Dopo la pandemia meno austerità nell’Unione europea?

13 maggio 2021

Il cosiddetto patto di stabilità in seguito alla pandemia è stato sospeso, nei Paesi dell’Unione europea. Cosa succederà al patto dopo la pandemia? Molti osservatori sostengono che le regole del patto dovranno essere cambiate.

Ieri, il presidente Draghi, in una risposta al question-time, alla Camera dei Deputati, è stato esplicito: “ Voglio essere molto chiaro. E’ fuori discussione che le regole sul patto di stabilità dovranno cambiare, ma questo dibattito non è ancora partito.

La mia linea è che le attuali regole sono inadeguate, lo erano e lo sono di più per la uscita dalla pandemia. Dovremo concentrarci su un forte slancio della crescita per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici”.

Del resto, in passato, lo stesso Prodi definì quelle regole “stupide”.

Ma cos’è il patto di stabilità o meglio il patto di stabilità e crescita, come fu definito successivamente?

E’ un accordo che fu stipulato nel 1997, nella prospettiva della creazione dell’euro, che conteneva prevalentemente delle regole rigide riguardanti i bilanci pubblici dei Paesi dell’Unione europea.

Dovevano essere rispettati, soprattutto, ben precisi valori relativamente al rapporto tra deficit e Pil e tra debito e Pil.

Queste regole furono criticate da molti, politici ed economisti, soprattutto per la loro rigidità. Ma tali critiche furono respinte soprattutto per la contrarietà manifestata da esponenti politici e non tedeschi.

Sono state appunto sospese in seguito ai pesanti effetti economici negativi causati dalla pandemia che richiedevano, per essere contrastati, una crescita della spesa e del debito pubblici tale da non poter rispettare quelle regole.

Ma cosa succederà quando non ci sarà più la pandemia o meglio quando gli effetti economici negativi da essa causati si saranno considerevolmente attenutati?

Draghi, lo ripeto, è stato chiaro e io concordo pienamente con le sue affermazioni.

In sostanza, sostiene Draghi, la sostenibilità dei conti pubblici dovrà essere ottenuta, soprattutto se non prevalentemente, con una forte crescita economica che inciderà sul denominatore dei due rapporti che costituiscono il fulcro del patto di stabilità: il rapporto deficit pubblico e Pil e il rapporto debito pubblico e Pil.

E io penso che, comunque, non dovrà esserci più la rigidità di eventuali regole che dovessero rimanere in futuro, relativamente ai conti pubblici.

Infatti non tutte le spese pubbliche sono uguali.

Una cosa è la spesa corrente frutto di sperperi e altamente improduttiva.

Altra cosa sono gli investimenti pubblici con un elevato moltiplicatore, che determinano cioè una notevole crescita del Pil.

Utilizzando una nota espressione formulata da Draghi, c’è il debito pubblico buono e quello cattivo.

Ha ragione Draghi, non è ancora iniziato il dibattito su come cambiare, concretamente, le regole del patto di stabilità.

La discussione fin qui manifestatasi ha assunto un carattere generale e generico.

Si è rilevato spesso che le regole del patto di stabilità devono cambiare ma non ci si è soffermati, ancora, sul come devono cambiare.

Io ritengo che, quanto prima, invece, si debba iniziare a discutere su come dovranno cambiare le regole del patto di stabilità.

E io spero che quelle regole mutino radicalmente.


55 studentesse afgane uccise a Kabul

10 maggio 2021

In seguito ad una serie di esplosioni avvenute, nei giorni scorsi, in una scuola di Kabul, sono state uccise almeno 55 studentesse, di età compresa tra gli 11 e i 15 anni. I responsabili non sono stati ancora individuati. I talebani hanno sostenuto di non essere stati loro gli autori della strage.

55 giovanissime studentesse sono state assassinate in un seguito ad alcune esplosioni avvenute nella stessa scuola.

Una vera e propria vergogna.

Sono state volutamente colpite le ragazze e non i ragazzi perché nell’orario in cui si sono verificate le esplosioni c’era proprio il turno delle studentesse che si recavano in quella scuola.

Peraltro è ben noto che in Afghanistan, soprattutto i talebani, da diversi anni, si sono opposti, anche con la violenza, al diffondersi dell’istruzione fra le donne, anche quelle più giovani.

