campionando, prima e dopo gli impianti di depurazione, i corsi fluviali.

In particolare per l’Iseo è stato esaminato il fiume Oglio in entrata e in uscita, per quello di Como il fiume Adda, per il Garda il Sarca in entrata nella parte trentina e il Mincio come emissario. La differenza tra i campioni prelevati a valle e a monte dei depuratori può arrivare fino all’80% di particelle per metro cubo, come nel caso dell’Oglio e del Mincio.

Infine, oltre al campionamento delle microplastiche dei laghi, Goletta dei Laghi ha attivato una campagna di “citizen science” – riguardante cioè attività collegate ad un ricerca scientifica a cui partecipano semplici cittadini – per il monitoraggio dei rifiuti presenti sulle spiagge dei bacini lacustri.

Nel 90 % dei siti campionati è stata registrata la presenza di plastica, molto spesso frammenti di piccole dimensioni dovuti in larga parte ai rifiuti urbani, che a causa di una non corretta gestione da parte delle amministrazioni oltre all’abbandono, arrivano sulle sponde o direttamente in acqua e lì si degradano in frammenti sempre più piccoli. A questo si aggiunge un inefficace servizio di depurazione dei reflui urbani che contribuisce al fenomeno della diffusione di rifiuti.


Negli istituti di pena minorile 452 detenuti, metà gli stranieri

20 dicembre 2017

E’ stato recentemente presentato “Guardiamo Oltre”, il 4° rapporto dell’associazione Antigone sugli istituti di pena per minorenni (Ipm). Dal rapporto emerge che la giustizia minorile italiana è un sistema che funziona. Riesce realmente a relegare il carcere a numeri minimi. Tuttavia, in questi numeri ci sono sempre le stesse persone: gli stranieri, i ragazzi più marginali del sud Italia, tutti coloro per i quali la fragilità sociale e l’assenza di legami sul territorio rende difficile trovare percorsi alternativi alla detenzione.   

In particolare nel rapporto si può rilevare che al 15 novembre 2017 i presenti nei sedici istituti penali per minorenni d’Italia sono 452 (da pochi giorni ha riaperto il diciassettesimo istituto a Firenze).

I minorenni sono il 42%, i maggiorenni il 58%. Le ragazze sono 34 (pari all’8%) mentre gli stranieri sono in totale 200 e rappresentano il 44% della popolazione detenuta.

Il 48,2% di chi è attualmente detenuto in un Ipm è in custodia cautelare. E ad esserlo sono soprattutto i minorenni. Tra loro l’81,6% non ha ancora una condanna definitiva. Inoltre gli stranieri in custodia cautelare sono più degli italiani, rappresentando il 53,5% del totale.

Negli ultimi anni si è assistito ad una forte crescita dell’istituto della messa alla prova. Dai 778 provvedimenti del 1992 si è arrivati ai 3.757 casi del 2016. Una crescita di quasi cinque volte che avrebbe dovuto comportare una crescita corrispondente del personale di giustizia e dei servizi sociali, cosa non accaduta.

“Nonostante questo quadro – ha dichiarato Susanna Marietti, responsabile dell’osservatorio minori di Antigone – possiamo fare di più e di meglio e, dunque, guardare oltre. Possiamo cancellare ogni forma di selezione sociale nella giustizia minorile e spingere ovunque quella capacità di attenzione alle problematiche del singolo che gli operatori hanno sempre dimostrato”.

“Guardiamo oltre – ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – anche relativamente ai contenuti della riforma voluta dal governo per le carceri italiane che a giorni dovrebbe essere presentata”.

“La speranza – gli ha fatto eco Alessio Scandurra, altro curatore del rapporto insieme a Susanna Marietti – è quella che finalmente si scriva un ordinamento penitenziario organico specifico per i minori detenuti, nuove regole che mettano al centro in maniera radicale un progetto educativo e non repressivo e l’apertura al territorio. I ragazzi in carcere non possono essere gestiti con le stesse regole degli adulti”.

E’ stato anche presentato www.ragazzidentro.it,  un sito realizzato da Antigone dedicato esclusivamente alla giustizia minorile dove, oltre ad essere confluiti tutti i precedenti rapporti, si possono trovare le schede relative ai sedici istituti di pena per minorenni presenti in Italia accompagnati da gallerie fotografiche e video inediti girati all’interno degli stessi, nonché approfondimenti sul tema.

