Perchè molti italiani vanno con le prostitute?

31 maggio 2014

Spesso i mass media si occupano di proposte più o meno valide volte a ridurre i problemi che vengono causati nelle nostre città dalla notevole diffusione del fenomeno della prostituzione. Per ultimo il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha ipotizzato la realizzazione di quartieri a luci rosse. Proposta peraltro non nuova, anche se fino ad ora non è stata attuata in nessuna città italiana.

Ci si occupa di meno di analizzare le caratteristiche che il fenomeno della prostituzione assume in Italia e ciò mi sembra sbagliato.

Secondo alcuni comunque, ad esempio secondo il dipartimento per le pari opportunità, gli italiani che frequentano prostitute sono addirittura 9 milioni. Per l’università di Bologna sono invece 2,5 milioni. Verificare se questi dati siano realistici non è facile.

Ma è indubbio che sono molti gli italiani che le frequentano, anche perché sembra – e invece questa stima è abbastanza attendibile – che siano almeno circa 70.000 le prostitute che, nel nostro paese, esercitano questa professione in modo non saltuario.

Talvolta si tenta di individuare quali sono gli uomini che più spesso vanno con le prostitute.

Si sostiene che tra i clienti delle prostitute ci sono sia italiani che migranti, operai come forze dell’ordine e sacerdoti. A livello anagrafico, la fetta più consistente riguarda gli adulti, la metà dei quali sarebbe composta da uomini sposati. Subito dopo vengono i giovani, mentre l’arrivo di farmaci come il Viagra, avrebbe fatto lievitare anche la domanda da parte degli anziani.

Più raramente ancora si prova ad individuare le motivazioni che spingono un così elevato numero di italiani a frequentare le prostitute.

Individuare tali motivazioni potrebbe essere considerato importante perché in tal modo si contribuirebbe a ridurre il numero delle prostitute, ammesso che tale obiettivo sia ritenuto opportuno e necessario.

E’ indubbio che quelle motivazioni sono diverse. E diverse sono le motivazioni che osservatori più o meno attenti hanno preso in considerazione.

Intanto la sottolineatura del fatto che l’uomo per natura è poligamo, come del resto tutti gli esseri viventi.

Spesso poi si ritiene che l’uomo, pur sposato, vada con le prostitute per non avere “noie”, per il bisogno di variare, per non avere sempre a che fare con la stessa donna, anche per realizzare qualche fantasia erotica che la consorte disdegna e non avere problemi di sorta.

Sono poi considerati importanti il bisogno di dominio e il rifiuto dell’emancipazione femminile.

Così ad esempio si potrebbe spiegare il massiccio ricorso alle ragazze dell’Est, dove c’è una maggiore soggezione nei confronti del maschio.

Un criminologo aggiunge anche che, pur esistendo da sempre il ricorso alle prostitute,  i motivi sono in parte cambiati. Con un’affermazione piuttosto semplice si potrebbe sintetizzare queste novità: “Incomprensioni con le partner, niente impicci o coinvolgimenti. Compri, butti e non ti impegni”.

Una sorta di diffusione del consumismo anche nei rapporti con l’altro sesso, quindi.

Secondo una docente universitaria di psicologia invece: “Con una prostituta l’uomo si sente dominatore. La donna è mero corpo da comprare in mezzo alla strada, dove l’offerta rispecchia quello che il maschio vuole.

Ci siamo conformate, nella nostra sessualità e nei rapporti con il maschio, ai modelli promossi dalla società e dai media. So di dire qualcosa che molte donne non condividono, perché in contraddizione con le conquiste di emancipazione. Forse ci siamo lasciate un po’ andare.

Siamo esigenti e poco disposte a passare sopra le debolezze dei maschi e le loro ansie da prestazione. Siamo noi a chiedere, a decidere, a imporre. La sessualità, invece, non dovrebbe mai essere un’arma di contrattazione”.

A me sembra comunque che sia necessaria un’analisi più approfondita delle motivazioni che inducono molti italiani ad andare con le prostitute.

E’ vero che le prostitute ci sono sempre state.

Ma il notevole ricorso ad esse, che attualmente si verifica in Italia, non lo considero opportuno, per vari motivi, e quindi se potranno essere individuate con maggiore precisione quelle motivazioni sarà più facile attuare gli interventi necessari per ridurre considerevolmente la diffusione del fenomeno della prostituzione.