Questa volta sembra che la responsabilità della strage sia da attribuirsi a un gruppo legato all’Isis.

Ma anche i talebani, in passato, hanno compiuto atti simili.

Una prima considerazione.

I soldati americani e quelli di altri Paesi, tra cui l’Italia, stanno per abbandonare l’Afghanistan.

E ciò è molto preoccupante perchè le autorità afgane sono ancora del tutto inadeguate a contrastare atti di violenza di gruppi, come in primo luogo i talebani, che intendono, con la forza, impossessarsi di nuovo del governo dell’Afghanistan.

Quindi, è lecito attendersi, purtroppo, a meno che non ci sia un ripensamento da parte dei Paesi, che ho prima citato, oppure un maggiore coinvolgimento delle forze delle Nazioni Unite, un’escalation della violenza in Afghanistan che colpisca soprattutto le donne.

Ulteriore considerazione.

I media italiani hanno rivolto scarsa attenzione rispetto a quanto avvenuto. Del resto anche i loro utenti, cioè tutti noi, non siamo granchè interessati a quanto si verifica in Paesi lontani, anche quanto ci si trova di fronte a vere e proprie stragi.

Del resto, non è una novità purtroppo, per noi occidentali vi sono morti di serie A e morti di serie B, e questo atteggiamento si è manifestato anche per quanto concerne la pandemia.


Purtroppo la sinistra ha bisogno di Fedez

6 maggio 2021

E’ ben nota la vicenda che ha interessato Fedez in occasione del concerto del 1° maggio, le sue affermazioni relative al disegno di legge Zan, nel corso del suo intervento, e il tentativo della Rai di impedire che parte di quelle affermazioni venissero effettuate.

A me non piace molto Fedez, come cantante e non solo.

Ma devo ammettere che la sinistra italiana ha bisogno, purtroppo, di Fedez.

Perché?

Perché sul tema dei diritti civili, e quindi sui contenuti del disegno di legge Zan, la sinistra italiana, in primo luogo il Pd che ne è la componente più importante, è molto timida.

Infatti sul tema dei diritti civili la sinistra italiana si limita a rilevare la necessità che tali diritti si estendano (e talvolta non fa nemmeno questo come per quanto riguarda l’eutanasia) ma non si impegna molto affinchè quei diritti realmente si amplino.

Non è sufficiente rilevare la necessità che sia approvata una legge sullo ius soli o il disegno di legge Zan.

Ma sarebbe indispensabile che il tema dei diritti civili, e quindi anche l’approvazione delle leggi citate, diventi prioritaria in quella che generalmente viene definita l’agenda politica della sinistra e del Pd in primo luogo.

Poiché questo non avviene, occorre affidarsi a Fedez affinchè si critichino fortemente alcune prese di posizioni omofobe di esponenti leghisti, facendo nome e cognome, e affinchè si rilevi con decisione la necessità di approvare in tempi rapidi il disegno di legge Zan.

Oppure si deve fare affidamento, sempre sul tema dei diritti civili, su quanto sostengono, ripetutamente, artisti o esponenti dello spettacolo.

Certo, sarebbe più che opportuno che la politica, e in questo caso soprattutto il Pd, non avesse bisogno, sul tema dei diritti civili, di Fedez e di artisti o esponenti dello spettacolo.

Ma la politica, o meglio i partiti, attualmente sono molto deboli e quindi altri soggetti svolgono un ruolo di supplenza che non dovrebbe loro spettare.

Si verifica la stessa situazione, con protagonisti diversi, verificatasi soprattutto in passato, ma talvolta anche adesso, nella quale era la magistratura a sostituirsi alla politica.

E se ad alcuni non va bene che siano Fedez o altri ad assumere le posizioni che assumono sul tema dei diritti civili, costoro dovrebbero prendersela invece con i partiti che abdicano al loro ruolo.

E riconoscere che i partiti (a me interessa il comportamento di quelli di sinistra o di centrosinistra) si debbano rafforzare, anche adottando comportamenti meno timorosi, pur se devono affrontare problematiche senza dubbio complesse e che possono causare delle opposizioni anche nel proprio elettorato.

Nel frattempo, quindi, volenti o nolenti, ben venga Fedez, purtroppo.


Pochi hanno votato nei congressi del Pd in Umbria. Anche ad Orvieto. Congressi “farsa”?

