La mafia è più forte dello Stato

30 aprile 2013

Il centro studi Pio La Torre ha realizzato la settima indagine sulla percezione mafiosa che ha coinvolto 2.000 studenti delle scuole superiori italiane. Tra i principali risultati la convinzione che la mafia sia più forte dello Stato a causa dell’insufficiente impegno che le istituzioni interessate hanno profuso per contrastare le mafie.

In un comunicato pubblicato sul sito del centro studi www.piolatorre.it è contenuta una sintesi dell’indagine citata.

È colpa della politica se il fenomeno mafioso non è ancora stato debellato.

Colpa delle istituzioni se la criminalità mafiosa si infiltra nell’economia sociale e ha il potere di controllo sul futuro. Per questa ragione la mafia è più forte dello Stato e sarà molto difficile riuscire a sconfiggerla.

Questo il pensiero emerso dalla settima rilevazione sulla percezione mafiosa condotta dal centro Pio La Torre coinvolgendo quasi 2.000 ragazzi delle scuole medie superiori italiane che hanno partecipato al progetto educativo antimafia promosso dal centro.

Per il 45.06% degli studenti la mafia non potrà essere definitivamente sconfitta e per il 94.52% la mafia ha un rapporto molto o abbastanza forte con la politica.

Poco meno della metà degli intervistati, il 49.35%, ritiene che la mafia sia più forte dello Stato.

“Questo è l’aspetto più negativo registrato dall’indagine – dichiara Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre – sul quale dovrebbe riflettere tutta la classe dirigente del Paese, soprattutto alla luce dei risultati delle elezioni di febbraio. Esse, infatti, hanno dimostrato una grande mobilità degli elettori, disponibili a premiare i nuovi fenomeni di populismo esasperato, e pronto a raccogliere i frutti del disorientamento provocato dalla crisi economica, dalle politiche del centrodestra, dal governo dei tecnici e dalla persistente contraddittorietà delle proposte del centrosinistra, diviso e perciò poco credibile”.

Ma come riuscire a combattere la mafia e riscattarsi? Per gli studenti la strada da seguire è quella, per il 38,45%, di non sostenere l’economia mafiosa (per esempio, non acquistando droghe, non acquistando merce contraffatta, ecc.) e per il 21,67 di non essere omertosi.

Mentre lo Stato dovrebbe “colpire la mafia nei suoi interessi economici (22.50%) e “combattere la corruzione e/o il clientelismo” (24.40%).

Molto importante per i ragazzi anche l’educazione alla legalità (17.26%). Si riconferma dunque ancora una volta l’importanza del ruolo della scuola.

“Il 66% dei ragazzi – rileva Antonio La Spina, ordinario di sociologia dell’Università di Palermo – discute dell’argomento soprattutto con i docenti, il che evidenzia per un verso che in altre sedi ciò avviene assai meno, ma anche che i docenti che aderiscono al progetto si dedicano intensamente all’educazione antimafia.

Emerge anche che, soprattutto alle superiori, il 70% circa degli studenti in questione ha partecipato ad almeno un’altra attività di educazione antimafia in anni precedenti a quello in
corso”.

Sul nuovo numero di ASud’Europa, scaricabile all’indirizzo www.piolatorre.it , l’analisi dettagliata del questionario e dei suoi risultati”.


Tratta di esseri umani, primato dell’Italia nell’Ue

28 aprile 2013

L’Italia ha purtroppo il primato per quanto riguarda la tratta di esseri umani nell’Unione europea tra il 2008 e il 2010. Tale situazione emerge dall’analisi dei dati Eurostat presentati dalla commissaria Cecilia Malmstrom, contenuti in uno studio dell’Ue. E il traffico di esseri umani, che determina soprattutto la diffusione della prostituzione e del lavoro forzato, è cresciuto notevolmente nei paesi dell’Unione europea, negli ultimi anni.

Dei dati dell’Unione europea si occupa un articolo pubblicato su www.lettera43.it.

