In aumento i reati contro gli animali

19 luglio 2018

E’ stato presentato il nuovo rapporto Zoomafia che, come ogni anno, si occupa dei crimini contro gli animali, spesso sistematici e seriali, commessi in Italia. Il rapporto Zoomafia 2018 “Crimini e animali”, redatto da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’osservatorio Zoomafia della Lav (Lega anti vivisezione), è alla sua diciannovesima edizione e analizza lo sfruttamento criminale di animali avvenuto nel 2017.

“Il primo dato che emerge dal nuovo rapporto è la conferma della capacità penetrante della criminalità organizzata in settori diversi ma accumunati dal coinvolgimento di animali – ha affermato Ciro Troiano -.

Interessi che si intrecciano con le più tradizionali attività manipolatorie e pervasive come la corruzione, la connivenza con apparati pubblici infedeli, il controllo delle attività illegali sul territorio.

Un altro dato da rilevare è la sempre maggiore gestione organizzata delle condotte zoocriminali. Sempre più spesso, infatti, si riscontrano reati associativi, perpetrati da gruppi di individui legati o dal concorso o da vero vincolo associativo”.

I combattimenti tra animali, le corse clandestine di cavalli e le truffe nell’ippica, il business dei canili e il traffico di cuccioli, il contrabbando di fauna e il bracconaggio organizzato, le macellazioni clandestine e l’abigeato, la pesca di frodo e le illegalità nel comparto ittico e l’uso di animali a scopo intimidatorio o per lo spaccio di droga, i traffici di animali via internet e la zoocriminalità minorile: questi i principali contenuti presenti nel rapporto Zoomafia 2018.

Come sono stati ottenuti i dati rilevati nel rapporto?

L’osservatorio nazionale Zoomafia della Lav ha chiesto alle 140 procure ordinarie e alle 29 presso il tribunale per i minorenni i dati relativi al numero totale dei procedimenti penali sopravvenuti nel 2017, sia noti che a carico di ignoti, e al numero di indagati per reati a danno di animali.

Le risposte sono arrivate dall’82% delle procure ordinarie e dall’86% di quelle per i minorenni, la percentuale più alta da quando ha avuto inizio questo tipo di analisi.

Il totale dei procedimenti sopravvenuti nel 2017, sia a carico di noti che di ignoti, per i reati a danno degli animali, è di 8.518 fascicoli (3.869 a carico di noti e 4.649 a carico di ignoti) con 5.310 indagati.

Esaminando i dati di un campione di 98 procure su 140 che hanno risposto sia quest’anno che l’anno passato, i procedimenti nel 2017, rispetto al 2016, sono aumentati del +3,74% (7.100 fascicoli nel 2017 e 6.844 nel 2016) mentre gli indagati sono diminuiti del -1,08% (4.487 indagati nel 2017 e 4.536 nel 2016).

“I crimini contro gli animali sono in aumento rispetto al totale dei reati commessi in Italia nel 2017 che, secondo gli ultimi dati ufficiali, hanno registrato una flessione del -10%: è chiara la controtendenza – spiega Troiano.

La diminuzione del numero degli indagati, invece, nonostante l’aumento del numero dei procedimenti a carico di soggetti noti, può indicare una flessione nella repressione dei reati contro gli animali perpetrati in modo organizzato o con il concorso di più persone”.

Un altro aspetto da considerare è che in generale sono di più i reati denunciati a carico di ignoti che quelli registrati a carico di autori noti.

Se si considera poi che, notoriamente, i processi celebrati che arrivano a sentenza sono poco meno del 30%, e di questi solo la metà si concludono con sentenza di condanna, i crimini contro gli animali che di fatto vengono puniti con sentenza sono solo una minima parte rispetto a quelli realmente consumati.

Dall’analisi dei crimini contro gli animali consumati in Italia si evince che il reato più contestato resta quello di maltrattamento di animali con 2.657 procedimenti, pari al 31,19% del totale dei procedimenti (8.518), e 1.951 indagati. Rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentanti del +3%.

