E’ giusto vietare i botti a Capodanno

29 dicembre 2015

In quasi 1.000 comuni sono state emesse delle ordinanze in base alle quali si vieta i far scoppiare i “botti” a Capodanno. Questo divieto è stato imposto anche per salvaguardare la salute degli umani ed impedire il verificarsi di incendi, ma la motivazione principale è stata rappresentata, senza dubbio, dalla volontà di tutelare la salute degli animali domestici, cani e gatti soprattutto.

Del resto le associazioni animaliste, da anni, si sono battute affinchè fosse imposto tale divieto.

Ma quest’anno è aumentato notevolmente il numero dei Comuni che hanno previsto il divieto.

Tralasciando le altre motivazioni, a mio avviso secondarie nel determinare quelle decisioni dei Comuni, è giusto, a mio avviso, che il divieto di far scoppiare i “botti” a Capodanno sia stato imposto per salvaguardare la salute di cani e gatti.

Per me e per molte altre persone, sempre in un numero maggiore, gli animali domestici assumono una notevole importanza, nell’ambito della nostra vita quotidiana.

Sarebbe utile ed opportuno analizzare approfonditamente le motivazioni di tale crescente importanza che attribuiamo agli animali domestici.

Ma la realtà è questa.

E la considerazione, piuttosto diffusa, che ci sono problemi di maggiore rilievo rispetto a quelli che possono interessare gli animali domestici, e i loro “padroni”, non mi sembra valida, per nulla.

Certo, ci sono problemi di maggiore rilievo, ma non per questo non si devono affrontare problemi di minore rilievo i quali, peraltro, non sono affatto secondari, e quindi trascurabili.

Probabilmente, utilizzano quella considerazione coloro che non hanno mai avuto in casa animali domestici, che non li conoscono quindi.

E come per altre questioni, la disinformazione, la non conoscenza, induce a formulare giudizi sbagliati.

Pertanto io spero che, il prossimo anno, aumenti ancora, considerevolmente, il numero dei Comuni che imporrà il divieto di cui ho riferito in questo post.

E ritengo che questa mia speranza si tradurrà in realtà.


Contro lo smog lo stop al traffico non serve a niente

27 dicembre 2015

L’emergenza smog sta interessando molte città italiane e le polveri sottili, complice il bel tempo, condannano i cittadini a respirare massicce dosi di inquinanti. Da giorni infatti, i livelli di esposizione dei cittadini agli inquinanti nell’aria rimangono elevati e ancora ben oltre le soglie consentite dalla normativa. Situazione che difficilmente sarà risolta solo con gli interventi sporadici che le amministrazioni propongono in fase d’emergenza, tra targhe alterne, blocchi del traffico, mezzi pubblici gratis e nessuna politica concreta e lungimirante.

A tale proposito ha dichiarato la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni: “Questa situazione rappresenta una emergenza ma non certo un caso eccezionale. Ogni anno in questa stagione ci troviamo a dover affrontare picchi di inquinamento e contare sulla pioggia, che prima o poi scenderà, non è proprio la soluzione più efficace e utile.

Sicuramente i singoli cittadini possono mettere in campo comportamenti virtuosi che contribuiscano a diminuire le emissioni inquinanti ma la vera ricetta per cambiare le cose può venire solo dal Governo e dalle istituzioni. 

Solo mettendo finalmente mano a nuove politiche di mobilità incentrate su trasporto pubblico locale, treni per pendolari e mobilità alternativa potremo raggiungere migliori livelli di vivibilità e liberare i nostri centri urbani dalla cappa inquinante che, non dimentichiamolo, contribuisce all’aumento di patologie respiratorie, soprattutto nei bambini, e cardiovascolari negli anziani”.

Pertanto Legambiente ha invitato il Governo, i ministeri dell’Ambiente, della Salute e delle Infrastrutture e i Comuni a intervenire con politiche concrete ed efficaci per garantire una migliore qualità dell’aria e della vita in tutte le città, a partire da dieci proposte.

1.000 treni per i pendolari.

Fuori i diesel dalle città.

Nuovi controlli sulle emissioni reali delle auto.

Ridurre la velocita.

Chi inquina paga.

Prevenire è meglio che curare.

