No al referendum per il taglio dei parlamentati

6 agosto 2020

Il 20 e il 21 settembre si terrà il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Da tempo si è costituito un comitato per sostenere il No, cioè per impedire che entri in vigore la legge costituzionale che consente quella riduzione.

Anche io sono per il No e per questo ho deciso di riportare una parte delle motivazioni che hanno indotto i promotori a costituire il comitato.

“…Le ragioni del taglio dei parlamentari restano povere, inadeguate…

Tagliare il numero dei parlamentari compromette la potenzialità di avere una rappresentanza parlamentare adeguata. Certo oggi funziona male ma la responsabilità non è solo di un Parlamento di nominati dall’alto, ma dei partiti che decidono nelle segrete stanze chi deve stare in Parlamento, tagliando fuori dalle scelte i cittadini che così non sono veramente rappresentati, perché gli eletti non rispondono a loro.

Tagliando il Parlamento di oltre un terzo, i cittadini saranno meno e peggio rappresentati di oggi, perché da molti anni le leggi elettorali non hanno cercato la rappresentanza migliore ma quella più fedele e manovrabile.

Il taglio del Parlamento colpisce duramente l’architrave della democrazia: il Parlamento, cioè la rappresentanza dei cittadini, che può e deve essere migliore di quella attuale.

Elettrici ed elettori hanno interesse ad avere una rappresentanza efficace attraverso la quale esprimere i diversi punti di vista.

Difetti di funzionamento nella democrazia italiana ci sono, gravi responsabilità le hanno i Governi che evitano il confronto in Parlamento per imporre con decreti, voti di fiducia e ora anche con i dpcm le proprie scelte al Parlamento, rovesciando di fatto la gerarchia istituzionale prevista dalla Costituzione.

Il Parlamento dovrebbe essere l’architrave istituzionale del nostro Paese, mentre gradualmente è diventato subalterno alle imposizioni del Governo e dei capi partito, lasciando spazio a forti processi di centralizzazione e di personalizzazione della politica, una strada aperta da Berlusconi 20 anni fa, purtroppo seguita da altri, anche a sinistra, al punto che ormai è diffusa.

Va denunciato con forza che si stanno preparando le premesse per una svolta presidenzialista, storico obiettivo della destra, che oggi lo ripropone con raccolte di firme ed altre iniziative che preparano il terreno ad altri stravolgimenti costituzionali.

Gli apprendisti stregoni che hanno proposto il taglio del Parlamento, gli opportunismi che lo hanno subìto perchè hanno scelto di non condurre una limpida battaglia politica per bloccare questa grave deriva populista, stanno preparando il terreno per la destra, perchè al taglio dei parlamentari seguirà un ulteriore indebolimento del Parlamento che potrebbe indurre a forzare la mano per andare al voto politico anticipato per conquistare la maggioranza in parlamento, tanto più che la riduzione degli eletti e la legge elettorale fatta approvare da Calderoli della Lega è pronta ad entrare in vigore.

Potremmo avere il paradosso che il taglio del Parlamento, visto da alcuni come un elisir di lunga vita per il Governo, in realtà potrebbe aprire la strada ad elezioni anticipate, senza dimenticare che chi governerà gestirà ingenti risorse italiane ed europee e quindi sono in campo grandi interessi economici…

Le altre forze democratiche presenti in Parlamento e fuori debbono sapere che il taglio del Parlamento non aiuterà il decollo di una nuova fase politica.

Solo un grande timore, ai limiti dell’irrazionale, può spingere ad appoggiare scelte come questa che consoliderà sugli altri partiti della maggioranza l’ombra del capovolgimento di posizione – senza mai averne dato una reale motivazione – che ha reso possibile l’approvazione del taglio del Parlamento nella quarta lettura parlamentare.

Il pericolo di una fase politica che può offrire alla destra l’opportunità di tornare al Governo nel modo peggiore dovrebbe imporre a tutti un rinsavimento.

Non si cambia la Costituzione, tanto più sul ruolo del Parlamento, senza prendersi una grave, storica, responsabilità che può portare a snaturarla, a cambiarla radicalmente.

Eppure nel programma del centro sinistra era stata definita la Costituzione più bella del mondo.

Ci sono ragioni importanti se l’Anpi ha preso una posizione contraria e prepara una posizione per il No in cui spenderà figure di grande prestigio…

Dobbiamo fare appello alla mobilitazione delle coscienze in nome della Costituzione chiedendo di votare No.

Basta fare vincere il No per bloccare questa controriforma…

Il Comitato nazionale per il No al taglio del Parlamento intende rafforzare il proprio impegno per coordinare e sviluppare insieme le iniziative dei diversi Comitati per il No, a partire da quello dei senatori che hanno promosso il referendum.

Il Comitato per il No deve sviluppare, insieme a tutti i comitati territoriali, un preciso piano di lavoro, da subito, verso gli organi di informazione e predisporre iniziative, contatti, incontri, dibattiti in video quando non è possibile svolgerli in presenza…

Populismo ed opportunismi vari rendono più difficile la vittoria del No, tuttavia l’arroganza del Si è intaccata per l’entrata in campo di soggetti nuovi, di personalità che non hanno timore di dichiarare le loro posizioni, di condurre una limpida battaglia politica senza interessi personali da difendere ma solo per profonde convinzioni.

La vittoria del Si non è più così sicura, il populismo che punta a sfasciare tutto è in difficoltà e la vittoria del No può essere la svolta decisiva per garantire che il futuro confronto politico resterà dentro la nostra Costituzione, bloccando futuri stravolgimenti.

Non sarà facile ma la vittoria del No è possibile.

Dobbiamo impegnarci tutti per realizzarla, per questo il Comitato per il No al taglio del Parlamento fa appello a tutte le persone che non si rassegnano a subìre questa imposizione per costruire insieme una reazione politica che facci vincere il No nel voto”.

