Italia “maglia nera” per i tumori infantili

20 settembre 2018

E’ ormai noto come l’inquinamento di acqua, aria e terra abbia ricadute negative sul nostro benessere e rappresenti un fattore determinante nello sviluppo di malattie a carico dell’apparato respiratorio e cardiovascolare e di patologie oncologiche. Di questo tema se ne è discusso in occasione del convegno “Emergenza cancro – fattori ambientali modificabili e stili di vita non corretti”, organizzato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima). 

In un articolo pubblicato su www.quotidanosanita.it è stato esaminato quanto emerso in questo convegno.

Nel 2016 il ministero della Salute ha diffuso una mappa delle aree più contaminate presenti nel nostro Paese, associata all’eventuale rischio di sviluppare malattie oncologiche.

“I dati – ha sottolineato la Sima – hanno evidenziato un incremento anche del 90% in soli 10 anni: cancro alla tiroide, alla mammella e il mesotelioma i tumori più diffusi nelle zone prese in esame, causati dall’esposizione a sostanze tossiche, quali diossina, amianto, petrolio, policlorobifenili e mercurio”.

“L’Italia, inoltre, – ha aggiunto la società scientifica – detiene la maglia nera in Europa per quanto riguarda l’incidenza di malattie oncologiche in età pediatrica.

E’ quanto emerge da uno studio condotto in 62 Paesi dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), in collaborazione con l’Associazione Internazionale dei Registri del Cancro e pubblicato nel 2017 su ‘Lancet Oncology’.

La maggiore incidenza di tumori si registra nei bambini tra 0 e 14 anni e negli adolescenti tra i 15 e i 19 anni nell’area del Sud Europa che comprende, oltre all’Italia, Cipro, Malta, Croazia, Spagna e Portogallo”.

“Anche l’ultimo rapporto Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) a cura dell’Istituto Superiore di Sanità rileva un’ ‘emergenza cancro’ tra i più giovani.

I dati raccolti nel periodo 2006-2013 in 28 dei 45 siti italiani maggiormente inquinati hanno infatti sottolineato un incremento di tumori maligni del 9% nei soggetti tra 0 e 24 anni, registrando picchi del 50% per i linfomi Non-Hodgkin, del 62% per i sarcomi dei tessuti molli e del 66% per le leucemie mieloidi acute”, ha spiegato sempre la Sima.

“Generalmente si pensa al cancro come a una malattia della terza età e si sostiene che il trend continuo di incremento di tumori nel corso del XX secolo in tutti i Paesi industrializzati possa essere spiegato mediante la teoria dell’accumulo progressivo di lesioni genetiche stocastiche e il miglioramento continuo delle nostre capacità diagnostiche”, ha esordito Ernesto Brugio, membro dell’European Cancer and Environment Research Institute (Eceri) di Bruxelles.

“In genere si afferma che i tumori infantili sono una patologia rara. E’ opportuno però ricordare come, in termini assoluti, uno su 5-600 nuovi nati si ammalerà di cancro prima del compimento del quindicesimo anno d’età; come, nonostante i significativi miglioramenti prognostici degli ultimi decenni, il cancro rappresenti la prima causa di morte per malattia nei bambini che hanno superato l’anno d’età; come anche in questa fascia d’età, a partire dagli anni 1980-90, si sia assistito a un aumento significativo della patologia tumorale”.

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Nel 2017 morti oltre 6 milioni di bambini

19 settembre 2018

Secondo i dati forniti congiuntamente dall’Unicef, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dalla divisione delle Nazioni Unite per la popolazione e dalla Banca mondiale, nel 2017 sono morti circa 6,3 milioni di bambini sotto i 15 anni, 1 ogni 5 secondi e per lo più per cause che avrebbero potuto essere prevenute.

La maggior parte di questi decessi – 5,5 milioni – sono avvenuti nei primi 5 anni di vita, e in circa la metà dei casi entro il primo anno (mortalità neonatale).

