Cresce il consumo di antidepressivi e agli psicologi non va bene

29 gennaio 2015

Secondo il rapporto Osmed (osservatorio sull’impiego dei medicinali), diffuso dall’Aifa (agenzia italiana del farmaco), nei primi nove mesi del 2014, si è registrato un notevole aumento del consumo di antidepressivi, che si confermano al primo posto per prescrizione tra i farmaci del sistema nervoso centrale. Il presidente dell’ordine degli psicologi del Lazio è intervenuto a proposito di tale aumento.

A me non stupisce  il fatto che si sia verificato questo consistente aumento degli antidepressivi.

Per nulla.

E’ del tutto evidente che la grave crisi economica che da alcuni anni colpisce il nostro Paese si è tradotta anche in una crisi sociale altrettanto importante, che ha determinato un considerevole aumento dei casi di disagio psichico.

Ma a questo aumento dei casi di disagio psichico si potevano fornire risposte diverse, rispetto al crescente uso degli antidepressivi?

Secondo il presidente dell’ordine degli psicologi del Lazio, sì.

Infatti il presidente, Nicola Piccinini, ha dichiarato: “I dati del Rapporto Osmed 2014 diramati all’Aifa sono impietosi e allarmanti: nel nostro Paese il consumo di antidepressivi è divenuto talmente ampio da costituire, a detta dei vertici dell’agenzia, ‘una delle principali componenti della spesa farmaceutica pubblica’.

Non c’è da stupirsi: da tempo la rabbia e la depressione vengono individuati da enti di ricerca e istituzioni quali fattori chiave della crisi sociale che stiamo attraversando.

Ciò che invece stupisce è che si continui a trascurare l’opportunità di appropriatezza ed efficacia offerta dall’apporto di psicologi e psicoterapeuti, le cui potenzialità vengono tuttora colpevolmente trascurate dal servizio sanitario nazionale.

Curare la depressione costa poco rispetto ai costi diretti ed indiretti che genera: il rapporto Osmed ne è l’ennesima conferma”.

Il presidente Piccinini ha ragione e ha torto nello stesso tempo.

Ha ragione nell’individuare le responsabilità di chi governa la sanità pubblica.

Infatti è ben noto che i servizi pubblici di igiene mentale sono del tutto insufficienti, in misura sempre più crescente, nel fornire le risposte necessarie. Troppo poche le risorse umane e finanziarie destinate a questi servizi. Troppo pochi anche gli psicologi e gli psicoterapeuti che vi lavorano.

E’ una delle conseguenze è l’utilizzo, come unica risposta al disagio psichico, dei farmaci che, peraltro, nel caso degli antidepressivi, sono spesso forniti gratuitamente.

Ma Piccinini ha anche, in parte, torto, nel senso che, in questa situazione, chi si rivolge a psicologi privati per sottoporsi a psicoterapie, è costretto a sostenere costi molto elevati, spesso senza nessuna ricevuta per i pagamenti che effettua.

Forse gli psicologi privati potrebbero anche chiedere delle parcelle più basse e l’utilizzo delle psicoterapie potrebbe diventare più esteso.

E comunque, spero che Piccinini convenga su questo, non si può ricorrere solo alla psicoterapia, soprattutto quando il disagio è piuttosto grave, ma è necessario utilizzare anche i farmaci.

Mi rendo conto che su questo punto vi sono diversità di opinioni fra gli psichiatri e gli psicologi, anche notevoli.

Ma probabilmente la posizione più ragionevole, forse la migliore, è quella secondo la quale siano necessari sia i farmaci che la psicoterapia.


I carnefici italiani nel genocidio degli ebrei

26 gennaio 2015

Molti ritengono che gli italiani abbiano responsabilità molto limitate, quasi insignificanti, nel genocidio degli ebrei. In un libro di Simon Levis Sullam si sostiene il contrario. Levis Sullam documenta il ruolo determinante ricoperto nel genocidio dagli apparati dello Stato: partito fascista, guardia nazionale repubblicana (carabinieri inclusi) forse di polizia, questure, prefetture, ispettorato generale per la razza.

Il titolo del libro in questione è “I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945”, edito da Feltrinelli.