Il sito web del comitato è http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/


Cresce il consumo del suolo

27 luglio 2020

Secondo il rapporto dell’Ispra (istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) “Il consumo di suolo in Italia 2020”, il consumo del suolo è stato pari, nel 2019, a 57 milioni di metri quadrati. E non è andato di pari passo con la crescita demografica. In Italia è cresciuto più il cemento che la popolazione: nel 2019 sono nati 420.000 bambini. Ogni nuovo nato italiano ha portato nella culla ben 135 mq di cemento.

Lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico e tra, le regioni italiane, la Sicilia è quella con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media.

Non mancano segnali positivi: la Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “consumo di suolo 0” e si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette.

Non c’è un legame quindi tra popolazione e nuovo cemento e si continua ad assistere alla crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi addirittura di decrescita, della popolazione.

Nel 2019 i 57 milioni di metri quadrati di nuovi cantieri e costruzioni si registrano in un Paese che vede un calo di oltre 120.000 abitanti nello stesso periodo.

Ognuno di questi ha oggi a “disposizione” 355 mq. di superfici costruite (erano 351 nel 2017 e 353 nel 2018).

La copertura artificiale avanza anche nelle zone più a rischio del Paese: nel 2019 risulta ormai sigillato il 10% delle aree a pericolosità idraulica media P2 (con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) e quasi il 7% di quelle classificate a pericolosità elevata P3 (con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni).

La Liguria è la regione con il valore più alto di suolo impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica (quasi il 30%). Il cemento ricopre anche il 4% delle zone a rischio frana, il 7% di quelle a pericolosità sismica alta e oltre il 4% di quelle a pericolosità molto alta.

Il Veneto, con +785 ettari, è la regione che nel 2019 consuma più suolo (anche se meno del 2017 e del 2018), seguita da Lombardia (+642 ettari), Puglia (+625), Sicilia (+611) ed Emilia-Romagna (+404).

A livello comunale, Roma, con un incremento di suolo artificiale di 108 ettari, si conferma il comune italiano con la maggiore quantità di territorio trasformato in un anno (arrivando a 500 ettari dal 2012 ad oggi), seguito da Cagliari (+58 ettari in un anno) e Catania (+48 ettari). Va meglio a Milano, Firenze e Napoli, con un consumo inferiore all’ettaro negli ultimi 12 mesi (+125 ettari negli ultimi 7 anni a Milano, +16 a Firenze e +24 a Napoli nello stesso periodo).

Torino, dopo la decrescita del 2018, non riesce a confermare il trend positivo e nell’anno di riferimento, riprende a costruire, perdendo 5 ettari di suolo naturale.

Buone le notizie provenienti dalle aree protette: nel 2019 sono 61,5 gli ettari di suolo compromesso, valore dimezzato rispetto all’anno precedente, dei quali 14,7 concentrati nel Lazio e 10,3 in Abruzzo. Pur non arrestandosi nel complesso, il consumo di suolo all’interno di queste aree, risulta decisamente inferiore alla media nazionale.

Al contrario, lungo le coste, già cementificate per quasi un quarto della loro superficie, il consumo di suolo cresce con un’intensità 2-3 volte maggiore rispetto a quello che avviene nel resto del territorio.

In soli 7 anni, tra il 2012 e il 2019, la perdita dovuta al consumo di suolo in termini di produzione agricola complessiva, stimata insieme al Crea, raggiunge i 3.700.000 quintali; nel dettaglio 2 milioni e mezzo di quintali di prodotti da seminativi, seguiti dalle foraggere (-710.000 quintali), dai frutteti (-266.000), dai vigneti (-200.000) e dagli oliveti (-90.000).

Il danno economico stimato è di quasi 7 miliardi di euro, che salirebbe a 7 miliardi e 800 milioni se tutte le aree agricole fossero coltivate ad agricoltura biologica.

Non solo consumo di suolo: su quasi un terzo del Paese aumenta dal 2012 ad oggi anche il degrado del territorio dovuto anche ad altri cambiamenti di uso del suolo, alla perdita di produttività e di carbonio organico, all’erosione, alla frammentazione e al deterioramento degli habitat, con la conseguente perdita di servizi ecosistemici.


La repressione degli uiguri in Cina

23 luglio 2020

Da tempo gli uiguri sono sottoposti in Cina a varie forme di repressione. In una recente inchiesta dell’ “Associated Press”, sull’azione sistematica portata avanti da Pechino negli ultimi quattro anni nei confronti della minoranza musulmana nella regione dell’estremo ovest dello Xinjiang, si denuncia l’adozione di misure draconiane per ridurre i tassi di natalità tra gli uiguri e altre minoranze all’interno di una vasta campagna per limitare la crescita della popolazione musulmana in Cina, mentre parte della maggioranza degli Han – il gruppo etnico maggioritario nel paese – viene incoraggiata ad avere più figli.

Nell’inchiesta si legge che, sulla base di testimonianze e di dati, il governo cinese “sottopone regolarmente le donne delle minoranze etniche a controlli di gravidanza e forza l’uso di strumenti contraccettivi (dispositivo intrauterino o Iud), la sterilizzazione e l’aborto.

Anche se l’uso degli Iud e della sterilizzazione è diminuito a livello nazionale, sta crescendo rapidamente nello Xinjiang”.

La detenzione di massa sarebbe usata sia come minaccia per far rispettare queste misure di controllo sia come punizione per chi non le segue: “Avere troppi figli è una delle ragioni principali per cui le persone vengono mandate nei campi di detenzione con i genitori di tre o più figli strappati alle loro famiglie a meno che non possano pagare enormi multe”.

