Cure dentali cenerentola del servizio pubblico

17 gennaio 2018

Piatto forte di molti programmi elettorali, le cure dentali sono spesso vittime della crisi. E chi ha problemi di denti e non vuole trascurarli è costretto a rivolgersi comunque al settore privato e pagare di tasca propria. Spesso senza rimborsi perché la maggioranza di assicurazioni e fondi integrativi non coprono questo tipo di assistenza. 

Di tale problematica ci si occupa in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it, nel quale vengono utilizzati i dati contenuti nel rapporto dell’Istat sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea, dove un capitolo delle tabelle pubblicate sulle prestazioni è dedicato alle cure di dentisti, ortodontisti e igienisti dentali.

Questi sono i principali dati contenuti nel rapporto.

Nella fascia oltre 15 anni di età si sono rivolti a una struttura pubblica l’11,7% degli individui, a una struttura privata convenzionata o a un libero professionista l’86,9% e l’80% ha pagato di tasca propria e senza rimborsi  di alcun tipo.

A Bolzano il pubblico va per la maggiore con il 27,7%, seguito da Trento con il 19,5%, mentre il privato è al 96,5% in Valle d’Aosta seguita al 94,2% dalla Basilicata. I maggiori “pagatori” sono ancora in Valle d’Aosta (88,7%) e in Abruzzo (86,8%).

Nela fascia over 65 – quella che secondo molti sarebbe la più bisognosa, tanto che le “dentiere gratis” erano promesse a loro – al pubblico si sono rivolti il 9,5% degli individui, ha provato convenzionati e liberi professionisti l’88,8%  e l’81,6% ha pagato da sé senza alcun tipo di rimborso.

E l’Istat non riporta percentuali delle singole Regioni per questa fascia di età per il servizio pubblico giudicandole “scarsamente rilevanti”, come se per gli over 65 il servizio pubblico proprio non esistesse, mentre si rivolge a strutture convenzionate e/o liberi professionisti il 97,3% degli over 65 in Basilicata e il 95,6% in Valle d’Aosta. A pagare di tasca propria sono di più gli abitanti dell’Emila Romagna (91%) seguiti da quelli di Trento e Umbria (90,1%).

Gli interventi più richiesti riguardano nella fascia di età dai 15 anni in su, ma anche in quella degli over 65 riguardano le visite di controllo (rispettivamente 79,9 e 68,6%), seguite nella fascia oltre 15 anni dalle ricostruttive dentali (36,5%; si tratta di devitalizzazione o cura canalare, otturazione delle carie, pulizia dei denti), mentre tra gli over 65 sono le cure parodontali.

Livelli di istruzione più bassi riportano un maggior ricorso alle cure dentali pubbliche.

Dato evidentemente confermato analizzando la situazione per reddito dove chi ricorre di più al pubblico sono gli appartenenti al primo quintile, chi meno quelli del quinto. Anche se in realtà la differenza percentuale non è fortissima: si va nella fascia di maggior frequenza dal 51,2% del primo quintile al 39,1% del quinto e in quella di minore frequenza si invertono i termini e a meno di un anno dall’intervista hanno fatto ricorso alle cure dentali il 34,2% del primo quintile e il 55,8% del quinto.

Infine poche le dentiere (apparecchi correttivi: dentiera/protesi mobile, ponti, corone, capsule o impianti): l’Istat, data l’esiguità dei numeri, ne parla solo per area geografica. E così da 15 anni in su il valore è del 5%, mentre negli over 65 del 2,7%. E le aree dove vanno per la maggiore sono comunque quelle più densamente popolate e nel Sud.

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Abbandono scolastico in calo ma forte divario tra Nord e Sud

14 gennaio 2018

Il fenomeno della dispersione scolastica è in calo, ma resta il divario fra Nord e Sud. Sia nella scuola secondaria di I che di II grado. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia. Questo il quadro che emerge sulla dispersione scolastica dalla pubblicazione curata dall’ufficio statistica e studi del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’indicatore utilizzato per la quantificazione del fenomeno della dispersione scolastica è quello degli “early leaving from education and training” (elet) con cui si prende a riferimento la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’età con al più il titolo di scuola secondaria di I grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni e non più in formazione.