Seguono, uccisione di animali con 2.633 procedimenti, pari al 30,91%, e 572 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentanti del 1,72%; reati venatori con 1.464 procedimenti, pari al 17,18%, e 1.323 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentati del 6,82%; abbandono e detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, con 1.250 procedimenti, pari al 14,67%, e 1.120 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentati del 12,84%; uccisione di animali altrui con 411 procedimenti, pari al 4,82%, e 161 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono diminuiti del 12,19%; traffico di cuccioli con 58 procedimenti, pari allo 0,68%, e 99 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentati del 10%; organizzazione di combattimenti tra animali e competizioni non autorizzate con 25 procedimenti, pari allo 0,29%, e 67 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono aumentati del 4,54; spettacoli e manifestazioni vietati con 20 procedimenti, pari allo 0,23%, e 17 indagati, rispetto al 2016 i procedimenti sono diminuiti del 31,82%.

Troiano conclude così: “Negli anni, gli scenari e i traffici criminali a danno degli animali si sono trasformati. Del resto, la criminalità organizzata è un fenomeno cangiante e totalitario e come tale tenta di monopolizzare e controllare qualsiasi condotta umana attraverso il controllo del territorio, dei traffici criminali, inclusi quelli legati all’ambiente e agli animali.

E’ ormai un dato acquisito che nella questione criminale rientrano pienamente condotte delinquenziali che vedono gli animali mero strumento per introiti e proventi illeciti.

La diffusione della criminalità zoomafiosa è favorita anche da un sistema normativo repressivo non sempre efficace. Auspichiamo che si arrivi finalmente al varo di provvedimenti legislativi, come il potenziamento della normativa sulla tutela penale degli animali, attesi da anni.

Inoltre, poiché notoriamente questi reati sono accompagnati spesso da fenomeni di corruzione e di falso documentale, va rafforzata la normativa contro la corruzione e previste aggravanti per il coinvolgimento collusivo di pubblici ufficiali in questi reati, perché sono proprio loro che, di fatto, rendono possibile con la loro malafede, la realizzazione del reato”.

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Necessario ascoltare i fascisti?

17 luglio 2018

Pasolini rispose a Calvino il quale, in un articolo, aveva affermato di non avere il minimo interesse a conoscere e incontrare i “nuovi fascisti”, in questo modo: “augurarsi di non incontrare dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e incontrarli”. 

Così proseguì Pasolini: “Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ un atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso”.

Questa risposta di Pasolini, a mio avviso, rimane attuale. E non solo nei confronti dei giovani fascisti.

Del resto anche oggi si assiste ad una crescita del numero dei giovani neofascisti, pur se tale crescita non debba essere sopravvalutata.

E non ci si può sottrarre dall’incontro, dall’ascolto.

Certo occorre criticare le loro opinioni, ma è necessario almeno provare a confrontarsi con loro e cercare di convincerli.

Sarebbe sbagliato, e peraltro non si otterrebbe niente nel giusto tentativo di combattere le loro posizioni, limitarsi a contrastarli fortemente, senza alcun tentativo di dialogo. Potrà anche avvenire che quel dialogo sarà rifiutato ma almeno si deve provare, per gli stessi motivi indicati da Pasolini.

Sono convinto, peraltro, come lo era Pasolini, che qualcuno, anche pochi nel complesso – ma già questo sarebbe un buon risultato – cambierà posizione.

Ma quanto sostenuto da Pasolini rimane attuale anche nei confronti di altre persone, che sostengono altre tesi, non sempre giovani.

Molti, oggi, sono fortemente critici nei confronti della presenza di migranti in Italia. La paura dei migranti ha rappresentato uno dei motivi principali alla base del forte consenso che ha riscosso e che sta riscuotendo la Lega.

Molti, più in generale, sostengono formazioni politiche populiste, come la stessa Lega e il movimento 5 Stelle, perché sembrano opporsi con decisione alle èlites, all’establishment.

Diversi osservatori, italiani e stranieri, come Baumann e Diamanti, hanno analizzato i motivi alla base della crescita dei consensi nei confronti dei movimenti populisti, in Italia e all’estero. Non mi sembra questa l’occasione per riportare le loro tesi.

Ma utilizzando le loro tesi, oltre che le motivazioni addotte da Pasolini, si potrebbe concludere che anche in questo caso sarebbe opportuno cercare il dialogo con le persone, giovani e non, che sostengono le posizioni dei movimenti populisti, anche con coloro che possono sconfinare nel razzismo.

