Nei prossimi anni i pericoli causati dalle ondate di calore aumenteranno

6 agosto 2018

Secondo Legambiente nei prossimi anni i pericoli per le persone legati alle ondate di calore aumenteranno. Servono pertanto nuove politiche e risorse per l’adattamento a un clima che cambia. Peraltro le ondate di calore possono avere effetti nocivi per la salute. E a Roma dal 2000 si sono verificati 7.700 decessi a causa  di questo fenomeno.

Caldo torrido e bollino rosso in molte città italiane. Il clima sta cambiando e aumentano i pericoli per chi vive nei grandi centri urbani. Lo si nota sempre di più anche in estate, con temperature record e frequenti e prolungate ondate di calore, e a farne le spese sono come sempre i cittadini e la loro salute.

Secondo Legambiente le ondate di calore possono avere effetti nocivi per la salute, soprattutto per gli anziani e gli ammalati, quando le temperature diurne superano i 35° C e quelle notturne non scendono sotto i 25°C.

Nelle aree urbane il caldo oltretutto aumenta per l’effetto di asfalto, auto e sistemi di condizionamento e può arrivare ad aumentare la temperatura anche di 4-5 gradi.

Se da una parte in questi anni sono cresciuti gli impatti e i morti per il caldo, ma anche per le alluvioni e i fenomeni metereologici estremi, dall’altra parte troppo poco si sta facendo sul fronte delle politiche sull’adattamento al clima.

E’ quanto torna a ribadire Legambiente che è tornata a sottolineare come i grandi centri urbani siano l’ambito più a rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici. Ed è per questo che è fondamentale portare avanti e definire politiche di adattamento al clima.

Legambiente ricorda che tra il 2005 e il 2016, in 23 città italiane, le ondate di calore hanno causato 23.880 morti. Nella sola città di Roma dal 2000 sono circa 7.700 le morti attribuibili alle ondate di calore.

“Se vogliamo ridurre i pericoli per le persone e prevenire anche le ondate di calore – ha dichiarato Edoardo Zanchini, Vicepresidente nazionale di Legambiente – servono nuove politiche per le città, risorse e un coordinamento nazionale per aiutare i Sindaci di fronte a fenomeni di una portata senza precedenti.

Come si sta facendo negli altri Paesi e nelle altre città europee, bisogna accelerare negli interventi che permettono di ridurre l’impatto del calore nei periodi estivi e delle alluvioni negli spazi urbani, oggi estremamente vulnerabili, e dove vive la maggioranza della popolazione.

Al Governo chiediamo di approvare quanto prima il piano di adattamento ai cambiamenti climatici e di mettere al centro gli interventi che riguardano le città, anche con un regolamento che finalmente fermi l’impermeabilizzazione dei suoli, che è una delle cause del calore nei periodi estivi, e che preveda interventi di recupero dell’acqua, salvaguardia degli spazi verdi, di utilizzo di alberature, acqua e pavimentazioni che riducono l’effetto del caldo nei quartieri e quindi sulle persone”.

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In Iraq le sofferenze delle donne yazide continuano

6 agosto 2018

Amnesty International continua ad occuparsi delle donne yazide. In un recente comunicato viene esaminata la loro attuale situazione. Le loro sofferenze purtroppo permangono. 

In questo comunicato si può leggere:

“Il 10 dicembre 2017 l’Iraq dichiarò di aver sconfitto il gruppo armato denominatosi Stato islamico, che dal giugno 2014 aveva istituito nel paese il cosiddetto Califfato islamico.

In quello che oggi possiamo chiamare l’Iraq ‘post-Stato islamico’, migliaia e migliaia di civili portano ancora le ferite, fisiche e psicologiche, dei crimini commessi dal gruppo armato. E queste ferite sono destinate a segnare le generazioni a venire.

Lo Stato islamico seminò il terrore tra la popolazione civile irachena, accanendosi periodicamente contro le minoranze etniche e religiose, come i cristiani e gli yazidi nel nord del paese.

Quattro anni dopo, le donne e le ragazze yazide sono ancora in pieno trauma a causa dell’orribile violenza sessuale e della riduzione in schiavitù che subirono da parte dello Stato islamico. A peggiorare le cose c’è l’angoscia di non sapere che fine hanno fatto i loro cari, scomparsi durante l’offensiva del gruppo armato.