Per l’Italia tale indicatore mostra un miglioramento  attestandosi, per l’anno 2016, al 13,8%. Nel 2006 era al 20,8%. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Il dettaglio regionale evidenzia il divario fra Nord e Sud con Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria, sopra la media nazionale della dispersione.

Per quanto riguarda la scuola secondaria di I grado, nell’anno scolastico 2015/2016, 14.258 ragazze e ragazzi, pari allo 0,8% di coloro che frequentavano questa scuola, hanno abbandonato gli studi in corso d’anno o nel passaggio fra un anno e l’altro.

Al Sud la propensione all’abbandono è maggiore, con l’1% (l’1,2% nelle isole e 0,9% al Sud). Mentre nel Nord Est la percentuale è più contenuta, con lo 0,6%. Tra le regioni con maggiore dispersione spiccano la Sicilia con l’1,3%, la Calabria, la Campania e il Lazio con l’1%. La percentuale più bassa si evidenzia in Emilia Romagna e nelle Marche con lo 0,5%.

I maschi abbandonano più delle femmine.

La dispersione scolastica colpisce maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani: dispersione al 3,3%, contro lo 0,6% relativo agli alunni con cittadinanza italiana. Gli stranieri nati all’estero, con una percentuale del 4,2%, sembrano essere in situazione di maggiore difficoltà rispetto agli stranieri di seconda generazione, i nati in Italia, che hanno riportato una percentuale di abbandono complessivo del 2,2%.

L’abbandono è più frequente, poi, fra coloro che sono in ritardo con gli studi: la ripetenza può essere considerato un fattore che precede, e in certi casi preannuncia, l’abbandono. La percentuale di alunni che hanno abbandonato il sistema scolastico è pari al 5,1% per gli alunni in ritardo, e allo 0,4% per gli alunni in regola.

L’abbandono nella scuola di II grado è del 4,3% (112.240 ragazze e ragazzi). L’abbandono è molto elevato nel primo anno di corso (7%).

I maschi abbandonano più delle femmine, anche in questo caso.

Il Mezzogiorno ha una percentuale più elevata della media nazionale (4,8%). Tra le regioni con maggiore abbandono spiccano Sardegna, Campania e Sicilia, con punte rispettivamente del 5,5%, del 5,1% e del 5,0%. Mentre le percentuali più basse si evidenziano in Umbria con un valore del 2,9% e in Veneto e Molise con valori del 3,1%.

Considerando il dettaglio della cittadinanza degli alunni, anche per  quest’ordine scolastico è evidente come il fenomeno della dispersione scolastica colpisca maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani.

Analizzando il fenomeno dal punto di vista della regolarità del percorso scolastico, come prevedibile la percentuale di abbandono che appare nettamente più elevata è quella degli alunni con ritardo scolastico (14,5% contro 1,2% degli alunni in regola).

L’abbandono complessivo più contenuto si è registrato per i licei che hanno presentato mediamente una percentuale del 2,1%. Per gli istituti tecnici la percentuale è stata del 4,8% e per gli istituti professionali dell’8,7%. La percentuale di abbandono più elevata è relativa ai percorsi IeFP (corsi di Istruzione e formazione professionale realizzati in regime di sussidiarietà presso le scuole), con un abbandono complessivo del 9,5%.