Stop ai sussidi all’autotrasporto per migliorate il trasporto pubblico locale.

Riscaldarsi senza inquinare.

Ridurre l’inquinamento industriale.

Ho riportato solo i titoli delle proposte di Legambiente. Ma il loro significato mi sembra comunque chiaro.

Sono proposte ampiamente condivisibili, credo.

Alcune di queste proposte non possono essere realizzate in breve tempo.

Ma, nonostante questo, sono proposte che devono essere accolte e attuate.

Altrimenti, ci troveremo sempre, forse anche con maggiore frequenza, di fronte alla situazione che sta caratterizzando da alcuni giorni numerose città italiane.

E, è bene ribadirlo, i provvedimenti d’emergenza servono a poco. Forse a niente.


Un terzo delle famiglie non ha ancora accesso a internet

23 dicembre 2015

L’Istat ha recentemente diffuso il rapporto “Cittadini, imprese e Ict”. Ne emerge una situazione contraddittoria, caratterizzata sia da aspetti positivi che negativi. Infatti, ad esempio, tra il 2010 e il 2015 è sì aumentata la quota di famiglie che ha un accesso a internet da casa dal 52,4% al 66,2%. Ma, appunto, un terzo non dispone di una connessione.

Questi e altri dati contenuti nel rapporto sono stati resi noti in un articolo pubblicato su www.techeconomy.it.

Inoltre, se da una parte cresce, dal 41,0% al 64,4%, dal 2010 al 2015,  la disponibilità di banda larga  per le famiglie dall’altra, rispetto all’Europa l’Italia è tra gli ultimi sei paesi nella graduatoria sulla diffusione della banda larga.

Non bene neppure il fronte delle competenze: solo il 29,5% degli utenti di internet ha competenze digitali elevate, la maggioranza degli utenti ha invece competenze di base (36,6%) o basse (31,4%).

E se da una parte crescono le imprese che vendono via web (7,9% contro 6,3% del 2014) , soltanto il 12,8% delle imprese permette di effettuare on line ordinazioni o prenotazioni dei propri prodotti (11,5 nel 2014) e solo il 10% ha venduto online i propri prodotti nel corso dell’anno precedente.

Poi, il 71% delle persone che hanno navigato in internet negli ultimi 3 mesi lo ha fatto per scopi culturali: il 52,5% ha navigato per leggere giornali, informazioni, riviste online e il 32,7% ha guardato video in streaming.

Un italiano su quattro si è connesso ad internet per guardare film in streaming (25,1%), ascoltare la radio (23,0%), guardare programmi televisivi (22,5%).

I maggiori fruitori sono i 15-24enni, con l’eccezione della lettura di giornali, informazioni o riviste per la quale si verifica il contrario.

Quasi un terzo degli utenti (32,1%) pubblica sul web contenuti di propria creazione (come testi, fotografie, musica, video, software, ecc.) ma la quota sfiora il 50% fra i giovani di 18-24 anni.

Il web si rivela anche un importante strumento per l’interazione sociale.

Più della metà degli internauti (56,1%) lo ha usato per creare un profilo utente, inviare messaggi o altro su Facebook o Twitter; oltre l’80% dei 15-24enni utilizza un social network e, fra questi, sette su 10 vi partecipano quotidianamente (contro il 56,6% della media).

Inoltre, nel 2015, il 94,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza connessioni in banda larga fissa o mobile (91,8% connesse in banda fissa, 63,3% in banda mobile).

Considerando le imprese per tipologia di connessione utilizzata, oltre sei su 10 (60,7%) ricorrono sia a connessioni fisse che mobili: tale quota varia dal 93,4% delle imprese con almeno 250 addetti al 57,9% di quelle con 10-49 addetti. Tra queste ultime, quattro imprese su 10 non utilizzano ancora connessioni mobili per l’attività lavorativa.

Il 5,6% delle imprese dichiara di non utilizzare connessioni in banda larga. Si conferma la crescita della connessione mobile in banda larga, da 60,0% del 2014 a 63,3%.

Nel complesso comunque l’adozione dell’Ict resta basso tra le imprese.

L’87,6% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca ad un livello “basso” o “molto basso” di adozione dell’Ict, non essendo coinvolte in più di 6 attività tra quelle considerate (la media europea è del 78%); il restante 12,4% si posiziona su livelli “alti” o “molto alti” di digitalizzazione.