“Su 23.632 vittime in Europa, 6.426 sono in Italia, pari a 1.624 nel 2008 su un totale di 6.309 in Ue; 2.421 nel 2009 su 7.795; 2.381 nel 2010 su 9.528.

I dati rivelano che il 68% del totale delle vittime in Europa sono donne, il 17% uomini, il 25% minori. Il 62% per sfruttamento sessuale, il 25% per lavoro forzato, il 14% forme diverse, come anche l’espianto di organi.

Malmstrom ha sottolineato come si evidenzi un aumento del fenomeno pari al 18% negli anni presi in considerazione, e come allo stesso tempo le condanne siano diminuite del 13%.

Malmstrom si è detta ‘delusa’ perché solo sei Stati membri hanno trasposto la direttiva Ue in materia: la Repubblica Ceca, Lettonia, Finlandia, Ungheria Polonia e Svezia”.

Quei dati sono analizzati anche in un articolo pubblicato su www.politicamentecorretto.com.

“I paesi dell’Ue non riescono a contrastare la criminalità organizzata: il numero di persone che sono sfruttate nella prostituzione o nel lavoro forzato è aumentata a passi da gigante nella Ue negli ultimi anni.

Il risultato del primo studio globale dell’Ue sulla tratta di esseri umani pubblicato dal quotidiano
berlinese ‘Welt am Sonntag’ è scioccante: sempre più persone sono sfruttate come prostitute e come lavoratori forzati.

Il numero dei trafficanti condannati è calato notevolmente, contraendosi negli anni di riferimento del 13%, dai 1.534 nel 2008 ai 1339 nel 2010. In Italia, le condanne sono diminuite di ben il 15%.

Il 70% delle vittime sono donne e ragazze.

La direttiva europea in materia è intesa a combattere il traffico di esseri umani in modo efficace e rafforzare i diritti delle vittime. Finora la hanno pienamente attuata solo cinque dei 27 Paesi membri.

La maggior parte delle vittime (61%) provengono da paesi dell’Unione Europea, soprattutto da Romania e Bulgaria, seguita da Africa e Sud America.

La Commissione europea stima che queste cifre sono solo la punta di un iceberg.

Per Giovanni D’Agata, fondatore dello ‘Sportello dei Diritti’, il traffico di esseri umani è intorno a noi, più vicino di quanto pensiamo. Non si creda che la schiavitù sia quella dei film d’avventura o di qualche libro famoso, con catene di ferro alle caviglie e stive di navi negriere. La schiavitù esiste
ancor oggi: ha le sue aree di raccolta, le sue vie di transito, le sue connessioni malavitose ed i suoi approdi sulle strade del mondo ‘civile’.

La tratta si è perpetuata nei secoli con una connotazione universale: trarre profitto dalla debolezza altrui. Essa risponde alle richieste di un ignobile mercato pedofilo cresciuto sui social network, sul mercato illegale del lavoro dove il clandestino è la vittima immolata, anche minorile, senza tutela e senza diritti, essa ha il nome dello sfruttamento della donna, tratta dalla povertà dei paesi d’origine con la promessa di un lavoro ed inviata invece sulla strada della prostituzione, privata di ogni libertà personale, esposta ad ogni arbitrio, merce di scambio fra i criminali che ne reggono il mercato prima ancora che triste commercio umano.

Si tratta di anelli diversi di una dolente catena, che spesso è intrisa di sangue e sempre di sofferenza, che originano per lo più dalla povertà e dalla marginalità di persone, le quali, per la loro intrinseca debolezza, sono esposte ad ogni ricatto o malversazione.

E’ una realtà di persone deboli, indifese, violate, schiavizzate, spogliate di ogni soggettiva dignità ad opera di strutture criminose che prosperano su questo mercato che reclama ogni impegno personale e pubblico perché la persona possa riemergere come responsabile della propria vita e della sua dignità e come attore dei valori di libertà dai quali è stata espropriata”.