Sarebbe necessario comprendere i motivi alla base delle loro posizioni, criticando tali posizioni e fornendo risposte diversi ai problemi sollevati, ma non sottovalutando quei problemi e chi ne è colpito.

Tutto ciò dovrebbe fare soprattutto la sinistra, i movimenti e i partiti di sinistra, evitando di comportarsi come ci si è comportati di fronte al berlusconismo, solamente con il cosiddetto antiberlusconismo. Di fatto Berlusconi e il berlusconismo sono stati sconfitti dalla magistratura, non con la politica.

E se si vuole sconfiggere i populisti, non è sufficiente l’antipopulismo, la critica dura alle loro posizioni .

Va fatto anche questo, ma non è sufficiente.

Di nuovo, è necessario confrontarsi con le persone che sono favorevoli ai movimenti populisti, non con atteggiamenti di superiorità morale, ma tentando di fornire risposte alternative ai problemi da loro sollevati.


Nel 2017 boom di arresti per crimini contro l’ambiente

11 luglio 2018

E’ stato recentemente presentato il rapporto ecomafia 2018 di Legambiente. Queste le principali conclusioni del rapporto: nel 2017 boom di arresti per crimini contro l’ambiente e di inchieste sui traffici illegali di rifiuti. Campania ancora una volta in testa per il numero di reati, concentrati per il 44% nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Nel settore dei rifiuti la percentuale più alta di illeciti su scala nazionale. 17.000 le nuove costruzioni abusive. Il fatturato dell’ecomafia sale in un anno del 9,4%, a quota 14,1 miliardi.

Legambiente ha diffuso un comunicato in cui vengono evidenziati i principali contenuti del rapporto.

Si rileva innanzitutto che mai nella storia del nostro Paese sono stati effettuati tanti arresti per crimini contro l’ambiente come nel 2017, mai tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti.

Infatti sono state 538 le ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016).

Un risultato importante sul fronte repressivo frutto sia di una più ampia applicazione della legge 68, come emerge dai dati forniti dal ministero della Giustizia (158 arresti,  per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente) sia per il vero e proprio balzo in avanti dell’attività delle forze dell’ordine contro i trafficanti di rifiuti: 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556.000 tonnellate del 2016).

Il settore dei rifiuti è quello dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24%.

A completare il quadro, un fatturato dell’ecomafia che sale a quota 14,1 miliardi, una crescita del 9,4%, dovuta soprattutto alla lievitazione nel ciclo dei rifiuti, nelle filiere agroalimentari e nel racket animale.

La corruzione rimane, purtroppo, il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini, che nello sfruttamento illegale delle risorse ambientali riesce a dare il peggio di sé.

L’alto valore economico dei progetti in ballo e l’ampio margine di discrezionalità in capo ai singoli amministratori e pubblici funzionari, che dovrebbero in teoria garantire il rispetto delle regole e la supremazia dell’interesse collettivo su quelli privati, crea l’humus ideale per le pratiche corruttive.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – dimostrano i passi da gigante fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese.

La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche, dove ognuno deve fare la sua parte, responsabilmente”.

“Contiamo – ha proseguito Ciafani – sul contributo del ministro dell’ambiente Sergio Costa e sulla costruzione di maggioranze trasversali per approvare altre leggi ambientali di iniziativa parlamentare come avvenuto nella scorsa legislatura.

Noi lavoreremo perché tutto questo avvenga nel più breve tempo possibile, continuando il nostro lavoro di lobbying per rendere ancora più efficace la tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini e delle imprese sane e rispettose della legge”.

Il rapporto Ecomafia 2018 di Legambiente, scendendo nel dettaglio, mette in evidenza soprattutto i  seguenti temi: fotografia dell’illegalità ambientale, applicazione delle norme sugli ecoreati, inchieste sui traffici illeciti di rifiuti, ecomafia, abusivismo edilizio, agroalimentare sotto attacco, pirati di biodiversità, ladri di cultura, shopper illegali.