Per quanto riguarda la presenza on line il 70,7% delle imprese con almeno 10 addetti dispone di un sito web (69% nel 2014); una impresa su quattro ha sul sito un link al proprio profilo social mentre il 37,3% utilizza un social media (32% nel 2014), soprattutto per finalità di marketing (29,6%).

Ma se è vero che sette piccole imprese su dieci hanno un sito web e tre utilizzano un social media, emergono forti differenze per classe dimensionale, nel senso che la digitalizzazione nelle piccole imprese è meno diffusa.

Ma sebbene il 70,7% delle imprese abbia quindi un proprio sito web, poco più di un terzo lo usa per offrire servizi più avanzati come quelli legati alla tracciabilità delle ordinazioni on line o alla personalizzazione di contenuti e prodotti.

Solo il 12,8% delle imprese permette ai visitatori del sito di effettuare on line ordinazioni o prenotazioni dei propri prodotti (11,5 nel 2014). Tale percentuale sale fino a coinvolgere una impresa su quattro fra quelle di maggiore dimensione.

Nel corso del 2014 solo il 10% di imprese con almeno 10 addetti ha venduto on line i propri prodotti nel corso dell’anno precedente (8,2% nel 2014). La quota sale al 29,6% nel caso di imprese con almeno 250 addetti, mentre scende al 6,7% considerando solo quelle imprese che hanno effettuato vendite on line per un valore almeno pari all’1% del proprio fatturato totale.

Dall’esame di questi dati, soprattutto se confrontati con quelli riferibili ad altri Paesi, risulta evidente che sia necessario promuovere, in Italia, interventi tendenti a diffondere e a migliorare l’utilizzo di internet sia da parte delle famiglie che da parte delle imprese.

E pertanto il Governo dovrebbe attuare una politica molto più incisiva, per far sì che ciò avvenga.


Il nuovo amministratore delegato delle Ferrovie si occuperà dei pendolari?

21 dicembre 2015

E’ stato recentemente nominato il nuovo amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Renato Mazzoncini, in seguito ad una esplicita scelta dello stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma Mazzoncini si occuperà, adeguatamente, dei problemi dei pendolari? Sarebbe più che necessario, se si considera quanto emerge dall’anticipazione, appena diffusa, dei contenuti del consueto rapporto annuale sulla situazione del trasporto ferroviario italiano, relativamente soprattutto alle problematiche riguardanti i pendolari, redatto da Legambiente.

Quali i principali risultati del rapporto?

Treni vecchi, lenti, su linee che subiscono troppo spesso tagli e accumulano ritardi.

La situazione del trasporto ferroviario italiano è sempre più divisa in due, tra una Alta Velocità con servizi più veloci e moderni e un servizio locale con diffusa situazione di degrado che spinge purtroppo i cittadini all’uso dell’auto privata, con aggravio dei costi, del traffico veicolare, dell’inquinamento.

Eppure, sono circa 3 milioni le persone che ogni giorno utilizzano i treni per raggiungere i luoghi di lavoro o studio.

I treni sono troppo vecchi.

Attualmente sono circa 3.300 i treni in servizio nelle regioni con convogli di età media pari a 18,6 anni, con differenze però rilevanti da regione a regione.

E sono anche pochi.

Dal 2010 a oggi, complessivamente, si possono stimare tagli pari al 6,5% nel servizio ferroviario regionale proprio quando nel momento di crisi è aumentata la domanda di mobilità alternativa più economica rispetto all’auto, anche se con differenze tra le diverse regioni.

Poi, manca totalmente una “regia” nazionale rispetto a un tema che non può essere delegato alle Regioni senza controlli.

Anche perché da Berlusconi a Renzi, chi è stato al Governo in questi anni ha una forte responsabilità rispetto alla situazione che vivono i pendolari.

Rispetto al 2009  le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 25% con la conseguenza che le Regioni, a cui sono state trasferite nel 2001 le competenze sui treni pendolari, hanno effettuato in larga parte dei casi tagli al servizio e  hanno aumentato le tariffe.