Simon Levis Sullam insegna storia contemporanea all’università Ca’ Foscari di Venezia. Si è formato in Italia e negli Stati Uniti e ha trascorso periodi di ricerca e insegnamento a Berkeley, all’Istituto universitario europeo di Fiesole e a Oxford. E’ autore tra l’altro dei volumi “Una comunità immaginata. Gli ebrei a Venezia, 1900-1938” (Unicopli, 2001), “L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno” (Laterza, 2008), “L’apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e fascismo” (Laterza, 2010). E’ tra i curatori, con Marina Cattaruzza, Marie-Anne Matard-Bonucci, Marcello Flores e Enzo Traverso, della Storia della Shoah (Utet, 2006-2010).

In una presentazione al libro si può leggere “Perché si tende ancora a rimuovere il ricordo di queste vicende, mentre prevale quello dei ‘salvatori’ e dei ‘giusti’?

Perché raramente si ricorda che almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi?

Perché ancora oggi spesso si sostiene che l’Italia e il fascismo siano rimasti ‘al di fuori del cono d’ombra dell’Olocausto’?

Perché si preferisce celebrare il mito del ‘bravo italiano’ e si dimenticano i carnefici italiani: uomini e donne che parteciparono al genocidio degli ebrei?

Settant’anni dopo le deportazioni degli ebrei dall’Italia, questo libro cerca di dare risposta a domande scomode”.

Nel libro, oltre che delle responsabilità degli apparati dello Stato, ci si occupa del ruolo dei delatori, che non furono pochi.

E tra i delatori non emergono soltanto collaborazionisti ideologicamente temprati, ma anche solerti burocrati, portinai famelici, colleghi rancorosi, gendarmi ingolositi dai beni ebraici confiscati.

E perfino alcuni ebrei, divenuti a loro volta “esecutori del genocidio”, come il triestino Mauro Grini, poi ucciso a San Saba e Celeste Di Porto, una diciottenne popolana residente nel ghetto di Roma.

Infine nel libro si affronta un altro importante tema: perché la rimozione di un passato tanto ingrato e impunito (nessuno sarà mai processato per aver partecipato alla politica antiebraica italiana)?

Diversi i motivi esposti.

Prevalse, innanzitutto, l’Italia moderata, con la sua memoria indulgente del ventennio e del “buonuomo Mussolini” (secondo il brillante pamphlet di Indro Montanelli uscito nel ’46).

Inoltre, come rilevato negli studi di Guri Schwarz, svolse un certo ruolo la ritrosia della stessa comunità ebraica a calcare la mano sulle responsabilità nostrane. Forse concorsero, in questa rinuncia, il legittimo desiderio di integrarsi nuovamente, nonché l’imbarazzo per il genuino fascismo di molti ebrei, prima del voltafaccia del duce.

Nel libro, poi, Levis Sullam lamenta la melensa retorica dei “giusti”, oggi debordante, come se la storia fosse disseminata di salvatori di ebrei. Ma in realtà costoro furono soltanto una goccia.

Il libro è senza dubbio molto interessante, soprattutto perché vengono affrontate problematiche, da molti altri osservatori, totalmente tralasciate.

E non posso che invitare chi segue questo mio blog a leggere il libro.

Ne vale la pena. Senza alcun dubbio.


Con la nuova legge elettorale si mangia…

24 gennaio 2015

In passato si è affermato che con la cultura, diversamente da quanto sostenuto dall’ex ministro Tremonti, si mangia. A me sembra che anche con la nuova legge elettorale si mangia. Di qui la sua importanza.

Io non ho dubbi.

Il cosiddetto Italicum, la nuova legge elettorale, approvata recentemente dal Senato (poi dovrà passare all’esame dei deputati ma non ci dovrebbero essere problemi per la sua approvazione anche da parte della Camera) è molto importante.

Altri sostengono il contrario, convinti che, prima di occuparsi della nuova legge elettorale, il governo doveva prendere altri provvedimenti, più urgenti, tendenti ad affrontare i principali problemi, e non sono pochi, che contraddistinguono il nostro Paese.

Io credo, invece, che, in generale i sistemi elettorali, e in particolare la nuova legge elettorale, rappresenta una delle condizioni necessarie, di maggior rilievo, per consentire agli esecutivi di governare meglio l’Italia.

Da questa considerazione discende la mia valutazione secondo la quale, con la nuova legge elettorale, così come con la cultura, si mangia, cioè si possono esercitare effetti positivi anche a livello economico.

Con la nuova legge elettorale si migliora considerevolmente la governabilità, termine abusato e apparentemente poco comprensibile.

Che significa?