Ecco le principali proposte formulate da Legambiente:

– mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali, ecc.) sulla legge 68 che deve essere conosciuta nel dettaglio per sfruttarne appieno le potenzialità;

– sempre con riferimento alla legge 68 rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella legge sugli ecoreati, così come in quella che ha istituito il sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente e completare l’iter di definizione dei decreti attuativi del ministero dell’Ambiente e della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere pienamente operativa la legge 132 del 2016 che ha riformato il sistema nazionale delle Agenzie per la protezione dell’ambiente;

– semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello Stato, nella figura dei prefetti, esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, i soggetti che ricoprono cariche elettive, ovvero i sindaci;

– approvare il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo un nuovo articolo che preveda sanzioni veramente efficaci (fino a sei anni di reclusione e multe fino a 150.000 euro) per tutti coloro che si macchiano di tali crimini;

– escludere l’applicabilità al caso dei reati ambientali del nuovo istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015, n. 28, che soprattutto nel caso dei reati ambientali contravvenzionali rischia di vanificare molti procedimenti aperti;

– nell’ottica di garantire migliore protezione al nostro patrimonio storico-culturale, rivedere il quadro normativo, partendo dal dato di fatto che, se si esclude il delitto di ricettazione – che è quello che si prova a contestare nei casi più eclatanti e che prevede una sanzione massima di 8 anni – il rimanente quadro sanzionatorio in mano agli inquirenti è ancora troppo generoso per i trafficanti;

– sul fronte agroalimentare, riprendere la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari della commissione ministeriale presieduta dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, che introduceva una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato;

– rendere gratuito e quindi davvero accessibile l’accesso alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, altrimenti tale possibilità rimarrebbe un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini;

– istituire al più presto, nel parlamento, le commissioni d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.


Anche gli psichiatri contro Salvini, giustamente

11 luglio 2018

Le dichiarazioni di Salvini sono numerose e riguardano diverse problematiche, non solo quelle relative ai migranti, che restano comunque le sue preferite. Recentemente, il vero premier dell’attuale governo ha sostenuto che si assisterebbe in Italia ad un’esplosione di aggressioni da parte delle persone affette da disturbi mentali, che il tema della psichiatria sarebbe abbandonato sulle spalle delle famiglie e che ci sarebbe stata una chiusura di tutte le strutture di cura. 

Diverse sono state le reazioni critiche nei confronti delle affermazioni di Salvini.

La Società italiana di psichiatria (Sip), attraverso un comunicato a firma del presidente, Bernardo Carpiniello, del segretario nazionale Enrico Zanalda, e del past President Claudio Mencacci, ha espresso grave preoccupazione per tali affermazioni.

“La Società italiana di psichiatria – spiegano i tre dirigenti – coglie l’occasione per sottolineare che non risulta alcun incremento dei reati contro la persona da parte di persone affette da disturbi mentali, e che non più del 5% dei reati gravi è attribuibile ad esse.

Quanto affermato dall’on. Salvini è dunque destituito di ogni fondamento scientifico, statistico, sociale. Certamente però è foriero di nuovi consensi sulla pelle delle persone malate.

La Sip coglie anche l’occasione per ricordare, anche al nuovo governo, che il modello italiano di assistenza psichiatrica varato con la riforma del 1978 viene considerato a livello internazionale, a partire dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), un modello da seguire in tutto il mondo”.

“Seppur faticosamente e non senza problemi, compresi quelli a carico delle famiglie che nessuno disconosce, in questi 40 anni è stata creata in Italia una vasta e capillare rete di strutture psichiatriche, articolata in 163 dipartimenti di salute mentale, 1.460 strutture territoriali, 2.284 strutture residenziali che ospitano oltre 30.000 persone, 899 strutture semiresidenziali, 285 servizi psichiatrici di diagnosi e cura ospedalieri, per un totale di 3.623 posti letto con altre 22 unità ospedaliere accreditate per ulteriori 1.148 posti letto.

Questo sistema garantisce ogni anno assistenza a oltre 800.000 persone grazie all’impegno e alla dedizione di circa 30.000 operatori, che troppo spesso vengono lasciati soli di fronte all’immane e crescente onere di responsabilità e impegno che grava su di essi, talora anche al prezzo di notevoli rischi personali”, proseguono.

