Napolitano è un malfattore?

29 ottobre 2014

No, Napolitano non è un malfattore. Tutt’altro. Eppure sembra che lo pensino quanti, anche recentemente, anche dei parlamentari, gli hanno rivolto delle pesanti accuse, ovviamente false. In realtà Napolitano è stato ed è un grande presidente della Repubblica, che tutti gli italiani dovrebbero ammirare.

Certamente, Napolitano potrà aver compiuto degli errori.

Ma in questi anni di profonda crisi economica e politica dell’Italia è stato un punto di riferimento importantissimo per gli italiani e per le istituzioni internazionali.

Non ci si deve dimenticare che è stato Napolitano a costringere Berlusconi a dimettersi da presidente del Consiglio, non sono stati i dirigenti dei partiti del centro sinistra.

E’ stato Napolitano che nei confronti delle istituzioni internazionali ha mantenuto la credibilità dell’Italia a un livello sufficientemente elevato, quando Berlusconi ne combinava di tutti i colori e quando, dopo il suo allontanamento, e in un momento di gravi difficoltà dell’Italia soprattutto dal punto di vista finanziario, quando nei mercati finanziari i titoli pubblici del nostro Paese avevano raggiunto i minimi storici del loro valore.

E’ stato Napolitano che ha operato per dare vita a un governo, quello presieduto da Monti che, lentamente ma con decisione, e sotto la supervisione di Napolitano, ha evitato il baratro per l’economia italiana e di conseguenza anche per la società italiana.

Poi, sia con il governo Letta che con quello Renzi, ha continuato la sua azione molto efficace di stimolo e di controllo nei confronti del potere esecutivo affinchè, quanto meno, si evitasse che la crisi fosse molto più pesante di quanto sia stata effettivamente.

Inoltre tutti dovrebbero ricordarsi che Napolitano ha accettato di ricandidarsi di nuovo, per un secondo mandato, a presidente della Repubblica perché i leader della maggioranza dei partiti rappresentati in Parlmento glielo chiesero, in quanto non erano riusciti a trovare un’intesa su un candidato alternativo.

E quindi, se tutto questo è vero, come è vero, perché quelle pesanti accuse a Napolitano?

Io non me lo spiego.

Per la verità, forse, una spiegazione ci sarebbe: lo accusano pesantemente quanti vorrebbero solo lo sfascio del sistema politico, economico e sociale italiano.

Ma la maggioranza degli italiani ha sostenuto e sostiene Napolitano ed è questo, ovviamente, quello che conta.

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Basta mafie e corruzione

28 ottobre 2014

Si è conclusa la manifestazione “Contromafie”, organizzata dall’associazione Libera, nella quale si è discusso ampiamente degli interventi da realizzare per contrastare più efficacemente non solo le mafie ma anche il diffondersi del fenomeno della corruzione, considerato tra l’altro una delle cause che favoriscono l’operato delle mafie.

Al termine di “Contromafie” è stato approvato una manifesto che contiene le richieste di Libera per combattere con maggiore forza le mafie e la corruzione.

Dieci sono le proposte formulate nel manifesto.

Per dire basta alle mafie e alla corruzione restituire piena dignità a tutti, con l’introduzione del reddito di cittadinanza.

Valorizzare il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie e alla corruzione come strumenti per la creazione di un nuovo welfare.

Garantire la formazione continua del cittadino per renderlo parte attiva della battaglia contro il crimine e il malaffare.

Difendere il ruolo dell’informazione come garante della democrazia, con il rilancio del servizio pubblico, la tutela dei giornalisti esposti a querele e minacce, il sostegno a produzioni di qualità.

Rompere i legami tra mafia e politica, assicurare trasparenza ai procedimenti pubblici, con l’approvazione di una legge anticorruzione che davvero recepisca le direttive europee.

Aggiornare il strumenti di contrasto alle mafie, estendendo i mezzi d’indagine già sperimentati ai reati di corruzione e alla più grave criminalità d’impresa.