5 maggio 2021

Nei congressi di circolo, recentemente svoltisi in Umbria per l’elezione innanzitutto del segretario regionale ed anche dei segretari provinciali e di quelli comunali, la partecipazione al voto degli iscritti è stata molto bassa. E pertanto è stata messa in discussione, giustamente, anche la validità politica degli stessi risultati dei congressi.

Cosa è avvenuto?

In tutta la regione gli iscritti che hanno votato sono stati circa il 50% degli aventi diritto.

Dati più precisi ed ufficiali ci sono per quanto riguarda la provincia di Terni.

Nei 46 circoli della provincia hanno partecipato al voto1.000 iscritti su 1.817 aventi diritto.

A Terni si sono recati al voto 337 iscritti su 656. Ad Orvieto si sono recati al voto 82 iscritti su 163. A Narni avrebbe votato solo il 9% degli iscritti.

Tale situazione è stata criticata, fra gli altri, da 21 segretari di circolo.

Questi segretari parlano di “situazione drammatica del Pd regionale” e di “triste epilogo”.

Il giudizio sull’esito del congresso “farsa” è durissimo: “Abbiamo assistito a una delle più brutte pagine del partito umbro: non ha vinto nessuno ma ha perso il Pd.

Un risultato che ci delegittima – tutti – nella società umbra”.

I 21 firmatari spiegano che a Perugia “il risultato si aggirerebbe intorno al 30%, come anche ad Assisi e a Foligno. In alcuni comuni del Lago i risultati del candidato unico si attestano tra il 25% e il 35%. A Narni il 9%, a Gualdo Tadino l’1,95%, a Cannara zero votanti”.

Del resto, come avevo rilevato in un precedente post, tali risultati non sorprendono affatto se si considera che l’unica candidatura a segretario regionale rimasta, dopo i ritiri degli altri 3 candidati, quella di Tommaso Bori, era fortemente divisiva e ritenuta fortemente inopportuna da parti significative del Pd umbro.

Aggiungo che la delegittimazione degli eletti deriva non solo dalla bassa partecipazione al voto ma anche dal fatto che, in Umbria, pochi sono gli iscritti al Pd, rispetto solamente a pochi anni fa.

Nel comune di Orvieto, una realtà che conosco in modo più approfondito, gli iscritti sono solo 163, quando alcuni anni fa superavano le 300 unità.

In un commento contenuto in un articolo pubblicato su www.umbria24.it, si rileva: “Insomma, Bori ha di fronte una montagna da scalare tra l’aperta ostilità di pezzi di partito, un’identità politica e programmatica – finora assai incerta – da costruire, una trama da riannodare con elettorato e vasti pezzi di società umbra che ormai sono orientati da un’altra parte, lo scoramento dei circoli e una militanza da rianimare e rilanciare, senza dimenticare la tornata elettorale d’autunno, con appuntamenti pesanti a Spoleto, Assisi, Città di Castello e Amelia”.

I 21 segretari di circolo, di cui ho riferito prima, concludono così le loro valutazioni: “Davanti c’è un grande lavoro di ricostruzione e rigenerazione e una comunità ridotta da rilanciare e aprire, con coraggio, a energie nuove.

Siamo consapevoli delle criticità che ereditiamo e delle complessità emerse in questa fase, ma ci impegniamo a risollevare le sorti di un Pd fiaccato da troppi anni di inattività, scontri e personalismi.

Consapevoli della necessità di ripartire, innanzitutto, dalle idee e dalle proposte per il rilancio della nostra comunità politica sentiamo l’urgenza di lanciare quanto prima due appuntamenti: la conferenza programmatica, sul modello proposto dal segretario nazionale Enrico Letta delle Agorà, e la conferenza di riorganizzazione e comunicazione che rappresentino il primo passo verso un nuovo modello di partito”.

Io concordo con le considerazioni svolte dai 21 segretari di circolo, considerazioni che sono valide anche per quanto riguarda il Pd di Orvieto, al quale sono iscritto.


“Il Manifesto” ha compiuto 50 anni

29 aprile 2021

Il giornale “Il Manifesto” ha compiuto 50 anni. E’ il quotidiano nazionale più longevo dopo “Il Corriere della Sera” e “La Stampa”. “Il Manifesto” ha svolto un ruolo molto importante nella storia del giornalismo italiano e nel mondo politico.