Il 3 agosto 2014 lo Stato islamico conquistò Sinjar, nella provincia nordorientale di Ninive, uccidendo centinaia di uomini e rapendo migliaia di donne, ragazze e ragazzi della minoranza yazida.

I ragazzi vennero separati dalle madri, indottrinati e addestrati a combattere per il gruppo armato mentre le donne e le ragazze, ma anche bambine di soli nove anni, furono rese schiave, ‘vendute’ come mogli ai combattenti dello Stato islamico e sottoposte a torture, stupri e altre forme di violenza sessuale.

Una donna yazida, ‘venduta’ in una sorta di ‘pacchetto’ che comprendeva anche i suoi piccoli figli, ha raccontato ad Amnesty International come l’uomo che li aveva ‘comprati’ si comportava: ‘Picchiava i miei figli e li chiudeva in una stanza. Loro stavano dentro e piangevano e altrettanto facevo io fuori dalla porta’.

Un’altra donna yazida, Jamila, ha denunciato di essere stata stuprata ripetutamente da almeno 10 uomini dopo essere stata ‘venduta’ e ‘rivenduta’ più volte. L’hanno rilasciata nel dicembre 2015 dopo che la sua famiglia aveva pagato un ingente riscatto.

Molte donne e ragazze hanno tentato il suicidio, durante la prigionia o dopo la loro fuga, o hanno visto le loro sorelle o figlie togliersi la vita dopo le tremende sofferenze patite nelle mani dei rapitori.

Ottenere il sostegno medico fisico e psicologico necessario è estremamente difficile per problemi di costi e di accesso.

Dato che molte famiglie hanno pagato riscatti a volte di decine di migliaia di euro, tante donne che si sono indebitate ora non sono in grado di sostenere i costi dell’assistenza di cui hanno bisogno.

Per di più, la burocrazia irachena limita l’accesso a servizi del genere pretendendo documenti d’identità, che molte hanno perso durante l’attacco dello Stato islamico.

Infine, lo stigma associato all’esperienza subìta durante la prigionia, il timore di essere giudicate negativamente e il conseguente impatto sulla prospettiva di un matrimonio rappresentano ulteriori ostacoli per le sopravvissute, che dipendono fortemente dall’aiuto dei loro parenti.

Molte donne e ragazze yazide fuggite o rilasciate dai loro rapitori non sono state in grado di tornare a casa e vivono con le loro famiglie impoverite o in campi per sfollati interni.

Un’organizzazione non governativa che lavora accanto alle minoranze irachene ha descritto ad Amnesty International le condizioni in cui vivono le donne sfollate da Sinjar quattro anni fa. Sebbene la città sia stata riconquistata due anni fa, la comunità yazida non riesce a rientrarvi a causa dell’assenza di servizi fondamentali.

Le reazioni di solidarietà della comunità internazionale si sono tradotte ben poco in azioni concrete.

Le organizzazioni non governative locali e internazionali sono ancora a corto di finanziamenti e non c’è un sistema coordinato di servizi da mettere a disposizione delle donne e delle ragazze yazide.

La comunità internazionale, compresi i donatori, deve fare ben altro per venire incontro ai bisogni delle donne yazide sopravvissute, attraverso sostegno e programmi specializzati da attuare in consultazione con le sopravvissute, con la comunità degli attivisti e col personale medico.

Nel settembre 2017 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2379, che ha istituito un team investigativo per aiutare il governo iracheno a raccogliere, conservare e analizzare le prove dei gravi crimini commessi dallo Stato islamico. Ciò nonostante, secondo un’organizzazione non governativa locale, il governo iracheno e quello curdo non hanno ancora autorizzato il team istituito dalle Nazioni Unite a entrare e iniziare il suo lavoro.

Inoltre, il sistema giudiziario iracheno resta profondamente inadeguato, ricorre spesso alla pena di morte al termine di processi iniqui e dunque costituisce un ostacolo, più che una risorsa, per fornire giustizia alle vittime dello Stato islamico.

L’organizzazione non governativa sopra citata ha anche fatto presente che dal 2014 sono state scoperte a Sinjar 68 fosse comuni e che le autorità irachene non le stanno proteggendo, come invece è previsto da un’apposita legge nazionale in quanto misura necessaria per rintracciare e identificare le persone scomparse. In questo modo, famiglie già colpite dalla perdita dei parenti, in particolare le donne yazide, non ottengono giustizia né possono chiudere il circolo del lutto.