“Al vice Premier e ministro dell’interno – aggiungono gli psichiatri della Sip – chiediamo quindi un impegno a far cessare l’unico abbandono che si deve riconoscere, cioè quello, colpevole, dello Stato, che spende un misero 3,5% del budget della sanità per il settore della salute mentale, a fronte di medie del 10-15% di altri grandi Paesi europei come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, lasciando sguarniti di personale i servizi, che attualmente hanno un deficit di operatori che va dal 25 al 75% in meno dello standard previsto di un operatore ogni 1.500 abitanti in 14 regioni/province autonome su 21.

Operatori che sono spesso vittime di aggressioni e violenze che spesso nulla hanno a che fare con le malattie mentali, perché commesse da persone con precedenti penali e sotto effetto di sostanze, portati di peso nei pronto soccorso psichiatrici”.

“Cogliamo dunque l’occasione – con questa lettera al governo ed in particolare al sig. ministro della Salute e al sig. ministro degli Interni, per quanto di loro competenza – per metterci a loro disposizione al fine di fornire tutte le informazioni e gli elementi di conoscenza utili ad avere una percezione più appropriata e fondata sulle evidenze della complessa realtà dell’assistenza psichiatrica in Italia, auspicando che i riflettori che si sono ancora una volta accesi sulla salute mentale , come quasi sempre a seguito di tragici eventi, non si spengano immediatamente, cosicché si possa dare finalmente luce e visibilità ad una parte della sanità italiana sino ad oggi rimasta estranea ad un reale e concreto impegno finalizzato a salvaguardare e potenziare quanto di significativo è stato costruito negli ultimi quarant’anni”.

La Società italiana scienze infermieristiche in salute mentale (Sisism), plaudendo la Sip per la presa di posizione citata, ha chiesto a chi si occupa di politica, ed in particolare al ministro Salvini, “di utilizzare le parole in modo misurato e rispettoso quando parla di persone che soffrono, delle loro famiglie e di tutti gli operatori del settore della psichiatria italiana che è stata pioniera e visionaria prima di quel faticoso successo del 13 maggio 1978 che ha suggellato una legge, la 180, che sancì la chiusura progressiva dei manicomi, luoghi non di cura ma in cui si consumarono innumerevoli violenze alle persone e alla loro dignità, con il silenzio e la complicità della politica, delle istituzioni, della società. Creò le premesse per una profonda riforma della psichiatria, grazie all’impegno civile ed etico di tante persone, donne e uomini professionisti del settore, in particolare medici e infermieri”.

“La Sisism è oggi qui per dire no alle facili equazioni aggressività-violenza=psichiatria, no al crescente mandato di controllo sociale richiesto ai centri di salute mentale, no alla delega alla salute mentale di problematiche di natura sociale e di ordine pubblico, no a qualsiasi forma di proposta per l’attivazione di strutture che rischiano di riproporre ‘reclusioni di massa’, no all’abolizione della legge 180″, si spiega ancora nella nota diffusa.

“Come Sisism – prosegue – saremo sempre presenti per dire sì ogni volta che verrà posta al centro della discussione la dignità umana, sì ogni volta che qualcuno cercherà soluzioni sempre nuove che non contemplino l’esclusione, la chiusura, l’allontanamento ma l’inclusione, la costruzione di reti, il supporto alla persona e alla famiglia, il lavoro ‘paziente’ con chi soffre e la sua famiglia affinché diventino loro i protagonisti del proprio cambiamento e responsabili della propria salute, come scritto nel ‘patto infermiere cittadino’ del 12 maggio 1996”.

“Lei oggi ha in mano il potere (e l’accezione migliore del verbo potere e cioè che lei può…), e allora lo usi bene con la psichiatria, mostri buone intenzioni per sanare quello che è possibile, solo così avrà tutta la collaborazione e l’impegno degli operatori del settore, delle persone che soffrono, delle loro famiglie che non si tireranno indietro se lei e il suo seguito, piuttosto che costruire muri e chiudere porte in faccia, vuole veramente cambiare, ma investendo su quanto è stato faticosamente costruito”, conclude la Sisism.