A livello globale, nel 2017, la metà dei decessi prima dei 5 anni si sono verificati nell’Africa subsahariana  e un altro 30% in Asia meridionale.

In Africa, 1 bambino su 13 muore prima del suo quinto compleanno. Nei Paesi ad alto reddito, questo numero è pari a 1 su 185.

“Senza un’azione immediata, di qui al 2030 moriranno 56 milioni di bambini sotto i 5 anni, metà dei quali nenonati”, ha sottolineato Laurence Chandy, direttore per data research and policy dell’Unicef.

Chandy ha così proseguito: “Dal 1990 abbiamo compiuto notevoli progressi nella sopravvivenza infantile, ma a milioni continuano a morire a causa delle circostanze e del luogo in cui sono nati. Con soluzioni semplici come, medicine, acqua pulita, energia elettrica e vaccini, possiamo modificare questo destino per ogni bambino”.

La maggior parte dei bambini sotto i 5 anni muore per cause prevenibili o curabili come complicazioni durante le nascita, polmonite, diarrea, sepsi neonatale e malaria.

Nella fascia di età tra 5 e 14 anni, invece, la principale causa di mortalità diventano gli infortuni, in primo luogo annegamenti e incidenti stradali.

Anche in questo gruppo di età sono marcate le differenze tra le regioni del globo: un bambino dell’Africa subsahariana corre un rischio di morte precoce 15 volte più alto che un coetaneo europeo.

Per i bambini, ovunque nel mondo, il periodo più a rischio è quello immediatamente successivo alla nascita. Nel 2017 2,5 milioni di bambini sono morti nel loro primo mese di vita.

Un bambino nato in Africa subsahariana o in Asia meridionale aveva una probabilità nove volte maggiore di morire nel primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un Paese ad alto reddito.

I progressi per salvare le vite di neonati sono stati più lenti rispetto a quelli per gli altri bambini sotto i 5 anni dal 1990.

Anche all’interno dei Paesi persistono delle disparità. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini nelle aree rurali sono, in media, del 50% più alti rispetto a quelli delle aree urbane.

Inoltre, coloro che sono nati da madri non istruite hanno una probabilità oltre due volte maggiore di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli nati da madri con un’istruzione di livello secondario o superiore.

Occorre notare, però,  che ogni anno nel mondo sta morendo un numero minore di bambini. Il numero di bambini sotto i 5 anni che muoiono è diminuito fortemente dai 12,6 milioni del 1990 ai 5,4 milioni del 2017.

Nello stesso periodo, il numero di morti fra i bambini di età maggiore, fra i 5 e i 14 anni, è calato da 1,7 milioni a meno di un milione.

Nonostante l’importanza di questi ultimi dati, risulta comunque necessario, ovviamente, moltiplicare gli sforzi affinchè nei prossimi anni il numero delle morti dei bambini si riduca ancora considerevolmente.


5 anni di silenzio sull’eutanasia legale

14 settembre 2018

A 5 anni dal deposito delle firme di 67.000 cittadini sulla proposta di legge dell’associazione Luca Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia, poi sottoscritta in totale da 130.000 persone, il Parlamento non ne ha discusso nemmeno un minuto. La proposta è attualmente incardinata nelle commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera.

Il 13 settembre quindi l’associazione Luca Coscioni ha organizzato una manifestazione davanti a Montecitorio.

Inoltre sono state consegnate al presidente della Camera Roberto Fico le 130.000 firme delle persone che hanno sottoscritto la proposta di legge in questione.

Poi si è tenuta una riunione dell’Intergruppo parlamentare sul fine vita, promossa sempre dall’associazione, che nella XVIII legislatura conta già 34 parlamentari impegnati nella richiesta di immediata discussione della legge popolare.

“Vogliamo richiamare ciascun parlamentare a confrontarsi con la grande questione sociale che Marco Pannella definiva della ‘morte all’italiana’, cioè dell’eutanasia clandestina e dell’accanimento contro i malati –  ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.

