Contro Renzi e non contro l’Italicum: necessaria la fiducia

30 aprile 2015

Nel valutare la scelta del governo Renzi di chiedere la fiducia nelle votazioni alla Camera relative alla definitiva approvazione della nuova legge elettorale, meglio nota come Italicum, occorre considerare che, in realtà, alle opposizioni ed anche alla minoranza del Pd non interessa tanto l’Italicum, ma interessa far cadere l’attuale governo e quindi sconfiggere pesantemente il presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

E’ questa la vera posta in gioco.

Non essendo in grado le opposizioni e la minoranza del Pd di contrastare Renzi in altro modo, volevano utilizzare l’Italicum.

Del resto una parte consistente di quanti si oppongono alla Camera all’Italicum, in passato erano favorevoli a questa legge elettorale o, comunque, a un sistema elettorale simile a quello delineato con l’Italicum.

Forza Italia al Senato approvò, infatti, l’Italicum nello stesso testo all’esame della Camera.

Diversi esponenti della minoranza del Pd, nel passato, anche recente, si sono espressi favorevolmente nei confronti di un sistema elettorale simile a quello che deriverebbe dall’approvazione definitiva dell’Italicum.

Inoltre non corrisponde a verità la tesi secondo la quale, con l’entrata in vigore dell’Italicum, si determinerebbero delle forti restrizioni al sistema democratico vigente attualmente.

Ripeto, la vera posta in gioco, per gli oppositori dell’Italicum, è solo quella di infliggere una pesante sconfitta a Renzi.

E poiché, senza la richiesta della fiducia da parte del governo, si sarebbe corso il rischio che venissero approvate alcune modifiche importanti che avrebbero snaturato l’Italicum, determinando le dimissioni del governo, la richiesta della fiducia è stata inevitabile.

La richiesta della fiducia, di fatto, è stata causata proprio dall’atteggiamento assunto dalle opposizioni e dalla minoranza del Pd, incapaci di costruire una vera e credibile alternativa a Renzi.

Certo sarebbe stato meglio che il governo non fosse stato costretto a richiedere la fiducia, ma non è stato possibile fare diversamente.

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In 7 anni 295 suicidi in ospedale

28 aprile 2015

Nel 5° rapporto del ministero della Salute sugli “eventi sentinella”, sono stati segnalati dalle Regioni, dal 2005 al 2012, 1.918 eventi avversi, di cui il 35% con la morte del paziente. In 471 casi, si è verificata la “morte o grave danno per caduta di paziente”, in 295 il “suicidio o tentato suicidio di paziente in ospedale”.

Di questo rapporto ci si occupa in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

Innanzitutto per “eventi sentinella” si intendono eventi avversi particolarmente gravi e potenzialmente evitabili,  che possono comportare la morte o un grave danno al paziente.

Occorre precisate che, anche secondo il ministero della Salute, poiché tali eventi vengono comunicati dalle Regioni su informazioni fornite dalle diverse strutture del servizio sanitario pubblico, si registra, molto probabilmente, una notevole “sotto-segnalazione” del numero di tali eventi, che dovrebbe essere, quindi, molto più elevato.

Gli eventi segnalati si sono verificati principalmente nei reparti di degenza (39,3%), seguiti dalle sale operatorie (18,7%), e l’area di assistenza maggiormente interessata è stata la medicina generale (13,6%), seguita da ostetricia e ginecologia (10,8%).

Considerate nel complesso, le discipline chirurgiche sono le più coinvolte nella segnalazione degli eventi e ciò è allineato con il numero totale di eventi chirurgici segnalati che, nell’insieme, assommano ad oltre il 15% del totale.

Per quanto riguarda gli esiti, il decesso avviene in circa il 35% dei casi.

Tra le principali cause di questi eventi sono state individuate la mancanza, l’inadeguatezza e l’inosservanza di linee-guida, raccomandazioni, protocolli assistenziali, procedure.

Pertanto secondo il ministero “permane l’esigenza di strategie per migliorare la capacità delle strutture sanitarie nell’attuare interventi di prevenzione, soprattutto l’applicazione di protocolli e di procedure e il monitoraggio della loro attuazione attraverso idonei indicatori.

