I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Goletta Verde di Legambiente: il mare italiano in cattiva salute

13 agosto 2017

Sono stati resi noti i risultati finali di Goletta Verde 2017, il consueto viaggio di Legambiente lungo  i 7.412 chilometri di costa dell’Italia. E’ emerso un quadro poco rassicurante: su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge.

Si tratta di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati.

Preoccupa anche il perdurare di alcune situazioni critiche, già registrate nelle precedenti edizioni, con ben 38 malati cronici contro i quali Goletta Verde punta il dito: si tratta di quei punti che sono risultati inquinati mediamente negli ultimi 5 anni e che si concentrano soprattutto nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e Sicilia (5).

Di fronte a questa situazione e dopo i tanti appelli inascoltati e lanciati alle Amministrazioni e agli Enti competenti per verificare le cause dell’inquinamento, Legambiente ha presentato alle Capitanerie di Porto 11 esposti, uno per ogni regione in cui sono presenti i malati cronici di inquinamento, sulla base della legge sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel codice penale, tra cui il reato di inquinamento ambientale (art. 452 bis del codice penale).

Un’azione, quella di Legambiente pensata per chiedere alle Autorità competenti di intervenire per fermare i numerosi scarichi inquinanti che purtroppo ancora oggi, si riversano in mare, soprattutto nella stagione estiva, e che costituiscono una minaccia per il mare, la salute dei bagnanti e la biodiversità.

“Il mare italiano continua a soffrire per la presenza di numerosi scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – e anche quest’anno i dati di Goletta Verde confermano nuovamente la gravità della situazione, segnata anche dal problema dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani.

Per questo abbiamo deciso di consegnare, in chiusura della campagna 11 esposti, per 38 situazioni particolarmente critiche, alla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera, che tra le tante competenze ha anche il monitoraggio e verifica sugli scarichi in mare provenienti da terra. Con la finalità di mettere in atto controlli su tutta il corso d’acqua, il fosso o il canale segnalato, per individuare gli inquinatori e le ragioni dell’inquinamento che, come spesso accade, possono risiedere anche nei comuni dell’entroterra e non necessariamente in quelli costieri, che invece si trovano a subirne maggiormente gli effetti negativi”.

Non va meglio sul fronte dell’informazione ai cittadini, sui divieti di balneazione e la cartellonistica informativa che dovrebbe essere presente nella spiagge balneabili, obbligatoria a carico dei Comuni costieri da anni.

“I cittadini – spiega Serena Carpentieri, responsabile campagne di Legambiente – continuano a navigare in un mare di disinformazione. Così come in buona parte d’Italia, stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari enti preposti per fornire informazioni chiare.

I tecnici di Goletta Verde hanno avvistato solo 16 di questi cartelli informativi, presenti solo nel 9% dei punti. Per quel che riguarda invece i cartelli di divieto di balneazione, dei 91 punti vietati alla balneazione dalle autorità competenti, solo 23 presentano un cartello di divieto di balneazione. Nel 10% dei casi dove i cartelli di divieto sono assenti, troviamo una presenza media o alta di persone che, ignare, fanno il bagno”.

Oltre alla maladepurazione, tra gli altri nemici del mare ci sono il marine litter e i cambiamenti climatici.

Il Mediterraneo è uno dei mari più minacciati dal marine litter, i rifiuti che galleggiano in mare e quelli spiaggiati, frutto della cattiva gestione a monte, dell’abbandono consapevole e della cattiva depurazione.

Nel 18% dei punti monitorati dai tecnici di Goletta Verde è stata riscontrata la presenza di rifiuti da mancata depurazione: assorbenti, blister, salviette ma, soprattutto, di cotton fioc. In 46 spiagge monitorate da Legambiente ne sono stati trovati quasi 7.000, frutto della cattiva abitudine di buttarli nel wc e dell’insufficienza depurativa.

E per finire c’è la questione dei cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature e della salinità del Mar Mediterraneo che hanno facilitato l’arrivo di specie aliene come pesci tossici, granchi tropicali, alghe infestanti.

Ad oggi sono più di 800 quelle segnalate e di queste circa 600 vivrebbero ormai stabilmente nel Mare Nostrum. Un numero, quello dei ritrovamenti di specie alloctone nel Mediterraneo, che è triplicato dal 1980, mentre è raddoppiato negli altri mari.