“La dispersione scolastica – ha sottolineato la ministra Valeria Fedeli – è un fenomeno che va contrastato con forza, perché dove la dispersione è alta vuol dire che non sono garantite a sufficienza pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi. Nel nostro Paese, come evidenziano anche i dati raccolti dal ministero, il fenomeno è in calo, c’è stato un miglioramento negli ultimi anni. Ma restano forti divari sociali e territoriali rispetto ai quali serve un’azione importante che parta dal Miur, ma che coinvolga anche tutti gli altri attori in campo: le famiglie, il terzo settore, i centri sportivi, l’associazionismo, le istituzioni del territorio. Per mettere insieme questa rete e per far emergere le buone pratiche che già esistono e che possono essere prese a modello – ha spiegato Fedeli – abbiamo voluto un apposito gruppo di lavoro, una cabina di regia guidata da Marco Rossi Doria che ha una lunga esperienza in materia, anche come ex sottosegretario all’Istruzione”.

“Il gruppo in questi mesi ha lavorato anche sulla base dei dati resi pubblici ed entro dicembre consegnerà al Paese delle linee guida per il contrasto e la prevenzione della dispersione. Un piano d’azione che avrà come punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione, che in questi mesi abbiamo sempre messo al centro del nostro lavoro, nella convinzione che garantire pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi sia il compito principale del sistema di istruzione”, ha concluso Fedeli.


Contro il caos nei pronto soccorso

10 gennaio 2018

La situazione dei pronto soccorso degli ospedali rimane molto difficile. L’Anaao Assomed, un’associazione di medici e dirigenti del servizio sanitario nazionale, ha diffuso quindi un comunicato nel quale si esamina tale situazione.

Cosa sostiene l’Anaao Assomed?

“Mentre prende avvio un focoso dibattito sugli schieramenti elettorali, con il correlato campionario di promesse, ri-esplode la questione del sovraffollamento dei pronto soccorso.

Le immagini che i media diffondono in questi giorni sono chiare: pazienti in barella, anche in doppia fila, uno accanto all’altro, in una promiscuità che dovrebbe interessare i custodi della privacy, in attesa di ore per essere ricoverati in un posto letto che semplicemente non c’è.

In una atmosfera di congestione che ormai ha trasformato tutti i pronto soccorso, a prescindere dalla latitudine, da strutture deputate all’emergenza ed all’urgenza, in ambienti di ricovero inadeguati, insicuri e, non di rado, indecenti. In cui nessun giudice, anchorman, parlamentare, assessore o ministro accetterebbe di stare.

Regioni ed Aziende sanitarie continuano a dare ‘la colpa’ all’influenza o al flop della vaccinazione, o alla inappropriatezza degli accessi o al territorio che non funziona.

Alibi, per non prendere atto di una realtà, non solo stagionale e non solo delle regioni ‘meno virtuose’, che è il prodotto dei tagli di posti letto e di personale effettuati in tutti gli ospedali pubblici, del nord, del centro e del sud del Paese.

Vero ed unico fattore unificante il servizio sanitario.

Governi e Regioni non possono dimenticare le scelte scellerate fatte di intesa negli anni scorsi. Dal 2010 ad oggi circa 50.000 operatori sanitari pensionati non sono stati sostituiti ed almeno 10.000 sono medici. 70.000 posti letto sono stati tagliati, in assenza di una contestuale riforma delle cure primarie, per introdurre più moderni posti barella, quando non sedie o scrivanie, in attesa del cartello ‘solo posti in piedi’. Dall’addio al posto fisso alla fine del ‘letto fisso’. E migliaia di giovani medici, che mettono la loro faccia davanti alle attese dei cittadini, sono stati dimenticati nel precariato di lungo corso.

I pronto soccorso sono assurti a simbolo del profondo malessere in cui sta precipitando tutta la sanità pubblica, nel silenzio e nell’indifferenza dei partiti, per la incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse in conto capitale, di formazione.

Siamo ai margini dell’Europa come numero di posti letto per abitanti, sotto la media Ue per le risorse destinate alla sanità, ed il diritto ad essere curato in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio.

Sono meri palliativi i rimedi escogitati dalle amministrazioni regionali e dalle aziende sanitarie, quali il blocco dei ricoveri programmati, che trasforma gli ospedali pubblici in ‘ospedali da campo’ dedicati solo all’emergenza, il rinforzo temporaneo degli organici dei pronto soccorso, quasi fossero avamposti in zona di guerra, l’aggiunta di posti letto volanti o la deviazione di pazienti nelle strutture accreditate.