Scuola, la “strage” dei precari

25 aprile 2013

Secondo l’Anief, un’associazione sindacale dei docenti, in 6 anni sono stati cancellati, nella scuola italiana, 200.000 posti di insegnanti precari e personale Ata (amministrativo tecnico ausiliario). Ciò è avvenuto in seguito ai forti tagli che hanno contraddistinto, negli ultimi anni, i finanziamenti pubblici alla scuola.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it sono contenute le considerazioni svolte dall’Anief.

“Nell’arco di sei anni sono stati “cancellati” 200mila posti di docenti precari e personale Ata. E’ l’allarme che arriva dall’Anief, l’associazione sindacale professionale.

Una scomparsa dovuta ‘alle riforme avvenute negli ultimi anni – si legge – : dal libro bianco, ai regolamenti della Gelmini della legge 133/08, alla legge 111/11 di Tremonti sul nuovo dimensionamento dichiarato incostituzionale. Per la Ragioneria dello Stato la maggior parte dei tagli è stata concentrata negli ultimi due anni’.

La conferma arriva dai tecnici del Tesoro, prosegue l’Anief.

‘La riduzione avvenuta tra il 2008 e il 2013 di 4.000 scuole autonome su 12.000 (con la scomparsa di altrettanti posti di dirigenti scolastici, direttori amministrativi), la riduzione del 35% del personale Ata e di 4 ore del tempo scuola settimanale degli studenti in ogni ordine e grado, l’introduzione del maestro unico e l’eliminazione dell’insegnante specialistico di lingua inglese (con la caduta dei livelli di apprendimento degli alunni dal 2° al 32° posto nei rapporti Pirls – Progress in international reading literacy study -), il tetto sugli insegnanti di sostegno (dichiarato incostituzionale nel 2010), l’innalzamento di un punto percentuale del rapporto alunni/docenti hanno peggiorato il servizio scolastico, aumentato la dispersione e peggiorato i
livelli di apprendimento dei nostri studenti, mortificando le aspettative maturate dai 200.000 precari formati dallo Stato per insegnare e lasciate nel limbo delle graduatorie ad esaurimento’.

Solo di recente, dopo i ricorso seriali nei tribunali del lavoro per la violazione della direttiva europea 1999/70/CE in tema di stabilizzazione, fa notare il sindacato, ‘il governo ha sbloccato migliaia di immissioni in ruolo senza, però, smettere di discriminare i supplenti, ai quali continua a non riconoscere gli scatti stipendiali di anzianità’.

Per il presidente, Marcello Pacifico, i dati ‘ci confermano che le riforme approvate negli ultimi anni sulla scuola sono state dettate soltanto da esigenze di risparmi senza alcun progetto pedagogico. È arrivato il momento di cancellarle in questa legislatura’, aggiunge”.


Carceri, un detenuto su tre soffre di disturbi mentali

23 aprile 2013

Un detenuto su tre soffre di disturbi mentali ma il numero è addirittura sottostimato se si pensa che malattie come depressione, psicosi e ansia severa colpiscono il 40% dei 70.000 detenuti italiani. E i suicidi sono 9 volte superiori alla norma. A lanciare l’allarme sono i giovani psichiatri nel corso del loro congresso a Roma.

In un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it ci si occupa di tali problematiche.

“Un terzo dei detenuti italiani soffre di una malattia mentale. Su quasi 70.000 persone oggi presenti nelle carceri italiane i conti sono presto fatti: ventimila è un numero calcolato per difetto.

Psicosi, depressione, disturbi bipolari e di ansia severi sono la norma nel 40% dei casi, a cui vanno aggiunti poi i disturbi di personalità borderline e antisociale. Persone a volte già ammalate, altre che si ammalano durante la detenzione complici il sovraffollamento, i contesti sociali inimmaginabili, la popolazione straniera di difficilissima gestione.

In questa situazione i cosiddetti detenuti sani finiscono con il trovarsi in un inferno aggiuntivo che, nella peggiore delle ipotesi, può portare anche al suicidio.

La grave situazione delle carceri italiane è stata al centro del congresso dei giovani psichiatri ‘La psichiatria tra pratica clinica e responsabilità professionale’, organizzato a Roma.