Altri dati contenuti nel rapporto possono essere citati.

Le presenze negli Ipm ormai dalla metà degli anni ‘80 si aggirano attorno alle 500 unità.

In media i giovani adulti, che oggi possono restare negli Ipm fino al compimento del venticinquesimo anno di età, sono il 58% dei presenti. La media è più alta per gli italiani, che sono il 65%, e più bassa per gli stranieri, solo il 50%, ed ancora più bassa per le femmine, che sono invece in prevalenza (59%) minorenni.

E’ in custodia cautelare il 48,2% dei ragazzi, ma il dato cambia molto se si guarda all’età. Tra i minorenni quelli in custodia cautelare sono l’81,6%, tra i giovani adulti solo il 24,0%. Il dato cambia anche in base alla nazionalità: i ragazzi in custodia cautelare sono minoranza tra gli italiani (44,0%) e maggioranza tra gli stranieri (53,5%).

Tra i ragazzi entrati negli Ipm nel corso dell’anno sono assolutamente prevalenti i reati contro il patrimonio, il 59% del totale, e addirittura il 67% tra i ragazzi stranieri. I contro la persona sono una minoranza (17%), ancor più tra gli stranieri (15%).

Campania e Sicilia sono le regioni di provenienza di ben oltre la metà dei ragazzi italiani detenuti negli Ipm. Circa il 10% viene dalla Lombardia, pochi meno dal Lazio. Dalla Puglia l’8 novembre veniva il 4,4% dei ragazzi italiani, dalla Calabria il 3,6%.

Nonostante la giovane età, tra i 1.207 ragazzi passati per gli Ipm nel 2017, ben 49, il 4,1%, era genitore di almeno un figlio. Sempre nel corso dell’anno 10 ragazze sono state detenute con il proprio bambino.

Secondo gli ultimi dati statistici gli stranieri rappresentano il 52% degli ingressi nei centri di prima accoglienza, il 39% dei collocamenti in comunità, il 48% degli ingressi negli Ipm, il 44% delle presenze statiche negli Ipm e solo il 26% dell’utenza degli uffici di servizio sociale per i minorenni.

Gli stranieri in percentuale vengono maggiormente sottoposti a misura cautelare detentiva: rappresentano il 45% di coloro sottoposti a prescrizioni, il 43% di coloro cui viene prescritta la permanenza in casa, il 49% di coloro per cui viene disposto il collocamento in comunità, ma il 55% di coloro che vengono sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere.

Nel primo semestre del 2017 le nazionalità straniere più rappresentate negli Ipm sono quelle dei minori provenienti dalla Romania (48 ingressi) e dal Marocco (36), dato che è rimasto costante dal 2014.

I dati evidenziano come, nonostante alcuni episodi accaduti al Ferrante Aporti di Torino, negli Ipm ci sia una situazione tranquilla, finanche più tranquilla rispetto al 2016. Non c’è giustificazione alle richieste di chi, sulla base di singoli eventi, chieda misure repressive o una maggiore chiusura degli spazi di vita interni.

Negli ultimi due anni non ci sono stati suicidi negli Ipm. Tra il 2016 e il 2017 (i dati del 2017 sono aggiornati all’8 novembre) vi è stata una diminuzione dei tentati suicidi: dai 45 del 2016 ai 19 del 2017. L’ultimo suicidio fortunatamente risale a otto anni fa ossia il 17 novembre 2009 nell’Ipm di Firenze.

I comportamenti dei ragazzi classificati come violenti sono anch’essi visibilmente calati: 183 nel 2016 contro gli 88 finora nel 2017.

Scendono anche i numeri riguardanti l’autolesionismo: dai 98 episodi del 2016 agli 80 del 2017.

Il numero delle infrazioni disciplinari è ugualmente sceso da 887 nel 2016 a 713 nel 2017.


Libera e gruppo Abele contro la corruzione

17 dicembre 2017

Libera e gruppo Abele hanno deciso di lanciare un nuova campagna contro la corruzione, una chiamata alla partecipazione civica dei cittadini per essere protagonisti con segni concreti di impegno. Infatti, nonostante gli arresti e le condanne, le mafie sono in buona, in certi casi in ottima salute. E’ cambiato in generale il metodo: poco sangue e tanta corruzione.