Istituire il 21 marzo come giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Restituire alla collettività tutti i beni confiscati ai mafiosi ma anche ai corrotti con una reale capacità d’azione dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.

Contrastare l’economia illegale che condiziona lo sviluppo di interi territori e comunità.

Introdurre i reati contro l’ambiente nel codice penale.

Le proposte formulate al termine di “Contromafie” mi sembrano più che condivisibili e non posso che auspicare che le istituzioni interessate, ma anche i cittadini, si attivino affinchè tali proposte siano accolte nel più breve tempo possibile.


Meglio la Leopolda che la Susanna

26 ottobre 2014

Sabato passato si sono svolte, contemporaneamente, due iniziative, entrambe molto importanti, una delle giornate di incontri, organizzate dai cosiddetti renziani, presso l’ex stazione Leopolda, a Firenze, e la manifestazione della Cgil, guidata da Susanna Camusso, per il lavoro e contro il governo Renzi, a Roma. Io preferisco la “Leopolda” e tenterò di spiegare perché.

Nelle due iniziative infatti si sono manifestate due “anime” della sinistra italiana, a Firenze una sinistra nuova, riformista, a Roma, almeno in gran parte, una sinistra vecchia, non riformista, un sinistra che sa soprattutto dire dei no e pochi sì.

Io preferisco l’iniziativa di Firenze soprattutto per questo, anche se Renzi, il suo governo e il suo partito, appunto il Pd di Renzi, non sono, a mio avviso, esenti da critiche, e perché Renzi con il suo governo intende, e qualche risultato lo si sta vedendo, effettivamente applicare in Italia una strategia davvero di stampo riformista, mai fino ad ora, nei fatti  e non solo a parole, portata avanti dalla sinistra italiana.

E una strategia riformista è, io credo, indispensabile attuarla se si vuole davvero affrontare, una volta per tutte, i problemi strutturali  che da decenni contraddistinguono il nostro Paese.

E’ presto per concludere che Renzi sarà in grado di realizzare fino in fondo questa strategia riformista. Alcuni passi in questa direzione, molto significativi, sono stati però compiuti.

Anche a me non piacciono certi aspetti del personaggio Renzi e del suo “cerchio magico” (forse dopo venti anni di berlusconismo non poteva avvenire diversamente?) ma la politica del governo, nel complesso, la considero positiva.

E non tutto della sinistra manifestatasi a Roma è da buttare via, ma quella sinistra non è stata e non è in grado di attuare una strategia riformista.

Almeno io la penso così.


Il dramma dei vigili del fuoco

22 ottobre 2014

Caschi scaduti, stivali consumati e pile di fatture e bollette arretrate da pagare ai fornitori di gasolio, gas e luce. Il corpo dei Vigili del fuoco non se la passa proprio bene. Il blocco del turn over ha fatto lievitare l’età media e molti arrivano alla pensione ancora in attività di soccorso. Con loro invecchiano pure caserme e mezzi, che dovrebbero avere una manutenzione ordinaria continua e che invece vengono lasciati arrugginire. Semplicemente, perché i soldi non ci sono.

La difficile situazione dei vigili del fuoco in Italia è descritta in un articolo di Lidia Baratta pubblicato su www.linkiesta.it.

La principale causa di questa situazione è rappresentata dalla carenza dei fondi a disposizione. Dal 2010 in poi si sono infatti ridotti di quasi il 50%.

“Il primo problema sono i numeri. I Vigili del fuoco stabilizzati al momento sono circa 32.000, l’1% di tutti i dipendenti pubblici (di cui 13 donne in servizio sul territorio e 44 tra ingegneri, architetti, geometra e periti). Che significa: un vigile ogni 1.900 abitanti circa, quando la media dei Paesi europei è di un vigile ogni mille abitanti. Agli stabili si aggiungono i cosiddetti discontinui e i volontari, che vengono chiamati quando ce n’è bisogno e che sono fondamentali per coprire le emergenze”.