Infatti fu fondato da un gruppo di persone che furono radiate dal Pci e che non solo diedero vita a un quotidiano, comunista come scritto per molti anni in prima pagina, ma che, una parte di loro, crearono anche un nuovo partito.

Non intendo soffermarmi sul ruolo svolto da “Il Manifesto” a livello giornalistico e a livello politico.

Mi limito a sottolineare che cosa ha significato per me “Il Manifesto”.

Infatti, per una decina di anni, io l’ho letto ogni giorno.

Poi non più, perché le mie posizioni politiche cambiarono e diventarono diverse da quelle espresse dal giornale in questione.

Ma, nonostante questo, “Il Manifesto” fu fondamentale per la mia formazione politica.

Infatti, soprattutto grazie ai principali suoi fondatori, da Pintor alla Rossanda a Parlato, imparai una concezione della politica che non poteva prescindere dalle idee, dalle convinzionie che non si poteva limitare alla pura e semplice ricerca e gestione del potere.

Inoltre, appresi l’importanza dello spirito critico nella politica, della necessità di non dare nulla per scontato e di esprimere le proprie posizioni anche se in contrasto con quelle che nei partiti o nei movimenti venivano assunte dalla maggioranza dei loro componenti.

E, poi, la necessità di riflettere sui fatti politici, di approfondire le proprie conoscenze riguardo ad essi, senza abbandonarsi a preconcetti, a slogan, ad analisi frettolose.

E quanto ho scritto mi ha accompagnato, fino ad oggi, nel mio “iter” politico, anche se in partiti e movimenti con posizioni molto diverse da quelle espresse all’inizio da “Il Manifesto” e anche successivamente, fino ad oggi.

Quindi devo ringraziare “Il Manifesto” e il mio incontro con questo giornale fu appunto fondamentale.

E senza quell’incontro, molto probabilmente, il modo con cui ho fatto politica sarebbe stato molto diverso e senza dubbio peggiore.


Con questo Pd in Umbria la Destra governerà ameno altri 10 anni. E a Orvieto?

28 aprile 2021

Si sono in gran parte conclusi i congressi di circolo in  Umbria con la scontata vittoria, era l’unico candidato rimasto, come nuovo segretario regionale di Tommaso Bori, attualmente capogruppo del Pd in Consiglio regionale.

La candidatura di Bori, fin da quando è stata presentata, si è rivelata altamente “divisiva”.

Diversi i motivi alla base delle critiche e delle opposizioni alla candidatura di Bori.

L’utilizzo da parte sua di metodi simili a quelli usati dal precedente gruppo dirigente del Pd umbro, responsabile dello “sfascio” del partito, al di là delle vicende giudiziarie che spinsero alle dimissioni della Marini da presidente della Giunta regionale, una concezione della politica, come esclusiva ricerca e gestione del potere, anch’essa tipica del gruppo dirigente precedente, il suo non essere un “uomo nuovo”, nonostante la giovane età (è stato consigliere comunale a Perugia ed è consigliere regionale), avendo poi stretto un patto di ferro con il ternano Fabio Paparelli, che faceva parte di quel gruppo dirigente poco sopra citato.

Furono presentate altre tre candidature, tra le quali quelle del sindaco di Narni e del sindaco di Gualdo Tadino, candidature che sono state ritirate sia per le modalità con le quali si è proceduto all’effettuazione dei congressi di circolo sia per la mancanza di una soluzione unitaria relativa a tutte le problematiche emerse dalla presentazione delle candidature e manifestatesi fino a poco tempo prima della convocazione dei congressi.

A mio avviso, la principale soluzione unitaria sarebbe stata rappresentata da un ritiro della candidatura di Bori, da un suo passo indietro, per consentire l’individuazione di un’altra candidatura che consentisse il verificarsi di un’unità di almeno una gran parte del partito umbro.

Bori ha insistito con la sua candidatura provocando, oggettivamente, un ulteriore indebolimento  del Pd umbro, già fortemente indebolito sia in seguito alle vicende che portarono alle dimissioni della Marini da presidente della Giunta regionale sia in seguito alla pesante sconfitta subìta nelle ultime elezioni regionali.