Quattro anni dopo, è davvero giunto il momento che la comunità internazionale prenda misure efficaci per aiutare queste donne ad avviare il lungo percorso di ricostruzione delle loro vite”.


Come contrastare le aggressioni al personale sanitario

6 agosto 2018

Nelle ultime settimane le aggressioni al personale sanitario si sono intensificate. Varie le proposte avanzate per affrontare tale problema. E’ intervenuta anche il ministro della Salute, Giulia Grillo, che ha dichiarato che nel prossimo Consiglio dei ministri sarà presentato un disegno di legge antiviolenze. 

Quali sono le intenzioni del ministro?

Giulia Grillo si è così espressa: “Ho chiesto di presentare al prossimo Consiglio dei ministri un disegno di legge a tutela dei dipendenti del servizio sanitario nazionale che lavorano sul fronte dell’assistenza ai cittadini”.

“Le ripetute e gravissime aggressioni nei pronto soccorso e negli ospedali – ha affermato il ministro – ai danni del personale sanitario, non possono avere alcuna spiegazione e tanto meno alcuna giustificazione. I fatti anche di queste ore confermano l’assoluta necessità di un intervento legislativo, come già avevo annunciato”.

“Il provvedimento – ha precisato Grillo – prevede l’inasprimento delle sanzioni penali nei casi di aggressioni al personale e a presidi di forze dell’ordine per la sicurezza delle strutture.  Tra le altre misure propongo anche l’istituzione di un osservatorio anti-violenze e una campagna di comunicazione e di informazione per i cittadini sul ruolo degli operatori sanitari”.

Vi sono state altre prese di posizione sul problema.

“Piena collaborazione all’iniziativa legislativa annunciata dal ministro della Salute Giulia Grillo”. Così Tiziana Frittelli, presidente di Federsanità Anci ha commentato l’arrivo del disegno di legge anti violenze nel prossimo Consiglio dei ministri

“Concordo a 360 gradi – ha affermato Frittelli – con quanto rilevato dal ministro circa la preoccupante escalation di episodi a danno degli operatori sanitari che evidenziano l’assoluta necessità di un intervento legislativo che possa porre un freno e le basi per una maggiore tutela di chi, ogni giorno, presta servizio nelle strutture sanitarie a favore del bene dei cittadini”.

Nelle prossime settimane Federsanità Anci “concluderà un’indagine somministrata a tutte le aziende sanitarie e ospedaliere associate, promossa in accordo con Fnmoceo, con l’obiettivo di monitorare, a dieci anni dall’emanazione, l’attuazione della raccomandazione del ministero della Salute n° 8 del novembre 2007,  sulla prevenzione degli atti di violenza a danno degli operatori sanitari”.

Anche  i manager di Asl e ospedali hanno affrontato il problema delle aggressioni a medici e infermieri con una serie di proposte che hanno presentato nei giorni scorsi al ministro della Salute.

Pene più severe e fermo giudiziario e ripensamento del servizio di guardia medica. Sono alcune delle proposte presentate dalla Fiaso, la loro associazione.

“Mettere le forze dell’ordine nella condizione di svolgere una energica azione deterrente – ha sottolineato la Fiaso – , prevedendo un’aggravante specifica per i reati commessi nei confronti dei professionisti sanitari nell’esercizio di atti d’ufficio, che consenta in tal modo il fermo di polizia giudiziaria per gli autori dei reati. Con procedimento d’ufficio e inasprimento delle pene anche quando la parte offesa è un’azienda sanitaria”.

Secondo la Fiaso è necessario intervenire anche con strumenti di programmazione sanitaria al fine di ripensare il ruolo degli ambulatori di continuità assistenziale (le ex guardie mediche), bersaglio di numerose aggressioni, ma anche ormai poco sostenibili e forse non particolarmente utili, di dimensionare adeguatamente gli organici delle strutture sanitarie a rischio più elevato di aggressioni, di assicurare l’effettiva presa in carico dei pazienti cronici e di quelli fragili per limitarne l’accesso improprio ai servizi di emergenza-urgenza.