In Italia, i suicidi compiuti in carcere, hanno numeri 9 volte superiori rispetto alla popolazione generale con tassi aumentati negli ultimi anni di circa il 300% (dai 100 del decennio 1960-1969 a più di 560 nel 2000-2009 con oltre il 36% di decessi). Crescita che non si arresta: nel 2011 sono stati 63 i suicidi (0,9% per 1.000 detenuti), più di mille i tentati suicidi (15%) e oltre 5.600 gli atti autolesivi (84%). A farne le spese anche l’organizzazione interna alle carceri: tra il 2000 e il 2011, 68 suicidi solo a carico degli operatori di Polizia Penitenziaria.
 
‘Tutto ciò accade dopo anni di abbandono, da parte delle istituzioni, della salute mentale italiana, fuori e dentro le carceri – spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria – e questo è il conto da pagare. Salatissimo e non finito perché la norma entrata in vigore nel 2012 che avrebbe dovuto avere una sezione di osservazione psichiatrica funzionante e bastevole per ogni regione è stata fortemente disattesa a causa di fondi specifici carenti. Anche su questo aspetto chiediamo l’intervento del Ministero tanto più ora che abbiamo prorogato la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, ma solo per un anno. Questa è quindi una cambiale a breve scadenza, ma non sappiamo quando potremo pagarla’.
 
Il sovraffollamento, a livelli record (150 detenuti per 100 posti, rispetto ai 107 del resto d’Europa), è già una condizione di grave disagio per il detenuto sano. Figuriamoci per un paziente con malattia mentale. Appena chiuderanno gli Opg una parte di questi detenuti tornerà in carcere. Se la situazione non sarà cambiata, e non vi sono le premesse perché lo sia, potrebbe davvero diventare esplosiva.
 
‘Il superamento degli Opg e il pieno passaggio dell’assistenza psichiatrica nelle carceri al sistema sanitario nazionale devono procedere parallelamente – spiega Mencacci – nell’ambito della più ampia riorganizzazione della sanità penitenziaria e delle nuove competenze dei dipartimenti di salute mentale.

A questi sono attribuite importanti responsabilità per la tutela della salute mentale dei cittadini detenuti. Si tratta, infatti, delle uniche istituzioni, nell’ambito del servizio pubblico, in grado di garantire una visione d’insieme ed un approccio realmente integrato al raggiungimento degli obiettivi sanitari ed assistenziali che vengono affidati dal servizio sanitario nazionale alle proprie strutture’.
 
I dipartimenti di salute mentale possono validamente interconnettersi con tutte le altre istituzioni operanti in ambito carcerario, risolvendo uno dei problemi più rilevanti ancora aperti, cioè la frammentazione degli interventi sanitari in questo contesto, incluso le dipendenze. Infine dal punto di vista operativo i dipartimenti offrono strutture e competenze multiprofessionali in grado di coprire, dentro e fuori dal carcere, gli interventi opportuni, e la continuità terapeutica.
 
‘Tutto bene fino ad ora – conclude il presidente della Sip – ma solo sulla carta, perché nessuno ha ancora pensato e predisposto risorse per questa operazione.

Si ritiene inderogabile, pertanto, che i dipartimenti di salute mentale, siano potenziati e dotati delle risorse necessarie e sufficienti per garantire tale operatività in carcere, anche attraverso una dotazione di personale rispondente ai compiti affidati, e di strutture sovranazionali, quali i centri di osservazione neuro psichiatrica (Conp, nei fatti servizi psichiatrici di diagnosi e cura intra carcerari, finalizzati alla gestione dell’urgenza) e i reparti di osservazione psichiatrica (Rop, nei fatti, aree specialistiche di osservazione diagnostica qualificata a tempo definito)’”.


In Occidente sente le voci il 7% della popolazione

21 aprile 2013

Sente le voci il 7% della popolazione, nei Paesi occidentali. Solo un terzo di loro considerano le voci come un problema: gli altri riescono ad avere con queste un rapporto anche positivo, perché le voci vogliono sempre dire qualcosa. E sentire le voci non è sintomo di schizofrenia. E’ quanto emerge da un’intervista, pubblicata su www.superabile.it, a Maurizio Macario, presidente dell’associazione “Uditori di voci”.