Ma se la soluzione sono i posti letto ed il personale, non è preferibile ripensare ai tagli effettuati in questi anni ed in questi mesi?

Il cronico collasso dei pronto soccorso, in inverno a causa dell’epidemia influenzale, in estate per le ondate di calore, eventi tutti prevedibili, è il prodotto visibile di una politica di sottrazione progressiva ed inesorabile di risorse umane ed economiche alla sanità pubblica, che ne ha fatto la sola porta lasciata aperta per garantire il diritto a curarsi.

In che condizioni e con quali sacrifici per pazienti ed operatori, costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti, è sotto gli occhi di tutti.

Basterebbe che Governo e Regioni si occupassero delle sofferenze sociali come di quelle bancarie per evitare che la soluzione al sovraffollamento dei pronto soccorso sia un cartello con la scritta #primadivotarepensaallasalute”.


Un manifesto contro la diseguaglianza

7 gennaio 2018

Durante la crisi le diseguaglianze economiche si sono accresciute. Ma non solo in quel periodo sono aumentate tali diseguaglianze. Esse sono cresciute negli ultimi 30 anni. Lo sostengono gli estensori del manifesto contro la diseguaglianza, presentato nel settembre scorso dal presidente del Nens (nuova economia nuova società), Vincenzo Visco, e dal presidente di Etica ed Economia, Maurizio Franzini.

Ho ritenuto opportuno, in considerazione dell’importanza delle problematiche trattate, riportare alcune parti della “premessa e sintesi” del manifesto citato.

“La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio…

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione  sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati,   dare brevemente conto della  discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in  tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i Paesi,  anche se con  differenze talvolta significative.

Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione.

Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani…

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso ‘keynesiano’ che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’Occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente.

Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la  convinzione liberista  che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire  al principio democratico quello capitalistico: non più ‘una testa un voto’ ma ‘un dollaro un voto’. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche  che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese –  mentre  venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di  nuovi  e molto potenti monopoli ; alla maggiore facilità per  i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di  ampi settori della società dalla vita sociale.

E anche a causa di tutto ciò la  mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli  dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della ‘gente normale’.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico;  l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà  diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta,  che la diseguaglianza  sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica,  viene smentita dai fatti  e dai molti  studi (anche del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche.

Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali.

E’ una strada lunga, conflittuale e  difficile, ma il problema va affrontato per quello che è.  E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo,  pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo.

Si tratta, in realtà, di modificare i  meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e  di mettere un freno  agli interessi di ceti potenti e mai sazi”.

Per leggere interamente il manifesto https://www.nens.it/sites/default/files/NENS_Manifesto-finale-completo.pdf


I centri storici, importanti realtà economiche

3 gennaio 2018

E’ stata presentata la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.

Quali sono i principali contenuti di questa indagine?

E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto importante dell’economia del Paese.

Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.

In particolare, nei centri storici è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,

il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.

I centro storici offrono poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.

L’analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.

In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.

Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l’identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dall’indagine.

I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l’11% della popolazione residente nei centri storici.

Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è il 7,7%.

Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).

I centri storici, poi, si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.

Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone.

“Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell’economia del Paese”, ha dichiarato il presidente dell’Ancsa, Francesco Bandarin.

“I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi turistici”.

“Sessant’anni fa – ha proseguito Bandarin – si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia”.


La strage degli innocenti, nel 2017 “record” dei bambini morti in guerra

31 dicembre 2017

Fame, freddo, morte, violenze, mutilazioni, perdita della casa e dei parenti. Nel 2017 i bambini che vivono in zone di conflitto in tutto il mondo hanno subìto un numero impressionante di attacchi. Lo denuncia l’ultimo rapporto dell’Unicef.