I poveri in Italia sono più spesso stranieri

5 luglio 2018

Secondo recenti dati Istat la povertà assoluta è notevolmente cresciuta nel 2017. Se ne è discusso molto. Meno frequentemente però si è tentato di comprendere chi sono i poveri e perché, nonostante la crescita del Pil, il loro numero è aumentato. Provano a rispondere a queste domande Massimo Baldini e Francesco Daveri in due articoli pubblicati su www.lavoce.info. 

In effetti, nel 2017, rispetto all’anno precedente, il numero delle famiglie in povertà assoluta è aumentato, secondo l’Istat, di 158.000 unità, passando dal 6,3 al 6,9% del totale.

Anche altri dati, senza dubbio interessanti, possono essere considerati.

Nel 2017 c’erano, appunto, in Italia 158.000 famiglie povere in più rispetto all’anno precedente (1 milione e 778.000 contro il milione e 619.000 del 2016).

L’aumento del numero dei nuclei in povertà assoluta ha coinvolto sia le famiglie italiane che quelle composte da soli stranieri.

La variazione assoluta è maggiore per le prime (+184.000) rispetto alle seconde (+56.000). Ma sul totale del rispettivo gruppo l’incidenza della povertà cresce di più per le famiglie straniere (+3,5 punti percentuali) contro il +0,7 per cento delle famiglie italiane.

Dati più disaggregati mostrano che è aumentata la percentuale di famiglie povere di soli italiani al Nord (dal 2,6 al 3,1% del totale) e – più nettamente – al Sud (dal 7,5 al 9,1%), mentre al Centro il dato è in lieve calo.

Ma i dati Istat del 2017 confermano chiaramente che per le famiglie costituite di soli stranieri (sono 1,6 milioni) il rischio di essere in povertà assoluta continua a rimanere di sei volte (29,2 diviso 5,1) più elevato rispetto a quello che pende sui 23,8 milioni di famiglie italiane.

E’ più o meno la stessa sproporzione che si osservava nel 2016.

Pur essendo solo il 6,6% delle famiglie residenti in Italia, quelle di soli stranieri rappresentano il 27% di tutte le famiglie povere e il 32% degli individui poveri.

E questi dati non sono solo aride statistiche, ma hanno una grande rilevanza politica.

Ad esempio, nella versione delineata nel contratto del governo del cambiamento (articolo 19, pagina 34), si evince che dal reddito di cittadinanza gli stranieri sarebbero esclusi.

Quindi la principale misura anti-povertà del nuovo esecutivo – poiché riservata ai cittadini italiani, per ridurne i costi per lo Stato e per ottenere il gradimento della Lega – escluderebbe dai potenziali beneficiari circa un terzo (il 32%) dei potenziali destinatari.

Proprio quelli che secondo i dati Istat ne avrebbero più bisogno. E ciò avverrebbe perché queste persone non sono cittadini italiani pur risiedendo nel nostro Paese e in molti casi contribuendo alla creazione di reddito in Italia nella posizione di immigrati regolari.

Ora qualcuno potrebbe rilevare che questo non è molto importante perché il reddito di cittadinanza non si realizzerà mai. Ma questo è un altro discorso…

Ma ciò che appare certa è l’esistenza di un altro limite della proposta del reddito di cittadinanza: l’esclusione di una parte consistente dei poveri che avrebbero realmente bisogno di un misura del genere.

Per quanto riguarda il fatto che la povertà assoluta sia aumentata anche se è cresciuto il Pil, Baldini e Daveri formulano le seguenti principali considerazioni.

Innanzitutto rilevano che la tendenza del Pil e della povertà a muoversi nella stessa direzione è una spiacevole novità.

Infatti durante la grande recessione del 2008-2009 il Pil diminuì del 7% e la povertà aumentò solo marginalmente, un po’ grazie al cuscinetto della cassa integrazione guadagni, che limitò i danni della recessione sul mercato del lavoro, e un po’ perché la recessione riguardò più le aziende esportatrici che quelle attive sul mercato interno.

Dopo la stagnazione del 2014, nel 2015 arrivò finalmente la ripresa, ma a questo punto l’incidenza della povertà non diminuì, anzi aumentò.