Significa che aumenta considerevolmente la possibilità che, dopo le elezioni politiche, i governi siano in grado di operare per un’intera legislatura, senza alcuna interruzione.

Questo possibile risultato dipende da due caratteristiche della nuova legge elettorale.

In primo luogo, alla lista elettorale che raggiunge anche solo il 40% dei voti validi si concede un premio di maggioranza e cioè ottiene la maggioranza dei deputati.

Inoltre, se nessuna lista raggiunge il 40%, le prime due liste vanno al ballottaggio, cioè affrontano una nuova elezione, nella quale, essendo solo due le liste in competizione, necessariamente una avrà la maggioranza dei voti e quindi la maggioranza dei deputati.

Quindi o con una votazione o con due, una lista avrà comunque la maggioranza e non necessariamente dovrà allearsi con altri partiti, espressione di altre liste, per poter governare.

Quindi si potrà dare vita ad un governo forte che molto probabilmente potrà operare per l’intera durata della legislatura, 5 anni (mentre con i governi di coalizione più difficilmente si può raggiungere questo obiettivo).

Un governo forte, con la quasi certezza di poter durare 5 anni, più coeso, perché formato da rappresentanti di uno stesso partito, potrà affrontare con maggiore efficacia i principali problemi del Paese.

E tra questi, soprattutto in questo periodo, i problemi economici ed occupazionali.

Di qui la mia valutazione: con la nuova legge elettorale si mangia.

Le altre caratteristiche della nuova legge elettorale sono del tutto secondarie.

Anche il fatto che i capolista dei 100 collegi elettorali, in cui verrà suddiviso il territorio nazionale, siano “bloccati”, cioè scelti dai partiti, mentre solo per gli altri candidati potranno essere utilizzate le preferenze, non rappresenta un aspetto negativo di particolare rilievo della nuova legge.

Infatti, in questo modo, anche se non è facile formulare previsioni, molto probabilmente circa la metà dei 630 deputati saranno scelti con le preferenze e l’altra metà dai partiti, ma il nome di questi ultimi dovrà però essere indicato nelle schede elettorali e pertanto ciò evita il pericolo dell’inserimento di personaggi “impresentabili” come capolista nei vari collegi, perché i partiti che lo facessero correrebbero il concreto rischio di non essere votati dagli elettori.

Peraltro con il precedente sistema elettorale, denominato “Porcellum”, tutti i candidati erano scelti dai partiti, ed inoltre anche il metodo delle preferenze non è esente da critiche perché può consentire a gruppi di potere, o anche ad organizzazioni malavitose, in grado di controllare un buon di numero di voti, di incidere sull’elezione di una parte consistente dei candidati.

Pertanto, quanti si sono opposti alla scelta dei capolista bloccati, come ad esempio una parte della minoranza del Pd, lo hanno fatto per altri motivi, anzi per un altro motivo: far “cadere” Renzi e il suo governo.

Ribadisco, comunque, che la caratteristica principale della nuova legge elettorale è un’altra, quella di favorire la governabilità dell’Italia.

Preciso, infine, che io, più volte, ho fatto riferimento solo ai deputati perché, con la probabile riforma della Costituzione, la nuova legge elettorale varrà solo per la Camera, in quanto i senatori saranno scelti fra i consiglieri regionali e i sindaci, senza che ci siano elezioni dirette.


Ora di religione, ora basta

22 gennaio 2015

L’ora di religione, o meglio di religione cattolica, nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, è di nuovo oggetto di polemiche. L’Uaar (unione degli atei e degli agnostici razionalisti) critica la Cei (conferenza episcopale italiana) che, con un messaggio a studenti e genitori, li ha invitati ad avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica.

In un articolo di Rossana Caviglioli, pubblicato su www.lettera43.it, poi, si riferisce della proposta di istituire un corso obbligatorio di storia delle religioni in tutte le scuole.

Secondo l’Uaar la migliore scelta educativa sarebbe quella di non sottoporre gli studenti all’insegnamento della religione cattolica, perché per legge esso è impartito in conformità della dottrina della Chiesa, da insegnanti scelti a insindacabile giudizio dei vescovi.

Secondo la Cei invece “questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno…la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti”.

Per l’Uaar “ciò di cui questo Paese ha davvero bisogno è una scuola laica nella quale possano trovare spazio, tutti e tutte, quanti si riconoscono in altre confessioni religiose e quanti non si riconoscono in nessuna”.