In tal senso, deve essere sistematicamente promossa la diffusione e l’applicazione nei vari contesti delle raccomandazioni disponibili e delle buone pratiche prodotte sia in ambito nazionale che internazionale”.

Le considerazioni del ministero della Salute, enunciate per migliorare la situazione esistente, non possono che essere ritenute ampiamente condivisibili.

Tra l’altro, non può che stupire il verificarsi di un così elevato numero di quelli che sono definiti eventi avversi, una parte consistente dei quali peraltro, si traduce nella morte dei pazienti.

E’ ovvio, o almeno dovrebbe esserlo, ma va ribadito: nelle strutture sanitarie si va per essere curati ed è inaccettabile che, in un numero così rilevante di casi, possano anche determinarsi delle morti, evitabili.


Un appello di Amnesty: migranti, prima le persone poi le frontiere

26 aprile 2015

La sezione italiana di Amnesty International ha redatto un appello, indirizzato al presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel quale sono contenute alcune richieste volte ad affrontare il problema rappresentato dal notevole  numero di migranti che tentano di attraversare il canale di Sicilia, una parte consistente dei quali, purtroppo, perde la vita.

Per firmare l’appello si può utilizzare il sito www.amnesty.it.

Ecco il testo dell’appello.

“Si stima che il 18 aprile, oltre 800 migranti e rifugiati siano annegati nel canale di Sicilia nel tentativo di salvataggio da parte di una nave mercantile.

Una tragedia umanitaria di proporzioni titaniche, che cresce a dismisura.

Se i dati dei recenti incidenti saranno confermati, 1.700 persone sono morte dall’inizio dell’anno, 100 volte in più rispetto allo stesso periodo del 2014.

La decisione di porre fine all’operazione della Marina italiana Mare Nostrum, e la sua sostituzione con un’operazione europea – operazione Triton – di solo pattugliamento delle frontiere e non di ricerca e soccorso, hanno contribuito a questo drammatico aumento.

L’Unione europea non deve più voltare le spalle alla sofferenza e ai pericoli a cui vanno incontro centinaia di persone che ogni settimana salgono su imbarcazioni insicure, affrontano un viaggio in quella che è la rotta marittima più mortale al mondo per fuggire da violenze, guerre e persecuzioni.

Fino a quando il vuoto lasciato dalla fine dell’operazione Mare nostrum non sarà colmato, continueranno a morire in massa nel Mediterraneo.

Il vertice europeo del 23 aprile ha deciso di ampliare le risorse a disposizione dell’operazione Triton ma non ne ha esteso l’area operativa alle acque internazionali, ossia dove si verifica la maggior parte delle morti.

I leader europei stanno affrontando il problema solo a metà.

L’Europa deve proteggere le vite e i diritti lungo i suoi confini.

L’Italia deve chiedere agli stati membri dell’Ue che le persone vengano prima delle frontiere.

Chiedi al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi di far sì che:

  • le operazioni di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo e nel mare Egeo siano rafforzate
  • percorsi più sicuri e legali per raggiungere l’Europa siano forniti a chi fugge da conflitti e persecuzioni
  • l’accesso alla protezione internazionale sia garantito a chi raggiunge le frontiere dell’Unione europea
  • la cooperazione sui flussi migratori con i paesi che violano i diritti umani sia fermata

Non posso aggiungere altro che invitare tutti i lettori di questo post a firmare l’appello.


Il sistema penitenziario è illegale

23 aprile 2015

Il sistema penitenziario italiano, in seguito alla situazione di sovraffollamento che lo contraddistingue, e l’amministrazione della giustizia civile, penale e amministrativa, con il carico anticostituzionale di oltre 10 milioni di procedimenti pendenti, continuano a versare in condizioni di illegalità.

Tutto ciò viene sostenuto nella mozione della segretaria dei Radicali Italiani, Rita Bernardini, approvata dal comitato nazionale, nella riunione recentemente tenutasi a Roma.

Particolare attenzione viene attribuita nella mozione citata all’illegalità del sistema penitenziario.