Perché questa nuova campagna?

“Alla violenza si preferisce il metodo più comodo e vantaggioso della corruzione. E corruzione significa che tra crimine organizzato, crimine politico e crimine economico è sempre più difficile distinguere.

Chi paga questa situazione? Tutti. E in particolar modo le persone che hanno più bisogno di riferimenti, di servizi, di politiche sociali. La corruzione ci rende tutti più poveri, mina lo sviluppo economico e il progresso sociale. Ogni atto di corruzione crea un deficit di democrazia e di diritti. Sostituisce la cultura dell’uguaglianza e della corresponsabilità con quella del favore e del privilegio.

Tutti noi ne siamo colpiti, tutti noi dobbiamo reagire. Non diversamente dal crimine organizzato, la corruzione ha i suoi alleati più forti nella rassegnazione diffusa e nel conformismo del ‘così fan tutti’, nella perdita di senso civico e nella pigrizia morale che ci fa preferire non la scelta giusta ma quella più conveniente”.

L’azione ipotizzata da Libera e gruppo Abele si muove secondo un duplice binario, dell’agire (in una logica di corresponsabilità) e del proporre (alle istituzioni competenti), sulla base di tre pilastri: far emergere la corruzione, resistere al malaffare, difendere ciò che è prezioso.

Far emergere la corruzione

Ciascuno di noi può, nella propria vita e nell’ambiente di lavoro, dire di no tutte quelle volte in cui assiste o può partecipare a situazioni e comportamenti opachi o viziati da logiche corruttive, clientelismi, familismi.

Questo no non può essere vincolato solo a scelte individuali: chi è solo va accompagnato da un noi.

Libera e gruppo Abele vogliono essere di sostegno a chi fa queste scelte, accompagnandolo non solo nel percorso verso la segnalazione/denuncia, ma anche fornendo un supporto nelle fasi successive, che rischiano di isolare e rendere vulnerabili le persone, anche tramite l’attivazione nel 2018 di linea Libera, per l’ascolto, l’orientamento e l’accompagnamento alle persone che si rivolgono al servizio campagne di coinvolgimento diffuso dei territori tramite canali social, al fine di veicolare il messaggio “indisponibili alla corruzione”.

La proposta  riguarderà l’accompagnamento, l’orientamento e l’ascolto di testimoni di giustizia e segnalanti di corruzione (whistleblowing) in tutte le fasi che li riguardano (pre-segnalazione, segnalazione, post-segnalazione), nonché l’armonizzazione della normativa tra testimoni e segnalanti.

Resistere al malaffare

Se la corruzione si fonda su un abuso di potere delegato per fini privati (come da definizione internazionalmente accolta), allora è indispensabile che, fin da piccoli, ciascuno di noi sia educato a una buona gestione del potere delegato, che è quel potere che a tutti noi la società affida e che noi affidiamo ad altri al fine di agire per il bene comune. Occorre conoscere fin da bambini i rischi corruzione che avvengono nella nostra vita, e studiare affinché sappiamo vigilare su quel potere che deleghiamo ad altri.

Quale l’impegno di Libera e gruppo Abele?

A livello scolastico, attraverso strumenti per studenti e insegnanti, che spieghino i meccanismi della corruzione e le linee guida per comprendere il fenomeno.

A livello scolastico e universitario, con la redazione di strumenti ad hoc per le scuole secondarie di I e di II grado e per carriere universitarie.

A livello di alta formazione, promuovendo il master interuniversitario in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, tesaurizzando l’esperienza maturata in questi sette anni di attività a Pisa, e proponendo l’istituzione di un centro interuniversitario di ricerca sui temi della criminalità organizzata e della corruzione.

A livello di cultura diffusa, attraverso l’attivazione del centro di documentazione per la cultura dell’integrità.

Con gli ordini professionali, attraverso percorsi di formazione per l’etica della responsabilità e la cultura dell’integrità nel lavoro.

La proposta riguarderà il riconoscimento della formazione come elemento fondamentale per sedimentare una nuova cultura nella lotta alle mafie e alla corruzione, la promozione della cultura dell’integrità, anche attraverso la previsione di piani e progetti ad hoc, scolastici e universitari.