Rossana Caviglioli, nell’articolo citato,  riferisce della proposta, lanciata nell’ambito del festival delle religioni, di prevedere un corso obbligatorio di storia delle religioni in tutte le scuole.

“La proposta punta ad aiutare gli alunni a superare diffidenze e diversità, in un contesto come quello attuale sempre più multiculturale ma condito – al tempo stesso – da crescenti tensioni. In particolare quando si tratta di Islam”.

Questa idea però trova divisi i rappresentanti delle varie fedi in Italia, a partire dalle resistenze dei vescovi per arrivare al sì condizionato degli imam.

Infatti, secondo  il presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Izzedin Elzir, “Un’ora di storia delle religioni, o anche di etica, potrebbe essere un’ottima idea. Vorremmo però che si trattasse di un valore aggiunto, da sommare all’ora di religione facoltativa attuale.

Per quanto riguarda corsi di dottrina islamica, per noi non sono una priorità. Pensiamo che la fede sia una questione privata e la scuola debba rimanere laica e uguale per tutti. Certo, è possibile ragionarci. Si tratta solo di essere elastici e venire incontro alle esigenze di tutti”.

La Cei sottolinea invece che sarebbe complicato stabilire il percorso didattico e le competenze da chiedere ai nuovi docenti di storia delle religioni. E che non vede ragioni, nemmeno numeriche, per mettere mano all’ordinamento attuale.

“È necessario ricordare che l’insegnamento della religione cattolica, presente nella scuola da 30 anni, è frequentato da quasi il 90% degli studenti”, spiega don Daniele Saottini, responsabile del servizio nazionale, per conto della Cei.

Secondo Saottini frequentare le lezioni “non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di alcuno”.

Ma “conoscere la religione cattolica costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo”.

Io credo che la proposta emersa nell’ambito del festival delle religioni, seppur non di facile attuazione, soprattutto perché non sarebbe facile individuare i docenti in grado davvero di insegnare la storia di tutte le più importanti religioni,  sarebbe molto valida.

Ma credo che l’opposizione della Chiesa cattolica né impedirà l’accoglimento.


I geologi: “I sindaci pensino non ai voti ma ai loro figli”

20 gennaio 2015

Il governo ha promosso la realizzazione di un programma di interventi per mettere in sicurezza gli edifici scolastici. Ma i sindaci, spesso, stanno considerando come prioritari gli interventi che danno maggiore visibilità politica, non quelli realmente più necessari. Di qui l’appello del consiglio dei geologi, rivolto ai sindaci: “Pensate non ai voti ma ai vostri figli”.

Secondo un comunicato emesso dall’agenzia Dire e riportato su www.redattoresociale.it, nel corso di una convention di geologi , tenutosi a Campobasso, il segretario del consiglio nazionale dei geologi ha affermato: “Il governo ha lanciato il programma ‘Scuole belle e sicure’ ma i sindaci si sono fatti trovare impreparati, sono stati colti di sorpresa ed in molti casi non stanno candidando gli interventi che effettivamente sono prioritari ma quelli che sono più spendibili dal punto di vista della visibilità politica e dunque si rischia di mettere in moto un processo che non è quello virtuoso di cui invece il Paese avrebbe bisogno.

L’appello è che i sindaci non guardino al loro mandato elettorale ma a quello dei loro figli e che riflettano sulla necessità, l’urgenza di mettere in sicurezza sismicamente le scuole e l’intera platea scolastica”.

Inoltre, il presidente nazionale dei geologi, Gian Vito Graziano, ha commentato favorevolmente quanto annunciato dal sottosegretario all’ambiente Barbara Degani, relativamente all’inserimento dell’educazione ambientale come materia di studio obbligatoria, nelle scuole, a partire dall’anno 2015-2016.

Io credo che l’accusa rivolta ai sindaci dal rappresentante dei geologi sia molto grave.

E’ noto infatti che sono molti gli edifici scolastici, nei quali non vengono rispettate anche le più elementari norme di sicurezza e, soprattutto, quelle riguardanti l’eventuale verificarsi di eventi sismici.

Sembrerebbe scontato che i sindaci scelgano gli interventi più necessari, quelli relativi alle scuole dove i pericoli sono maggiori.

Ma evidentemente molti sindaci non la pensano in questo modo, purtroppo, utilizzando invece, nelle loro scelte, tutt’altri criteri.

Io spero che da parte delle autorità di governo sia portata avanti un’efficace azione di controllo nei confronti dell’operato dei sindaci affinchè siano attuati prima gli interventi realmente prioritari.