Però, secondo Calogero Coniglio,  segretario regionale per la Sicilia della Fsi-Usae, federazione sindacati indipendenti costituente della confederazione Unione sindacati autonomi europei, la proposta del ministro è buona ma non risolutiva.

Infatti secondo Coniglio “I pronto soccorso siciliani sono al collasso. In molti ospedali, soprattutto quelli delle città metropolitane di Palermo, Catania e Messina, non si riesce a dare una risposta in tempi accettabili ai pazienti, servono più infermieri e medici, le lunghe ore di attesa montano la rabbia tra pazienti e cittadini esasperati, e tra operatori sanitari per i ritmi di lavoro estenuanti. I pazienti aspettano anche 10-11 ore per essere visitati e quelli in attesa di un posto letto nei reparti restano in barella, o su una sedia, in corridoio anche tre giorni senza rispetto della privacy”.

E molto probabilmente la situazione dei pronto soccorso siciliani si verifica anche in altre regioni, soprattutto nelle grandi città.


Vacanze negate, un bambino su due non andrà in vacanza

6 agosto 2018

Più della metà dei bambini e degli adolescenti, in Italia, non potrà fare una vacanza di almeno quattro giorni lontano da casa e oltre 3 ragazzi su 5 tra i 15 e i 17 anni di età, quasi il doppio rispetto al 2015, non potranno permettersi, per motivi economici, periodi ricreativi e di svago neanche più brevi.

Questa la denuncia di Save the Children  che attesta, nel nostro Paese, un incremento negli ultimi anni delle disparità economiche che impediscono ai minori di usufruire di opportunità ludiche, ricreative e formative durante l’estate, quando in molti casi sono costretti a rimanere in città.

Nel 2017, infatti, oltre 5,7 milioni di bambini e ragazzi – più del 56% del totale – non hanno potuto trascorrere una vacanza di almeno quattro giorni, un dato percentuale costantemente cresciuto rispetto ai due anni precedenti e che ha subìto un’impennata fortissima rispetto al 2008, quando i minori in questa condizione non superavano il 40%.

In particolare, motivi di carattere economico hanno rappresentato la causa principale che ha impedito a più del 61% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni, nel 2017, di andare in vacanza anche per periodi più brevi, un dato quasi raddoppiato rispetto al 2015 (35%) allorché i ragazzi della stessa età che non potevano permettersi di andare in vacanza a causa della condizione economica delle proprie famiglie erano poco più di 1 su 3.

“Un così alto numero di bambini e adolescenti che anche quest’anno non potranno trascorrere le vacanze estive per un breve periodo lontano da casa dimostra, ancora una volta, la forte correlazione che c’è tra le deprivazioni di carattere economico – che oggi in Italia riguardano più di 1,2 milioni di minori in povertà assoluta – e la perdita, per i ragazzi, di opportunità educative necessarie per il loro futuro.

Il tempo estivo dei bambini e dei ragazzi è un tempo fondamentale per la loro crescita e deve essere un tempo ricco di scoperte e di esperienze. E’ dunque quanto mai importante che le città si attrezzino per offrire ai ragazzi luoghi e spazi adeguati dove svolgere gratuitamente attività ricreative, sportive e culturali che altrimenti resterebbero loro precluse.

E’ importante anche fare in modo che le scuole, a partire da quelle delle aree più deprivate, mettano a disposizione spazi per l’incontro e per attività culturali e ricreative soprattutto nei quartieri più svantaggiati”, ha affermato Antonella Inverno, responsabile policy e area legale di Save the Children.

E’ più che probabile quindi che quanto verificatosi nel 2017 si ripeta anche nel 2018. E’ possibile anzi che il numero dei bambini e degli adolescenti che non potranno permettersi di andare in vacanza aumenti ancora. Del resto il numero dei poveri tende ad aumentare.

E i dati forniti da Save the Children confermano ancora una volta che la diffusione della povertà colpisce particolarmente i minori.

Un motivo in più per rendere necessaria una politica più incisiva per contrastare la povertà, in Italia.

L’introduzione del Rei (reddito di inclusione) è stata positiva, ma le risorse finanziarie disponibili a questo fine devono essere considerevolmente aumentate.

Questa, mi sembra, la strada migliore da percorrere – il rafforzamento del Rei – piuttosto che l’introduzione di nuove misure, quali il reddito di cittadinanza, non solo molto costose ma anche ampiamente, e giustamente, criticate.


