I giovani, una generazione perduta? No, disorientata, ma pragmatica e intraprendente

26 settembre 2016

giovani

7 milioni di giovani italiani, con meno di 35 anni, abitano ancora presso le famiglie di origine (oltre il 60% dei giovani di quell’età), per vari motivi Ma per comprendere davvero la condizione dei giovani nel nostro Paese non ci si può certo limitare a considerare questo dato, seppur importante, di cui negli ultimi giorni si sono molto interessanti i mass media. Per saperne di più della situazione che li contraddistingue si può far riferimento al rapporto giovani 2016, redatto dall’istituto Toniolo.

Questo rapporto è decisamente ponderoso e a chi interessa conoscerlo nel dettaglio può far riferimento al sito dell’istituto Toniolo.

Ma leggendo alcuni articoli, si possono individuare i principali contenuti del rapporto e quindi i tratti distintivi più importanti che contraddistinguono, attualmente, i giovani italiani.

In un articolo pubblicato su www.job24.ilsole24ore.com, scritto da Rosanna Santonocito, sono riportate alcune considerazioni del professore Alessandro Rosina, uno dei curatori del rapporto.

Secondo Rosina “in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under 30, e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che non si riescono a fare”.

E Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29enni che non sono ancora autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40%, la più bassa in Europa.

Ma i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti-perdenti, schiacciati dalla crisi, proprio non ci si ritrovano più in questa narrazione.

Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il rapporto restituisce piuttosto, rileva Rosina, “una generazione disorientata, perchè piena di progetti, potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia”.

Il 55% considera proprio la capacità di adattarsi l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio.

Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto.

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti.

Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo.

Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perché ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perché non guadagna abbastanza per mantenersi.

Alla domanda “che cos’è il lavoro per te”, poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo.

“Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto”, aggiunge sempre Rosina.

E così descrive i giovani italiani Orsola Vetri, sintetizzando al massimo i contenuti del rapporto dell’istituto Toniolo, in un articolo pubblicato su www.famigliacristiana.it, “attaccati alla famiglia d’origine, insoddisfatti della scuola, preoccupati per il lavoro, fiduciosi nella sharing economy per tutelare l’ambiente e per convenienza economica, positivi rispetto al volontariato, spaventati dall’immigrazione clandestina, aperti alle esperienze all’estero per cercare quella stabilità negata alle nuove generazioni e che appare fondamentale per mettere su famiglia”.


I bambini siriani che si suicidano

22 settembre 2016

siria

La situazione in Siria, a causa della guerra, è davvero preoccupante. E quanto avviene a Madaya, un villaggio sulle montagne al confine con il Libano. dovrebbe destare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Purtroppo ciò non si verifica.

Cosa succede a Madaya?

Lo descrive molto bene Oscar Nicodemo in un articolo pubblicato su www.huffingtonpost.it.

“Madaya è un villaggio siriano sulle montagne a confine con il Libano, assediato da mesi dell’esercito di Damasco.

Qui, la popolazione, costretta alla fame dagli oppressori, mangia foglie e i fiori coltivati nei vasi di casa.

Qui, da tempo, l’orrore, quello che si presenta nella sua veste malefica, che fa spavento e ribrezzo, va in scena regolarmente, ogni giorno, a tutte le ore, in qualsiasi momento.

Si tratta dell’orrore più terreno, quello causato dagli uomini ai suoi simili, perpetrato da una civiltà all’altra, da una cultura all’altra, da una etnia all’altra; quello che dopo Auschwitz non si pensava potesse riprodursi e che invece si manifesta nella sua spirale di orribile verità…

Eppure, i medici di Madaya riferiscono di bambini e adolescenti che tentano di togliersi la vita, nel gesto disperato di porre fine a una sofferenza che perdura da molto tempo. Davvero troppo per essere sopportata e in qualche maniera metabolizzata per vincerne la minaccia di morte in essa racchiusa.