Così queste minoranze hanno il terrore di avere figli: “I tassi di natalità nei territori popolati per la maggior parte dagli Uiguri, come Hotan e Kashgar, sono precipitati di oltre il 60% dal 2015 al 2018, ultimo anno disponibile nelle statistiche del governo.

In tutta la regione dello Xinjiang, i tassi di natalità continuano a precipitare, scendendo di quasi il 24% solo lo scorso anno – rispetto al solo 4,2% a livello nazionale – mostrano le statistiche”.

Per lo studioso Adrian Zenz, considerato tra i massimi analisti della sorveglianza delle regioni minoritarie cinesi e autore di un nuovo rapporto sempre sul controllo della nascite della popolazione delle minoranze musulmane, si tratta di un calo senza precedenti: “Questo piano è parte di una più ampia campagna di controllo per soggiogare gli uiguri”.

Lo scorso novembre un’inchiesta del “New York Times” aveva raccontato, tramite documenti governativi riservati, ottenuti da un whistleblower del partito comunista cinese (Pcc), di “una visione interna senza precedenti della repressione” nello regione cinese Xinjiang, dove negli ultimi anni “le autorità hanno condotto nei campi di internamento e prigioni fino a un milione” di persone appartenenti alla minoranza musulmana.

Pechino ha sempre respinto le accuse e denunce di repressione nei confronti di questa popolazione, organizzando anche visite in questi campi descritti dallo Stato centrale come “centri di formazione” volontari, rieducativi e utilizzati per contrastare l’estremismo islamico, all’interno di una campagna con fini benevoli.

Anche per quanto emerso dalla nuova inchiesta di “Associated Press”, il ministero degli Esteri cinese ha parlato di “notizie false e fabbricate”.

L’ “Associated Press” spiega che per decenni, la Cina ha avuto uno dei sistemi di diritti più ampi nel mondo, con gli uiguri e altri gruppi che hanno ottenuto più punti sugli esami di ammissione all’università, quote per posti di governo e restrizioni lassiste nel controllo delle nascite.

“Secondo la politica del figlio unico ormai abbandonata in Cina – si legge -, le autorità avevano da tempo incoraggiato, spesso costretto, l’uso di contraccettivi, la sterilizzazione e l’aborto nei confronti degli Han. Mentre alle minoranze erano concessi due bambini, tre se provenivano dalla campagna”.

Con l’arrivo del presidente Xi Jinping, questi benefici vengono ritirati: “Nel 2014, subito dopo che Xi visita lo Xinjiang, il principale funzionario della regione disse che era tempo di attuare ‘politiche di pianificazione familiare paritaria’ per tutte le etnie e ‘ridurre e stabilizzare i tassi di natalità’.

Negli anni seguenti, il governo dichiarò che invece di un solo figlio, gli Han nelle aree rurali dello Xinjiang potevano averne due o tre, proprio come le minoranze.

Ma mentre è uguale sulla carta, in pratica i cinesi Han sono in gran parte risparmiati dagli aborti, dalle sterilizzazioni, dall’uso dei contraccettivi e dalle detenzioni di massa”.

Secondo diversi esperti citati dall’agenzia internazionale, la campagna di controllo delle nascite farebbe parte di un “piano orchestrato dallo Stato” nei confronti della minoranza musulmana – considerata nel tempo un terreno fertile per la povertà e l’estremismo – “per liberarla dalla loro fede e identità e assimilarli con la forza”.

“Sono sottoposti a rieducazione politica e religiosa nei campi e al lavoro forzato nelle fabbriche, mentre i loro figli sono indottrinati negli orfanotrofi .

Anche gli uiguri, spesso ma non sempre musulmani, sono seguiti da un vasto apparato di sorveglianza digitale” .

L’ “Associated Press” scrive inoltre che, in base a dati raccolti e confermati, dei 484 detenuti nel campo nella contea di Karakax nello Xinjiang, 149 erano lì per aver avuto troppi figli.

Secondo le dichiarazioni di ex detenuti, una volta nei campi di detenzione le donne sono sottoposte all’utilizzo di dispositivi intrauterini (o Iud) e costrette a frequentare lezioni di pianificazione su quanti bambini dovrebbero avere.

Alcune donne hanno poi riferito anche di aborti forzati.

Nel 2014, nello Xinjiang erano stati utilizzati poco più di 200.000 Iud. Quattro anni dopo, il dato è salito di oltre il 60%, arrivando a quasi 330.000 Iud. Nello stesso lasso di tempo, l’utilizzo dello Iud nelle altre parti della Cina è invece fortemente diminuito.


Dopo il coronavirus come ridurre le lunghe liste di attesa

20 luglio 2020

Le liste d’attesa, oggi “più di ieri”, sono un’emergenza, nella sanità italiana, sulla quale concentrare subito l’attenzione e gli sforzi di tutti. Perché oggi, “a differenza di ieri”, dobbiamo fare i conti anche con uno tsunami di prestazioni che durante il lockdown sono state sospese e che ancora oggi attendono una risposta. 

Una mole di prestazioni che va ad aggiungersi a quelle che ordinariamente si stanno prenotando in questi giorni e in queste ore, in un’organizzazione e in un contesto “rallentato” che deve continuare necessariamente a fare i conti con il Covid, e quindi con le misure necessarie per prevenire il contagio e con limiti strutturali. E i tempi di attesa inevitabilmente si allungano, considerando anche gli effetti del classico rallentamento dovuto alla pausa estiva.

 Così inizia un intervento di Tonino Aceti, portavoce della Fnopi (federazione nazionale ordini professioni infermieristiche).

E poi continua Aceti:

“Per questo la prima azione da mettere in campo è quella di fare subito chiarezza sui numeri, attraverso un puntuale dimensionamento a livello nazionale del fenomeno delle prestazioni sospese durante il lockdown e degli attuali tempi di attesa, garantendone la massima trasparenza in termini di accesso alle informazioni, innanzitutto per i cittadini.