“Poi ci sono i mezzi e le caserme, che avrebbero bisogno di maggiori servizi di manutenzione. E invece per le autopompe ci sono problemi nell’approvvigionamento del gasolio, con i fornitori che non ne possono più delle fatture non pagate. E nelle sedi dei comandi si accumulano bollette non pagate per il gas e l’energia elettrica. Non è un caso che riguarda qualche sede in particolare, ma è una situazione generalizzata.

Per non parlare dei cosiddetti dpi, i dispositivi di protezione individuale: caschi, giubbotti, guanti, stivali, in cui l’Italia era all’avanguardia in Europa. Ora, con il taglio dei fondi, anche caschi, guanti e affini sono diventati obsoleti”.

E’ del tutto evidente che questi notevoli problemi che colpiscono i vigili del fuoco italiani, determinano condizioni di lavoro molto difficili.

Inoltre la qualità dei servizi erogati dai vigili del fuoco viene influenzata negativamente da essi.

E’ auspicabile pertanto che quanto prima le risorse finanziarie a loro disposizione siano aumentate e non diminuite, per renderle sufficienti.

Tale incremento delle risorse finanziarie necessarie non determinerebbe affatto degli sprechi, ma consentirebbe invece di soddisfare meglio esigenze che interessano tutti gli italiani.


Un centro antisuicidi per disoccupati

21 ottobre 2014

Un centro antisuicidi per disoccupati si vuole realizzare a Pomigliano d’Arco, polo industriale della Campania, dove vari operai si sono tolti la vita o hanno tentato di farlo in seguito alla perdita del lavoro. Si punta a potenziare le ore di apertura di un centro sociale per contrastare il trasferimento del centro di salute mentale.

Di questa iniziativa si occupa Paolo Giovannelli in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“…Il polo industriale della Campania è, sotto questo punto di vista, uno dei posti più pericolosi del paese. Al punto che alcuni medici e infermieri, con il sostegno della chiesa locale e del Comune di Pomigliano d’Arco, vogliono aprirvi il primo centro anti-suicidi dell’hinterland industriale napoletano.

L’ultimo morto, un muratore suicida, è stato ricordato così dal parroco, nell’omelia funebre: ‘Domenico, un grande lavoratore, era umile e onesto: quando veniva in chiesa, aveva la tuta sporca di cemento’.

Prima di uccidersi, tutti chiedono perdono alle famiglie, addossandosi ogni colpa. Poi, se ne vanno.

‘Quest’anno ricorre il centenario della Prima guerra mondiale, l’inutile strage: oggi, invece, c’è una guerra silenziosa che fa strage di lavoratori’, ha detto pochi giorni fa il vescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma.

L’elenco dei suicidi di cassintegrati e disoccupati delle grandi fabbriche in crisi, purtroppo, è lungo. Pochi giorni fa si è ucciso il cinquantenne muratore Domenico Eredità di Afragola (impiccatosi a Casalnuovo, dove abitava; ha lasciato la moglie e due figlie, una di 14 e l’altra di 17 anni); ad Afragola, in febbraio, si era suicidato anche Pino De Crescenzo, 43 anni, da anni cassintegrato del reparto logistico Fiat di Nola, attivista del sindacato di base Slai Cobas.

E poi, il 21 maggio, la sua collega Maria Baratto, anch’essa cassaintegrata Fiat, una signora di 47 anni che si è inflitta una serie di coltellate all’addome e il cui corpo è stato trovato solo a quattro giorni dai fatti, in una casa intrisa di solitudine.

Sempre in febbraio, se ne era andato Eddy De Falco, il pizzaiolo di 43 anni di Casalnuovo, respirando il gas di scarico della sua auto: il giorno prima De Falco, figlio di emigranti in Canada, aveva subito una multa di quasi 2.000 euro dagli agenti dell’ispettorato del Lavoro: gli avevano contestato che sua moglie lavorasse al nero nella pizzeria. Vista senza gli occhiali della burocrazia, forse era solo una donna che aiutava suo marito, nel tentativo di crescere meglio tre figli.

