300 minori disabili che nessuno vuole adottare

29 settembre 2015

Secondo i dati forniti dal dipartimento per la giustizia minorile, nel febbraio 2014, 300 minori disabili attendevano ancora di essere adottati. La loro età media è di 10 anni, 62 sono più piccoli, mentre 137 hanno più di 15 anni. Tra questi 17 minori hanno rifiutato l’adozione a causa di precedenti tentativi non andati a buon fine.

Della situazione di questi minori si occupa Maria Gabriella Lanza in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

A tale proposito, Frida Tonizzo, consigliera di Anfaa (associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie), ha dichiarato: “Questi trecento bambini sono stati dichiarati adottabili da anni ma le istituzioni preposte non sono mai intervenute attivamente per garantire loro una famiglia.

Hanno poi scaricato sui minori che hanno ‘rifiutato l’adozione’ la colpevole responsabilità di chi doveva continuare a cercare dei genitori per loro”.

Peraltro la legge 184 del 1983 stabilisce che tutti i minori, anche quelli con disabilità, hanno il diritto di crescere ed essere educati nell’ambito di una famiglia.

Ma tale diritto non è certo garantito sempre, tutt’altro.

Per la verità, non ci sono dati recenti su quanti bambini disabili siano stati effettivamente adottati in Italia.

Ma gli ultimi dati disponibili, che risalgono al 2011, non sono per nulla confortanti.

Nel 2011, infatti, poco meno di un minore accolto su dieci presentava qualche forma di disabilità.

In particolare il 7% aveva problemi psichici, il 2% aveva una disabilità plurima, l’1% difficoltà fisiche e lo 0,4% una disabilità sensoriale.

Che cosa si può fare per aumentare considerevolmente il numero dei minori disabili che vengono adottati?

Le associazioni che fanno parte del tavolo nazionale affido hanno chiesto al governo di dare un contributo economico alle famiglie che accolgono minori con età superiore a 12 anni o con un handicap accertato, come già prevede l’articolo 6 della legge 184 del 1983.

Domandano, poi, che venga al più presto attivata la banca dati nazionale dei minori adottabili prevista dalla legge 149 del 2001: per ora è operativa soltanto in undici tribunali su 29.

Questo strumento dovrebbe servire a trovare i genitori più adatti in base alla condizione del bambino e ad accelerare l’iter burocratico.

Io credo che le richieste formulate dalle associazioni siano condivisibili e sarebbe quindi necessario che fossero, quanto prima, accolte.


Ogni giorno 1.000 persone si ammalano di tumore

27 settembre 2015

E’ stato recentemente presentato il quinto rapporto dell’Aiom (associazione italiana di oncologia medica) e dell’Airtum (associazione italiana registri tumori). I dati contenuti nel rapporto sono molto interessanti. Ogni giorno in Italia si diagnosticano 1.000 nuovi casi di tumore e, negli ultimi periodi, se ne stanno diffondendo di nuovi, come quello al pancreas, per il quale gli strumenti di controllo sono ancora poco efficaci. Il progressivo aumento dell’ invecchiamento della popolazione accresce, inoltre, il rischio che si sviluppino i tumori. L’Italia resta, comunque, uno dei Paesi con il tasso di sopravvivenza più elevato in Europa.

Per la prima volta in Italia, poi, diminuisce il numero di uomini colpiti dal tumore, con 194.400 nuove diagnosi stimate nel 2015 (erano 196.100 nel 2014, 199.500 nel 2013).

Non si registra, invece, la stessa tendenza fra le donne: i nuovi casi sono in lieve crescita nel sesso femminile (circa 169.000 nel 2015). Emerge, in particolare, la diffusione del vizio del fumo. Il 23% delle italiane è tabagista, con ricadute evidenti: tra il 1999 e il 2010 l’incidenza del tumore del polmone è diminuita del 20% tra gli uomini, mentre si registra un +36% fra le donne.

Nel 2015 sono stimate complessivamente 363.300 nuove diagnosi di cancro: la neoplasia più frequente è quella del colon-retto (52.000), seguita da seno (48.000), polmone (41.000), prostata (35.000) e vescica (26.000).

Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Aiom, ha così commentato i contenuti del rapporto: “I nuovi dati confermano la riduzione della mortalità nei due sessi per il complesso dei tumori e per molte neoplasie a più elevato impatto.

E’ la dimostrazione che l’azione del sistema sanitario nazionale è efficace.

Serve, però, maggiore impegno nelle campagne di sensibilizzazione per trasmettere i messaggi chiave della prevenzione oncologica: no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta. Seguire uno stile di vita sano permette di salvare milioni di vite”.

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha dichiarato: “Evidenze scientifiche dimostrano i grandi passi in avanti compiuti negli ultimi anni.

Oggi possiamo affermare che il concetto di cancro come ‘male incurabile’ appartiene al passato. Grazie al progresso della scienza, i tumori stanno diventando sempre più una malattia cronica.

Tuttavia, nonostante gli straordinari successi della ricerca grazie a trattamenti sempre più mirati e altamente specializzati, la patologia resta, anche a causa dell’effetto dell’invecchiamento, una delle prime cause di morte della popolazione.

Per questa ragione dobbiamo potenziare i nostri sforzi e la capacità di coordinare e sostenere l’attività di prevenzione e di assistenza. Dobbiamo tutti insieme professionisti, istituzioni e cittadini impegnarci costantemente per continuare a tenere alto l’attuale livello del sistema sanitario italiano, considerato uno dei migliori del mondo, e ancor di più dobbiamo rafforzare la collaborazione fra istituzioni e clinici, affinché vengano superate le divaricazioni assistenziali che, purtroppo, ancora oggi esistono in diverse realtà del nostro Paese”.

Ha poi sottolineato Emanuele Crocetti, segretario dell’Airtum: “La sopravvivenza in Italia risulta per molte neoplasie superiore alla media europea. Anche il confronto con i Paesi del nord Europa, dove solitamente si registrano i valori più elevati di sopravvivenza, offre informazioni incoraggianti sull’efficacia globale del nostro sistema sanitario nelle sue componenti preventive, diagnostiche e terapeutiche. In molti casi infatti (stomaco, fegato, pancreas, colon, polmone, prostata e rene) le percentuali di sopravvivenza in Italia sono più alte rispetto alla media del nord Europa”.


A 10 anni dalla morte di Federico Aldrovandi

24 settembre 2015

Il 25 settembre 2005 morì Federico Aldrovandi. Federico, all’età di 18 anni, fu fermato, tornando a casa a Ferrara, dagli agenti di polizia Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, tutti condannati per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, in via definitiva, con sentenza della Cassazione nel 2012, alla pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione, in parte coperta dall’indulto.

Il padre di Federico, Lino Aldrovandi, a 10 anni da quel 25 settembre 2005, ha rilasciato alcune dichiarazioni all’agenzia Adnkronos.

Per Lino Aldrovandi “il pensiero è sempre uno, quello di un’ingiustizia nei confronti di un ragazzino che non aveva fatto nulla di male e che una mattina ha incontrato quattro elementi che alla fine lo hanno massacrato, provocandogli 54 lesioni e spezzandogli il cuore, mentre lui gridava ‘aiuto, basta’”.

Così ha proseguito il padre di Federico: “Le sentenze sono state molto dolci, le accetto perché bisogna, ma questa è una storia che non è andata fino in fondo, non credo sia stata fatta piena giustizia”.

E Lino Aldrovandi ha, inoltre, aggiunto: “In Cassazione il procuratore generale nella sua arringa definì i quattro ‘schegge impazzite’ ed io mi chiedo in quale posto di lavoro si continua a tenere una persona definita in questi termini. Io vesto la divisa e nel mio piccolo ci credo, ho giurato fedeltà allo Stato e penso che chi ha tolto la vita vada cacciato fuori senza se e senza ma. Io sono solo un cittadino, ma non sto zitto”.

Infine Aldrovandi ha rilevato la necessità dell’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano.

Infatti nel corso di questa legislatura una proposta di legge relativa al reato di tortura è stata discussa dal Senato, quindi dalla Camera, ed è ora di nuovo in discussione in Senato.