“Cosa significa ‘udire le voci’? Possiamo considerarla una patologia?

Udire voci è diventato un problema psichiatrico nell’ultimo secolo, da quando la sistematizzazione delle malattie psichiatriche e la creazione di sistemi diagnostici hanno fatto rientrare questo sintomo delle allucinazioni uditive tra i sintomi della schizofrenia. Inizialmente, non si è data grande importanza a questo problema, che con il tempo è stato progressivamente sopravvalutato, fino a rendere automatico il collegamento con la malattia psichiatrica. Nel passato, invece, ci sono stati molti personaggi di rilievo che sentivano voci, senza per questo essere considerati schizofrenici: penso a Giovanna d’Arco, Gandhi, Emily Bronte, Leonardo da Vinci, Napoleone. Se queste persone sentivano voci ma non erano schizofrenici allora non è vero che è sintomo di schizofrenia.

E’ possibile fare una stima di questo fenomeno? Quanti sono, all’incirca, gli ‘uditori di voci’?

Da quando, 20-30 anni fa, sono iniziate ricerche epidemiologiche sul tema, è emerso che questa esperienza riguarda nei paesi occidentali tra il 4 e il 7% della popolazione. L’aspetto interessante è che solo un terzo vive le voci come un problema: noi psichiatri intercettiamo quindi questa minoranza. I restanti due terzi degli uditori non hanno problemi con queste voci, ma riescono ad avere con queste un rapporto anche positivo. L’esperienza è problematica quando le voci sono cattive, minacciose, a volte istigano addirittura al suicidio.

Come vengono trattate, generalmente, queste voci?

L’approccio prevalente è quello farmacologico. Si somministrano medicine come ‘silenziatori’, per riuscire almeno ad abbassare il volume di queste voci. Questo approccio però non funziona in tutti i casi e ha effetti collaterali importanti. E’ vero che il farmaco spesso è necessario, soprattutto se le voci sono accompagnate da un’angoscia molto forte. Occorre però anche un’indagine per capire da dove arrivino e cosa dicano queste voci: un’indagine che può avvenire sia individualmente sia in gruppi di auto aiuto. Bisogna riuscire a collegare le esperienze della propria vita con le voci che si sentono, nella consapevolezza che tutte queste voci, anche le più cattive, invitano a un cambiamento necessario. E’ l’insegnamento di Marius Romme, lo psichiatra olandese padre del movimento internazionale degli uditori.

Come è nato questo movimento?

25 anni fa Romme prese in cura un paziente che sentiva le voci e che, diversamente dagli altri, non voleva farle tacere, ma era interessato a capire cosa dicessero. Insieme, parteciparono a una trasmissione televisiva molto seguita e da lì invitarono chi avesse la stessa esperienza a telefonare: nel giro di poche ore, telefonarono oltre 600 persone, che per lo più non vivevano queste voci come un problema. Questo ha determinato la nascita del movimento degli uditori e l’interesse a capire da dove vengano fuori voci.

E da dove vengono?

In 25 anni di ricerche, si è dimostrato che queste voci, sia quelle positive sia quelle negative, sono sempre collegate a un’esperienza traumatica. Chi non riesce a digerire e accettare l’esperienza negativa, attraverso le voci fa riemergere le emozioni legate al trauma. In altre parole, in maniera simbolica, metaforica, teatrale, le voci riportano a galla emozioni collegate con quell’esperienza negativa.

La psichiatria sta cambiando approccio, nella direzione suggerita dal movimento?