La storia di Francesca, assistente sociale nonostante la Sma (atrofia muscolare spinale)

10 agosto 2017

Si è laureata alcuni giorni fa all’università di Bari: 26 anni, una carrozzina elettrica per muoversi in autonomia, è addetta stampa del Comitato 16 novembre, perché “condivido la battaglia per l’assistenza domiciliare, diritto fondamentale”. La laurea, una grande soddisfazione: “ma se avessero pensato a un’asta per il microfono, sarebbe stato meno umiliante”

La storia di Francesca l’ho appresa leggendo un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

Francesca Cicirelli, pugliese, 26 anni, con la Sma (atrofia muscolare spinale) da quando è nata, si è laureata qualche giorno fa in Scienze del servizio sociale a Bari

Con la sua carrozzina elettrica, riesce a rendersi praticamente autonoma in tutto, barriere permettendo. E la sua  vocazione sociale Francesca la esercita anche come consigliera e addetta stampa del Comitato 16 Novembre, di cui fa parte dall’inizio di quest’anno.

Ha conseguito una laurea con lode, dal titolo “Nonostante tutto… la disabilità”, dopo un percorso di studi che, “nonostante tutto”, è filato liscio.

Ha dichiarato Francesca: “Ho interrotto per un paio d’anni per lavorare in un’azienda di famiglia, ma poi ho sentito il bisogno di riprendere gli studi, per prepararmi all’unico lavoro che sogno di fare: l’assistente sociale”.

Le è stato impossibile frequentare le lezioni, perché Altamura, dove Francesca vive con la sua famiglia, dista un’ora di auto – o due ore di treno – dall’ateneo di Bari.

“Andavo all’università solo per il ricevimento dei professori o per gli esami – ha proseguito -. Prendevo il treno ad Altamura e, alla stazione di Bari, trovavo ad aspettarmi il tutor che mi aveva assegnato l’università”.

Le difficoltà però non sono mancate: “Ho dovuto lottare a lungo perché i montascale non erano adeguati al sollevamento della carrozzina elettrica. Alla fine però il problema è stato risolto”.

L’ultima barriera Francesca l’ha incontrata proprio in sede di laurea: “Io non sono in grado di tenermi il microfono da sola: l’ha dovuto tenere tutto il tempo Mariangela (Lamanna, portavoce del Comitato 16 Novembre). Sarebbe bastata un’asta, per rendere la situazione meno imbarazzante e umiliante”.

E Francesca è molto orgogliosa del traguardo raggiunto ed è già concentrata sui suoi progetti futuri: “A novembre, potrei già sostenere l’esame di Stato, per abilitarmi come assistente sociale”.

“E non credo che sia un lavoro difficile per chi ha una disabilità. Basta trovare l’ambito giusto. Io ho in mente i minori oppure le persone con disabilità: è accanto a loro che vorrei lavorare. E sono convinta di poterlo fare”.

Io non posso che augurare a Francesca di riuscire effettivamente a trovare il lavoro che desidera, e per il quale ha studiato, sempre che sia messa in condizione di farlo, ad esempio tramite la prosecuzione dell’assistenza domiciliare, cosa che purtroppo non è per lei scontata.


2017 Odissea nelle spiagge

6 agosto 2017

Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, ha recentemente presentato il dossier “2017 Odissea nella spiaggia”, nel quale ci si occupa di lidi illegali, coste cementificate e spiagge inaccessibili.

Il dossier è suddiviso in tre parti.

Nella prima si analizza il numero degli stabilimenti illegali presenti in Italia, nella seconda si segnala come tutta la costa italiana stia per essere cementificata, nella terza si riporta il manuale di autodifesa del bagnante, ormai famoso vademecum dei Verdi su come comportarsi per rivendicare il diritto alla libera spiaggia e al libero bagno.

“Le coste italiane sono tra le più cementificate d’Europa secondo l’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, e anche secondo l’Ispra: 160 milioni di metri cubi di cemento lungo i quasi 8.000 chilometri di coste, una incredibile colata selvaggia che corrisponde a 534.000 appartamenti da 100 mq l’uno”, ha spiegato Bonelli.