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I segreti sulle stragi di Stato saranno mai svelati?

29 maggio 2014

Ieri era il 40° anniversario della strage di Brescia, un attentato compiuto in piazza della Loggia il 28 maggio del 1974. Durante lo svolgimento di una manifestazione contro il terrorismo neofascista fu fatta scoppiare una bomba che causò la morte di 8 persone. Anche quella di Brescia può essere definita una strage di Stato, nel senso che anche in questo caso si verificarono depistaggi, interventi di varia natura, ad opera di apparati dello Stato, generalmente realizzati da soggetti appartenenti a servizi segreti deviati.

La strage di piazza Fontana, verificatasi nel 1969 a Milano, viene considerata come la prima strage di Stato. Tra le altre le più note sono state la strage presso la stazione ferroviaria di Bologna e altri attentati compiuti sui treni.

In realtà fra le stragi di Stato, a mio avviso, andrebbero inserite anche alcune attività terroristiche delle Brigate Rosse, in primo luogo il sequestro e l’assassinio di Moro, le uccisioni di alcuni magistrati fortemente impegnati nella lotta contro le mafie, ad esempio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Certo, le differenze fra queste diverse stragi – peraltro tutte quelle che ho citato possono legittimamente essere definite stragi – sono notevoli.

Ma un elemento in comune lo hanno tutte, appunto l’intervento di apparati dello Stato, di più o meno rilevante portata, ma in tutti i casi accertato.

E spesso, nei processi che si sono tenuti sono stati sì condannati gli autori materiali delle stragi – non sempre per la verità -, ma, nella maggior parte dei casi, i veri mandanti non sono stati individuati e forse non si è voluto individuarli.

Proprio per questo si parla di segreti relativi alle stragi di Stato, che nonostante il passare degli anni sono rimasti tali.

Invece sarebbe necessario che tali segreti siano finalmente svelati e io credo che sia ancora possibile, almeno per la maggior parte delle stragi, svelarli.

E’ indispensabile che ciò avvenga, non solo per giudicare e incarcerare i veri mandanti, anche perché molti di questi potrebbero essere già morti, ma soprattutto per conoscere finalmente la verità ed anche per ricostruire un parte della storia italiana degli ultimi decenni che rimane ancora non chiarita in tutti i suoi aspetti.

Il governo Renzi deve fornire dei segnali concreti, non solo tramite degli annunci che lasciano il tempo che trovano, in questa direzione, lo stesso Parlamento deve impegnarsi per contribuire a svelare i segreti citati.

E, a tale proposito, forse può essere valutata positivamente la decisione di costituire una nuova commissione parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta.


Il merito della vittoria del Pd è tutto di Renzi

27 maggio 2014

Renzi può piacere o no. Renzi può essere considerato un uomo di governo in grado di risolvere almeno una parte consistente dei problemi cui si trova di fronte l’Italia in questo periodo oppure no. Ma non credo che non si possa ammettere che il merito della vittoria del Pd alle elezioni europee sia tutto merito di Renzi.

Io ritengo che, se il leader del Pd fosse stato un altro o se il presidente del consiglio espressione di questo partito fosse stato un altro, il risultato del Pd sarebbe stato ben diverso. La percentuale dei voti ottenuti sarebbe stata molto più bassa del 40% e oltre conseguito il 25 maggio.

In un periodo nel quale sempre di più contano i leader politici e la personalizzazione della politica, il fatto che Renzi ha quanto meno acquisito l’immagine di un leader molto diverso da quelli che la sinistra italiana ha avuto negli ultimi anni, molto più dinamico e con una maggiore capacità di cambiare la situazione esistente, gli ha consentito di attrarre molti consensi.

Io non credo che abbia contato solo l’immagine. Io ritengo che effettivamente Renzi sia un leader più dinamico e più in grado di modernizzare il nostro Paese, rispetto agli altri leader che negli ultimi anni hanno guidato la sinistra italiana. Anche se riconosco che un giudizio definitivo, soprattutto sulla sua capacità di affrontare con successo i principali problemi del sistema economico e sociale italiano, non possa essere ancora espresso e saranno invece necessari alcuni anni per verificare i risultati che Renzi sarà in grado di raggiungere.