Si può leggere infatti: “lo stato di illegalità del sistema penitenziario italiano è evidenziato non solo dal fatto che ben 58 carceri continuano ad avere un sovraffollamento che va dal 130 al 200% ma, soprattutto, dall’aver assunto i ‘3 metri quadrati’ a disposizione di ogni detenuto quale parametro di conformità all’esecuzione di una pena legale, in dispregio della sentenza Torreggiani;

dall’aver proceduto a vere e proprie ‘deportazioni’ della popolazione detenuta allontanando i reclusi dalle loro famiglie o da positivi – e rarissimi – percorsi di reinserimento sociale;

dalla mancata assicurazione delle cure sanitarie oltre che dai quasi inesistenti percorsi individualizzati di trattamento di lavoro e di studio;

per non parlare dei truffaldini rimedi preventivi e risarcitori voluti dalla sentenza Torreggiani e negati nei fatti alla quasi totalità dei carcerati che hanno subìto sistematicamente per anni trattamenti inumani e degradanti;

e, da ultimo, alla beffarda mancata chiusura degli Opg che continuano, nonostante i termini di legge, a detenere illegalmente internati che avrebbero dovuto essere destinati a ‘residenze’ sanitarie oggi pressoché inesistenti o non corrispondenti ai parametri di legge”.

E’ bene precisare che la sentenza Torreggiani è una sentenza emessa della Corte europea dei diritti dell’uomo, di Strasburgo, l’ 8 gennaio del 2013, con la quale si dichiarava la violazione da parte del nostro Paese dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che stabilisce il divieto di tortura, pene o trattamenti inumani o degradanti.

La sentenza è stata determinata dal grave sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani, ne ha accertato il carattere strutturale e sistemico e ha intimato l’adozione di misure correttive entro un anno dal passaggio in giudicato della sentenza, e cioè entro il 28 maggio 2014, scadenza non rispettata.

Io ritengo quindi, in seguito a quanto denunciato dai Radicali Italiani, il Governo e il Parlamento debbano attivarsi davvero, e con provvedimenti realmente efficaci, affinchè la sentenza Torreggiani sia realmente rispettata e affinchè, pertanto, nelle carceri italiane vengano ripristinate le necessarie condizioni di legalità.


L’uccisione di Riccardo Magherini: l’impegno di Amnesty Italia

21 aprile 2015

Si è svolta a Roma la trentesima assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International, nel corso della quale sono stati anche ricordati i 40 anni dalla nascita della sezione italiana. Diverse sono state le problematiche prese in esame, tra le quali il disegno di legge sull’introduzione del reato di tortura, finalmente all’esame del Parlamento, gli atti di violenza compiuti in Italia dalle forze di polizia, in varie occasioni, negli ultimi anni.

Alla cerimonia nella quale sono stati celebrati i 40 anni di Amnesty Italia sono intervenuti tra gli altri il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il presidente della commissione del Senato per i diritti umani Luigi Manconi.

Io ho partecipato ai lavori dell’assemblea regionale come delegato della circoscrizione Umbria e sono stato particolarmente impressionato dai due interventi di Guido Magherini, il padre di Riccardo, ucciso a Firenze il 3 marzo 2014, e nella cui morte sono risultati essere coinvolti quattro carabinieri.

Per ricordare Riccardo, mi sembra opportuno riportare alcune parti di quanto scritto da Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, nel blog “Le persone e la dignità”, pubblicato da “Il Corriere della Sera”, in occasione del primo anniversario della morte di Riccardo Magherini.

“È l’1.20 della notte tra il 2 e il 3 marzo dello scorso anno. A seguito di ripetute segnalazioni circa un uomo che grida aiuto, i carabinieri arrivano a Borgo San Frediano.

Riccardo Magherini ha avuto un attacco di panico. Non è una cosa banale. Chi ne soffre sa di cosa si tratta.

Cosa lo abbia provocato resta oscuro. È a cena in un ristorante di San Frediano, poi si reca in un hotel di piazza Ognissanti. Chiama un taxi, ma qui si impaurisce e scende. Chiede un passaggio a un automobilista, dice che lo stanno inseguendo e vogliono sparargli.