Le conseguenze di ordine psicologico dovute all’incessante assedio che sta divorando anima e cervello di chi abita quel luogo rappresentano quanto di più terribile un conflitto sia in grado di generare tra chi è costantemente attaccato, asserragliato, tenuto sotto il fuoco nemico.

‘Save the Children’, ha recentemente parlato di centinaia di persone affette da malattie mentali, tra cui la depressione e la paranoia causate, appunto, dalle condizioni disperate degli assediati, che per sopravvivere si nutrono di insetti e piante…

‘La pressione senza tregua per chi vive in queste condizioni per anni è enorme, soprattutto per i bambini’, ha dichiarato in un comunicato Sonia Khush, direttore di Save the Children in Siria.

I bambini di Madaya, intanto, si uccidono perché non hanno da mangiare, perché vorrebbero fuggire e non ci riescono, perché dimenticati dal mondo…”.

Non credo che sia necessario da parte mia alcun commento.


Eutanasia sui minori: il Belgio è il primo Paese a non girare la testa dall’altra parte

19 settembre 2016

minawelby

In Belgio si è verificato il primo caso, nel mondo, di eutanasia che ha interessato un minore. La legge vigente in Belgio già da tempo prevedeva tale possibilità. Ma fino ad ora non era stato mai praticato un atto di eutanasia nei confronti di un minore.

Quanto avvenuto in Belgio ha provocato notevoli polemiche anche in Italia.

Mina Welby e Marco Cappato, in rappresentanza dell’associazione Luca Coscioni, hanno rilasciato a tale proposito una dichiarazione che  mi sembra di notevole interesse e che condivido pienamente.

“Il Belgio è il primo Paese al mondo a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle condizioni di sofferenza insopportabile che possono colpire anche persone minori.

Le regole belghe forniscono sufficienti garanzie per prevenire abusi e sopraffazioni del tipo di quelli che accadono nella clandestinità alla quale condannano leggi come quelle italiane”, hanno dichiarato Mina Welby e Marco Cappato.

“Purtroppo in Italia i media, incluso il servizio pubblico radiotelevisivo, affrontano la questione solo per inseguire i casi di cronaca.

Si fa finta di non sapere che l’eutanasia clandestina è una realtà praticata anche sui minori, rispetto alla quale il Belgio è stato il primo Paese al mondo ad avere il coraggio di porre regole a garanzia dei malati, delle loro famiglie e dei medici.

Purtroppo, il caso del Belgio sarà certamente usato come spauracchio per evitare una assunzione di responsabilità della politica italiana e continuare a girare la testa dall’altra parte”.

“Per parte nostra, hanno concluso Welby e Cappato, continuiamo l’azione di disobbedienza civile e diamo appuntamento al XIII congresso dell’associazione Luca Coscioni, che si terrà a Napoli dal 30 settembre al 2 ottobre”.

 


Anche nel 2006 i no al referendum costituzionale erano contro il governo

14 settembre 2016

costituzione

Si sostiene, come se fosse una novità, che quanti voteranno no al referendum costituzionale che si dovrà tenere tra qualche mese in realtà intendono opporsi al governo Renzi e che, quindi, le caratteristiche della riforma della Costituzione non determinano affatto la loro opposizione. Ma tale situazione, appunto, non è nuova.

Nel 2006 si tenne un altro referendum costituzionale, tendente a non far entrare in vigore la riforma della Costituzione varata dal governo Berlusconi.

Presentava, quella riforma, delle notevoli diversità risposta alla riforma proposta dal governo Renzi, e poi approvata dal Parlamento.

In realtà, anche allora, chi svolse una campagna, piuttosto intensa, per far vincere i no e affossare pertanto la riforma del governo Berlusconi – gli esponenti dei partiti di centrosinistra cioè – non era molto interessato ai contenuti della riforma, ma era interessato a contrastare il governo di centrodestra e a indebolirlo, cosa che sarebbe avvenuto se i no avessero vinto.

E in quella occasione vinsero i no.

La stessa situazione si sta verificando con il referendum costituzionale riguardante la riforma sostenuta dal governo Renzi.