Questo ulteriore indebolimento del Pd umbro, provocato appunto anche da Bori, renderà molto difficile la creazione di una forte e credibile alternativa di governo da parte del Centrosinistra al cui interno, nonostante tutto, il principale punto di riferimento dovrebbe essere il Pd.

Infatti non è sufficiente che la Destra abbia governato male l’Umbria, come dimostra tra l’altro la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria, perché alle prossime elezioni sia sostituita dal centrosinistra.

E’ necessaria appunto, da parte del Centrosinistra, da parte del Pd soprattutto, la creazione di una forte e credibile alternativa di governo.

E’ probabile quindi che, con il Pd a guida Bori, ancora per molti anni il governo della Regione dell’Umbria resterà nelle mani della Destra.

E questo rappresenterà un notevole problema per il futuro dell’Umbria, regione contraddistinta da notevoli difficoltà, in primo luogo economiche, che richiederebbero un governo regionale decisamente migliore da quello attuato dalla Destra.

Peraltro, secondo recenti sondaggi relativi ai consensi del Centrodestra e del Centrosinistra nelle diverse regioni, in Umbria ci sarebbe la maggiore distanza tra il Centrodestra e il Centrosinistra, ovviamente a favore del primo.

E a Orvieto?

Sarà eletto un segretario comunale donna, Maria Flavia Timperi, anche lei unica candidata.

Occorrerà verificare in futuro se la Timperi svolgerà un ruolo positivo oppure no.

Certo è che lei, e il gruppo dirigente che l’ha sostenuta, si sono tutti schierati a sostegno della candidatura di Bori e questo a mio avviso, per i motivi prima esposti, è stato un grave errore e, oggettivamente, non rappresenta un buon inizio.

Tra l’altro anche ad Orvieto per poter sostituire la Destra alla guida del Comune occorre costruire un’alternativa forte e credibile, non è sufficiente che la Destra stia governando male. Non è sufficiente, sebbene opportuno, formulare delle critiche su questioni specifiche.

E’ necessario elaborare un progetto complessivo di sviluppo per Orvieto, intessere stabili relazioni con le componenti  più significative della società orvietana, avvalendosi anche di competenze, interne e esterne al Pd, “aprendo porte e finestre”, come spesso si afferma.

Sarebbe opportuno creare un “governo ombra” che appunto formuli proposte concrete sulle problematiche più importanti del Comune, utilizzando anche l’apporto di esterni al Pd.

Comunque, come sempre, saranno i fatti a dimostrare la validità o meno dell’operato della nuova segreteria. Staremo a vedere.


La magistratura interverrà per i molti morti causati dalla pandemia?

27 aprile 2021

In Italia anche nell’ultima “ondata” dei contagi causati dalla diffusione del Covid-19 si sono verificate molti morti. E le cause di questa notevole mortalità sono state diverse e non tutte individuate con precisione.

Fin dall’inizio in Italia si è manifestata una elevata mortalità connessa alla pandemia.

Le cause non sono state individuate tutte con precisione.

Ha inciso l’iniziale sottovalutazione dell’emergenza sanitaria, con l’assenza di un piano pandemico aggiornato, l’elevato invecchiamento della popolazione, i diversi criteri adottati per individuare i morti da Covid-19 rispetto ad altri Paesi (quest’ultimo aspetto ha probabilmente reso più basso il numero dei morti per Covid in altri Paesi  e se fossero stati adottati gli stessi criteri adottati in Italia il numero dei morti censito sarebbe stato più elevato).

Nell’ ultima “ondata” i morti sono stati e sono sempre molti.

In parte le cause sono state le stesse, quelle prima evidenziate.

Ma una novità si è manifestata.

In molte regioni non sono stati privilegiati almeno fino a poco tempo fa, nella campagna vaccinale, gli anziani, soprattutto gli over 80. E sono state vaccinate anche persone molto più giovani.

E poiché la mortalità connessa alla pandemia è molto più alta fra gli ottantenni, è legittimo sostenere che parte dei morti verificatisi nell’ultima “ondata” è stata dovuta agli errori compiuti in molte regioni nelle campagne vaccinali.

Quindi, a mio avviso, sono pesanti le responsabilità  quanto meno dei presidenti di molte Giunte regionali.

E credo anche che la magistratura dovrebbe intervenire,  quanto meno per accertare l’esistenza di queste responsabilità.

Sarebbe opportuno, anzi necessario.