Penso però che le prime iniziative facciano ben sperare, soprattutto quelle promosse come presidente del consiglio. E si è anche così dimostrato che quanti hanno criticato la sostituzione di Letta, avvenuta senza il ricorso a nuove elezioni politiche, sbagliavano.

Se Renzi non avesse guidato il Pd in occasione delle elezioni europee, inoltre, quasi sicuramente il movimento 5 stelle di Grillo sarebbe divenuto il primo partito con un ampio scarto di consensi rispetto al Pd.

Gli stessi risultati positivi ottenuti dal Pd nelle elezioni regionali di Piemonte e Abruzzo e nelle elezioni amministrative dipendono, in parte quanto meno, dall’effetto-traino determinato dal successo conseguito alle europee e quindi indirettamente dal successo riscosso fra gli elettori da Matteo Renzi.

In conclusione il 25 maggio ha vinto in Italia, soprattutto, il leader di una moderna sinistra riformista. Se Matteo Renzi continuerà a vincere dipenderà, però, esclusivamente, dalla sua effettiva capacità di modernizzare il nostro Paese, e, prevalentemente, dalla sua effettiva capacità di contribuire a risolvere i problemi strutturali cui ci troviamo di fronte da troppi anni ormai.


La pubblica amministrazione può cambiare?

24 maggio 2014

Il governo Renzi ha reso note alcune proposte per introdurre dei cambiamenti nella Pubblica Amministrazione, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza ed anche l’efficacia di quanti lavorano in questo settore. Le proposte non si sono per ora tradotte in un disegno di legge, che però dovrebbe essere presentato entro breve tempo.

Da parte dei sindacati, come riportato in un articolo pubblicato su www.rassegna.it, si è manifestata la volontà di non attendere questo disegno di legge governativo, ma è loro intenzione di elaborare una proposta di riorganizzazione ed innovazione dei servizi pubblici.

L’attenzione che governo e sindacati sembrano dedicare al miglioramento della qualità dei servizi erogati dalla P.A. deve essere valutata positivamente.

Infatti vi sono ampi margini nella P.A. per migliorare la situazione esistente, ponendosi come principale obiettivo il soddisfacimento delle esigenze dei cittadini che si trovano ad intrattenere relazioni con le diverse strutture esistenti all’interno della P.A.

Occorre innanzitutto precisare che, per quanto riguarda l’efficienza della P.A., vi è una situazione a “macchia di leopardo”.

Vi sono componenti di questo settore che funzionano bene, altre in cui si annidano sprechi e disfunzioni. Quindi il giudizio su questo settore non può essere uguale per tutte le strutture in cui si articola. Generalmente le strutture più grandi sono quelle in cui si lavora di meno e peggio, ad esempio.

Comunque se si vuole davvero, e non a chiacchiere, migliorare il funzionamento della P.A., non si tratta in primo luogo di cambiare la normativa vigente. Alcuni mutamenti di questa normativa vanno sì introdotti, ma l’obiettivo prioritario è un altro.

Vi deve essere la volontà del governo centrale e delle amministrazioni locali di cambiare realmente la P.A. e la disponibilità concreta dei sindacati e dei lavoratori di accettare cambiamenti volti a migliorare l’efficienza e l’efficacia nelle diverse strutture, tentando soprattutto di prestare la massima attenzione alle necessità dei cittadini che entrato in contatto con la P.A.

Da decenni, non da pochi anni, si discute in Italia della riforma della P.A.. Alcuni risultati positivi sono stati ottenuti, ma limitati.

Se si intendono perseguire risultati di più ampia portata è indispensabile cambiare marcia.

Lo devono fare i politici, gli amministratori pubblici, ai quali spesso conviene non introdurre mutamenti nella P.A. perchè considerano coloro che vi lavorano anche come un bacino elettorale di notevole importanza.

Lo devono fare i sindacati e i lavoratori, se comprendono davvero che, ad esempio, premiare il merito conviene anche a loro, oltre che essere uno strumento per soddisfare l’interesse generale, di tutti i cittadini.


Perchè sarà molto elevato l’astensionismo alle elezioni europee?

23 maggio 2014

Le previsioni relative ai risultati che i diversi partiti otterranno in occasione delle prossime elezioni europee del 25 maggio non sono molto attendibili per vari motivi.