Al di là della cosiddetta personalizzazione del referendum, almeno inizialmente voluta dallo stesso Renzi, il quale ha affermato, per diversi mesi, che avrebbe abbandonato la politica se avessero vinto i no, era inevitabile, come sta continuando ad avvenire, nonostante che le posizioni del presidente del Consiglio siano parzialmente cambiate, che gran parte di coloro che si impegnano per far vincere i no avessero e hanno ancora un solo obiettivo, indebolire il governo e soprattutto Matteo Renzi.

A costoro non interessano affatto i contenuti della riforma costituzionale.

Ripeto, a loro interessa solamente sconfiggere Renzi, per costringerlo anche alle dimissioni da presidente del Consiglio.

Questa è la realtà.

Tale atteggiamento dei sostenitori del no è criticabile?

Forse sì.

E non ci si deve stupire più di tanto che ciò avvenga e  lo dimostra appunto che si era verificata la stessa cosa anche nel 2006, pur se le parti si sono invertite: allora era il governo di centrodestra che doveva essere sconfitto, adesso è il governo di centrosinistra.

Ma la logica è la stessa.

Probabilmente quanto avvenuto nel 2006 e quanto sta avvenendo ora dovrebbe quanto meno far riflettere sull’opportunità di prevedere la possibilità che una riforma costituzionale approvata dal Parlamento sia sottoposta a referendum.

Qualche osservatore ed analista politico lo ha fatto, ma sono pochi.

Ed anche io sono convinto che una riflessione, come quella che ho poco sopra evidenziato, dovrebbe essere promossa.


Per “sconfiggere” i grillini non è sufficiente quanto avvenuto a Roma

12 settembre 2016

grillo

Se i gruppi dirigenti dei partiti del centrosinistra o del centrodestra dovessero pensare che sia sufficiente quanto avvenuto a Roma, e cioè le evidenti difficoltà di Virginia Raggi e della sua giunta, ed anche quelle manifestate, relativamente alle vicende romane, da alcuni esponenti, di livello nazionale, del movimento 5 stelle, affinchè i consensi rivolti a tale movimento, nel prossimo futuro, si riducano considerevolmente, si sbaglierebbero e non di poco.

A meno che le vicende romane non inducano ad un’implosione dell’intero gruppo dirigente nazionale del movimento, evento che non ritengo probabile, anche se si verificasse una formale sfiducia  sancita da Grillo nei confronti della Raggi o addirittura se l’attuale sindaca dovesse dimettersi, non credo che i consensi nei confronti dei grillini, nel breve periodo, possano ridursi in misura molto rilevante.

Una limitata riduzione dei consensi nei loro confronti è probabile, ma non credo che assumerebbe dimensioni consistenti, tali da determinare una vera e propria crisi di notevole portata del movimento, riduzione limitata che potrebbe anche attutirsi con il passare del tempo.

Infatti, gran parte dei consensi ottenuti dal movimento 5 stelle, sia nelle elezioni politiche che nelle elezioni regionali e comunali, dipendono dagli errori, dall’incapacità di rinnovamento, degli altri partiti, sia di centrosinistra che di centrodestra.

Inoltre ad accrescere i loro consensi ha svolto un ruolo importante sia la persistenza in Italia di difficoltà economiche di notevole rilievo sia l’incapacità dell’Unione europea di affrontare efficacemente i maggiori problemi del nostro continente, da quelli economici, di nuovo,  a quelli determinati dai flussi migratori che si indirizzano verso l’Europa.

E non mi sembra che, nel breve periodo, la situazione economica ed occupazionale del nostro Paese possa migliorare sensibilmente e che l’Unione europea modifichi radicalmente la propria azione.

Inoltre, gli altri partiti, sia di centrosinistra che di centrodestra, non si stanno affatto rinnovando.

A parte il fatto che fenomeni di corruzione che coinvolgono esponenti di quei partiti non cessano di manifestarsi, i partiti in questione continuano imperterriti a non rinnovarsi.