In attesa dell’udienza della Corte Costituzionale sul processo a mio carico, relativamente alla vicenda di Dj Fabo, vogliamo che ora anche il Parlamento si faccia vivo e discuta la nostra legge di iniziativa popolare”.

“Abbiamo lasciato passare i primi 100 giorni di governo, nei quali è normale che la maggioranza cerchi di imprimere le proprie priorità – ha annunciato Filomena Gallo, segretario dell’associazione.

Ora però è arrivato il momento anche di prendere in considerazione temi che tra l’altro sono stati sollevati attraverso lo strumento delle iniziative popolari.

Siamo dunque grati al presidente della Camera per l’incontro che  ci è stato concesso, perché l’attenzione del Parlamento alle iniziative popolari, di qualunque segno esse siano, è un fatto istituzionale prima ancora che una questione di parte”.

Libertà ed eutanasia saranno anche protagonisti del XV congresso dell’associazione Luca Coscioni, in programma dal 5 al 7 ottobre a Milano, col titolo “Le libertà in persona”.

Al centro della tre giorni ci saranno i temi della libertà di ricerca, che coinvolgono genoma, stupefacenti, staminali, biotecnologie, aborto, disabilità, intelligenza artificiale, eutanasia, laicità.


Un bambino su due senza mensa scolastica

11 settembre 2018

La metà degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado non ha accesso alla mensa scolastica. Inoltre, l’erogazione del servizio è fortemente disomogenea sul territorio italiano e le modalità di accesso o di esenzione spesso contribuiscono a aumentare le disuguaglianze, a scapito delle famiglie più svantaggiate. E’ questo il quadro evidenziato dal nuovo rapporto “(Non) Tutti a Mensa 2018” di Save the Children.

La ricerca evidenzia come, ad un anno dall’ultimo monitoraggio, sono ancora molte le scuole che non assicurano ai bambini e alle loro famiglie di usufruire della mensa scolastica che, non solo rappresenta un sostegno all’inclusione e all’educazione alimentare, ma è uno strumento fondamentale per il contrasto della povertà e della dispersione scolastica.

Invece, rispetto allo scorso anno, il quadro che emerge è preoccupante e sottolinea alcuni peggioramenti: in 9 regioni italiane (una in più rispetto al 2017), oltre il 50% degli alunni, più di 1 bambino su 2, non ha la possibilità di accedere al servizio mensa; inoltre si registra un tendenziale peggioramento in quasi tutte le regioni di 1-2 punti percentuali.

La forbice tra Nord e Sud si distanzia sempre più. Sono infatti sette le regioni insulari e del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica: Sicilia (81,05%), Molise (80,29%), Puglia (74,11%), Campania (66,64%), Calabria (63,78%), Abruzzo (60,81%) e Sardegna (51,96%).

Delle nove regioni in cui oltre metà dei bambini non accede alla mensa, cinque registrano anche la percentuale più elevata di classi senza tempo pieno (Molise 94,27%, Sicilia 91,84%, Campania 84,90%, Abruzzo 83,92%, Puglia 82,92%), superando ampiamente il dato nazionale già critico, secondo il quale oltre il 66% di classi primarie risulta senza il tempo pieno.

In cinque di loro, si osservano anche i maggiori tassi di dispersione scolastica d’Italia (Sardegna 21,2%, Sicilia 20,9%, Campania 19,1%, Puglia 18,6% e Calabria 16,3%).

“In Italia la povertà assoluta è in continuo aumento. Tra le famiglie in povertà in 1 su 10 è presente almeno un figlio minore, mentre oltre 1 su 5 sono quelle con tre o più figli minori” ha affermato Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia Europa.

“Una mensa accessibile a tutti con un servizio di qualità e uno spazio adeguato, svolge un compito cruciale nella lotta alla povertà, oltre a garantire la possibilità di attivazione del tempo pieno, combattendo efficacemente la dispersione scolastica. Per questo, riconoscere il servizio di refezione scolastica come un servizio pubblico essenziale deve essere una priorità”, ha proseguito Milano.