Il turismo fortemente colpito dalla pandemia

27 aprile 2021

Il turismo, in Italia e nel mondo, è stato una delle attività più colpite dalla pandemia, durante il lockdown della scorsa primavera e, in misura parziale, nei mesi successivi, a causa delle tante restrizioni alla mobilità. Più in generale, la crisi economica generata dal Covid-19 ha ridotto la disponibilità di reddito e aumentato l’incertezza sul futuro, entrambi fattori che influiscono negativamente sulla predisposizione a viaggiare.

Della situazione del turismo si è occupato Paolo Figini in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

“I primi dati a consuntivo del 2020 permettono di valutare l’impatto della pandemia sul reddito prodotto dal settore turistico, e i numeri sono impietosi.

In un documento pubblicato a maggio del 2020, l’Organizzazione mondiale del turismo già aveva stimato una caduta tra il 60 e l’80% degli arrivi internazionali a livello globale rispetto al 2019.

I dati provvisori oggi disponibili indicano che nel mondo alla fine del 2020 gli arrivi internazionali sono diminuiti del 73%.

In Italia le cose sono andate leggermente meglio e la diminuzione degli arrivi internazionali si è fermata al 61%.

Bisogna poi aggiungere la componente di turismo domestico, cioè quella degli italiani che viaggiano in Italia.

La diminuzione in questo caso è attorno al 40% (i dati provvisori dell’Istat, che escludono i viaggi giornalieri, indicano -44% negli arrivi e -36% nel numero complessivo dei pernottamenti, che prende in considerazione anche la durata del viaggio).

La diminuzione significa meno spesa e di conseguenza meno Pil. Calcolare il valore della perdita non è semplice in quanto il turismo è un settore composito e non compare esplicitamente nella contabilità nazionale…

L’impatto diretto dovuto alla pandemia è pari a 52,1 miliardi (il 2,9 per cento del Pil 2019), valore che arriva a 90,2 miliardi se aggiungiamo anche la perdita di tutto l’indotto del settore turistico.

Focalizzandoci sull’impatto diretto, vediamo che il turismo contribuisce quindi al 37% della perdita totale del Pil italiano (che nel 2020 è sceso di 139 miliardi, il 7,8% rispetto al 2019)…

Che siano 40 o 50 i miliardi persi dal settore, ciò che è emblematico è che il reddito generato dal turismo si è praticamente dimezzato. In termini relativi, il turismo spiega così circa un terzo del crollo complessivo del Pil, perdendo molto di più del suo contributo relativo al reddito nazionale (che, prima della pandemia, era attorno al 6%).

Certamente, il turismo si riprenderà.

La voglia di viaggiare, il graduale miglioramento della copertura vaccinale e le nuove forme di turismo che si stanno imponendo (riscoperta di destinazioni periferiche, attività di smart working svolte da località turistiche e così via) permetteranno al settore di risollevarsi, e in fretta.

La politica, però, deve fare un cambio di passo e decidere se vuole assecondare il cambiamento, promuovendo e finanziando investimenti improntati alla sostenibilità ambientale e alla responsabilità sociale o se, al contrario, i sussidi pubblici debbano servire solo a mettere una toppa in attesa di tornare ai fasti degli anni scorsi.

E se quel turismo non c’è più, perché i modelli di vacanza stanno cambiando velocemente, saranno altri soldi sprecati”.

L’articolo, di cui ho riportato alcune parti, è interessante perché era ben noto che il turismo fosse stato molto colpito dalla pandemia ma non erano noti i dati relativi alla riduzione effettivamente verificatasi dei flussi turistici e alla conseguente diminuzione del Pil.

Convengo, infine, con l’ultima considerazione contenuta nell’articolo: non sarà sufficiente attendere che con la riduzione delle restrizioni alla mobilità la crisi del turismo scompaia, sarà necessario adottare da parte delle autorità di governo, nazionali e locali, una politica che favorisca l’uscita dalla crisi.

Per la verità, anche prima della pandemia, non esisteva una politica pubblica adeguata per favorire lo sviluppo del turismo, sviluppo che considerando le caratteristiche del nostro Paese, sarebbe stata possibile e in misura notevole.

Sarà la pandemia l’occasione affinchè una politica pubblica come quella ipotizzata si realizzi effettivamente?

Non è assolutamente scontato.