C’è ancora la forte tendenza a semplificare, ma il nostro approccio lentamente viene recepito. E’ importante uscire dal luogo comune per cui la voce è sintomo di schizofrenia, la quale in molti casi è ancora considerata una malattia incurabile. Peraltro, anche la schizofrenia, diversamente dalla demenza, si può superare. E questo è un aspetto per me fondamentale: la scienza ha dimostrato che i fattori prognostici più importanti, cioè quello che maggiormente aiuta a guarire, non sono né la diagnosi precoce, né i farmaci, né altre terapie, ma le aspettative positive dell’interessato, dei suoi familiari e degli operatori. Al contrario, la non speranza, il pessimismo, frasi come ‘lei ha una malattia da cui non si guarisce’, aumenta molto probabilità che questo accada”.


La burocrazia ha trasformato i cittadini in schiavi

18 aprile 2013

Nella pubblica amministrazione italiana la burocrazia è oggetto di frequenti ed anche pesanti accuse, soprattutto per quanto riguarda la qualità dei servizi erogati ai cittadini. In un articolo pubblicato su www.linkiesta.it Antonio Vannuzzo analizza i motivi alla base dei problemi creati dalla burocrazia e la possibilità che la sua azione migliori.

“…Se è chiaro a tutti che l’inefficienza della macchina statale paralizza il Paese, più complesso è risalire alle ragioni storiche dietro alla predominanza del formalismo delle norme e alla burocratizzazione della politica.

Per quanto la sua crescita tendenziale sia una caratteristica comune – e ineliminabile – di tutti i sistemi democratici, la leva per renderla economicamente sostenibile, nell’Italia in recessione, è il cambiamento di cultura dei grand commis di Stato: meno formalismo giuridico e più orientamento manageriale al cittadino, sulla scia delle riforme di metà anni ’90 di Clinton, Al Gore e Tony Blair. 

È inevitabile che le burocrazie pubbliche si siano espanse ed evolute con la nascita dello Stato moderno…

In Italia l’organizzazione del governo territoriale risale al periodo napoleonico, anche se, secondo gli storici, è la Prussia a dare portato intellettuale alla burocrazia. Tant’è che Max Weber criticò aspramente la classe dei burocrati lasciata da Bismarck.

Il problema italiano è di carattere culturale, c’è stata una sorta di trasposizione dei fini: la burocrazia non serve a risolvere i problemi pubblici ma, con una grandissima autoreferenzialità, si è concentrata soltanto sul mezzo, cioè le leggi, i lacci e i lacciuoli.

Personalmente non ritengo l’ipertrofia italiana sia dovuta a Napoleone o ai piemontesi, ma a una cultura giuridica che ha portato all’esasperazione della norma e il diritto fine a se stesso, dove il cavillo e la forma diventano la sostanza, e anche la tradizione dei rapporti tra  pubblica amministrazione, cittadini e imprese ha preso questa piega.

Questo fenomeno ha una spiegazione ben precisa: dalla seconda guerra mondiale, in Italia e in Europa, per evitare forme arbitrarie e controllare meglio il governo e il parlamento si è sostanzialmente burocratizzato tutto… 

Dopo la parentesi autoritaria, molto importante nel nostro paese – è durata 20 anni – dove addirittura il diritto non esisteva, è stata ripresa la tradizione del costituzionalismo liberale di Cavour, per fare in modo che lo Stato fosse al servizio del cittadino.

Da qui è fiorita una cultura iper-amministrativa dove si ragiona solo in termini di commi e articoli, perdendo di vista il problem solving, che il mondo anglosassone ha pragmaticamente messo al centro, sull’onda di Reagan negli Usa e della Thathcer in Inghilterra. Una pulizia di cui Tony Blair ha cercato di beneficiare.

Il tutto mentre in Italia la discussione si è fermata alla diatriba tra federalismo e centralismo, invece che al rapporto tra pubblica amministrazione e ‘stakeholders’.

L’altra spiegazione dell’ipertrofia è la mancanza di fiducia, tra gli attori del sistema, e allora la pubblica amministrazione si rapporta nei confronti dei cittadini come se fossero dei sudditi o quasi come se dovesse controllare ciò che fanno, il che va bene, ma nei territori dove c’è criminalità organizzata.