Pertanto è legittimo ipotizzare che neppure in questa legislatura si riesca ad approvare l’introduzione nel nostro ordinamento di un reato specifico di tortura, nonostante che da almeno 5 legislature il Parlamento italiano stia discutendo di tale problematica.

A mio avviso le dichiarazioni di Lino Aldrovandi sono più che condivisibili.

E ritengo anche io che sarebbe necessario introdurre quanto prima il reato di tortura nell’ordinamento italiano.


Ancora 200 persone negli ospedali psichiatrici giudiziari

22 settembre 2015

“A poco meno di sei mesi dal 31 marzo, la data fissata dalla legge per la chiusura degli ospedali psichiatri giudiziari, 230 persone sono ancora internate nei cinque manicomi giudiziari superstiti (Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto) e altre 220 sono internate a Castiglione delle Stiviere, l’ex ospedale psichiatrico giudiziario che ha solo cambiato targa in rems. Circa 300 sono gli internati detenuti nelle rems (residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) attivate in alcune regioni”. Lo sostiene, in un comunicato, il comitato Stop Opg.

Il comitato così prosegue: “Assistiamo ad un boicottaggio (volontario o involontario?) che sta ostacolando la chiusura degli opg e l’avvio della riforma. Ritardi vergognosi, in particolare di alcune Regioni; ed è facile vedere quali: chi non ha accolto subito i propri pazienti lasciandoli rinchiusi in opg.

Ma quasi tutte le Regioni hanno interpretato male la legge 81, concentrandosi sull’attivazione delle rems. Quando invece è l’offerta di progetti terapeutici individuali, preparati dai dipartimenti di salute mentale, che permette alla magistratura di evitare la misura detentiva in rems e optare per misure alternative, certamente più efficaci per la cura e la riabilitazione.

Invece, concentrandosi solo sulle rems, queste sono diventate ‘calamite’ che attraggono persone: molte in misura di sicurezza provvisoria (si arriva fino ai 2/3 delle presenze) o per trasferimenti dal carcere.

Le stesse dimissioni dagli attuali opg destinano quasi sempre alla detenzione in rems invece che a misure alternative”.

E il comitato Stop Opg propone di attuare l’immediato commissariamento delle Regioni inadempienti, per riportare nei giusti binari il processo di chiusura-superamento degli opg, organizzando le dimissioni dagli opg, per chiuderli davvero e rapidamente, e di attuare correttamente la legge 81, privilegiando percorsi di cura con misure alternative alla detenzione in rems (o in carcere).


In aumento i morti sul lavoro

20 settembre 2015

Nei primi 5 mesi del 2015, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, i morti per incidenti sul lavoro sono aumentati dell’8,4%, passando dai 358 casi del 2014 ai 388 del 2015. Se tale andamento proseguirà anche negli altri mesi dell’anno corrente, nel 2015 si potrebbe verificare un’inversione di tendenza, dopo un decennio ininterrotto di contrazione delle morti sul lavoro.

Questo ed altri dati sono stati resi noti dal presidente dell’Anmil (associazione nazionale mutilati ed invalidi sul lavoro), Franco Bettoni, intervenuto alla presentazione del rapporto annuale 2014 dell’Inail.

Bettoni ha aggiunto che, nei primi 5 mesi del 2015, si sono verificati circa 265.000 infortuni, con un calo di sole 15.000 unità rispetto ai 280.000 dello stesso periodo del 2014.

Inoltre Bettoni, riferendosi però a quanto avvenuto nel 2014, ha valutato negativamente la notevole crescita delle malattie professionali, aumentate di 5.600 unità, passando dalle 51.800 patologie denunciate nel 2013 alle 57.400 del 2014 (+10,7%).

Bettoni ha poi dichiarato: “…la sicurezza sul lavoro non rappresenta una priorità per l’economia di un Paese come il nostro, che fatica ad uscire dalla crisi e non vede nella prevenzione un obiettivo strategico.