Difendere ciò che è prezioso

Per prevenire efficacemente la corruzione, è fondamentale un ruolo di vigilanza diffusa ad opera di tanti cittadini che, dal basso, possano collaborare con le istituzioni pubbliche (senza confondere vigilanti e decisori) affinché corrotti e corruttori restino lontani dalla cosa comune.

Dalla legge anticorruzione 190/2012 in poi, a tutti i cittadini sono consegnati degli strumenti concreti per divenire “cittadini monitoranti” dei quali Libera e gruppo Abele vogliono incoraggiarne la conoscenza e il corretto utilizzo.

Su questo pilastro, Libera e Gruppo Abele – anche attraverso l’iniziativa “Common”, acronimo di Comunità monitoranti – si impegnano:

– a diffondere la conoscenza degli strumenti di cittadinanza monitorante, tramite una scuola nazionale annuale (scuola Common), percorsi territoriali, formazioni dedicate e una rete nazionale tra tutte le realtà che si riconoscono come “comunità monitoranti” del proprio territorio;

– a realizzare iniziative di promozione della trasparenza su specifici settori.

E, come proposta, Libera e gruppo Abele chiedono a tutte pubbliche amministrazioni (nazionali, territoriali, locali, sanitarie, scolastiche e universitarie …) di:

– rispondere ad una vera logica di “governo aperto”, ottemperando alla normativa anticorruzione prevista da legge non solo con un approccio formalistico e burocratico, ma come opportunità di serio confronto interno e dibattito circa come prevenire il malaffare che può annidarsi all’interno degli enti pubblici;

– aprirsi al confronto e alla vigilanza della cittadinanza monitorante, affinché sia possibile farsi aiutare nel compito della prevenzione del malaffare tramite un contributo proveniente dall’esterno.


Tribunale per i diritti del malato, liste d’attesa troppo lunghe e pronto soccorso in affanno

13 dicembre 2017

E’ stato presentato il ventesimo rapporto Pit Salute da parte di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, dal titolo “Sanità pubblica: prima scelta, ma a caro prezzo”. Secondo il rapporto i cittadini vogliono curarsi nel servizio sanitario pubblico, perché si fidano di tale servizio e non possono sostenere i costi di una assistenza privata. Ma fanno i conti con liste di attesa lunghe, costo elevato dei ticket e dei farmaci e con un’assistenza territoriale che, più del passato, registra carenze e disservizi.

Per quanto riguarda le liste d’attesa, i cittadini segnalano soprattutto tempi lunghi per accedere alle visite specialistiche, in misura di un valore che passa dal 34,3% del 2015 al 40,3% del 2016. Seguono, con il 28,1% delle segnalazioni (era il 35,3% nel 2015), i lunghi tempi per gli interventi chirurgici; al terzo posto le liste di attesa per gli esami diagnostici (dal 25,5% 2015 al 26,4% del 2016).

Il 37,4%  denuncia i costi elevati e gli aumenti relativi ai ticket per la diagnostica e la specialistica, mentre il 31% esprime disagio rispetto ai casi di mancata esenzione dal ticket (in aumento, rispetto al 24,5% del 2015)  Oltre che per i ticket, i cittadini denunciano come insostenibili i costi per farmaci, intramoenia, Rsa (residenze sanitarie assistite) e protesi ed ausili.

In aumento anche le difficoltà relative all’assistenza territoriale (dall’11,5% del 2015 al 13,9% del 2016): in particolare, quasi un cittadino su tre (30,5%) segnala problemi con l’assistenza primaria di base, soprattutto per il rifiuto di prescrizioni da parte del medico (anche per effetto del decreto appropriatezza) e per l’inadeguatezza degli orari dello studio del medico di base.

In seconda battuta, il 16,6% ha difficoltà all’interno delle strutture residenziali come Rsa e lungodegenze, a causa dei costi eccessivi della degenza (per quasi due su cinque), della scarsa assistenza medico-infermieristica (meno di uno su tre) e delle lunghe liste di attesa per l’accesso alle strutture (uno su cinque).