In primo luogo perché si basano, ovviamente, sui sondaggi che in Italia hanno una validità inferiore a quella che si verifica in altri Paesi. Molti tra gli interpellati sono poco disponibili a dichiarare le loro effettive intenzioni di voto.

Inoltre sempre di più sono gli elettori che decidono come votare negli ultimi giorni prima delle elezioni. E una parte consistente dei potenziali votanti, poi, sono indecisi se astenersi oppure no.

Ma una previsione è certa: molti saranno gli astenuti, cioè coloro che decideranno di non andare a votare.

Una prima notazione va effettuata a tale proposito: le elezioni europee sono state sempre caratterizzate, e non solo in Italia, da una percentuale di votanti decisamente inferiore alle percentuali che si determinano in occasione delle elezioni politiche.

La spiegazione è facile, una parte consistente degli abitanti dei Paesi appartenenti all’Ue considerano il Parlamento europeo poco importante e ritengono la stessa Unione europea come un organismo che spesso si rivela non un beneficio per le popolazioni dei diversi Paesi ma anzi come la causa di alcuni gravi problemi cui si trovano di fronte, soprattutto in un periodo come quello attuale contraddistinto da una grave crisi economica per affrontare la quale i diversi organismi dell’Ue, spinti da alcuni governi europei, primo fra tutti quello tedesco, hanno imposto l’attuazione di politiche caratterizzare da un’eccessiva austerità che, di fatto, non solo non hanno contribuito a ridurre il peso della crisi ma l’hanno addirittura aggravata.

Per quanto concerne l’Italia inoltre, vi è una tendenza che si sta manifestando da diversi anni ormai è cioè la riduzione costante e progressiva dei partecipanti al voto in tutte le elezioni siano esse politiche, amministrative od europee.

Una parte degli astensionisti è costituita certamente da coloro che si disinteressano completamente alla politica.

Ma un parte sempre più consistente di coloro i quali decidono di astenersi è composta da elettori i quali compiono questa scelta perché ritengono i partiti sempre più inadeguati a risolvere i problemi del nostro Paese e sempre di più interessati esclusivamente alla ricerca e alla gestione del potere e al perseguimento degli interessi personali di coloro che candidano.

Quindi una parte di coloro che si astengono compiono una scelta consapevole, più o meno discutibile, ma consapevole e che deriva da problemi reali che riguardano appunto il ruolo dei partiti e il loro rapporto con i cittadini.

Pertanto l’astensione non va demonizzata e non servono a nulla i generici appelli al voto, evitando l’astensione.

Invece si dovrebbe operare, concretamente, affinchè vi sia davvero un profondo rinnovamento dei partiti e del loro modo di fare politica. Solo così ci si potrà attendere, in futuro, una riduzione del numero di coloro i quali non votano ma si astengono.


La mozzarella di bufala è veramente di bufala?

21 maggio 2014

Quanti litri di latte bufalino ogni anno vengono destinati alla produzione di mozzarella e quanti sono di provenienza sospetta? L’operazione d’inizio maggio nel caseificio di Cantile di Sparanise , nel casertano, che ha portato all’arresto di 13 persone tra cui il titolare stesso del caseificio, ha riaperto una recente ferita del comparto mozzarella di bufala, una delle produzioni alimentari più tipiche, famose e discusse del nostro Paese: quella della sofisticazione delle materie prime.

In un articolo di Francesco De Augustinis, pubblicato su http://www.linkiesta.it, si fa il punto della situazione sulla situazione della produzione di mozzarelle di bufala in Italia.

“…Nel 2012 la mozzarella di bufala campana dop ha fatturato 211 milioni di euro alla produzione nazionale, 435 milioni al consumo nazionale e 71 milioni di euro all’export.

Relativamente al 2013, il direttore oggi dimissionario del consorzio della mozzarella di bufala campana dop Antonio Lucisano aveva parlato di  ‘15-20 milioni di euro di perdita di vendite’ dovuti al solo effetto ‘Terra dei fuochi.

Anche la fondazione Qualivita, nel rapporto 2013 sulle dop, ha parlato di un ‘calo dei volumi consumati’ per la mozzarella di bufala.

Il 92% della produzione di mozzarella di bufala dop si concentra in Campania.