Basti pensare al solo corrispettivo in termini economici del fatto che gli infortuni sul lavoro, lo scorso anno, hanno causato circa 11 milioni di giornate di assenza dal lavoro per inabilità, con una media di 82 giorni per gli infortuni con menomazioni permanenti e di circa 20 giorni in assenza di menomazioni”.

I dati riferiti da Bettoni, soprattutto, ovviamente, quelli relativi all’aumento dei morti sul lavoro, nel 2015, non possono che essere considerati molto preoccupanti.

E non posso che concordare con la sua affermazione relativa al fatto che la prevenzione degli incidenti sul lavoro non rappresenta, da molti anni, un obiettivo prioritario, in Italia.

Auspico pertanto che gli interventi, da parte delle autorità competenti, volti a migliorare sensibilmente la sicurezza sul lavoro, si sviluppino in misura considerevole.

Solo così si potrà ridurre notevolmente, come necessario, il numero degli incidenti e dei morti sul lavoro.


Un giovane su quattro fuma sigarette

17 settembre 2015

Nel corso della conferenza stampa di presentazione della campagna contro il fumo “Ma che sei scemo???” del ministero della Salute che ha come protagonista l’attore Nino Frassica, sono stati resi noti alcuni dati relativi alla diffusione del consumo di sigarette in Italia.

Un’indagine condotta dalla Global Youth Tobacco Survey (GYTS), in collaborazione con l’Università di Torino dal 2010 al 2014 tra gli studenti tra i 14 e i 16 anni, oltre a fornire dati sulla prevalenza del fumo di sigaretta e di altri prodotti del tabacco ha esaminato cinque determinanti dell’abitudine al fumo: accessibilità-disponibilità e prezzo, esposizione a fumo passivo, cessazione, media e pubblicità, curriculum scolastico.

I risultati più interessanti evidenziano che il 23,4% degli studenti intervistati fuma sigarette (erano il 20,7% nel 2010)  e il 7,6% lo fa ogni giorno; il 47% è cosciente che il fumo passivo è dannoso e circa 4 fumatori su 10 vorrebbero smettere immediatamente.

Per quello che riguarda l’accessibilità ai prodotti del tabacco, nonostante l’esistenza del divieto di vendita, risulta che il 38,2% degli studenti fumatori ha acquistato le sigarette al distributore automatico (era il 10,7% nel 2010) e il 63,9% di questi ultimi non ha ricevuto un rifiuto alla vendita dall’esercente per via dell’età.

La metà degli intervistati vive insieme a familiari che fumano, il  35% ha visto gli insegnanti fumare all’interno della scuola durante l’orario scolastico e il 56% ha visto altri studenti fumare all’interno della scuola durante l’orario scolastico.

La fonte di altri dati è l’Istat.

Nel 2014, su 52,3 milioni di abitanti con età superiore ai 14 anni, i fumatori erano circa 10,3 milioni (19,5%) di cui 6.2 milioni di uomini (24,5%) e 4,1 milioni di donne (14,8%).

Nel 2003, prima della legge 3/2003, la prevalenza dei fumatori era del 23,8% (31% uomini e 17,4% donne) con un calo complessivo dell’18,1% (- 21% gli uomini e – 14,9% le donne); è la prima volta che la percentuale dei fumatori è scesa sotto la soglia del 20%.

I valori più alti per gli uomini si avevano tra i giovani adulti di età compresa tra i 25 e i 34 anni, con una percentuale del 26,4%; per le donne la classe con una prevalenza più alta è diventata quella delle giovani tra i 20 e i 24 anni, con una percentuale del 20,5%.

La prevalenza tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, con un valore di 18,7% (22,4% i maschi e 14,7% le femmine) era in calo rispetto al 20,4% del 2013 ma solo tra i maschi (25,9% i maschi e 14,7% le femmine).

Per quanto riguarda la mortalità da “fumo”, è stato rilevato che anche se negli ultimi 50 anni si è assistito in Italia, come in tutto il mondo occidentale, ad una graduale diminuzione dei fumatori, nel nostro Paese il fumo attivo rimane la principale causa di morbosità e mortalità prevenibile.

Si stima che siano attribuibili al fumo di tabacco in Italia dalle 70.000 alle 83.000  morti l’anno. Oltre il 25% di questi decessi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età.