Anche in Italia alcuni diritti umani non sono tutelati

27 aprile 2021

E’ stato recentemente pubblicato il rapporto 2020-2021 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Un capitolo riguarda l’Italia. E anche nel nostro Paese alcuni diritti umani non sono stati adeguatamente tutelati.

Ho ritenuto opportuno riportare alcune parti del rapporto relativo alla situazione italiana.

“Le autorità hanno assunto decisioni che hanno aumentato il rischio di contagio da Covid-19 per gli anziani nelle case di riposo, causando decessi che avrebbero potuto essere evitati.

L’accesso di rifugiati e migranti al territorio italiano è stato ridotto e i loro diritti sono stati limitati durante il lockdown.

E’ proseguita la cooperazione con le autorità libiche sulla migrazione. Le Ong di soccorso hanno continuato a essere criminalizzate.

Si sono verificati numerosi decessi in custodia e segnalazioni di tortura.

Le persone indigenti e senza dimora hanno affrontato il lockdown in una condizione di alloggi inadeguati.

I casi di violenza domestica sono aumentati durante il lockdown…

L’impatto del Covid-19 è stato significativamente diverso nelle varie parti del Paese e le persone anziane nelle case di riposo al nord sono state particolarmente colpite.

Le decisioni a livello nazionale e locale, insieme alla mancata implementazione di adeguati meccanismi di protezione, hanno aumentato il rischio di esposizione al virus per i residenti…

A fine anno, 34.154 persone, di cui 4.631 minori non accompagnati, erano arrivate irregolarmente via mare.

Il 7 aprile, l’Italia ha chiuso i porti agli sbarchi e ha dichiarato che, a causa della pandemia, il Paese non era un luogo sicuro per i soccorsi effettuati da navi battenti bandiera straniera, al di fuori della sua regione di ricerca e soccorso.

La misura è sembrata prendere di mira le navi delle Ong che spesso, dopo i soccorsi, sono state lasciate in mare per giorni senza istruzioni…

Le autorità hanno continuato a penalizzare le Ong per le loro attività di soccorso in mare. Le navi sono state ispezionate e sequestrate e sono state ripetutamente inflitte ammende…

E’continuata la cooperazione con la Libia sul controllo delle frontiere, che ha portato all’intercettazione da parte delle autorità libiche di oltre 11.265 persone, fatte poi sbarcare in Libia, dove rifugiati e migranti hanno continuato a subire torture e altri abusi sistematici…

Sono stati registrati numerosi decessi in custodia nelle carceri e nei centri di rimpatrio, in un contesto di maggiore isolamento dei detenuti dalla società e di riduzione dei servizi, compresa l’assistenza sanitaria psicologica, a causa della pandemia da Covid-19.

A marzo si sono verificati 13 decessi nelle carceri a seguito di disordini in alcuni istituti. Diverse morti sono state dovute a overdose, dopo che i detenuti avevano ottenuto accesso alle forniture mediche delle infermerie…

Sono pervenute numerose segnalazioni di torture e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti da parte di personale carcerario e agenti di polizia…

A marzo, il governo ha sospeso gli sgomberi e successivamente ha prorogato il provvedimento fino alla fine dell’anno.

Nonostante ciò, ad agosto, le autorità locali hanno sgomberato con la forza l’insediamento rom al Foro Italico, a Roma. La maggior parte dei residenti aveva abbandonato le abitazioni nei giorni precedenti. Molte famiglie sono rimaste senza casa.

Le autorità locali non sono riuscite a garantire che i lavoratori migranti impiegati per raccogliere frutta, spesso in condizioni di sfruttamento, nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, avessero accesso a un’adeguata protezione contro il Covid-19, compresi alloggi adeguati. Centinaia di migranti hanno vissuto la pandemia in insediamenti informali privi di elettricità e servizi igienici e con un accesso inadeguato ad acqua potabile e cibo.

Molti senza dimora in tutto il Paese non hanno potuto accedere ad alloggi sicuri durante il lockdown e hanno avuto difficoltà a trovare cibo e assistenza a causa della chiusura di cucine pubbliche e dormitori, in cui erano stati registrati casi di Covid-19…

Le Ong per i diritti delle donne hanno segnalato un aumento della violenza domestica durante il lockdown. I dati ufficiali hanno registrato oltre 23.000 chiamate al numero nazionale per l’assistenza, che nel 2019 ne aveva ricevute circa 13.400…

La prevalenza di ginecologi che si oppongono all’aborto per motivi di coscienza è rimasta un ostacolo significativo all’accesso al diritto all’aborto…”.