“Se noi vogliamo rilanciare la bellezza delle nostre coste, che per il 75,4% sono impattate dalla presenza di coperture artificiali, e anche il turismo, che è strettamente legato alla bellezza – ha ribadito il leader dei Verdi – non possiamo consentire questa selvaggia cementificazione. Non è un caso che in molte regioni italiane gli amministratori sono impegnati a emanare sanatorie, condoni edilizi e blocco di demolizioni proprio nelle zone più belle e vincolate del nostro Paese. Un atteggiamento tipicamente italiano che noi giudichiamo inaccettabile”.

“Ecco perchè – ha proseguito Bonelli – noi Verdi anche quest’anno presentiamo il ‘manuale di autodifesa del bagnante’, uno strumento importante e utile che i cittadini possono utilizzare per far valere i propri diritti. Con tutte le indicazioni su come comportarsi per difendere i nostri litorali e per far valere i nostri diritti. Quando ad esempio qualcuno andando in spiaggia vi chiede un biglietto di ingresso, cosa del tutto illegittima e illegale, oppure vedendo  un abuso edilizio che sta per essere realizzato sulla costa o sulla spiaggia, agite in prima persona.”

Quali sono i dati principali del dossier?

In Italia negli ultimi 5 anni sono stati oltre 110 gli stabilimenti balneari sequestrati alla mafia. Da nord al sud d’Italia passando da Roma.

Quali sono i motivi che hanno portato in questi anni la procura distrettuale antimafia ad operare sequestri di queste strutture e quante ancora agiscono indisturbate gestite dai mafiosi ?

In primo luogo la maggiore predisposizione per riciclare denaro di provenienza illecita sulle spiagge, in secondo luogo perché lo stabilimento balneare ha un alto livello di redditività considerato che  il costo (irrisorio) della concessione demaniale incide meno dell’ 1% sul fatturato dello stabilimento come è possibile verificare dai bilanci dell’agenzia del demanio.

19,2 milioni di metri quadri di spiagge sono occupate da stabilimenti, ovvero da 160 milioni di metri cubi di cemento che corrispondono a 534.000 appartamenti da 100 mq l’uno: una grande colata di cemento.

I dati della cementificazione delle coste in Italia sono drammatici se si considera che dei circa 8.000 chilometri più di 6.000 sono già cementificati rimanendone libero solo un quarto (proiezione dei Verdi su dati Wwf), ma visto l’andamento attuale nel 2060 tutta la costa del Belpaese sarà un’unica barriera di cemento e mattoni.

E non basta, secondo i dati Ispra ben un terzo delle nostre spiagge è interessato da fenomeni erosivi in espansione.

Sul resto del territorio non ce la passiamo meglio, sempre l’Ispra nel suo rapporto sul consumo del suolo 2017 avverte che la superficie potenzialmente impattata dalla presenza di coperture artificiali, considerando il territorio ricadente entro una distanza 200 metri dalle aree consumate, è risultata essere pari a il 75,4% della superficie nazionale della relativa fascia.

“La nostra bella Italia non può essere trattata così – ha concluso Bonelli – anche perché con il ritmo di speculazione attuale nel 2060 non ci saranno più coste da proteggere perché tutte cementificate e non potremmo lasciare nulla ai nostri figli e ai figli dei nostri figli”.


Strage di Bologna, i familiari delle vittime contro la Procura e il Governo

2 agosto 2017

Come ogni anno, il 2 agosto, si commemorano le vittime della strage di Bologna, avvenuta nel 1980, quando una bomba, collocata nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, provocò 85 morti. Quest’anno i familiari delle vittime hanno rivolto alla Procura della Repubblica e la  Governo delle forti  e giustificate critiche.

Perché protesta l’associazione dei familiari delle vittime?

Per quanto concerne la Procura della Repubblica di Bologna, i familiari criticano l’archiviazione, decisa della Procura, dell’indagine sui mandanti.

In una sua dichiarazione, il presidente dell’associazione delle vittime, il deputato Pd Paolo Bolognesi, ha sostenuto “l’infondatezza della richiesta di archiviazione sui mandanti della strage del 2 agosto 1980, presentata dalla Procura di Bologna, a cui ci siamo opposti, che ha liquidato i Nar degli stragisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini come dei neofascisti spontaneisti, non controllati da P2 e servizi segreti, come, invece, dimostra la sentenza definitiva di condanna di Gelli, Pazienza e degli allora vertici del Sismi per averli protetti depistando le indagini. Come ci dimostra la sentenza per la strage di piazza della Loggia, a Brescia”.