Il 13,8% dei cittadini, in crescita rispetto al 2015, segnala disservizi per il riconoscimento di invalidità ed handicap, che in più della metà dei casi risulta estremamente lento. In un caso su quattro l’esito dell’accertamento è considerato inadeguato alle condizioni di salute. Troppo lunghi inoltre, per il 15,8% dei cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva, i tempi di erogazione dei benefici economici e delle agevolazioni.

In lieve diminuzione le segnalazioni su casi di presunta “malpractice” e sicurezza delle strutture: nel 2016 arrivano al 13,3% rispetto al 14,6% del 2015. La voce più rappresentata (47,9%) è quella dei presunti errori diagnostici e terapeutici.

Cresce invece il dato sulle condizioni di sicurezza delle strutture (dal 25,7% al 30,4%) che riguardano soprattutto le disattenzioni del personale (13,6%), i casi di sangue infetto (5,4%) e le infezioni ospedaliere (5,4%).

L’8,2% dei cittadini segnala problematiche nell’assistenza ospedaliera (88,2%) e nella mobilità sanitaria (11,8%). In riferimento alla prima voce, è soprattutto l’area della emergenza urgenza ad essere nel mirino delle lamentele delle persone che segnalano procedure di “triage” non trasparenti (42,9%) e lunghe attese al pronto soccorso (40,5%). Segue il tema dei ricoveri, su cui i cittadini denunciano spesso di vedersi rifiutato il ricovero (34,5%), o che lo stesso è avvenuto in un reparto inadeguato (21,4%) e ancora la mancanza di reparti e servizi (7,2%).

In aumento, rispetto al 2015, le segnalazioni sulle dimissioni: il 58,8% le reputa improprie, il 29,2% ha difficoltà ad essere preso in carico dal territorio dopo la dimissione, che non risparmiano nemmeno i malati nella fase finale della vita (11,8%).

“I cittadini non ce la fanno più ad aspettare e a metter mano al portafoglio per curarsi; anche le vie dell’intramoenia e del privato sono diventate insostenibili. Serve più servizio sanitario pubblico, più accessibile, efficiente e tempestivo”, ha dichiarato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, relativamente ai contenuti del rapporto.

Così ha proseguito Aceti: “A fronte di dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e problematiche, la rete dei servizi socio-sanitari territoriali non è in grado di dare risposte alle persone in condizioni di ‘fragilità’, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale.

E’ anche per questo che le famiglie fanno sempre più affidamento sui benefici economici derivanti da invalidità civile e accompagnamento. Ma incontrano anche qui difficoltà di accesso crescenti.

Le priorità, dunque, oltre a rafforzare gli interventi, le politiche sociali e attuare il piano nazionale della cronicità, sono: rilanciare gli investimenti nel servizio sanitario nazionale in termini di risorse economiche, di interventi strutturali per ammodernamento tecnologico ed edilizia sanitaria, nonché nel personale sanitario.

E ancora una strategia nazionale nuova per governare tempi di attesa ed intramoenia; alleggerire il peso dei ticket e revisionare la disciplina che li regola tenendo conto anche dei cambiamenti sociali e dell’alto tasso di rinuncia alle cure. Tutto questo è necessario per dare risposte alle profonde disuguaglianze in sanità che ci vengono segnalate”.


Aumenta il reddito ma anche la povertà

10 dicembre 2017

L’Istat ha, recentemente, diffuso alcuni dati sull’andamento del reddito in Italia nel 2015. Tali dati evidenziano una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie, associata però a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale.

Infatti, nel 2015, il reddito netto medio annuo per famiglia è risultato essere pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014).

E tale crescita del reddito familiare può essere considerata, senza dubbio, piuttosto significativa.

Ma non ci si può fermare a tale commento.

Innanzitutto occorre rilevare che la crescita del reddito è stata più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa dopo diversi anni di notevole flessione.

Quindi si stima che il rapporto tra il reddito totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3.

Quest’ultima stima dimostra pertanto che nel 2015 sono aumentate le diseguaglianze economiche.

Inoltre in base ad altre analisi, relative non solo all’Italia, si può notare che tali diseguaglianze si sono accresciute, in tutto il periodo della crisi economica.

Del resto, sempre nell’anno considerato, metà delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese).

Quanto fino ad ora esposto risulta confermato da altri dati, forniti anche in questo caso dall’Istat, relativi al 2016.

Infatti nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%.

E’ aumentata sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).

Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.

Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).