E sarebbe molto utile che il consiglio nazionale dei geologi denunciasse pubblicamente i sindaci che si stanno comportando diversamente, non limitandosi a denunce di carattere generale.


Calma e gesso prima dei commenti sui social network. Ma è sufficiente?

17 gennaio 2015

In questi giorni sono stati analizzati i tweet, i commenti sui social network, riferiti alla liberazione di Greta e Vanessa, le due volontarie italiane rapite in Siria. Ed è stato rilevato che molti sono stati i commenti decisamente critici, spesso dei veri e propri insulti, circa il comportamento delle due giovani. Il più delle volte tali commenti sono stati valutati esaminando il merito della questione, tentando di dimostrare l’infondatezza di questi commenti anche “feroci”. A mio avviso, il punto non è questo. Sui social network, frequentemente, su vicende le più disparate, ed anche molto diverse da quelle che hanno interessato Greta e Vanessa, fioriscono commenti molto pesanti, veri e propri insulti.

Purtroppo è così.

La colpa è degli strumenti, cioè delle caratteristiche specifiche dei social network?

In parte sì, nel senso che essi si prestano ad accogliere valutazioni improvvisate e inseribili nella Rete con poche e rapide battute su una tastiera di un Pc o di un tablet o di uno smartphone.

In parte la responsabilità è di chi utilizza questi strumenti, in maggioranza giovani, generalmente più impulsivi e meno abituati a riflettere rispetto agli adulti.

Ma nel ricercare le cause di un tale fenomeno non ci si può limitare a queste considerazioni, a mio parere.

Avete mai avuto modo di ascoltare le affermazioni in un bar, in un treno o su un autobus, a proposito, ad esempio, degli immigrati extracomunitari?

Anche in quelle sedi si possono ascoltare spesso affermazioni molto forti, veri e propri insulti anche in questi casi, affermazioni peraltro del tutto infondate.

E allora?

Dove voglio arrivare?

Secondo me, nel corso degli anni, si è proceduto a grandi passi verso un reale imbarbarimento della società italiana, dove, ad esempio, si è sempre più diffusa la tendenza a tutelare esclusivamente i propri interessi, senza preoccuparsi dei metodi utilizzati,  ed anche ad essere sempre più violenti e aggressivi, per fortuna nella maggior parte dei casi, solo verbalmente.

E le responsabilità di chi ricopre incarichi politici non sono piccole: è sufficiente da un lato osservare la loro azione, molto spesso finalizzata solo a perseguire interessi personali, ed anche il loro comportamento, soprattutto nell’ambito dei mass media televisivi, molto spesso contraddistinto, anch’esso, da una forte aggressività e da un frequente utilizzo del turpiloquio.

Ma i cattivi esempi e i cattivi maestri non ci rendono irresponsabili dei nostri comportamenti, perché influenzati da quelli adottati da coloro che hanno decisamente un potere maggiore del nostro.

Peraltro anche il papa, recentemente, ha compiuto un evidente errore, quando, riferendosi alle critiche nei confronti delle religioni espresse da chi fa satira, ha detto che, in qualche modo, costoro potevano anche essere presi a pugni.

Quindi, certamente, prima di scrivere qualche tweet e prima di scrivere qualche commento su facebook, occorre essere più attenti e riflettere almeno un po’.

Nella consapevolezza però che il problema è molto più grande di quanto possa apparire, analizzandolo, anche in questo caso, in un modo decisamente troppo frettoloso.


Il partito radicale non esisterà più? Ci interessa?

15 gennaio 2015

Non è la prima volta che si ipotizza lo scioglimento del partito radicale. Nel 1972 e nel 1987 ad esempio, ma allora i radicali riuscirono a superare le difficoltà e il partito non fu sciolto ma riuscì ancora svolgere un ruolo importante nella politica italiana. A proporre lo scioglimento del partito radicale, alla prossima riunione del comitato dei radicali italiani, sarà Angiolo Bandinelli, uno dei fondatori del partito radicale e attualmente membro della direzione.

In una nota Bandinelli espone i motivi alla base della sua proposta.

Così scrive Bandinelli: “Tra pochi giorni, io proporrò al Comitato di Radicali Italiani lo scioglimento del Movimento, quale primo passo verso la ugualmente necessaria, responsabile chiusura degli altri soggetti costituenti la ‘galassia’ radicale.

Le motivazioni della mia richiesta ricalcano quelle che giustificarono l’iniziativa del 1987.