A Pomigliano, proprio in questi giorni, insieme al vescovo Dipalma e il sindaco Raffaele Russo, i medici e gli infermieri dell’Unità operativa di salute mentale (Uosm) dell’Asl 3 napoletana, che collaborano alcuni con colleghi modenesi, stanno pensando di creare un vero e proprio centro di prevenzione dei suicidi collegati alle difficoltà lavorative ed economiche, potenziando l’ascolto dei lavoratori al centro sociale comunale Paolo Borsellino e Rita Atria, ubicato sempre a Pomigliano…”.

Il potenziamento dell’attività del centro sociale non appare però semplice (adesso il locale è aperto solo il giovedì, dalle 15,30 alle 19,30): il sindaco di Pomigliano, Russo, anch’esso medico, è tuttora costretto a contrastare l’ipotesi di smantellamento del centro di salute mentale della “città delle fabbriche”, visto che la dirigenza dell’Asl Napoli 3 Sud avrebbe già manifestato l’intenzione di trasferire la stessa Uosm di Pomigliano a Marigliano.

Io spero che le difficoltà per realizzare il centro in questione siano superate e auspico che quanto si vuole fare a Pomigliano si faccia anche in diverse altre parti d’Italia.

Anche se, ovviamente, il modo più efficace per ridurre notevolmente, come necessario, il numero dei suicidi per motivi economici, è affrontare seriamente la crisi, cosa che purtroppo in Italia, ma in tutta Europa almeno, non si riesce a fare.


Il sindaco di Padova è razzista?

20 ottobre 2014

Nuova iniziativa più che discutibile del sindaco di Padova Massimo Bitonci: un’ordinanza che vieterà a chiunque arrivi dall’Africa di dimorare anche temporaneamente nel comune di Padova senza certificato medico. L’ordinanza dovrebbe servire, secondo Bitonci, ad impedire il diffondersi dell’Ebola a Padova. Questa è sola l’ultima di una serie di iniziative molto discutibili di Bitonci che, legittimamente, può essere accusato di essere un vero e proprio razzista.

E’ bene precisare che Bitonci aderisce alla Lega. Ciò, ovviamente, non stupisce affatto.

Nel recente passato un regolamento comunale promosso da Bitonci ha suscitato notevoli polemiche, quello che prevede di multare i mendicanti e di  requisire loro le elemosine.

Comunque c’è chi si oppone a Padova all’azione di Bitonci.

Ad esempio il movimento Padova 2020, poi gli universitari (e gli studenti delle scuole superiori) con le loro associazioni di riferimento (Asu, sindacato degli studenti), Legambiente.

Costoro non vogliono che Padova diventi “la città dei divieti” (come già molti media hanno cominciato a battezzarla).

A proposito del regolamento comunale in questione il consigliere comunale Beatrice Della Barba, rappresentante di Padova 2020, ha affermato: “Anche il modo di esprimersi usato per il regolamento è razzista e sprezzante. Chi vende per strada diventa ‘vu cumprà’ anche tra le maglie istituzionali. Chiunque di noi è contrario all’accattonaggio molesto, soprattutto con uso di bambini.

Ma qui la situazione è diversa. Non voglio strumentalizzare la religione, ma la carità se l’è inventata il Cristianesimo e chiunque deve essere libero di farla. La verità è che il regolamento dei divieti è una questione politica, non di regole. Tutti siamo contrari al racket, ma non si combatte con un regolamento comunale. E’ un’azione finta e tarocca, fumo negli occhi dei cittadini. Limita la libertà delle persone ma non sfiora il crimine”.

Mi sembra che le critiche a Bitonci siano più che giustificate e che le sue iniziative stiano facendo una cattiva pubblicità a una città come Padova che non se la merita.

Però mi sorge un dubbio: come mai la maggioranza dei padovani in occasione delle ultime elezioni comunali ha eletto come sindaco un personaggio come Bitonci? Il suo programma lasciava presagire le iniziative che ha successivamente realizzato.