Qualcuno lo ha visto litigare con una persona su Ponte Vespucci. Il cellulare che si perde, un bossolo calibro nove di una pistola a salve che viene ritrovato qualche giorno dopo”.

“Un mese fa, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale fiorentino ha accolto la richiesta del pubblico ministero responsabile delle indagini e ha disposto il rinvio a giudizio di sette persone, quattro carabinieri e tre operatori volontari della Croce rossa, con l’accusa di omicidio colposo.

Secondo il pm, Riccardo Magherini morì per arresto cardio-respiratorio e intossicazione acuta da cocainaassociata a un meccanismo asfittico’: i carabinieri intervenuti per eseguire il fermo avrebbero bloccato Magherini a terra premendo con forza eccessiva sulla regione scapolare e sulle gambe. Un’azione non necessaria, eseguita quando l’uomo era già immobilizzato e in manette. Uno dei quattro militari rinviati a giudizio è anche accusato di percosse, avendo in quel frangente preso a calci Riccardo Magherini”.

“Più volte, in quei momenti, Riccardo Magherini chiese aiuto e implorò ‘Non ammazzatemi!’.

Il processo inizierà l’11 giugno”.

Il padre di Riccardo ha sostenuto, nel corso dell’assemblea della sezione italiana di Amnesty International, che il figlio non era tossicodipendente e che sarebbe morto in seguito alle percosse dei carabinieri.

Io spero che il processo accerti le reali responsabilità dei carabinieri coinvolti e che se risulteranno responsabili della morte di Magherini siano puniti nel modo dovuto.


Chi si laurea trova lavoro ma pochi si laureano

19 aprile 2015

Secondo l’ultimo rapporto AlmaLaurea – un consorzio interuniversitario che si occupa dei rapporti tra università e mondo del lavoro – sulla condizione occupazionale dei laureati a 5 anni dal conseguimento, trovano un’occupazione, indipendentemente dal tipo di laurea, il 90% dei laureati. Purtroppo, però, i laureati, tra coloro che hanno tra i 24 e i 35 anni, sono solo il 22%.

Il rapporto AlmaLaurea hai coinvolto 490.000 laureati di 65 università italiane.

I laureati risultano avvantaggiati, rispetto ai diplomati, per quanto concerne l’occupazione. Infatti quasi il 90% trova un lavoro dopo 5 anni dalla laurea, percentuale questa peraltro in calo rispetto agli anni passati.

Un anno dopo, invece, lavorano il 66% dei laureati triennali, il 70% dei magistrali e il 49% di laureati magistrali a ciclo unico (architettura, farmacia, giurisprudenza, medicina, veterinaria).

Ma il nostro Paese si trova ancora agli ultimi posti, in Europa e nell’ambito dei Paesi Ocse, come quota di laureati.

Infatti su 100 giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni, in Italia i laureati sono solamente il 22%.

La media europea è pari al 37% e la media Ocse è pari al 39%.

Il professore Francesco Ferrante, componente del comitato scientifico di Alma Laurea, ha dichiarato: “Il rapporto registra timidi segnali di inversione di tendenza nel mercato del lavoro che fanno sperare in un 2015 più roseo. Lo scenario presente e futuro, nonostante i miglioramenti registrati, resta tuttavia estremamente incerto”.

E comunque pur se il primo dato, quello dei laureati che trovano lavoro, è positivo, sarebbe necessario disporre di altre informazioni. Sarebbe utile sapere, soprattutto, se il lavoro trovato è in linea con gli studi effettuati, se l’occupazione è precaria, qual’è la retribuzione media.

Il secondo dato, peraltro non nuovo, quello relativo alla bassa quota di laureati, è invece del tutto negativo e, credo, influenzi il primo.

Molti non si laureano, pur iniziando un corso universitario, perché ritengono di avere insufficienti prospettive di lavoro ed, inoltre, nel caso in cui riuscissero a laurearsi, la percentuale di coloro che risulterebbero occupati, a 5 anni dalla laurea, diminuirebbe considerevolmente.