Svimez, nel Sud aumento della povertà e crescita incerta

2 agosto 2018

E’ stato presentato il rapporto 2018 della Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017 ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi nel Sud. Si è ampliato il disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. Soprattutto nel 2019  si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale. 

In una comunicato emesso dalla Svimez sono evidenziati i principali contenuti del rapporto 2018.

Nel 2017 il Pil è aumentato nel Sud dell’1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016. Ciò grazie al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel Centro-Nord (+1,5%).

Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del 3,9%, consolidando la ripresa dell’anno precedente: l’incremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%).

Preoccupante, invece, la contrazione della spesa pubblica corrente nel periodo 2008-2017, -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese.

Il triennio di ripresa 2015-2017 ha confermato che la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, e tuttavia gli andamenti sono alquanto differenziati.

Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato nel Mezzogiorno.

Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%.

Si tratta di variazioni del Pil comunque più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia.

In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2018, il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, in misura maggiore di quello delle regioni del Sud, +1%.

Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.

In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo.

La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali, che pure hanno una loro rilevanza, è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa.

La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno.

Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due macro-aree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del Pil pro capite: +1,1% in media annua.

Il ritmo di crescita è risultato del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area.

Anche con la ripresa si sono allargate le disuguaglianze: è aumentata l’occupazione, ma vi è stata una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono stati tagliati fuori, sono aumentate le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione. Pertanto la crescita dei salari è stata “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario nei servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, ha inciso sulla tenuta sociale dell’area e ha rappresentato il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo.

E’ proseguita nel 2017, sia pur con un rallentamento a fine anno, la crescita dell’occupazione: nel Mezzogiorno è aumentata di 71.000 unità (+1,2%) e di 194.000 nel Centro-Nord (+1,2%).

Ma nel Sud è stata ancora insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 l’occupazione nel Mezzogiorno è stata di 310.000 unità inferiore al 2008, mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è stata superiore di 242.000 unità.

In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata.

Il dato più eclatante è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310.000 occupati tra il 2008 e il 2017 nel Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578.000), di una contrazione di 212.000 occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470.000 unità).

Nel Mezzogiorno si è delineata una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che ha escluso una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione.

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362.000 a 600.000 (nel Centro-Nord sono state 470.000). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane.

Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche.

Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante.

Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia.

In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti.

Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale come dimostra la griglia dei livelli essenziali di assistenza nelle regioni sottoposte a piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati.

I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna.

I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi.

Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa all’anagrafe, alle Asl e agli uffici postali.

La Svimez ha costruito un indice sintetico della performance nelle pubbliche amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige) emerge che quelle meridionali, ad eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, sono al di sotto della metà Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43.


I quotidiani di carta non sono più letti?

1 agosto 2018

Secondo i dati forniti dalla società Ads, i 65 quotidiani censiti hanno subìto, dal 2012 al 2017, una riduzione del numero delle copie vendute del 36%, passando da un 1 miliardo e 400 milioni a 900 milioni di copie annuali. In 5 anni sono andate perse, complessivamente, oltre un terzo di copie vendute. 

La riduzione delle vendite è iniziata diverso tempo prima rispetto al 2012.

Negli ultimi anni la causa principale di tale riduzione è rappresentata dalla diffusione della lettura delle versioni on line dei quotidiani e dalla comparsa di numerosi giornali presenti solo sul web.

A me sembra (ogni giorno da anni acquisto e leggo due giornali) che la riduzione delle vendite dei quotidiani cartacei sia stata ancora più consistente.

L’esperienza personale mi induce a questa conclusione.

Infatti mi trovo spesso solo nel leggere quotidiani. Ad esempio sul treno, che io spesso utilizzo. Una volta vedevo molte altre persone che come me leggevano quotidiani. Adesso mi vergogno quasi, sono una mosca bianca. Sempre più spesso in un vagone sono l’unico a leggere un quotidiano.

Stessa situazione se vado in un parco all’aperto a leggere i miei due soliti quotidiani. Sempre solo io.

Forse gli altri che leggono ancora i quotidiani, vergognandosi di farlo pubblicamente, li leggono, di nascosto, anche rispetto agli altri componenti delle proprie famiglie, nelle proprie case, nelle proprie stanze o addirittura in bagno?