E Bolognesi ha criticato anche il Governo: “Lo Stato, inteso come Governo, si è comportato in maniera assurda e truffaldina nei confronti delle vittime della strage della stazione: la legge 206, la digitalizzazione delle carte, la direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti non funzionano, non vanno avanti”.

Anche Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, è intervenuta sulla questione della desecretazione.

Daria Bonfietti ha inviato una lettera a Matteo Renzi in qualità di ex presidente del Consiglio dei Ministri: “Come associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica abbiamo salutato la sua direttiva sulla desecretazione come un positivo progetto di trasparenza, di corretto rapporto tra cittadini e istituzioni e come significativo contributo alla ricostruzione storica: abbiamo cercato di impegnarci – pur tra indifferenza e atteggiamenti burocratici di rifiuto e chiusura – visionando le carte che via via venivano messe a disposizione e infatti abbiamo da subito cominciato a denunciare una insufficienza del materiale reso disponibile ).

Per Ustica una ‘cronica’ mancanza di documentazione coeva ai fatti: abbiamo continuato il nostro impegno trovando ascolto nel sottosegretario Claudio De Vincenti ma oggi ci sentiamo di denunciare e di richiamare la sua attenzione, proprio come capo del Governo che aveva aperto il processo, sugli esiti fallimentari che si stanno prospettando.

Intanto riteniamo gravissimo che il Governo attuale non abbia nominato un sottosegretario di riferimento indebolendo nei fatti la tensione dell’Esecutivo quando sempre più clamorose emergono le difficoltà: da un lato per la inconsistenza del materiale messo a disposizione, segnale evidente di una mancanza di indirizzo politico nelle varie amministrazioni – segnaliamo ad esempio la assoluta mancanza di documentazione del ministero dei Trasporti (un ministero che quindi totalmente non ottempera alla direttiva), la assoluta mancanza di documentazione per l’arco di sei anni, 1980-1986, della Marina, a scendere fino alla mancanza di documentazione della Prefettura di Bologna. Una situazione alla quale fa poi da corollario l’emergere di una situazione disastrosa e forme di archiviazione inaccettabili delle varie amministrazioni.

…Una situazione che, proprio nel rispetto degli impegni della sua direttiva, dovrebbe richiedere il massimo dell’impegno e della consapevolezza e che si va via via trasformando in una resa che però trova un inaccettabile alibi nel considerare sbagliata e velleitaria proprio la direttiva stessa da lei promulgata. Tutto questo mi sento di denunciare portando a sua conoscenza per chiedere un impegno nello spirito che aveva animato la sua iniziativa”.

Le critiche delle associazioni dei parenti delle vittime delle stragi di Bologna e di Ustica mi sembrano più che fondate e sarebbe quindi necessario che il Governo facesse quanto richiesto e che il Tribunale di Bologna rigettasse la richiesta di archiviazione relativa all’indagine sui mandanti della strage del 2 agosto 1980.


Le “mani che non amo ma sono le mie”, il post di Barbara tetraplegica

30 luglio 2017

La scrittrice Barbara Garlaschelli pubblica le foto delle sue mani, “il punto dolente, lo stigma che mi getta senza compassione nella categoria delle tetraplegiche. Queste mani sono le mie. E non cerco comprensione o compassione o altro. Solo sento il bisogno di mostrare anche ciò che di me non amo”. E il post spopola in rete.

Barbara Garlaschelli ha rilasciato alcune dichiarazioni a “Redattore Sociale”.

“Le mie mani sono il punto dolente, lo stigma che mi getta senza compassione nella categoria delle tetraplegiche”.

Le mani, per Barbara Garlaschelli sono il segno più evidente e più difficile da accettare, quasi il simbolo della propria disabilità. Una disabilità peraltro più che accettata: vissuta, accolta, raccontata, fino a farne arte e letteratura. Ma le mani sono “il punto dolente”, sempre lì a rammentare ciò che potevano e ora non possono, ciò che erano e poi non sono più.