Il 72% dei giovani è felice ma…

16 aprile 2015

Secondo un’indagine denominata “rapporto giovani”, promossa dall’istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’università Cattolica  e realizzata utilizzando un campione di 5.000 persone di età compresa tra i 19 e i 31 anni, il 71,8% dei giovani italiani dichiara di essere abbastanza o molto felice, nonostante la crisi economica, il lavoro che non si trova e le molte incertezze riguardo al loro futuro.

I principali risultati dell’indagine sono contenuti in un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it).

Indubbiamente l’elevata percentuale di giovani che si dichiarano felici è piuttosto sorprendente, quanto meno per me.

Comunque esaminiamo meglio questo risultato dell’indagine in questione.

Alla domanda “quanto ti ritieni felice” a rispondere “per nulla” è infatti meno del 5%, contro un 13,3% che risponde “molto”. A rispondere “poco” sono il 23,6% degli intervistati, a fronte di 58,6% che rispondono “abbastanza”.

Prevalgono pertanto i giovani che rispondono “abbastanza” e pertanto prevale un felicità che può essere considerata “moderata”.

Si tratta, però, di una felicità non ingenua, ma unita alla consapevolezza della difficile situazione, dato che l’85% dei giovani ritiene che l’Italia offra limitate o scarse possibilità per chi entra oggi nel mercato del lavoro.

Ma il solo fatto di essere giovani non basta per essere felici.

I  dati del rapporto confermano come nonostante la tenuta su livelli relativamente elevati della felicità tra i giovani – che consente di affrontare le difficoltà riconosciute con atteggiamento positivo – ci siano differenze rilevanti legati allo stato in cui si trovano per quanto concerne il lavoro e lo studio.

Sono, infatti, i giovani che riescono a conciliare lo studio con qualche lavoro part-time ad avere una maggiore percezione di benessere (80%), seguiti da chi lavora (76,7%), da chi studia (74,9%).

I livelli più bassi vengono, all’opposto, toccati dai Neet, gli under 30 che non studiano e non lavorano.

Si tratta di una categoria di giovani che vede le proprie capacità e competente inutilizzate, lasciate deperire, con il rischio di marginalizzazione non solo economica ma anche sociale.

A lungo andare, la permanenza in tale condizione può minare la fiducia in se stessi e la possibilità di raggiungere gli obiettivi desiderati di vita.

Tra i Neet, la percentuale di chi si dichiara felice scende al 59%, mentre tocca l’80% tra chi studia e lavora.

“I dati del rapporto giovani – dice Alessandro Rosina tra i curatori della ricerca – mostrano come la felicità sia rafforzata dal sentirsi attivi, dal fare, dal vedere il proprio tempo utilmente impiegato.

È legata non tanto al reddito e al benessere economico, ma soprattutto alla produzione di senso e al riconoscimento sociale che si ottengono attraverso il proprio agire.

Se quindi anche la maggioranza dei Neet si dichiara moderatamente felice, a preoccupare è però l’oltre 40% di essi che combina il rischio di esclusione economica con lo scadimento del benessere psicologico. In valore assoluto, su 2,5 milioni di Neet, oltre un milione si trova intrappolato in questa problematica condizione di inattività mista a disagio emotivo”.

Un’altra dimensione importante è quella delle relazioni familiari e amicali, che, dove presenti, fanno la differenza nella capacità di affrontare una realtà che offre molto meno di quanto si meriti.

Quindi i giovani, secondo questa indagine, sembrano reagire di fronte alle notevoli difficoltà cui si trovano di fronte.

E’ comunque del tutto evidente che se migliorassero considerevolmente, soprattutto, le loro prospettive di lavoro, aumenterebbe la percentuale dei giovani che si dichiarerebbero molto felici e non solo abbastanza, riducendosi notevolmente il numero dei Neet, la componente giovanile che desta le maggiori preoccupazioni.

Purtroppo, per il momento, non sembra che il governo stia attuando un politica specifica per favorire l’occupazione giovanile. Qualche iniziativa utile si sta realizzando ma l’impegno del governo è senza dubbio insufficiente.

Del resto la ripresa economica è molto fragile e, se tale resterà, gli effetti positivi sull’occupazione, giovanile e non, non potranno che essere limitati.