Serve inoltre un piano nazionale di ‘ rientro” sulle liste di attesa per  il recupero dell’arretrato, condiviso tra livello centrale e regionale, in grado di supportare, orientare e accompagnare in modo unitario le Regioni attraverso la definizione di strategie, azioni, risorse economiche, tempistiche precise e un sistema stringente di monitoraggio rispetto alla sua implementazione e ai suoi effetti.

Così forse, si riuscirà a far uscire dall’angolo in tempi rapidi e precisi tutte le Regioni, quelle che si sono già portate più avanti e quelle che sono più indietro.

Il 13 luglio, la direzione Generale della programmazione sanitaria del ministero della Salute ha inviato alle Regioni la richiesta di informazioni rispetto alle azioni intraprese per recuperare le liste di attesa createsi a seguito della sospensione di una serie di attività durante il lockdown.

Un’iniziativa particolarmente attesa. Ora però, su questa partita, c’è bisogno di un rapidissimo cambio di passo. Deve diventare una priorità nazionale.

Se non si agisce subito, chi potrà, continuerà a mettere mano al portafoglio ricorrendo al privato per aggirare i tempi di attesa, chi non potrà continuerà ad attendere o rinunciare, magari incappando in complicanze.

E tutto questo, inciderà sul livello di salute delle comunità, aumenterà in modo drammatico le disuguaglianze e le differenti velocità dei servizi sanitari Regionali, senza considerare l’impatto anche dal punto di vista economico sul servizio sanitario nazionale.

Non esiste solo il coronavirus, ci sono molte altre malattie delle quali il Ssn deve tener conto e delle quali si deve occupare con la medesima attenzione.

Da qui in poi la sfida per il Ssn, soprattutto qualora ci dovesse essere una seconda ondata autunnale di Covid-19, sarà quella di garantire sempre, comunque e con il massimo livello di sicurezza il doppio registro di assistenza ai cittadini: quelli con il Covid e quelli non Covid.

Non ci possiamo più permettere sospensioni dei servizi sanitari com’è purtroppo accaduto nel periodo del blocco…

Dopo un rapido monitoraggio svolto sul web, la situazione sembra essere seria e al tempo stesso molto eterogenea.

Il Paese è unito, da Nord a Sud, da una raffica di interventi/mozioni/interrogazioni delle diverse opposizioni nei Consigli regionali, con le quali vengono richieste informazioni puntuali sul numero delle prestazioni che si sono accumulate (perché sospese) durante il lockdown e che devono essere riprogrammate.

Il numero su scala nazionale ha fatto presto a raggiungere le 6 cifre, visto che solo per fare alcuni esempi, nella sola provincia di Bolzano a fine giugno sembra si dovessero riprogrammare prestazioni per più di 122.000 pazienti di tutta l’Asl, fissate per il periodo del blocco.

Al 15 luglio, l’Asl 2 Abruzzo ha comunicato che a causa del Covid gli esami sospesi ammontano a 28.713.

In Umbria, invece, a fine giugno era stato soddisfatto il 37% delle liste di attesa.

Mentre l’Ausl della Romagna con una sua nota ha comunicato l’avvenuta ‘sospensione di circa 254.000 prestazioni già prenotate a Cup, 82.000 a Rimini, 85.000 a Ravenna, 87.000 a Forlì- Cesena, a cui vanno aggiunti più di 6.000 prelievi…” precisando però ‘che più del 70 % è stato erogato, o annullato o ha ricevuto un nuovo appuntamento. Restano ancora da prendere in carico poco meno di 70.000 prestazioni’.

Insomma, proiettando i dati a livello nazionale stiamo parlando di numeri enormi…

Alcune Regioni hanno comunicato una strategia per il recupero delle prestazioni sospese durante l’emergenza, come ad esempio Toscana, Lazio, Abruzzo, Marche, Abruzzo, Sardegna, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Puglia, Basilicata, Prov. Bolzano.

Solo una parte hanno individuato e comunicato il termine entro il quale recuperare le liste di attesa, è il caso ad esempio della Toscana che si è data come scadenza il 15 luglio, altre sono rimaste molto vaghe. Un aspetto questo che invece merita la massima puntualizzazione…”.


10 milioni di bambini senza scuola dopo il coronavirus?

16 luglio 2020

Per la prima volta nella storia dell’umanità un’intera generazione di bambini a livello globale ha dovuto interrompere la propria istruzione: la chiusura delle scuole per contenere la diffusione del Coronavirus nella fase più acuta dell’emergenza ha lasciato 1,6 miliardi di bambini e adolescenti fuori dalla scuola – circa il 90% dell’intera popolazione studentesca.

I profondi tagli al budget per l’istruzione e la crescente povertà causati dalla pandemia di Covid-19 potrebbero costringere almeno 9,7 milioni di bambini a lasciare la scuola per sempre entro la fine di quest’anno, mentre milioni di altri bambini avranno gravi ritardi nell’apprendimento.

Il cammino per garantire entro il 2030 a tutti i bambini di poter andare a scuola era già a rischio, e non aveva registrato significativi progressi, ma l’emergenza Covid-19 rischia di consegnare a una generazione di bambini un futuro fatto solo di povertà.

Questa la drammatica denuncia contenuta nel nuovo rapporto globale di Save the Children, dal titolo “Save our education- Salvate la nostra educazione” diffuso recentemente, con il quale si chiede ai governi e ai donatori della comunità internazionale di rispondere a questa emergenza educativa globale investendo urgentemente nell’istruzione.

Prima dello scoppio dell’emergenza, 258 milioni di bambini e adolescenti erano già fuori dalla scuola.

Nel rapporto di Save the Children si analizza, attraverso un indice di vulnerabilità, il rischio che corrono i bambini in molti Paesi a medio e basso reddito di non tornare a scuola dopo la chiusura a causa del Covid-19.