I principali contenuti di questo rapporto sono stati esaminati in un articolo pubblicato su www.globalist.it.

L’Unicef ha rilevato che le parti in conflitto hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.

In particolare quest’anno in Afghanistan sono stati uccisi circa 700 bambini nei primi 9 mesi dell’anno, mentre nel nord est della Nigeria e in Camerun, Boko Haram ha costretto almeno 135 minori ad agire in attacchi bomba suicidi, un numero 5 volte più elevato rispetto al 2016.

In Iraq e in Siria, i bimbi sono stati usati come scudi umani, sono stati intrappolati sotto assedio, sono diventati obiettivi di cecchini e hanno vissuto intensi bombardamenti e violenze.

In Myanmar i bambini Rohingya hanno sofferto e hanno assistito a terribili e diffuse violenze. Sotto attacco sono stati costretti a lasciare le loro case nello Stato di Rakhine, mentre i minori nelle aree di confine negli Stati di Kachin, Shan e Kayin continuano a patire le conseguenze delle tensioni in corso tra le forze armate del Myanmar e i gruppi armati delle diverse etnie.

In Yemen, secondo dati verificati, dopo circa 1.000 giorni di combattimenti, almeno 5.000 bambini sono morti o sono stati feriti, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Oltre 11 milioni di bimbi hanno bisogno di assistenza umanitaria. Degli 1,8 milioni di minori che soffrono di malnutrizione, 385.000 sono malnutriti gravemente e rischiano di morire se non riceveranno urgentemente cure.

“I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi”, ha dichiarato Manuel Fontaine, direttore dei programmi di emergenza dell’Unicef.

“Questi attacchi continuano anno dopo anno, ma non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità”.

L’Unicef chiede a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre immediatamente fine alle violazioni contro i bimbi e all’utilizzo delle infrastrutture civili – come scuole e ospedali – come obiettivi.

La richiesta dell’Unicef mi sembra ampiamente giustificata. Purtroppo non credo che tutte le diverse parti in conflitto la vorranno accogliere.

Per questo motivo, le istituzioni internazionali e i governi dei principali Paesi devono impegnarsi fortemente affinchè esse siano costrette a ridurre notevolmente il numero dei bambini morti in guerra.

E io spero pertanto che il 2018 sia un anno profondamente diverso dal 2017 anche per questo aspetto.

I bambini vittime delle guerre dovranno, non dovrebbero, diminuire considerevolmente.


Salute mentale, dimenticata dallo Stato

26 dicembre 2017

Il sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale, ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, corre un “doppio rischio”: da un lato quello del suo smantellamento progressivo, dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causate dall’aumento esponenziale di alcuni di tipi di patologie mentali. Lo sostengono, in un documento, alcuni rappresentanti della Sip (società italiana di psichiatria).

Nel documento, sottoscritto da Bernardo Carpiniello, Claudio Mencacci e Enrico Zanalda, rispettivamente presidente, ex presidente e segretario della Società italiana di psichiatria, si rileva tra l’altro:

“…L’Italia ha costruito nei suoi primi quattro decenni un capillare sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale alla quale viene affidato complessivamente il compito della prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie mentali e più in generale del disagio psichico.

Questo sistema, giustamente ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, in quanto concreta realizzazione della ‘psichiatria di comunità’, corre un ‘doppio rischio’: da un lato quello del suo smantellamento progressivo all’interno del silenzioso processo di accorpamenti che sta avvenendo in Italia a seguito della creazione di aziende sanitarie sempre più ampie.

Dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causare dall’aumento esponenziale di alcuni tipi di patologie mentali con un altissimo tasso di crescita, come i disturbi dell’umore e d’ansia (che oggi da soli rappresentano più un terzo dell’utenza), le ‘nuove patologie’ (disturbi di personalità, ‘dipendenze comportamentali’, disturbi mentali dovuti ad uso di sostanze), le nuove incombenze (assistenza psichiatrica nelle carceri, cura dei pazienti autori di reato, tutela della salute mentale dei migranti ) e la persistenza di uno zoccolo duro di persone affette da disturbi mentali gravi di tipo psicotico, che da solo assorbe oltre il 60% delle risorse.