Qui il comparto bufalino comprende oltre 279.000 capi (pari a circa il 74% del patrimonio bufalino nazionale) allevati in 1.470 aziende. Nel 2012 sono stati prodotti 37.056 tonnellate di mozzarella dop, per il 58% tra le province di Caserta e Napoli, il 34% a Salerno, il 7% nel basso Lazio e l’1% tra Foggia e Venafro. A questi dati di fatturato, va aggiunta la produzione dei caseifici che fanno mozzarella di latte di bufala senza aderire al consorzio dop: una realtà di dimensioni notevoli, se si considera che tra i migliori 18 produttori di una recente classifica 2010 del Gambero Rosso, solo nove aderiscono la consorzio dop.

Lo spettro della sofisticazione si aggira tra gli stabilimenti campani con particolare forza dal 2012, quando un’inchiesta della Dda di Napoli ha denunciato l’operato di alcuni tra i più grandi produttori aderenti al consorzio (i fatti si riferiscono al 2010), che mescolavano sistematicamente il latte bufalino proveniente dalle aree del dop, con altro non dop, a volte congelato o persino in polvere, proveniente spesso dal Nord o Est Europa.

Il disciplinare di produzione dop prevede che la mozzarella di bufala campana debba essere prodotta ‘con latte fresco, munto nelle ultime ore – minimo 12, massimo 60 – in allevamenti e caseifici dell’area protetta’, ovvero in Campania, Lazio, Puglia e Molise.

Il motivo principale della sofisticazione è l’economicità della produzione. Sul mercato italiano, un litro di latte bufalino arriva a costare da marzo ad agosto 1,35 euro, mentre in periodo invernale si aggira intorno ai 90 centesimi.

Il prezzo del latte di importazione si attesta invece intorno ai 60 centesimi di euro. A ciò si aggiunga che, con l’oscillare della domanda di mozzarella, la clausola delle ‘60 ore al massimo dalla mungitura’ può essere difficile da rispettare, rendendo allettante l’ipotesi della materia prima congelata e, in estrema ipotesi, importata.

Approfittando di alcuni dati inediti Istat sul latte bufalino consegnato ai caseifici in tutta Italia dal 2010 al 2012, possiamo dare una stima delle dimensioni della sofisticazione nella filiera del dop.

Secondo i dati degli organismi ministeriali di controllo, elaborati da Ismea, nel 2012 sono state prodotte 37.122 tonnellate di mozzarella di bufala dop. Secondo quanto prescritto dallo stesso disciplinare, per fare 1 chilo di mozzarella devono essere tassativamente utilizzati 4 litri di latte bufalino (la media è di 4,2 litri).

Il che vuol dire che solo gli 89 produttori appartenenti al consorzio dop devono aver utilizzato almeno 148.488 mila litri di latte bufalino.

Secondo l’Istat, in Italia nello stesso anno sono stati consegnati a tutti i caseifici (sia dop che non dop, per la produzione di mozzarella o di altri prodotti come la ricotta, la provola affumicata, lo yogurt, ecc.) 186.849 litri di latte bufalino complessivamente. Di questi, dall’area dop vengono 179.522 litri.

Un quantitativo in grado di soddisfare tutta la domanda dei caseifici dop, non fosse che questo dato include anche il latte consegnato agli altri circa 160 caseifici di piccole e grandi dimensioni, non appartenenti al consorzio, che producono mozzarella di bufala nella sola Campania.

Una quantità di produttori che, pur considerando una minore presenza nella grande distribuzione, potrebbero produrre ipoteticamente dalle 20 alle 30.000 tonnellate annue, ovvero utilizzare come minimo altri 80.000 litri di latte bufalino (in questo caso il rapporto 4 litri per 1 chilo può essere relativamente più flessibile). Lasciando ombre e interrogativi sull’origine di almeno 40.000 litri di latte necessari alla produzione totale.

Per dissolvere queste e altre ombre, con un decreto del gennaio 2013 l’allora ministro dell’Agricoltura Mario Catania ha istituito l’obbligo per tutti gli allevatori di comunicare al ministero gli esatti quantitativi di latte prodotto con cadenza mensile, per meglio monitorare la produzione delle singole stalle.