Identiche motivazioni ma profondamente diverso, infinitamente più deteriorato, sia il contesto che il testo.

Allora fu possibile sperare che la salvezza fosse alla nostra portata; arrivò infatti, ottenuta però solo grazie ad uno sforzo di mobilitazione e di iniziativa eccezionale.

Anticipo le conclusioni di questo intervento: oggi non è più così, la chiusura è obbligata. Non ci sono le condizioni – esterne ma anche interne al partito – perché il miracolo del 1987 si ripeta.

Oggi, la galassia radicale non vive: soffocata dal regime, sopravvive a se stessa. E’ ormai solo l’alibi altrui: ‘Non vi preoccupate, tanto ci sono i radicali’, si dice attorno quando si parla di giustizia, di diritto, di carceri, di debito pubblico, di crisi istituzionale e costituzionale.

‘Tanto ci sono i radicali’. Ridotti, come si vede, ad alibi delle cattive coscienze. Non possiamo accettare un simile destino per il nostro partito”.

E’ bene precisare che nel 1987 la decisione del partito radicale di cessare le proprie attività provocò uno slancio di entusiasmo e di generosità di 10.000 uomini e donne, da ogni parte del mondo.

Premi Nobel, ministri,  parlamentari, sacerdoti, scrittori, uomini di cultura, ex terroristi, presero per la prima volta nella loro vita, nel 1987, la tessera di un partito, quello radicale.

Bandinelli non crede che oggi ci siano le condizioni affinchè un’analoga azione di sostegno nei confronti dei radicali italiani possa manifestarsi.

Infatti aggiunge: “C’è qualcuno che veda oggi all’orizzonte una analoga forte convinzione, ma anche una paragonabile iniziativa di sostegno?

Questi sono i tempi nei quali il messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’incoraggiamento di papa Francesco allo sciopero della fame di Marco Pannella, vengono spudoratamente ignorati. E non parlo del silenzio che circonda lo sciopero della fame e della sete iniziato pochi giorni fa da Pannella. Turbe tanto inferocite quanto non informate o disinformate auspicano che il leader radicale muoia.

Infine: le risorse finanziarie dell’intera galassia sono ridotte praticamente a zero…”.

Io non so prevedere quali saranno le decisioni che saranno prese dagli organi dirigenti del partito radicale.

Mi limito ad osservare che la crisi del partito radicale è evidente, non è solo finanziaria, ma anche politica e, credo che le responsabilità non siano solo quelle esterne esposte da Bandinelli, ma che ci siano anche responsabilità interne al partito.

Una fra tutte, non nuova,  il mancato emergere di nuovi leader, di spessore, che soprattutto Pannella ha impedito che potessero, se non nascere, comunque affermarsi.

Detto questo, è comunque evidente che le responsabilità esterne sono state e sono molto pesanti, prima fra tutte, come rilevato da Bandinelli, il silenzio quasi assoluto, nei confronti delle iniziative dei radicali, dei più influenti mass media italiani, anche quelli pubblici.

Il notevole rilievo del ruolo svolto dal partito radicale, nel corso degli anni, è indubitabile, e lo scrive uno come me, attualmente iscritto al Pd, che non si è mai iscritto al partito radicale, ma che da alcuni anni è socio di un’associazione radicale, la Luca Coscioni. E qui potrei iniziare con il solito elenco delle importanti iniziative, dal momento della fondazione ad oggi, di cui si è reso protagonista il partito radicale, l’impegno per la legge sul divorzio, per quella sull’ aborto…

A me sembra più che sufficiente notare come sia un’esponente radicale, storica,  una persona del valore di Emma Bonino, la cui statura culturale, politica ed umana è stata ancora una volta dimostrata dalle sue recenti dichiarazioni relative al suo tumore.

Però un interrogativo mi sembra opportuno esplicitare a questo punto?

Ma a noi, non radicali, interessa davvero che il partito radicale continui ad esistere, noi che riconosciamo l’importanza del ruolo svolto da questo partito?

C’erano e ci sono molti modi per sostenere questo partito, non solo aderirvi, ma ad esempio aderire ad una delle associazioni della “galassia” radicale, erogare contributi finanziari, impegnarsi affinchè le cause esterne che determinano la crisi del partito radicale, ad esempio le responsabilità dei mass media, siano contrastate.

Facciamo qualcosa, se ci interessa davvero il futuro del partito radicale.