In Italia non siamo ai livelli dell’Ena francese, non c’è il prestigio dei ‘grand commis’ di Stato, tanto che da noi lavorare nella pubblica amministrazione è vista come una ‘second best solution’ a livello dirigenziale. Non a caso si trovano soltanto certe categorie di professionisti, come gli avvocati e i giuristi.

Il settore pubblico deve produrre beni immateriali e servizi di maggior valore come salute, strade, istruzione e giustizia. Naturalmente se c’è totale autoreferenzialità, la logica prevalente è quella funzionale all’autoconservazione. Ovvero un modello organizzativo chiuso, concentrato sui mezzi per ottenere il fine dell’autoconservazione, refrattario ai cambiamenti della società.

Purtroppo in Italia si addita sempre la politica come la responsabile di tutti i mali, ma se guardiamo gli ultimi cent’anni di storia italiana, il problema non è la politicizzazione della burocrazia, ma la burocratizzazione della politica.

I francesi dicono ‘i ministri passano i funzionari restano’, è la gabbia d’acciaio di cui parla Weber. Un esempio? In Lombardia l’autostrada Pedemontana è stata progettata nel 1963 e forse vedrà la luce con Expo 2015. L’orizzonte elettorale dei politici è troppo limitato temporalmente, perciò l’identificazione di un problema può essere fatta da un politico, ma la decisione, valutazione e messa in opera, cioè tutta la fase dell’implementazione, sfugge al politico ed è tutta in mano agli apparati amministrativi. Il potere vero è policy, non politics.

Per questo è necessarie una maggiore cultura e formazione nella gestione delle organizzazioni complesse come le pubbliche amministrazioni. 

Ci sono delle tendenze di lungo periodo, la legge di Parkinson insegna che le burocrazie tendono a crescere in maniera costante e che i burocrati hanno un interesse privato a incrementare il loro potere, ma se prima un’economia in espansione poteva in qualche misura assorbire gli sprechi, oggi non è più così.

Allora perché è difficile fermare lo sviluppo delle burocrazie? Perché manca una misurazione del risultato: la pubblica amministrazione non dispone di basi di dati empirici per valutare gli effetti delle decisioni, tant’è che il dibattito politico italiano ha un tasso di colesterolo ideologico altissimo.

In altre parole, è pressoché impossibile effettuare un’analisi dei costi e dei benefici. Una situazione alla base della mancanza di pressioni competitive per raggiungere i risultati: se manca il ‘benchmark’ come è possibile una valutazione di lungo periodo?

In Usa il ‘new public management’ ha cercato di mutuare completamente le ‘best practices’ dal settore privato, mostrando però dei limiti perché nel pubblico la cultura del profitto non può essere prevalente. 

Dal punto di vista delle istituzioni, occorre ripensare la preparazione delle classi dirigenti, puntando non più sulla cultura del diritto ma sul management. Paradossalmente al settore pubblico andrebbero più risorse, ma legate al risultato.

Al contrario, da noi la pubblica amministrazione è un parcheggio a bassa produttività. Con notevoli eccezioni: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la sanità italiana è un’eccellenza nel mondo”.


Sicurezza ferroviaria, nel 2012 in Italia 69 morti

16 aprile 2013

Nei giorni scorsi un addetto alle pulizie a bordo dei treni ha perso la vita alla stazione Tiburtina di Roma dopo essere stato travolto da un Frecciarossa della linea Roma-Milano. Pochi giorni prima è stato presentato un documento elaborato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie sugli incidenti avvenuti negli anni scorsi. Nel 2012 si sono verificati 108 incidenti definiti “gravi”, che hanno provocato 69 morti e 40 feriti gravi.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it vengono analizzati i contenuti di quel documento.

“Nel giorno dell’inaugurazione del Frecciarossa 1000, il treno più veloce mai prodotto in serie in Europa, che consentirà di viaggiare in due ore e mezza tra Roma Termini e Milano Centrale, un uomo di 32 anni è morto dopo essere stato investito da un Frecciarossa dell’Alta velocità che viaggia sulla stessa linea.