L’esperienza della mensa ha anche un profondo valore educativo.

All’indomani della pubblicazione della pronuncia con cui il Consiglio di Stato sembra sminuire la funzione educativa della mensa, emblematiche appaiono le parole di Carlo Petrini, in un contributo contenuto nel rapporto: “La pausa del pranzo fornisce indubbiamente la possibilità di educare gli studenti alla buona e sana alimentazione, al rispetto della diversità, alle regole della convivenza civile, in un contesto diverso dall’aula, in un contesto collettivo che riproduce un aspetto della vita reale, del ‘mondo adulto’.

Tutto questo non assume lo stesso valore se il pasto non è uguale per tutti, fatta eccezione per le intolleranze o per le esigenze religiose ed etiche. Il pasto portato da casa può essere un gesto di protesta, ma non una soluzione” scrive il presidente di Slow Food, che aggiunge: “E’ un diritto garantito al singolo che fa perdere peso al diritto di tutti di richiedere un pasto buono e sano per tutti gli studenti. E’ il fallimento del collettivo e del sociale. Al contrario il pasto in mensa può diventare misura di lotta alla povertà educativa ed esclusione sociale, oltre che strumento di socializzazione e integrazione scolastica”.


Nel 2018 587 i morti sul lavoro

31 agosto 2018

L’Inail ha recentemente reso noti i dati relativi ai primi 7 mesi del 2018 per quanto concerne gli infortuni, i morti sul lavoro e le malattie professionali. Tra gennaio e luglio del 2018 i casi d’infortunio sono stati 379.206, in diminuzione dello 0,3% rispetto all’analogo periodo del 2017. Ben 587, invece, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale. Quattro in meno rispetto alle 591 dell’analogo periodo del 2017 (-0,7%), ma pur sempre un numero rilevante.

Si è verificata una diminuzione sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro passati da 325.390 a 325.054 (-0,1%) sia di quelli in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro scesi da 54.846 a 54.152 (-1,3%).

Nei primi sette mesi del 2018 si è registrato un decremento nella gestione industria e servizi dello 0,2% (da 295.843 a 295.302 casi) e in agricoltura del 2,8% (da 19.294 a 18.760) e un aumento dello 0,1% nel conto Stato (da 65.099 a 65.144).

L’analisi territoriale evidenzia una sostanziale stabilità nel Nord-Ovest (-0,04%) e decrementi al Centro (-1,8%) e nelle Isole (-3,0%). Aumenti si riscontrano, invece, nel Nord-Est (+0,7%) e al Sud (+0,5%).

Tra le regioni con i maggiori decrementi si segnalano la provincia autonoma di Trento (-9,0%), Abruzzo (-4,3%) e Sardegna (-3,7%); quelle con un maggior incremento, il Friuli Venezia Giulia (+4,7%), la provincia autonoma di Bolzano (+3,3%) e la Campania (+2,4%).

Il decremento rilevato nel confronto tra i primi sette mesi del 2017 e del 2018 è legato solo alla componente femminile che registra un calo dell’1,2% (da 136.411 a 134.789), mentre quella maschile presenta un lieve aumento pari allo 0,2% (da 243.825 a 244.417).

La diminuzione ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,4%) e di quelli comunitari (-0,2%); per i lavoratori extracomunitari si assiste, invece, ad un aumento dell’8,6%.

Per quanto riguarda le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale, si è registrata una diminuzione dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 431 a 414 (-3,9%), mentre quelli occorsi in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, sono aumentati dell’8,1% (da 160 a 173).

Nei primi sette mesi del 2018 si è registrato un aumento di 25 casi mortali (da 497 a 522) nella gestione industria e servizi, mentre in agricoltura i decessi denunciati sono stati 20 in meno (da 76 a 56) e nel conto Stato 9 in meno (da 18 a 9).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento di 9 casi mortali nel Nord-Ovest (da 146 a 155) e una stabilità nel Nord-Est (157). Diminuzioni si riscontrano, invece, al Centro (da 112 a 110), al Sud (da 120 a 119) e nelle Isole (da 56 a 46).