Tutto ciò mi appare sorprendente perché io non riesco a fare a meno della lettura dei quotidiani cartacei.

Infatti una cosa è la lettura dei quotidiani cartacei, tutt’altra cosa è la lettura dei giornali on line, a cui anche io mi dedico.

Nel primo caso riesco a concentrarmi molto meglio e ad acquisire un maggior numero di informazioni.

Nel secondo caso la lettura è decisamente più veloce e molto spesso si leggono solo i titoli e le poche righe che compaiono nelle home.

Queste mie difficoltà solo perché non sono più giovane? Per la verità ho superato da poco i 60 anni e non mi sembra di essere diventato un vecchio decrepito.

Comunque provo una certa tristezza quando mi trovo a leggere, in completa solitudine, i quotidiani di carta.

Però non credo proprio che abbandonerò questa mia consolidata abitudine e continuerò a leggere, ogni giorno, i miei due quotidiani, a meno che non cessi la loro pubblicazione.

E io spero vivamente che ciò non accada.


Dopo la crisi aumentano le immatricolazioni nelle università

26 luglio 2018

E’ stato recentemente presentato il rapporto biennale 2018 dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) sullo stato del sistema universitario e della ricerca, in Italia. Alcune buone notizie sono contenute nel rapporto: sale il numero dei laureati e quello delle immatricolazioni, mentre calano gli abbandoni.

Nell’introduzione al rapporto emergono i principali contenuti delle analisi effettuate dall’Anvur.

Alla preoccupante fase di flessione delle immatricolazioni, legata alla crisi economica, è seguito un progressivo recupero. Nel 2017/18 si sono immatricolati 291.000 studenti, segnando un incremento di 22.000 unità (8,2%) rispetto al punto di minimo toccato nel 2013/14. Nonostante il calo demografico, si è tornati sul livello registrato nel 2008/09.

Un dato particolarmente positivo, che va nella direzione di attenuare storiche diseguaglianze di opportunità, è il recente forte aumento dei diplomati provenienti da istituti tecnici o professionali che decidono di iscriversi all’università; rappresentano tuttavia ancora solo un quinto di questa categoria di diplomati.

Si è verificato il “sorpasso” delle immatricolazioni nei corsi dell’area scientifica (36%) rispetto a quelle dell’area sociale (34%) e umanistica (20%): è probabile che le migliori prospettive occupazionali delle lauree della prima area abbiano pesato nelle scelte, anche se con il ritorno all’università di studenti più “deboli” la tendenza potrebbe modificarsi nei prossimi anni.

La quota di immatricolati di nazionalità straniera è in crescita, ma molto bassa nel confronto internazionale, segnalando due distinti problemi: la scarsa attrattiva nei confronti dell’estero del sistema universitario e la difficoltà nel proseguimento degli studi da parte dei figli di immigrati.

Anche gli indicatori riguardanti la regolarità e il successo dei percorsi di studio mostrano ampi miglioramenti e, al tempo stesso, la necessità di realizzarne ulteriori.

La percentuale di abbandoni degli studi tra il I e il II anno, uno snodo cruciale nella “carriera” degli studenti, in quattro anni è scesa da quasi il 15% a poco più del 12% degli immatricolati nel 2016/17, per i corsi triennali, dal 9,6% al 7,5% per quelli a ciclo unico.

La riduzione degli abbandoni è particolarmente accentuata tra i diplomati da istituti tecnici o professionali, ma i valori che si registrano per queste categorie di studenti rimangono ancora molto elevati.

La quota di studenti che si laurea a distanza di 3 anni dall’iscrizione a un corso triennale (laureati “regolari”) è aumentata in quattro anni di 6 punti percentuali, raggiungendo il 31% per la “coorte” immatricolata nel 2013/14.

La maggiore regolarità e la minore dispersione nei percorsi di studio ha innalzato la quota di laureati sulla popolazione: l’aumento nell’ultimo triennio è stato pari a 2,7 punti tra i 25-34enni, riducendo il divario rispetto alla media europea di un punto percentuale; permane tuttavia un ampio ritardo, pari a 12,1 punti percentuali nel 2017.

Esso è quasi interamente attribuibile alla formazione terziaria a carattere professionale, che ha ancora una dimensione trascurabile nel nostro Paese, e ai cicli universitari brevi (corsi triennali).