Nel 2017 la frazione di famiglie e individui poveri è stata la più alta dal 2005, da quando l’Istat ha cominciato a raccogliere questi dati.

Durante la crisi la crescita media annua del numero dei nuclei poveri è stata molto più forte nel Sud, mentre negli anni della ripresa l’incremento della povertà è stata maggiore nelle regioni del Nord.

E’ possibile che le differenze nei numeri post crisi possano essere associate a due fenomeni distinti.

Il primo è la mobilità tra regioni italiane, in particolare lo spostamento di famiglie dal Mezzogiorno che non cresce verso il Nord che cresce.

Il secondo fattore, già analizzato in precedenza, potrebbe derivare dal fatto che nel Nord è molto maggiore la quota di famiglie di stranieri, tra le quali l’incidenza della povertà è nettamente più elevata rispetto a quella osservata presso le famiglie di italiani.

Quindi, in conclusione, la tendenza all’aumento dei poveri nonostante la crescita del Pil dipenderebbe dal fatto che negli anni della ripresa l’incremento della povertà è risultato essere maggiore nel Nord.


Niente vacanze per 8 milioni di italiani

4 luglio 2018

Molti italiani sono in vacanza o ci andranno nelle prossime settimane. Molti ma non tutti. Infatti secondo un’indagine, commissionata da www.facile.it all’istituto di ricerca mUp Research e condotta con l’ausilio di Norstat su un campione rappresentativo della popolazione nazionale, sono 8,3 milioni i nostri connazionali che quest’anno non partiranno per le ferie estive, vale a dire poco meno di 1 italiano adulto su 5. 

Perché 8 milioni di italiani non andranno in vacanza?

I motivi sono diversi.

La prima ragione per cui non si parte è di natura economica; il 64% di chi rinuncerà alle vacanze, ovvero 5,3 milioni di persone, ha dichiarato, semplicemente, di non potersele permettere.

Appuntamento invece solo rimandato per 1,4 milioni di persone (17% dei rispondenti che non partiranno). Faranno sì le ferie, ma più avanti.

Può sembrare curioso, eppure ci sono ben 1,2 milioni di italiani (15%) che non faranno ferie perché… non hanno interesse a farle.

Se a livello complessivo a non partire questa estate saranno soprattutto i single (1 su 3 resterà a casa), gli over 55 (più di 1 su 4) e i residenti nel Centro-Sud (più di uno su cinque), analizzando la sola parte di rispondenti che hanno dichiarato di non potersi economicamente permettere le vacanze, emerge un altro quadro.

A dover rinunciare alle ferie per motivi economici sono principalmente le famiglie con 3 o 4 componenti, ma anche i giovani con età compresa fra i 25 ed i 34 anni (fra chi, in questa fascia d’età non parte, quasi 7 su 10 lo fa per ragioni economiche).

E, invece, chi andrà in vacanza?

Sono circa 35,5 milioni gli italiani che partiranno per le ferie.

Ma dove andranno?

L’Italia si conferma la meta privilegiata per i vacanzieri 2018, tanto che più di 7 rispondenti su 10 (73%) hanno dichiarato di scegliere come destinazione una delle località di villeggiatura italiane, mentre il 18% trascorrerà le ferie all’estero e il 9% dei rispondenti all’indagine ha dichiarato che alternerà un viaggio in Italia con uno oltre confine.

In media gli italiani che partiranno trascorreranno in vacanza 10,6 giorni e se è vero che il budget pro capite mediamente stanziato per le ferie è risultato pari a 1.580 euro, il 52% dei vacanzieri non arriverà a spendere più di 1.000 euro.

Questo valore, però, cambia sensibilmente a seconda dell’età del viaggiatore; se gli under 25 sono quelli che spenderanno di meno, in media 785 euro, saranno gli adulti tra i 35 e 54 anni e gli over 55 a destinare maggiori risorse economiche alla vacanza, con una spesa media pro capite pari a, rispettivamente, 1.700 euro e 1.913 euro.

Budget diversi e, evidentemente, legati anche alla durata delle vacanze, che si preannunciano mediamente corte per i giovani con meno di 35 anni, dei quali circa il 50% farà viaggi inferiori ai 7 giorni, mentre i più adulti si concederanno soggiorni di durata maggiore, superiori alla settimana per il 62% di coloro che hanno tra i 35 e 54 anni e per il 69% degli over 55.