A livello regionale spiccano i 16 casi in più del Veneto (da 55 a 71) e i 13 in più della Calabria (da 9 a 22). Cali significativi si registrano, invece, in Puglia (da 41 a 24) e in Abruzzo (da 29 a 16), teatro nel gennaio 2017 delle tragedie di Rigopiano e Campo Felice.

Il decremento rilevato nel confronto tra i primi sette mesi del 2017 e del 2018 è legato esclusivamente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati quattro in meno (da 531 a 527), mentre quella femminile ha registrato 60 decessi in entrambi i periodi.

La diminuzione ha interessato le denunce dei lavoratori italiani (da 498 a 494) e quelle degli extracomunitari (da 67 a 64), mentre quelle dei lavoratori comunitari sono aumentate di 3 unità (da 26 a 29).

Dopo la diminuzione registrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza rispetto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi sette mesi del 2018 le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate ad aumentare.

Al 31 luglio 2018, l’incremento si attesta al +3,5% (pari a 1.277 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 36.224 a 37.501).

Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (21.676 casi), con quelle del sistema nervoso (4.211) e dell’orecchio (2.774), continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate nel periodo gennaio-luglio 2018 (pari a oltre il 76% del complesso). Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.618) e dei tumori (1.401).


Quasi 275.000 disabili vivono ancora in strutture residenziali

30 agosto 2018

Secondo gli ultimi dati Istat, al 31 dicembre 2014 le persone disabili presenti negli oltre 13.200 presidi residenziali socioassistenziali e sociosanitari sono 273.316, oltre il 70% del totale degli ospiti. Sono, infatti, ancora migliaia le strutture residenziali per persone disabili distribuite lungo tutta la Penisola.

Pertanto non è stata trovata, per ora, una vera alternativa a tali strutture, che alcuni definiscono manicomi nascosti.

Di tale situazione ci si occupa in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

Dei 273.316 disabili presenti nelle strutture citate , 3.147 sono minori con disabilità e disturbi mentali dell’età evolutiva, 51.593 adulti con disabilità e patologia psichiatrica e 218.576 anziani non autosufficienti.

Ma solo un’esigua percentuale vive in comunità di piccole dimensioni, che ricalcano uno stile di vita familiare: appena il 3% degli anziani, il 6,5% degli ospiti con disabilità e il 15,4% delle persone con sofferenza psichica.

Tutti gli altri trascorrono la propria vita in strutture con oltre sei-dieci posti letto, spesso più simili a cliniche e ospedali che ad ambienti di vita domestici.

E c’è anche di peggio. Perché a volte, nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa), nelle case di cura private e nelle comunità terapeutiche, come peraltro nei servizi di neuropsichiatria infantile e nei reparti geriatrici, vengono adottati metodi di contenzione meccanica, farmacologica o ambientale, tutti attualmente permessi dalla legge: gli ospiti vengono immobilizzati al letto, sedati attraverso grandi quantità di farmaci, chiusi in luoghi che ne limitino le possibilità di movimento.

In altri casi, sebbene sia un’eccezione e non la regola, le strutture possono diventare teatro di veri e propri crimini.

Sono i risultati delle indagini dei carabinieri dei Nas (Nuclei antisofisticazioni e sanità) a definire le dimensioni di un fenomeno sicuramente minoritario, ma non per questo meno preoccupante.

Il 28% dei 6.187 controlli effettuati nelle strutture sanitarie socioassistenziali e nei centri di riabilitazione neuropsicomotoria tra il 2014 e il 2016 ha portato alla luce irregolarità.

In particolare, 68 persone sono state arrestate e 1.397 segnalate all’autorità giudiziaria, mentre 176 strutture sono state sottoposte a sequestro o a chiusura.