Se si restringe l’analisi ai cicli universitari di II livello (per l’Italia, magistrali o di vecchio ordinamento), la quota di laureati in rapporto alla popolazione già nel 2016 è in linea con la media europea e superiore al Regno Unito e alla Germania.

Nel 2013 i corsi di dottorato hanno subìto un intervento di razionalizzazione, che negli anni successivi ha determinato, da un lato, una riduzione del numero dei corsi e degli iscritti senza borsa di studio e, dall’altro, un aumento dei componenti dei collegi e un miglioramento della loro qualità scientifica.

In un mercato del lavoro che rimane difficile, la performance dei laureati è andata migliorando negli ultimi anni, sia in termini assoluti sia rispetto ai diplomati.

Il tasso di occupazione dei giovani laureati (25-34 anni) è salito dal 61,9% nel 2014 al 66,2% nel 2017. Negli stessi anni, quello dei diplomati è rimasto sostanzialmente stabile e inferiore al 64%.

Dal picco del 2014 (17,7%), il tasso di disoccupazione dei giovani laureati è sceso ogni anno, fino al 13,7% nel 2017, livello inferiore di 2 punti percentuali a quello dei giovani diplomati (nel 2010 il divario era di segno inverso e pari a 3 punti).

Su questi risultati può aver influito la maggior rispondenza della formazione universitaria alle competenze richieste dal mondo del lavoro, delle professioni e dell’innovazione.

Dal 2008, anno in cui ha toccato il suo massimo storico, il numero di docenti universitari ha registrato un calo ininterrotto fino a stabilizzarsi nel biennio 2016-17 su un livello inferiore del 13,1%. A causa dei limiti posti al turnover, il reclutamento è stato in media pari a un terzo del flusso in uscita, dovuto essenzialmente ai pensionamenti.

Questa flessione ha innalzato il numero di studenti per docente che oggi è fra i più alti dell’area Ocse. Le carenze più acute si registrano nel Nord-Ovest, dove più intensa è stata la ripresa delle immatricolazioni.

Una flessione rispetto al 2018 ancora più accentuata (15,7%) ha interessato il personale tecnico-amministrativo.

La presenza femminile nell’università consolida una situazione di prevalenza tra gli studenti, i laureati e i dottori di ricerca; nel corpo docente registra una crescita costante e regolare, in linea con quanto avviene negli altri Paesi.

Tuttavia, la componente maschile resta considerevolmente superiore a quella femminile tra i docenti di tutte le fasce e soprattutto in quelle apicali.

Molte delle difficoltà segnalate, che permangono nonostante i progressi degli ultimi anni, vanno affrontate anche con adeguate risorse.

Per favorire ulteriori aumenti delle immatricolazioni, va innanzitutto rafforzato il corpo docente.

Inoltre, occorrono azioni più incisive per potenziare l’offerta formativa terziaria professionalizzante, in linea con le esperienze degli altri Paesi, e un sostegno pubblico più ampio al diritto allo studio. Del resto ciò che ci differenzia in negativo dal resto dell’Europa è soprattutto l’assenza di una formazione terziaria professionalizzante, paragonabile alle Fachhochschulen tedesche; da noi esistono solo gli Its (istituti tecnici superiori), corsi biennali non universitari, con appena 4.000 iscritti ogni anno.

Interventi sono necessari anche per correggere la scarsa attrattiva del sistema universitario nei confronti degli studiosi stranieri e la limitata mobilità dei docenti.

In un articolo di Andrea Gavosto, pubblicato su www.lavoce.info, si evidenzia però un limite del rapporto Anvur: mancano indicatori per una valutazione della qualità della didattica, sebbene si preannunci un uso più diffuso dei questionari degli studenti (che peraltro possono fornire giudizi distorti nelle classificazioni).

Sulla qualità e sul suo monitoraggio è necessario tenere alta l’attenzione, aggiunge Gavosto: l’aumento dei laureati è avvenuto, infatti, in presenza di una riduzione delle risorse economiche (-20% in termini reali rispetto al 2008) e dei docenti (-13%), per effetto del pensionamento di numerosi ordinari e dei limiti posti al turnover.

Il rischio, conclude Gavosto, è che con l’aumento dei frequentanti e il sovraffollamento delle aule, l’insufficienza delle risorse investite nel personale e nella didattica porti alla lunga a un abbassamento della qualità media.