Si mette in evidenza come in 12 Paesi – Niger, Mali, Chad, Liberia, Afghanistan, Guinea, Mauritania, Yemen, Nigeria, Pakistan, Senegal e Costa d’Avorio – il rischio di incremento di abbandono scolastico sia estremamente elevato.

In altri 28 Paesi il rischio è comunque elevato o moderato.

Un pericolo che è ancora più concreto per le ragazze rispetto ai ragazzi, molte delle quali potrebbero essere costrette al matrimonio precoce.

Anche rispetto al rischio di abbandonare la scuola per entrare nel mercato del lavoro a causa della recessione innescata dalla pandemia che aggrava la condizione delle famiglie, le bambine sono molto più esposte. Sono infatti 9 milioni le bambine in età di scuola primaria che rischiano di non mettere mai piede in una classe, a fronte di 3 milioni di bambini.

Il rapporto analizza inoltre gli effetti devastanti che l’epidemia COVID-19 potrebbe avere sull’educazione, a causa anche dello spostamento delle risorse di bilancio che i governi potrebbero dedicare alla risposta all’emergenza piuttosto che all’investimento sull’istruzione.

“Circa 10 milioni di bambini potrebbero non tornare mai a scuola: si tratta di un’emergenza educativa senza precedenti.

Proprio per questo i governi devono investire urgentemente nell’apprendimento, mentre al contrario siamo a rischio di impareggiabili tagli di bilancio, che vedranno esplodere le disparità esistenti tra ricchi e poveri e tra ragazzi e ragazze.

Sappiamo che i bambini più poveri ed emarginati che erano già i più a rischio hanno il danno maggiore, senza accesso all’apprendimento a distanza o qualsiasi altro tipo di istruzione, per metà dell’anno accademico”, ha dichiarato Inger Ashing, Ceo di Save the Children.

Solo nell’africa Sub-Sahariana, ad esempio, a causa della pandemia, dai 22 ai 33 milioni di bambini potrebbero aggiungersi a coloro che vivono sotto la soglia di povertà, vivendo con meno di 1,90 dollari al giorno.

Nonostante gli sforzi dei governi e delle organizzazioni, circa 500 milioni di bambini non hanno avuto accesso all’apprendimento a distanza e molti dei bambini più poveri e vulnerabili potrebbero non avere genitori alfabetizzati che possano aiutarli. Avendo perso mesi di apprendimento, molti faranno fatica a recuperare la perdita di competenze o il mancato apprendimento, aumentando la probabilità di abbandono.

La chiusura delle scuole – ha sottolineato Save the Children – va ben oltre la perdita dell’istruzione per molti bambini: li ha lasciati lontani da quei luoghi sicuri dove potevano giocare con gli amici, mangiare e accedere ai servizi sanitari, compresi quelli per la salute mentale.

Sono infatti molto spesso proprio gli insegnanti ad essere in prima linea e a proteggere i bambini che potrebbero subire abusi a casa. Con la chiusura delle scuole, queste misure di protezione sono venute meno. Basti pensare che 352 milioni di bambini in tutto il mondo (il 47% dei quali sono ragazze) non stanno avendo la possibilità di accedere ai pasti garantiti dalla scuola.

La riduzione degli investimenti nell’educazione, oltre all’epidemia di COVID-19, potrebbe essere un duro colpo per milioni di bambini.

Tenendo conto delle ultime proiezioni di crescita economica da giugno 2020, la stima di Save the Children prevede che senza un’azione urgente per proteggere le famiglie, il numero di bambini che vivono in famiglie povere potrebbe salire tra 90 e 117 milioni nel 2020, con una stima media di 105 milioni.

Questo aumento della povertà avrebbe come conseguenza quella di veder crescere tra i 7 e 9,7 milioni il numero dei bambini che abbandonano la scuola.

E sono i bambini più poveri a correre di più il rischio di essere costretti al lavoro minorile.

La violenza di genere, il matrimonio e le gravidanze precoci sono fenomeni che aumentano quando le ragazze sono costrette a rimanere fuori dalla scuola. Secondo le stime dell’Unfpa, a causa della pandemia, 2 milioni di ragazze in più in tutto il mondo potrebbero essere vittima delle mutilazioni genitali nel prossimo decennio, interrompendo gli sforzi globali per porre fine a questa pratica.

La questione delle risorse a disposizione da investire in istruzione è fondamentale, soprattutto in un momento di rischio di recessione.

I rimborsi del debito occupano ancora una parte considerevole di entrate che i Paesi in via di sviluppo devono ai governi creditori. Anche prima della crisi Covid-19, 34 paesi a basso reddito su 73 erano schiacciati da questa spesa e il rischio è che questo scenario possa peggiorare nel momento in cui la recessione provocherà una significativa riduzione delle entrate.

Si tratta invece di denaro che potrebbe essere utilizzato per rispondere e contrastare la crisi sanitaria ed economica, non andando dunque ad intaccare gli investimenti in educazione per coprire altre voci di bilancio.

“Se permettiamo che questa crisi educativa si aggravi, le conseguenze sul futuro dei bambini saranno gravissime.

La promessa che il mondo ha fatto di garantire a tutti i bambini l’accesso a un’istruzione di qualità entro il 2030, sarà irrealizzabile per molti anni.

Per questo chiediamo che i governi mettano gli interessi dei bambini davanti alle pretese dei loro creditori.

Tutti i bambini hanno il diritto di imparare, sviluppare e costruire un futuro migliore di quello che i loro genitori avrebbero potuto avere: che vivano in un campo profughi in Siria, in una zona di conflitto nello Yemen, in una zona urbana sovraffollata o in un remoto villaggio rurale, l’istruzione è la base per dare loro la possibilità di migliorare e non possiamo permettere che il Covid-19 tolga loro questa opportunità”, ha concluso Inger Ashing.