Si occupano, quasi esclusivamente, di mantenere il proprio potere, anche se ridotto rispetto al passato, e gran parte dei loro esponenti, anche di primo piano, tendono a privilegiare i propri interessi personali.

In una situazione simile, è più che probabile che il movimento 5 stelle o mantenga i propri consensi o li riduca solo in misura limitata.

Gli altri partiti quindi, se vorranno davvero “sconfiggere” i grillini, tramite un miglioramento dei loro risultati nei futuri appuntamenti elettorali, non devono restare fermi ad aspettare che si ripeta in altre città quanto avvenuto a Roma, a causa del dilettantismo, dell’incapacità di governare, degli esponenti del movimento 5 stelle.

Sarebbe un errore madornale, nel quale però è possibile che gli altri partiti cadano.


Anche D’Alema sta invecchiando male

8 settembre 2016

dalema

In un post che ho scritto alcuni mesi fa sostenevo che Fausto Bertinotti stava invecchiando male, riferendomi alle sue recenti posizioni piuttosto vicine a quelle di Comunione e Liberazione. E io credo che anche Massimo D’Alema stia invecchiando male. Sarebbe meglio che si dedicasse di più alla sua attività di produttore di vino e meno alla politica.

Infatti la sua decisione di dare vita a un comitato per il no al prossimo referendum costituzionale mi sembra immotivata, o meglio motivata da ragioni che non hanno nulla a che fare con il referendum.

Sia chiaro è legittimo, ovviamente, che si consideri sbagliata la riforma costituzionale promossa dal governo Renzi e che, quindi, si voti no al referendum e che ci si impegni attivamente affinchè vincano i no.

Io ritengo, per la verità, che la riforma costituzionale in questione sia abbastanza buona, come del resto la legge elettorale ad essa collegata, il cosiddetto “Italicum”.

Ma, contemporaneamente, condivido una parte dei motivi che inducono a una scelta diversa dalla mia quanti sostengono il no.

Aggiungo, per chiarezza, che considero assolutamente inconsistente la motivazione addotta da alcuni, secondo la quale con la riforma costituzionale del governo Renzi in Italia si verificherebbe quella che spesso viene definita “deriva autoritaria”.

Non c’è alcun rischio di deriva autoritaria e chi lo ipotizza sostiene il falso.

Ma, tornando a D’Alema, non si può non rilevare che i motivi di fondo che lo spingono a schierarsi a favore del no sono altri rispetto a quelli che lui evidenzia.

Il principale dei motivi è rappresentato dal fatto che il governo Renzi non gli ha attribuito, nel recente passato, incarichi a cui lui puntava, in primis quello di Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, incarico per il quale fu nominata invece Federica Mogherini.

E poi D’Alema, contrastando la riforma costituzionale del governo Renzi, di fatto assume una posizione in contrasto con quanto sostenuto in passato, anche tramite un suo impegno diretto.

Si deve ricordare che D’Alema fu uno dei principali promotori della cosiddetta commissione bicamerale che tendeva a realizzare cambiamenti della Costituzione in parte simili a quelli contenuti nella riforma del governo Renzi, peraltro tendenti, quelli sì, ad aumentare considerevolmente i poteri del premier, fino a trasformare di fatto la repubblica italiana in una repubblica presidenziale, cosa che non avviene con la riforma tra pochi mesi sottoposta a referendum.

In base a tali considerazioni, peraltro note, D’Alema farebbe meglio a tacere o quanto meno a non assumere posizioni del tutto liquidatorie nei confronti della riforma del governo Renzi.

Peraltro, proprio perché le vere motivazioni e le vecchie posizioni di D’Alema sono ben conosciute, più D’Alema critica la riforma costituzionale del governo Renzi e più fa un favore ai sostenitori di questa riforma.

Pertanto, sarebbe meglio per tutti, e in primo luogo per lui stesso, che D’Alema si occupasse molto meno di politica e decisamente di più della sua attività di produttore di vini. E’ infatti proprietario di un’azienda agricola vicino a Narni, in Umbria.