L’Italia non è un’isola felice, quindi, relativamente alla salvaguardia dei diritti umani.

E’ indispensabile pertanto che vi sia un’ampia consapevolezza di tale situazione che dovrà essere accompagnata, però, dall’adozione di adeguati interventi volti a tutelare in misura maggiore i diritti umani.


Nel lavoro le donne le più colpite dalla pandemia

27 aprile 2021

Durante la pandemia sono state le donne ad essere state le più colpite per quanto riguarda il lavoro. Alcuni studi lo dimostrano chiaramente.

Di questo tema si occupano Daniela Del Boca, Noemi Oggero, Paola Profeta e Maria Cristina Rossi, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

Secondo quanto rilevato con il progetto europeo “Clear”, nella prima ondata, più uomini che donne hanno continuato a lavorare al posto di lavoro usuale, più donne che uomini hanno lavorato da casa e un numero maggiore di uomini ha perso il lavoro.

Nella seconda ondata invece più donne e più uomini restano al lavoro usuale rispetto alla prima fase (perché le misure sono meno restrittive e continuative), ma più donne che uomini lavorano da casa e perdono il lavoro.

Inoltre, le donne hanno dedicato un numero maggiore di ore al lavoro domestico rispetto ai partner sia prima dell’emergenza Covid-19 che durante la prima e la seconda ondata. Il numero di ore è comunque più alto per le donne soprattutto nella prima ondata.

Le donne  quindi hanno lavorato più ore in famiglia.

In quasi tutte le possibili combinazioni di modalità lavorative le donne hanno dedicato, infatti, più ore dei loro partner al lavoro domestico.

La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano da casa (1,81 ore).

Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne hanno dedicato comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40 ore al giorno).

La distribuzione del lavoro familiare ha penalizzato le donne anche nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia lavoravano da casa.

Le donne italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante tutto il 2020.

Questo è dovuto anche alla chiusura delle scuole, che in Italia è stata la più lunga di tutta Europa: 105 giorni dal marzo a giugno 2020 contro meno di 60 giorni in altri Paesi europei.

Ha contribuito a questa situazione anche la mancanza dell’aiuto dei nonni, che prima della pandemia erano responsabili (almeno occasionalmente) della cura dei nipoti e ora non più, a causa dei rischi di contagio (indagine Istat multiscopo).

Anche i dati Istat per il 2020 evidenziano un peggioramento del lavoro delle donne.

Il tasso di occupazione femminile è passato dal 50 al 48,6% nel 2020, mentre per gli uomini è rimasto quasi invariato.

L’offerta di lavoro femminile si è ridotta, come evidenziato da un tasso di inattività femminile molto più alto di quello maschile.

Questi dati confermano risultati di ricerche precedenti di altri Paesi che hanno analizzato l’impatto della pandemia su occupazione, disoccupazione e tassi di inattività, riportando un effetto negativo più significativo sulle donne e in particolare sulle madri.

Sia fattori relativi alla domanda di lavoro (sovra-rappresentazione delle donne nei settori dei servizi più vulnerabili con contratti a tempo determinato e part-time) che fattori relativi all’offerta (difficoltà di conciliazione lavoro e famiglia dovuta alla chiusura delle scuole e aggravio del lavoro familiare) hanno contribuito a questo risultato.

La situazione di emergenza che continua anche nel 2021 può provocare un potenziale peggioramento del divario di genere nel mercato del lavoro.

Mi sembra evidente, comunque, che gli svantaggi delle donne relativamente al lavoro sono stati solamente accentuati, talvolta in misura considerevole, dalla pandemia.

Esistevano anche prima della pandemia e colpivano le donne italiane in misura maggiore rispetto alle donne di altri Paesi.

Pertanto, credo, quanto avvenuto e quanto avviene nel corso della pandemia, deve essere uno stimolo per affrontare con interventi adeguati problemi, strutturali, che interessano da tempo il lavoro femminile.

E’ auspicabile che con lo stesso Recovery Plan ci si interessi della risoluzione dei problemi qui presi in esame.