Solo nel 2016 sono stati registrati 114 casi di maltrattamento, 68 abbandoni di incapace, 16 lesioni personali e 16 sequestri di persona. Ma non lascia indifferenti neppure la presenza di reati meno gravi, come i 260 casi di inadeguatezza strutturale, assistenziale e autorizzativa e i 109 di esercizio abusivo della professione sanitaria, solo per fare qualche esempio.


Esportazioni, un piccolo miracolo italiano

29 agosto 2018

Il 2017 è stato il quarto anno di crescita consecutivo del nostro Paese: +1,5% rispetto al 2016. E’ stata una ripresa fortemente trainata dalle esportazioni. Per questo motivo rischia ora di frenare di fronte al manifestarsi di tendenze protezionistiche e di guerre commerciali.

Del ruolo delle esportazioni nella crescita economica italiana si occupano Ivan Lagrosa e Jacopo Tozzo, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

Una delle cause più importanti che ha permesso al nostro Paese di intraprendere la via della ripresa, dopo la grande crisi, è stato senza dubbio l’andamento delle esportazioni, cresciute di oltre il 30% dal 2010, mentre sono decisamente più contenute le variazioni dei consumi interni e degli investimenti.

Sono tendenze di dimensioni tali da consentire di parlare di un vero e proprio piccolo miracolo italiano e che stonano con le simpatie per posizioni protezioniste, spesso manifestatesi nel dibattito politico interno.

L’andamento dei beni italiani venduti all’estero conferma poi i suoi ottimi risultati anche rispetto alla quota delle esportazioni sul Pil: considerando i quattro maggiori Paesi dell’area euro, negli anni dopo la crisi, il nostro si è costantemente collocato al secondo posto, dopo la Germania, raggiungendo nel 2017 quota 27%.

Un dato in crescita dal 2009 e il cui andamento positivo, anche in termini assoluti, ha attraversato con contraccolpi relativamente ridotti gli anni della crisi del debito sovrano.

Se alla quota di beni esportati si aggiungono poi anche i servizi, l’incidenza dell’export sul Pil nel 2017 ha superato la soglia del 30%.

Quanto ai principali partner commerciali italiani, per volume di esportazioni, nel 2016 le prime posizioni erano occupate, nell’ordine, da Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna. Questi cinque paesi, complessivamente, ricoprivano da soli una percentuale poco più alta del 40% del totale delle nostre esportazioni.

A partire da questi dati, una prima considerazione riguarda la recente introduzione dei dazi americani.

Gli Stati Uniti sono il terzo Paese, per merci e servizi, verso cui l’Italia esporta, quindi la perdita di competitività derivante da un più alto costo dei nostri prodotti per i cittadini americani potrebbe causare una notevole riduzione dei volumi esportati.

Però, considerati i ridotti quantitativi di esportazioni di acciaio e alluminio (i principali prodotti interessati per ora dai dazi americani), calcolati tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro, rispettivamente il 3,5 e il 4,5% delle esportazioni totali verso gli Stati Uniti, per il momento non sono attesi contraccolpi particolarmente forti sull’economia del nostro Paese.

Una menzione merita infine il caso della Russia, per la quale l’Unione europea ha introdotto sanzioni nell’estate del 2014.

A seguito delle contro-misure previste del Cremlino, e in concomitanza con la recessione russa, il volume delle esportazioni italiane è diminuito di circa il 30% nel 2015, stabilizzandosi sullo stesso livello anche nell’anno successivo, con un calo di circa 3,2 miliardi di euro.

Già nel 2013 le esportazioni verso la Russia rappresentavano però una percentuale molto ridotta dei volumi totali italiani, pari al 2,4%, scesa poi all’1,6 nel 2016.

Se una guerra commerciale con gli Stati Uniti potrebbe quindi avere conseguenze importanti nel medio termine, i volumi di scambio con la Russia risultano relativamente bassi e una loro ulteriore riduzione avrebbe quindi un effetto limitato.