Di fronte a tutto ciò il sistema pubblico mostra crescenti crepe, amplificate dal progressivo impoverimento delle risorse di personale (in molte regioni italiane gli organici siano addirittura la metà di quelli fissati sulla base dell’ultimo progetto obiettivo nazionale) e dalla generale scarsità di risorse finanziarie, che per la salute mentale si attestano mediamente su circa il 3,5% dell’intera spesa sanitaria, a fronte di cifre comprese fra il 10 e il 15% di altri grandi paesi europei (Francia, il Regno Unito, Germania)….

In questa situazione, la prevenzione sembra un miraggio, mentre appare sempre più improbo lo sforzo di diversificazione ed ampliamento dei protocolli di trattamento innovativi e basati sulle evidenze, resi indispensabili da una sempre maggiore complessità dei casi da trattare, siano essi di tipo psicosociale (dagli interventi psicoeducativi a quelli di rimedio cognitivo, dalle terapie cognitivo comportamentali ai programmi supportati di reinserimento lavorativo per i pazienti affetti da patologie gravi) che di tipo farmacologico.

Persino per quanto riguarda questi ultimi sembra essere in atto lo rincorsa al contenimento delle spese farmaceutiche, in una logica di tagli lineari, che la Sip rifiuta integralmente perché colpisce ed impoverisce un settore già inequivocabilmente sottofinanziato.

Tale logica sta portando a provvedimenti inaccettabili sul piano etico-deontologico e terapeutico che sono oggetto di sempre più numerose segnalazioni da parte degli psichiatri del servizio sanitario pubblico.

Si va dalla esclusione dai prontuari terapeutici di alcuni farmaci di nuova generazione nel settore degli antidepressivi e degli antipsicotici, all’imposizione ai dirigenti di dipartimento e di struttura di tagli degli ordini relativi agli stessi farmaci, cioè quelli più innovativi e a lunga durata d’azione.

Tali provvedimenti hanno inevitabilmente comportato il ritorno ai trattamenti con farmaci ‘depot’, di prima generazione, o ai trattamenti con farmaci per via orale, nonostante il fatto che i primi siano inequivocabilmente gravati da rilevanti e maggiori problemi di tollerabilità ed accettabilità rispetto a quelli nuovi, e i secondi non garantiscano una adeguata aderenza terapeutica esponendo a maggior rischi di ricaduta, generando un inevitabile problema di aumento dei costi per ricoveri ospedalieri e inserimenti residenziali.

Ma ciò che è più grave è che tutto ciò avvenga in sostanziale violazione del diritto dell’assistito a ricevere la miglior cura possibile e del medico a sceglierla…

Su queste basi noi contestiamo l’argomento da cui nasce la logica dei tagli ovvero lo spesso asserito incremento esponenziale dei costi dei trattamenti psicofarmacologici. Se la spesa farmaceutica italiana ha un costante trend crescente questo non è certo imputabile al settore dei trattamenti psicofarmacologici…

I trattamenti farmacologici sono riconosciuti come fondamentali per il trattamento di gran parte dei disturbi mentali, rappresentando per i disturbi maggiori la componente insostituibile di programmi di cura complessi e possibilmente personalizzati.

Come Società italiana di psichiatria riteniamo nostro dovere e diritto ribadire che ogni taglio ulteriore alla già inadeguata spesa sanitaria nel settore per la salute mentale, compreso la riduzione che si continua ad operare della spesa farmaceutica, sia inaccettabile anche perché indicativa, ove mai ve ne fosse necessità, della discriminazione delle persone affette da disturbi mentali e della sostanziale e crescente marginalizzazione del sistema della salute mentale, eterna Cenerentola all’interno del panorama del sistema sanitario nazionale”.