Dario Miceli era un dipendente della Manutencoop, azienda del Bolognese che gestisce i servizi di pulizia a bordo degli Italo di Ntv, ed è stato travolto mentre stava attraversando i binari alla stazione Tiburtina. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e la Polfer, che dovrà appurare se si sia trattato di un incidente o di un suicidio, analizzando anche le riprese delle telecamere, perché le versioni dell’accaduto fornite da alcuni testimoni sono contrastanti.

La tragedia è avvenuta all’indomani della presentazione di un documento sugli incidenti avvenuti nel 2012, elaborato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie (Ansf), l’organismo indipendente istituito nel 2007 per regolamentare la sicurezza della circolazione ferroviaria sulla rete nazionale, vigilare sull’applicazione delle norme, e rilasciare autorizzazioni, certificazioni e omologazioni alle imprese e ai gestori delle infrastrutture.

Dall’analisi condotta su dati non ancora consolidati, che anticipa il report annuale che sarà pubblicato in settembre, emerge che nel corso dello scorso anno si sono verificati 108 incidenti classificabili come ‘gravi’ ai sensi delle direttive comunitarie, con 69 morti e 40 feriti gravi. Lo stesso numero registrato nel 2011, quando morti e feriti erano stati rispettivamente 65 e 34. Dei 69 morti, due sono passeggeri, uno appartiene al personale ferroviario e 66 sono persone esterne al sistema ferroviario, come chi ha perso la vita attraversando un passaggio a livello chiuso.

Gli incidenti ai passaggi a livello, pur diminuendo in termini assoluti (13 nel 2012 rispetto ai 18 dell’anno precedente), restano una delle aree di maggiore criticità per la gravità degli esiti: 13 morti e nove feriti gravi rispetto ai 15 morti e tre feriti gravi del 2011.

Nel 2012 sono aumentate le collisioni di treni contro ostacoli (sette nel 2012 rispetto ai sei del 2011) senza conseguenze per le persone, collegate soprattutto al dissesto idrogeologico.

In leggero aumento gli incidenti provocati da materiale rotabile in movimento: 81 nel 2012 rispetto ai 78 del 2011, con 56 morti e 29 feriti gravi, rispetto ai 50 e 31 dell’anno precedente. In questa categoria rientrano anche gli incidenti ai passeggeri, compresi quelli in salita e discesa dai treni, che con due morti e due feriti gravi sono in aumento rispetto ai due feriti del 2011 ma ampiamente al di sotto dei valori registrati negli anni precedenti, a conferma di un trend in diminuzione che è pari al 73% rispetto al 2009.

Nei cantieri, invece, sono stati registrati tre feriti gravi (un morto nel 2011).

I deragliamenti nel 2012 sono stati cinque, uno in più dell’anno precedente, con un ferito grave, e sono stati provocati principalmente da problemi legati alla manutenzione dell’infrastruttura.

Secondo l’Ansf, le carenze sul fronte della manutenzione sono la causa o la concausa del 39% degli incidenti gravi. Un dato preoccupante confermato anche dagli esiti dell’attività ispettiva: dai controlli effettuati nel 2012 dall’Agenzia, infatti, sono emerse non conformità relative all’infrastruttura in quasi l’11% dei casi, mentre i controlli sulle imprese ferroviarie hanno registrato casi di non conformità pari al 20%.

Frattanto nella terza udienza preliminare del processo per il grave incidente ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui persero la vita 32 persone e decine rimasero ferite, la settimana scorsa il gup di Lucca, Alessandro Dal Torrione, ha accolto un centinaio di richieste di costituzione di parte civile, tra cui quelle di famigliari delle vittime, rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, Inail, sindacati, Codacons, Comune di Viareggio, Provincia di Lucca e Regione Toscana.

Trentadue gli indagati, tra dirigenti e dipendenti delle società del gruppo Fs, della Gatx, proprietaria del convoglio che deragliò, e delle aziende di revisione Cima e Jugenthal. Per loro le accuse sono, a vario titolo, di disastro ferroviario colposo, incendio colposo, lesioni colpose plurime e omicidio. La prossima udienza si svolgerà il 3 giugno”.