Considerando questi dati, non posso non auspicare che la campagna contro il fumo “Ma che sei scemo???” abbia un notevole successo, soprattutto fra i giovani.


I poveri ci sono anche a scuola

15 settembre 2015

La povertà educativa, cioè la mancanza delle competenze necessarie per uno sviluppo adeguato e per farsi strada nella vita, è una mina innescata sul futuro di milioni di bambini e adolescenti italiani. Lo rivela il nuovo rapporto di Save the Children “Illuminiamo il futuro 2030 – obiettivi per liberare i bambini dalla povertà educativa”.

Infatti quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura, percentuale che raggiunge rispettivamente il 36% e il 29% fra gli adolescenti che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico e culturale: povertà economica e povertà educativa, infatti, si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione.

Nel Sud e nelle isole, la percentuale di adolescenti che non consegue le competenze minime in matematica e lettura raggiunge rispettivamente il 44,2% e il 42%, con un picco estremo in Calabria (46% e 37%).

In relazione al genere, le disuguaglianze colpiscono in modo particolare le ragazze per la matematica (il 23% delle alunne non raggiunge le competenze minime contro il 20% dei maschi), mentre i ragazzi sono meno competenti in lettura: il 23% risulta insufficiente contro l’11% delle coetanee.

Differenze di genere si osservano anche per le attività ricreative e culturali: il 51% delle minori tra i 6 e i 16 anni non ha fatto sport in modo continuativo contro il 40% dei maschi, mentre questi ultimi leggono meno, fanno poche attività culturali e navigano meno su internet.

Altro fattore della povertà educativa è l’origine migrante dei genitori: tra i ragazzi migranti di prima generazione il 41% non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica e lettura, incidenza che cala al 31% in matematica e al 29% in lettura per quelli di seconda generazione.

Inoltre, sono notevoli le carenze di servizi e opportunità formative scolastiche ed extrascolastiche:  solo il 14% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido o usufruire di servizi integrativi, il 68% delle classi della scuola primaria non offre il tempo pieno e il 64% dei minori non accede ad una serie di attività ricreative, sportive, formative e culturali, con punte estreme in Campania (84%), Sicilia (79%) e Calabria (78%).

In particolare, il 48,4% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro nell’anno precedente, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva.

“I dati che emergono dalle nostre elaborazioni rivelano un fenomeno allarmante: in Italia, una parte troppo ampia degli adolescenti è priva di quelle competenze necessarie per crescere e farsi strada nella vita”, ha sottolineato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“La povertà educativa risulta più intensa nelle fasce di popolazione più disagiate – non dimentichiamo che in Italia più di 1 minore su 10 vive in condizioni di povertà estrema – e aggrava e consolida, come in un circolo vizioso, le condizioni di svantaggio e di impoverimento già presenti nel nucleo familiare”.

“La povertà educativa non può essere un destino ineluttabile e non è accettabile che il futuro dei ragazzi sia determinato dalla loro provenienza sociale, geografica o di genere”, ha aggiunto Raffaela Milano, direttore programmi Italia-Europa Save the Children.

“Le enormi diseguaglianze che oggi colpiscono i bambini e i ragazzi in Italia vanno superate attivando subito un piano di contrasto alla povertà minorile e potenziando l’offerta di servizi educativi di qualità: i dati ci dimostrano che i servizi per la prima infanzia, le scuole attrezzate, le attività ricreative e culturali possono spezzare le catene intergenerazionali della povertà.

Serve però uno sforzo comune e coordinato da parte delle istituzioni ad ogni livello e delle stesse comunità locali e l’impegno per sconfiggere la povertà educativa deve diventare prioritario nell’agenda del Governo”.

Spero anche io che l’impegno per contrastare la povertà educativa diventi un obiettivo prioritario del Governo italiano, come del resto lo dovrebbe diventare la lotta contro la povertà economica minorile, condizione necessaria, come del resto già rilevato nel post, affinchè si possa effettivamente ridurre in misura considerevole, se non eliminare, la povertà educativa.