E sembra che i suoi vini siano anche di buona qualità.

Perché, quindi, D’Alema persevera nel suo impegno politico, che si dimostra controproducente per lui stesso?

Una possibile spiegazione: anche D’Alema sta invecchiando male.


Poveri romani, Virginia Raggi non sa governare

5 settembre 2016

raggi

Prima delle elezioni comunali di Roma, scrissi un post nel quale sostenevo la tesi che Virginia Raggi, allora candidata a sindaco della capitale d’Italia, non fosse in grado di svolgere l’incarico per il quale si era appunto candidata. Le vicende di questi ultimi giorni, e cioè le dimissioni di un assessore, del capo di gabinetto, dei dirigenti dell’Atac e di Ama, dimostrano chiaramente che avevo ragione.

Quelle dimissioni dimostrano infatti che Virginia Raggi non è in grado di affrontare i notevoli problemi che caratterizzano Roma.

Fino ad ora si è occupata, prevalentemente, di attribuire incarichi importanti a persone, sì di sua fiducia, ma anche loro inadeguati a svolgere quegli incarichi, e che intendevano condizionare pesantemente l’operato degli assessori chiamati a far parte della Giunta del Comune di Roma.

Peraltro, alcuni di tali personaggi avevano assunto un ruolo di primo piano con la Giunta presieduta dal sindaco Alemanno, sindaco che non ha certo operato bene, tutt’altro, che ha portato avanti politiche clientelari con un gran numero di assunzioni nelle aziende partecipate dal Comune, effettuate favorendo persone che erano vicine a lui politicamente ma che erano del tutto incompetenti.

Inoltre Alemanno è stato anche coinvolto nell’indagine “Mafia Capitale”.

E, quindi, la Raggi si fida e sta valorizzando dipendenti del Comune di Roma, la cui competenza non è all’altezza dei problemi della città, e il cui eccessivo ruolo rappresenta una delle cause alla base delle dimissioni di cui ho riferito all’inizio.

La giunta Raggi, per ora, non ha approvato nessuna delibera tendente ad affrontare i problemi di Roma.

Si è occupata solamente di incarichi, seguendo criteri del tutto sbagliati, come quelli che ho appena descritto.

Peraltro, relativamente a queste problematiche, Virginia Raggi è entrata in contrasto con altre componenti del movimento 5 stelle, a cui aderisce, e con la maggioranza dei consiglieri comunali che fanno riferimento a questo movimento.

Certo, governare Roma è tutt’altro che facile, ma la strada che ha seguitola Raggi è assolutamente sbagliata e dimostra, appunto, la sua incapacità di essere un buon Sindaco.

Per la verità, io credo che una situazione simile si sarebbe verificata anche se fossero stati candidati, e poi eletti, altri esponenti del movimento 5 stelle.

Infatti, una cosa è criticare, anche giustamente, l’operato delle precedenti amministrazioni che hanno guidato il Comune di Roma.

Altra cosa è saper governare.

Il movimento 5 stelle, lo evidenzia quanto avvenuto a Roma, non dispone di una classe politica in grado di amministrare grandi città.

E tanto meno sarebbe in grado di governare l’Italia, se dovesse vincere le prossime elezioni politiche.

I grillini, pertanto, nella loro attività amministrativa, soprattutto a Roma ma non solo a Roma, hanno dimostrato di non essere per nulla alternativi, e diversi, rispetto agli altri partiti, ma talvolta hanno adottato comportamenti anche peggiori.

Questa è la realtà dei fatti.

Quindi, nel caso di Roma, i cittadini dovranno ancora attendere affinchè sia raggiunto il giusto obiettivo di  essere amministrati in un modo decisamente migliore rispetto a quanto avvenuto in passato.

Ed è probabile che i problemi della capitale d’Italia non solo non saranno risolti ma che, invece, assumeranno un rilievo ancora maggiore.