La ratio del provvedimento è sapere quanto latte viene consegnato a ogni caseificio, per poter essere certi che sia sufficiente a coprire i quantitativi prodotti. L’efficacia immediata di questa iniziativa sembra riflettersi nello scontro sui prezzi del latte di bufala che ha tenuto banco ancora negli ultimi mesi tra caseifici e allevatori, con i primi che spingono per ridurre i costi delle materie prime per continuare a far quadrare i conti.

‘Incontriamo una forte resistenza a firmare contratti collettivi da parte industriale’, afferma Tommaso Picone, esponente di Confagricoltura di Caserta.

‘Gli allevatori devono far fronte all’aumento dei costi di produzione, dovuti alle materie prime e al costo del lavoro. L’unica cosa che non sale è il prezzo di vendita del latte di bufala, che i caseifici vorrebbero invece abbassare: sta diventando una speculazione’”.


Braccianti indiani costretti a doparsi a Latina per lavorare come schiavi

19 maggio 2014

“Inmigrazione” denuncia le condizioni disumane dei Sikh nell’Agro Pontino. Per resistere al troppo lavoro, al dolore e alla malattia arrivano ad assumere sostanze dopanti e antidolorifiche, “tradendo” anche la loro religione. Il traffico delle sostanze è saldamente in mano a italiani.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it si riferisce di questa vicenda incredibile che si verifica in Italia, non in un paese in via di sviluppo.

“Raccolta manuale di ortaggi, semina e piantumazione per 12 ore al giorno sotto il sole, subendo vessazioni e violenze di ogni tipo.

Un lavoro usurante fatto anche sette giorni su sette sotto il sole cocente come sotto la pioggia.

E’ questa la vita dei braccianti indiani nella zona agricola in provincia di Latina, che per reggere ai ritmi disumani imposti dai ‘padroni’ e non sentire il dolore arrivano ad assumere sostanze dopanti e antidolorifiche. Una forma di doping vissuto con vergogna e praticato di nascosto perché contrario alla loro religione e cultura e condannato dalla comunità.

A denunciare le condizioni della comunità Sikh dell’agro pontino è ‘Inmigrazione’, che ha presentato a Latina il rapporto ‘Doparsi per lavorare come schiavi’.

Scorrendo le testimonianze raccolte dalla onlus emergono chiari i contorni di una nuova forma di schiavitù.

‘Noi sfruttati e non possiamo dire a padrone ora basta – racconta un bracciante -, perché lui manda via. Allora alcuni indiani pagano per piccola sostanza per non sentire dolore a braccia, a gambe e schiena. Padrone dice lavora ancora, lavora, lavora, forza, forza, e dopo 14 ore di lavoro nei campi come possibile lavorare ancora?’. E un altro: ‘Io vergogno troppo perché mia religione dice no questo. È vietato da nostra bibbia. Ma padrone dice sempre lavora e io senza sostanze no posso lavorare da 6 di mattino alle 18 con una pausa solo a lavoro’.

Il traffico delle sostanze è saldamente in mano a italiani organizzati con collegamenti, probabilmente, anche con l’estero.

‘L’auspicio – si legge nel rapporto – è che, insieme agli interventi repressivi delle forze dell’ordine si possa sviluppare una riflessione qualificata da parte di tutti i soggetti interessati, a partire dalla comunità sikh pontina, per promuovere politiche volte a sconfiggere lo sfruttamento, il caporalato, il sistema di tratta che caratterizza questa migrazione e i troppi speculatori che sulla vita dei braccianti indiani hanno fondato il loro lucroso business’.

Inmigrazione denuncia anche lo stato di isolamento della comunità Sikh, senza servizi se non quelli garantiti dal volontariato e dai sindacati: ‘Apprendimento della lingua italiana, conoscenza e fruizione dei servizi sanitari, anagrafici e sociali rappresentano ancora, troppo spesso, un miraggio’.

Per cambiare le condizioni di vita dei braccianti sikh dell’agro pontino è necessario, per la onlus, agire su più fronti: contrasto dell’illegalità e dello sfruttamento sul lavoro, servizi territoriali per l’inclusione sociale, agricoltura competitiva che si basi sulla qualità dei prodotti unita al rispetto dei diritti umani, lotta alle eco-mafie e alle varie frodi alimentari  elementi ineludibili da coordinare per sanare una ferita sociale e culturale incompatibile con un Paese come l’Italia”.