Perchè ricordare il massacro di Srebrenica, 25 anni dopo

13 luglio 2020

Sono passati 25 anni dal massacro di Srebrenica, avvenuto tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe di Bosnia trucidarono tra i 7.000 e gli 8.000 uomini e ragazzi musulmani nella città di Srebrenica.

Mi è sembrato opportuno riportare alcune parti dell’articolo di Tom Mockaitis, pubblicato su “The Conversation” e ripreso da “L’Internazionale”, intitolato “Perche ricordare il massacro di Srebrenica, 25 anni dopo”.

“…Due anni prima del massacro le Nazioni Unite avevano designato Srebrenica come ‘area sicura’ per i civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze serbe separatiste, nel contesto del crollo della Jugoslavia.

Nel 1995 Srebrenica ospitava 20.000 profughi e 37.000 residenti, protetti da meno di 500 soldati delle forze di pace internazionali, scarsamente armati.

Dopo aver travolto le truppe dell’Onu, le forze serbe attuarono quello che in seguito si scoprì essere un atto di genocidio accuratamente pianificato.

I soldati serbi di Bosnia e la polizia radunarono uomini e ragazzi di età compresa tra 16 e 60 anni, quasi tutti civili innocenti, per poi fucilarli e seppellirli in fosse comuni.

Le forze serbe trasportarono circa 20.000 donne e bambini nelle aree sicure controllate dai musulmani, ma non prima di aver stuprato molte donne e ragazze.

La violenza fu talmente atroce che perfino gli Stati Uniti, fino a quel momento riluttanti, decisero di intervenire direttamente e porre fine al conflitto in Bosnia.

Le condanne per i fatti di Srebrenica dimostrano quanto sia importante individuare i colpevoli delle atrocità commesse in tempo di guerra.

Srebrenica è l’esempio di quali possono essere le conseguenze del nazionalismo estremista. In un momento in cui la xenofobia, i partiti nazionalisti e i conflitti etnici tornano a emergere in tutto il mondo, l’anniversario del massacro è quanto mai significativo.

La guerra civile in Bosnia fu un complicato conflitto di natura etnica e religiosa.

Da un lato erano schierati i musulmani bosniaci e i cattolici croati, due comunità che avevano manifestato la volontà di indipendenza dalla Jugoslavia attraverso un voto. Sul fronte opposto c’erano i nazionalisti serbi, che si erano separati dalla Bosnia Erzegovina e volevano espellere tutte le altre comunità dai territori che avevano appena conquistato…

Ci sono voluti più di vent’anni per portare alla sbarra i responsabili delle atrocità commesse durante la guerra civile bosniaca.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, una corte delle Nazioni Unite attiva tra il 1993 e il 2017, ha condannato per i crimini di guerra 62 serbi di Bosnia, tra cui diversi ufficiali di alto grado.

Il tribunale ha stabilito che il comandante dell’esercito serbo di Bosnia, il generale Ratko Mladic, si è reso colpevole di ‘genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e trattamento disumano nell’area di Srebrenica’, oltre a condannare il leader politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic per genocidio.

La corte ha incriminato anche il presidente serbo Slobodan Milosevic  con l’accusa di ‘genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra’ per il suo sostegno alla guerra e alla pulizia etnica. Milosevic è morto durante il processo.

Nonostante molti responsabili siano sfuggiti al processo, le condanne emesse per i fatti di Srebrenica dimostrano quanto sia importante individuare i colpevoli delle atrocità commesse in tempo di guerra, a prescindere dal tempo che è necessario per riuscirci. Le condanne penali offrono un senso di chiusura alle famiglie delle vittime e fanno capire ai colpevoli che non possono mai essere sicuri di sfuggire alla giustizia…

Nonostante le condanne storiche e la scrupolosa documentazione dei crimini contro l’umanità commessi in Bosnia, alcune persone in Serbia sostengono ancora  che il genocidio non sia mai esistito.

Usando argomenti simili a quelli delle persone che negano il genocidio armeno o l’Olocausto, i nazionalisti serbi  ribadiscono che il numero dei morti è esagerato, che le vittime erano combattenti o che Srebrenica è solo una delle atrocità commesse da tutti gli schieramenti coinvolti nel conflitto.

E’ innegabile che durante la guerra i belligeranti su tutti i fronti commettano atti deprecabili.

Ma le prove raccolte in Bosnia dimostrano che le forze serbe hanno ucciso più civili che combattenti di altri gruppi. Almeno 26.852 civili hanno perso la vita durante il conflitto: 22.225 musulmani, 986 croati e 2.130 serbi.

I musulmani rappresentavano il 44% della popolazione della Bosnia, ma l’80% delle vittime. Il tribunale dell’Aja ha condannato solo 5 musulmani di Bosnia per crimini di guerra.

Nel 2013 il presidente della Serbia si è scusato per il ‘crimine’ di Srebrenica, ma si è rifiutato di ammettere che questo crimine fosse stato parte di un genocidio perpetrato contro i musulmani di Bosnia.

…Nel 1994, più di un anno prima della strage, il dipartimento di stato degli Stati Uniti riferì che le forze serbe stavano attuando una ‘pulizia etnica’ in alcune aree, ricorrendo all’omicidio e allo stupro come strumenti di guerra e radendo al suolo interi centri abitati.

Tuttavia l’amministrazione Clinton, dopo l’umiliante fallimento del tentativo di fermare la guerra civile in Somalia, non aveva intenzione di farsi coinvolgere.

Le Nazioni Unite, spinte dalla volontà di restare neutrali per ragioni politiche, si rifiutarono di autorizzare un’azione più energica in Bosnia.