Maggiore l’uso del contante maggiore il numero dei reati

28 giugno 2018

Recentemente diversi esponenti del nuovo governo hanno proposto di rendere possibile un maggiore utilizzo del contante nei pagamenti, allentando così le restrizioni attualmente esistenti. Tale eventualità è stata criticata da molti osservatori, i quali hanno rilevato che in questo modo si sarebbe favorita l’evasione fiscale e, più in generale, le attività economiche illegali ed anche quelle criminali. 

Uno studio di alcuni ricercatori della Banca d’Italia, Guerino Ardizzi, Pierpaolo De Franceschis, Michele Giammatteo, sembra avvalorare tali critiche.

Nello studio in questione è stato utilizzato un modello econometrico per identificare le anomalie nell’utilizzo di contante a livello comunale potenzialmente riconducibili ad attività criminali. L’analisi ha riguardato 6.810 comuni italiani.

L’utilizzo del contante è stato misurato dalla quota dei versamenti in contante rispetto al totale dei versamenti a livello comunale.

L’ipotesi di base del modello è che l’utilizzo di contante abbia una componente strutturale o “fisiologica” e una componente “illegale” connessa alla presenza di attività criminali.

L’insieme di variabili esplicative, relativo alla componente “illegale”, è costituito da due indicatori di criminalità, rappresentati dal numero di denunce relative alle due categorie di reati comunemente considerate in letteratura: “enterprise syndicate crimes” e “power syndicate crimes”.

Il primo gruppo ricomprende i reati connessi a scambi illeciti di beni e servizi, che prevedono un accordo tra le parti coinvolte (gli specifici reati considerati sono il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione e la ricettazione), mentre il secondo si riferisce alle attività delittuose collegate al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata (come le estorsioni).

Le attività illegali sono di norma a elevata intensità di contante e quindi la relazione attesa tra la variabile oggetto di studio e gli indicatori di criminalità è positiva.

Infine, è stato inserito nel modello un indicatore dell’economia sommersa (il numero pro-capite di società operanti nell’edilizia), con l’obiettivo di distinguere le attività irregolari da quelle criminali.

Le dimensioni del settore edile sono comunemente utilizzate in letteratura come indicatore dell’economia sommersa, in quanto si tratta di uno dei settori (insieme, ad esempio, all’agricoltura) che registrano di norma un’elevata incidenza di lavoratori non dichiarati.

La relazione attesa con l’utilizzo di contante è, anche in questo caso, di segno positivo

Le principali evidenze derivanti dall’utilizzo del modello econometrico citato sono le seguenti.

Il legame tra gli indicatori di criminalità e l’uso del contante è risultato essere positivo: maggiore è il numero di reati pro-capite, più elevata è, a parità di condizioni, la quota di versamenti di contante osservata nei comuni.

In proposito, è stato stimato che un aumento dell’1% del numero pro-capite dei reati di tipo enterprise corrisponde, in media all’anno per comune, a un incremento di circa 4 milioni di euro di versamenti in contanti; analogamente, uno stesso aumento nei reati di tipo power è associato a un incremento medio di circa 2 milioni di euro di versamenti in contanti.

Poi, l’uso di contante è risultato correlato positivamente con l’indicatore di economia sommersa, come atteso.

L’analisi empirica del nesso tra incidenza del contante e segnalazioni di operazioni sospette ha, inoltre, confermato il ruolo segnaletico del contante rispetto all’attività di riciclaggio.

Infine, può essere utile rilevare che le province a maggiore rischio per i reati di tipo power sono risultate essere concentrate nel Sud, dove il controllo criminale del territorio tende a essere più capillare.

Se si considerano le dimensioni assolute dei flussi coinvolti, sono emerse però tra le province a maggiore rischio anche quelle corrispondenti a importanti città settentrionali, come Milano e Torino.

Per quanto riguarda i reati di tipo enterprise, invece, la distribuzione delle province ad alto rischio è apparsa maggiormente diffusa sul territorio nazionale e tra queste diverse province del Settentrione.