Una proposta contro la povertà

16 ottobre 2014

Per tutte le famiglie in povertà assoluta è necessario istituire un reddito di inclusione sociale (Reis): lo ha chiesto l’Alleanza contro la povertà in Italia al Governo che ha organizzato un dibattito pubblico a Roma il 14 ottobre. Costo della misura a regime 7 miliardi di euro l’anno: “cifra che colmerebbe la distanza tra la spesa pubblica italiana e quella media europea per il contrasto alla povertà”, dicono i rappresentanti dell’Alleanza di cui fanno parte tra gli altri Acli, Action Aid, Caritas italiana, Forum nazionale del Terzo settore, Cgil, Cisl, Uil, Comunità di Sant’Egidio e Save the Children.

Di cosa si tratta?

Si tratta di una misura per tutte le famiglie in povertà assoluta (il 4,1% nel 2013) residenti in Italia da almeno un anno. Ogni nucleo – si legge nel documento firmato dalle sigle sociali – riceve mensilmente una somma pari alla differenza tra il proprio reddito e la soglia Istat della povertà assoluta.

A questo si accompagna l’erogazione di servizi sociali, socio-sanitari, socio-educativi o educativi.

Ma questo strumento (considerato un livello essenziale delle prestazioni sociali) dovrebbe essere introdotto gradualmente, attraverso un percorso quadriennale: dal 2015 ogni anno la spesa pubblica aumenta rispetto al precedente.

A regime, nel 2018, la misura costerebbe 7,1 miliardi di euro, pari solamente a poco più dell’1% della spesa primaria corrente e coprirebbe le spese per i trasferimenti e l’organizzazione dei servizi. Il primo anno si dovrebbero quindi investire 1,77 miliardi di euro per raggiungere il 2% delle famiglie italiane; per il secondo servirebbero 3,55 miliardi per il 2,9% delle famiglie, per il terzo 5,32 miliardi per il 3,7% e per il quarto 7,1 miliardi per il 4,5%.

Alla presentazione è intervenuta Franca Biondelli, sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali, che ha riconosciuto “il lavoro importante svolto dal vasto cartello di soggetti che propone il Reis. Anche l’Ue – ha aggiunto – ritiene importante la lotta alla povertà con il sostegno all’inclusione attiva (Sia).

Intendiamo potenziare la sperimentazione Sia, attiva in 12 città del Paese, cercando nella legge di stabilità le risorse per estenderla all’intero Paese. Sono stati avviati pagamenti da aprile ad agosto, 50 milioni di euro per le 12 città.

Con il progetto del Reis il Governo ha comunanze di vedute ma – ha precisato il ministro – ci sono limiti di bilancio con cui si deve fare i conti”.

L’Alleanza contro la povertà in Italia è, comunque, determinata a portare avanti il progetto perché, ha ricordato Francesco Marsico di Caritas italiana, “essa si fonda su una comune idea di diritti e di come si possa oggi costruire un percorso possibile di contrasto alla povertà”.

Il progetto è stato curato da Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica di Milano e visiting senior fellow alla London School of Economics di Londra. Gori ha affermato che “il Reis costituisce una proposta per affrontare in modo organico la povertà che i dati Istat ci dicono essere raddoppiata negli ultimi sette anni e riguardare ormai il 9,9% della popolazione”.

Per questo, ha sottolineato, “è urgente avviare un piano nazionale contro la povertà, da subito, a partire dal 2015, impiegando inizialmente almeno 1,7 miliardi di euro, per arrivare a regime in un quadriennio a una spesa di 7,1 miliardi, un centesimo della spesa corrente”.

L’attuazione della proposta presentata mi sembra più che necessaria, in una situazione come quella italiana nella quale la crisi economica è tutt’altro che terminata e nella quale quindi la povertà si è sensibilmente accresciuta.

I vincoli rappresentati dall’esigenza di contenere il deficit del bilancio pubblico in questo caso devono assolutamente essere allentati, individuando le risorse finanziarie indispensabile perché possa essere prevista l’istituzione del reddito di inclusione sociale.