Per questo, per riconoscere e in qualche modo perfino celebrare questa debolezza, la scrittrice ha pubblicato due foto: le foto delle sue mani, insieme al post che definisce “più intimo, impudico, coraggioso che abbia mai scritto”. Un post che, in poche ore, ha conquistato migliaia di “like”.

“E’ facile postare foto in cui mi vedo bella – scrive – E’ facile mostrare le mie gambe lunghe, le spalle ben tornite, il décolleté che per ora reggo, il viso che c’ha un suo perché”. Molto più difficile mettere in mostra le proprie mani, visto che “io non amo le mie mani – confessa francamente – che peraltro fanno un degno lavoro. Le dita serrate, la mancanza di un’armonia che mi colpisce. Eppure non le tengo mai ferme, le mostro cercando, spesso riuscendoci, di depistare i miei interlocutori, che non capiscono che non posso stringere le dita, afferrar le cose…”.

Ribadisce, la scrittrice: “Le mie mani non le amo, anzi… Cerco di non pensare a quando suonavano il pianoforte o afferravano borse e penne. Le mie mani, eterno monito che tutto può smarrirsi in un secondo, eppure continuare a vivere come se niente fosse”. Le foto e il post sono quindi un atto di coscienza, una presa di posizione: “Queste mani sono le mie. E non cerco comprensione o compassione o altro. Solo sento il bisogno di mostrare anche ciò che di me non amo. Queste mani son parte di me”.


Renzi: viva le mamme! E i papà?

26 luglio 2017

Il Pd di Renzi ha recentemente nominato i responsabili dei 40 dipartimenti in cui è stato suddiviso il partito. Polemiche e ironie sono state alimentate dall’istituzione del dipartimento “mamme”. Tale decisione può dare origine a diversi interrogativi. Perché non prevedere anche un dipartimento “papà”, pur se mi rendo conto che questa scelta avrebbe determinato un’ulteriore domanda: perché chiamarlo “papà” e non “babbi”?

Alla prima domanda si potrebbe rispondere ipotizzando che Renzi, almeno adesso, sia più in sintonia con sua madre che con il padre, a causa dell’inchiesta Consip, nella quale è indagato Tiziano Renzi. Del resto, in una intercettazione telefonica tra Renzi figlio e Renzi padre, il figlio intimò al padre di non coinvolgere la madre in quell’inchiesta.

E poi, si sa, i maschi italiani sono molto “attaccati” alle loro mamme e volendo essere, il Pd di Renzi, in maggiore sintonia con la società italiana, in seguito alle diverse sconfitte elettorali subìte negli ultimi anni, la scelta di quel dipartimento potrebbe essere così motivata.

Oppure ancora, la festa della mamma è molto più sentita della festa del papà, di qui la decisione di prevedere un dipartimento mamme e non un dipartimento papà.

Per la verità, qualche osservatore un po’ cattivello potrebbe rilevare che l’istituzione del dipartimento mamme sia uno dei diversi sintomi della notevole confusione che attualmente contraddistingue il Pd di Renzi.

Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del Pd, in una dichiarazione ha così spiegato la scelta di dare vita al dipartimento mamme “Per continuare la nostra razza bisogna dare sostegno concreto alle mamme. Renzi in campagna elettorale ha detto che si sarebbe occupato anche di mamme, è stato coerente, in Italia nascono sempre meno figli, la genitorialità viene spesso lasciata da sola. Non ci sono più mamme in Italia, vi rendete conto che siamo il Paese più anziano d’Europa? Siamo un Paese che rischia tra qualche decennio di non avere più ragazzi italiani. Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia”.

La Prestipino, però, a causa dell’utilizzo del termine “razza” è stata oggetto di numerose e forti critiche, non raggiungendo quindi il suo obiettivo di giustificare e motivare adeguatamente la decisione di istituire il dipartimento mamme, anzi raggiungendo l’obiettivo opposto, quello di accrescere le perplessità e le valutazioni negative nei confronti di quella decisione.

A questo punto mi sorge un dubbio: non sarebbe stato meglio utilizzare un altro termine, forse un po’ più tradizionale, per definire quel dipartimento, ad esempio “famiglie”, in considerazione anche del fatto che esiste un ministero così chiamato?