Fu necessario il massacro di Srebrenica per convincere le potenze internazionali a intervenire…

Ricordare i genocidi come quello di Srebrenica non impedirà che queste tragedie si verifichino ancora in futuro.

Dopo il 1995 altri gruppi emarginati sono stati violentemente attaccati in Paesi come Sudan, Siria e Birmania.

Oggi gli uiguri, minoranza musulmana in Cina, vengono chiusi nei campi di concentramento e sterilizzati.

Ciò non toglie che il ricordo delle atrocità passate sia fondamentale, perché ci permette di riflettere, di onorare i morti, di celebrare gli elementi che uniscono l’umanità e di lavorare insieme per superare le divergenze.

La memoria, inoltre, protegge l’integrità del passato dalle persone che vorrebbero correggere la storia per fare i propri interessi.

In questo senso la commemorazione di Srebrenica, 25 anni dopo i fatti, potrebbe aiutarci in qualche misura a contrastare la logica malvagia dei crimini di massa in futuro”.


Il lavoro nero non solo nel Sud

9 luglio 2020

Generalmente si sostiene che il lavoro nero, l’occupazione irregolare, è diffuso soprattutto nel Sud. Ma è proprio vero? Emilio Reyneri, in un articolo pubblicato su “lavoce.info”, intende rispondere a questa domanda, oltre ad esaminare le principali caratteristiche del lavoro irregolare in Italia.

“…Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva.

I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori.

La percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione…

Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitano grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

…Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali.

Il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10% per cinque regioni settentrionali su sei sino a valori pari o superiori al 15% per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20% per Calabria e Sicilia.

Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i Paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

Tuttavia, se consideriamo la diffusione dell’occupazione irregolare rispetto alla popolazione emerge un quadro molto diverso.

Dividendo il tasso di occupazione, che misura il rapporto tra occupati e persone da 15 a 64 anni, tra tasso di occupazione irregolare e tasso di occupazione regolare risulta che la percentuale di abitanti con un’occupazione irregolare oscilla soltanto dal 7-8% per le regioni settentrionali al 9-10% per quelle meridionali.

Per contro, enormi sono le differenze nel tasso di occupazione regolare: dal 65-70% delle regioni settentrionali sino a meno del 40% per tre regioni meridionali (Sicilia, Campania e Calabria).

Il tasso di occupazione irregolare nel Nord è soltanto due punti percentuali inferiore a quello del Centro e addirittura neppure due punti sotto quello del Sud.

E le differenze per industria, edilizia e servizi sono infime.

Per contro, a parte l’agricoltura, le differenze nei tassi di occupazione regolare tra Nord e Sud sono enormi: addirittura quasi 13 punti percentuali nei servizi e oltre 9 punti nell’industria.

Due conclusioni.

Primo, il problema del Mezzogiorno non è tanto una diffusione del lavoro nero particolarmente alta, ma la scarsissima presenza di quello regolare, soprattutto nell’industria e nei servizi.

Secondo, il lavoro nero è solo leggermente meno diffuso nelle regioni settentrionali e quindi costituisce un problema anche per queste regioni. 

Tuttavia, per la scarsa possibilità di trovare un’occupazione regolare, nel Mezzogiorno il lavoro nero interessa fasce di popolazione più ‘centrali’ per la loro posizione familiare.

Né le stime di contabilità nazionale, né le indagini sulle forze lavoro forniscono informazioni su chi lavora in nero, ma nell’indagine Istat ‘Vite familiari e soggetti sociali’ del 2009 ai lavoratori dipendenti (tutti italiani dati i criteri di campionamento) si chiedeva se avessero un contratto o un accordo verbale…

La contrapposizione tra Sud e Nord è netta.

Nelle regioni meridionali gli occupati irregolari sono per lo più maschi, in età centrale e capifamiglia, mentre in quelle settentrionali sono per lo più donne, giovani e coniugi o figli.

Quindi nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori in nero siano i soli occupati in famiglia, mentre nel Nord è probabile che i lavoratori in nero vivano in famiglie in cui il capofamiglia ha un lavoro regolare.

Si spiega così la maggiore gravità sociale del lavoro in nero nel Mezzogiorno.

Oltretutto, la più elevata presenza di poco istruiti nel Mezzogiorno indica una maggiore dequalificazione delle occasioni di lavoro nero, mentre una più alta presenza di laureati nel Nord sembra indicare una discreta presenza di lavoro nero qualificato.

Le diverse caratteristiche dei lavoratori in nero ampliano quindi le differenze tra Sud e Nord, abbastanza ridotte dal punto di vista quantitativo, e suscitano diversi interrogativi riguardo alle politiche di contrasto”.



No alle barriere per i disabili

2 luglio 2020

L’associazione Luca Coscioni riunita online il 27 giugno 2020 con esperti e cittadini attivi per i diritti delle persone con disabilità nel convegno “No barriere. In ogni senso” ha  ritenuto urgente restituire a milioni di cittadini con disabilità quelle libertà negate per ragioni dipendenti da leggi non rispettate o da riforme non attuate e che impongono loro un costante lockdown. Modifiche legislative e di politica oggi ancora più necessarie per via delle misure imposte dall’emergenza sanitaria. 

Queste le proposte emerse dal convegno:

introdurre un “superbonus per la libertà”, per equiparare gli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici a quelli del cosiddetto superbonus del 110%.;

garantire l’accessibilità digitale prevista – e troppo spesso non attuata – per la pubblica amministrazione, anche ai servizi pubblici dell’offerta privata e consentire l’utilizzo della firma digitale – già equiparata alla firma autografa a livello comunitario – e altri strumenti di identificazione digitale per la piena partecipazione in ambito democratico delle persone con disabilità per la sottoscrizione di referendum, proposte di legge popolare, liste elettorali ecc.;

istituire registri regionali- già presenti in Lazio e Lombardia – da collegare a un registro nazionale, per monitorare l’applicazione della legge sui piani di eliminazione delle barriere archittettoniche da parte dei Comuni affinché l’adozione degli stessi, obbligatoria per tutte le amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, divenga requisito necessario per l’accesso ai finanziamenti pubblici per l’eliminazione delle barriere architettoniche;

adottare una legge sull’assistenza sessuale, già presentata in Parlamento in altre legislature, per consentire anche alle persone con gravi disabilità di poter vivere una dimensione fisica e psicologica relativa alla loro sfera sessuale, che oggi è di fatto proibita;

esigere il rispetto dell’art. 30 bis della legge 96/17, evitando che le tipologie di ausili contenuti nel “nomenclatore tariffario” destinate ai bisogni più delicati e complessi siano acquistate e fornite mediante gare d’appalto che non permettono l’individuazione personalizzata dell’ausilio e la partecipazione della persona alla scelta;

prevedere un modello di gestione unica per tutto quanto attiene alla disabilità e le attività e gli interventi sociosanitari integrati di cui al Dpcm 12.1.2017 (nuovi Lea) con il fine di includere – secondo la metodologia del budget di salute – le diverse misure di parte sociale e sanitaria previste dalle vigenti normative per il sostegno all’autonomia, la vita indipendente, la domiciliarità delle cure per le persone con disabilità fisica e psichica, attraverso uno strumento informativo completo e di facile comprensione per la massima conoscenza e fruizione dei cittadini.


Sempre più difficile essere madri

29 giugno 2020

L’Italia si è presentata alle porte di un’emergenza senza precedenti come quella causata dal coronavirus con oltre 6,2 milioni di madri con un almeno un figlio minorenne. Molte di loro sono costrette a rinunciare alla carriera professionale (tra i 25 e i 54 anni solo il al 57% delle madri risulta occupata rispetto all’89,3% dei padri), non possono appoggiarsi ad una rete per la prima infanzia (solo il 24,7% dei bambini frequenta un  servizio socio-educativo per la prima infanzia) e spesso ammettono di aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per cercare di conciliare lavoro e vita privata.  

E’ questo il quadro preoccupante che emerge dall’analisi di Save the Children “Le Equilibriste:la maternità in Italia 2020”, dal quale emerge chiaramente che la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare.

Una situazione già critica che è ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid-19, specie per le 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali.

Le mamme nell’ultimo periodo sono sempre più “equilibriste”: nonostante quasi la metà di quelle intervistate (44,4%) stia proseguendo la propria attività lavorativa in modalità agile, tra queste, solo il 25,3% ha a disposizione una stanza separata dai figli e compagni/e/mariti dove poter lavorare, mentre quasi la metà (42,8%) è costretta a condividere lo spazio di lavoro con i familiari.

In questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato, sia per l’accudimento di figli/e, anziani/e in casa, persone non autosufficienti, sia per le attività quotidiane di lavoro casalingo (spesa, preparazione pasti, pulizie di casa, lavatrici, stirare).

All’interno dei nuclei familiari, comunque, le mamme continuano ad avere netta la sensazione che tutto “pesi sulle loro spalle”: solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

E’ ancora più precaria la situazione delle donne che vivono in condizioni di vulnerabilità socio-economica.

In un’altra recente indagine, emerge come il carico di cura nelle famiglie vulnerabili  sia sulle spalle delle donne, senza il supporto degli uomini: sono praticamente da sole a occuparsi dei figli (51,7%), a pulire la casa e lavare i vestiti (l’80,2%), a fare la spesa (50,3%), cucinare (70,5%).

“Con l’avvio della fase tre, le più penalizzate rischiano di essere le madri lavoratrici, circa il 6% della popolazione italiana.

Con la mancata riapertura dei servizi per la primissima infanzia molte donne, soprattutto quelle con retribuzioni più basse e impiegate in settori dove è necessaria la presenza fisica, rischiano di dover decidere di non rientrare al lavoro, aggravando la già difficile situazione dei livelli occupazionali femminili italiani.

Per quelle che invece potranno lavorare in smart working, è forte il rischio di un carico eccessivo di lavoro e di cura” ha rilevato Antonella Inverno, responsabile politiche per l’infanzia di Save the Children, che così ha proseguito “Non è solo la chiusura dei servizi per la prima infanzia a preoccupare le madri, ma anche la gestione della didattica a distanza, che soprattutto per le scuole primarie, necessita di un continuo supporto da parte di un adulto a casa, e soprattutto la gestione del carico emotivo dei figli, ancora oggi dimenticati dalla politica nella fase della ripartenza.

E’ necessario adottare al più presto un piano straordinario per l’infanzia e l’adolescenza, che metta al centro i diritti dei minorenni, perché le famiglie non devono essere lasciate sole ad affrontare le sfide educative e sociali che la crisi sanitaria ha imposto”.

Sul fronte occupazionale, l’Italia rimane tra i paesi in Europa con il divario di genere più consistente (18 punti di distanza tra donne e uomini rispetto alla media europea di 10 punti a vantaggio maschile), divario che all’indomani dell’emergenza Covid19, rischia di diventare incolmabile.

Nel nostro Paese per la fascia di età 20-64 anni ad essere occupato nel 2018 era il 72,9% degli uomini a fronte del 53,1% delle donne. Inoltre persiste una considerevole distanza che separa le donne 15-64enni occupate del Nord (59,7%) dal quelle del Sud (32,8%).

Secondo l’Istat in particolare le madri occupate sono il 69,4% al Nord, il 65,1% al Centro e appena il 35,9% nel Mezzogiorno, poco più di una su tre.

Spesso sono disoccupate o inattive, ma anche con tipi di contratti precari e a termine ed è per questo che, ben il 46% di loro non può usufruire dei congedi parentali, che il decreto Rilancio destina solo ai lavoratori dipendenti.