“Il trasporto pendolare dovrebbe essere una priorità delle politiche di Governo – ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini – perché risponde a una esigenza reale e diffusa dei cittadini e perché,  se fosse efficiente, spingerebbe sempre più persone ad abbandonare l’uso dell’auto con vantaggi ambientali, climatici e di vivibilità delle nostre città.

Eppure, un cambio di rotta delle politiche di mobilità ancora non si vede. Nella legge di Stabilità non c’è nessuna risorsa per l’acquisto di nuovi  treni o per il potenziamento del servizio, mentre gli stanziamenti erogati dalle Regioni sono talmente risibili da non arrivare, in media, nemmeno allo 0,28% dei bilanci.

La nostra mobilitazione a fianco dei pendolari – continua Zanchini – punta a cambiare questo stato di cose. Governo e Regioni devono impegnarsi concretamente per migliorare il trasposto pubblico su ferro”.

Inoltre, al contrario degli altri Paesi europei, in Italia negli ultimi 20 anni neanche un euro è stato investito dallo Stato per l’acquisto di nuovi treni.

Alcune Regioni hanno fatto investimenti attraverso i contratti di servizio, altre più virtuose, individuando risorse nel proprio bilancio o orientando in questa direzione i fondi europei.

In assenza di una regia nazionale ci si trova sempre di più di fronte a un servizio di serie A, per i treni ad alta velocità, di serie B nelle Regioni che hanno individuato risorse per evitare i tagli, e di serie C nelle altre Regioni.

E le 10 peggiori linee ferroviarie per i pendolari, secondo Legambiente, sono: Roma-Lido, Alifana e Circumvesuviana, Chiasso-Rho, Verona-Rovigo, Reggio Calabria-Taranto, Messina-Catania-Siracusa, Taranto-Potenza-Salerno, Novara-Varallo, Orte-Foligno-Fabriano, Genova-Acqui Terme.

E Zanchini ha così proseguito: “L’Italia continua a non avere una politica per il trasporto ferroviario nazionale e locale fuori dall’Alta Velocità.

Eppure è evidente che senza una regia e investimenti la situazione di disagio che si vive in larga parte d’Italia non cambierà.

Il cambiamento passa anche per l’acquisto di nuovi treni, nell’interesse generale oltre che dei pendolari: nel rinnovamento del parco rotabile in circolazione sostituendo i treni con più di 20 anni di età; nel potenziamento dell’offerta nelle tratte più frequentate delle aree metropolitane; nel miglioramento del servizio nelle regioni meridionali perché oggi sono numerose le linee che collegano anche importanti centri urbani ma con pochissimi convogli oltretutto obsoleti”.

Le considerazioni di Zanchini sono più che condivisibili.

Purtroppo non credo che, almeno nel breve periodo, le sue giuste proposte saranno, quanto meno pienamente come necessario, né dal nuovo amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato né dalle Regioni né soprattutto dal Governo, le cui responsabilità, per i problemi esistenti, sono senza dubbio le maggiori.


Max è malato e vuole morire. Ma niente eutanasia

18 dicembre 2015

Massimiliano Fanelli, 54 anni, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, dallo scorso 17 ottobre ha deciso di interrompere le cure   relative alla sua malattia. Tale decisione avrà, ovviamente, l’effetto di accelerare la sua morte. Ha, poi, fondato il movimento #iostoconmax, con l’obiettivo di spingere il Parlamento a discutere il disegno di legge, di iniziativa popolare, sul fine-vita, finalizzato a consentire anche in Italia l’eutanasia, promosso dall’associazione Luca Coscioni. 

Nella lettera in cui ha annunciato la sua decisione ha, tra l’altro, scritto: “Caro Sato se non mi dai la dignità e la libertà, tieniti pure le medicine per la Sla”.

E ha dichiarato inoltre: “Devi imparare ad adattarti ai nuovi dolori e alle nuove capacità. Io, per esempio, pur essendo rimasto solo con un occhio funzionante e l’udito, ho appena contratto una congiuntivite allo stesso occhio, con una conseguente semi paralisi. Per scrivere tre righe con il pc a controllo oculare ci ho impiegato anche due ore”.

La sua iniziativa ha ottenuto numerose e significative adesioni. Tra le altre quella della presidente della Camera, Laura Boldrini, che si è recata personalmente a fargli visita nella sua casa, a Senigallia.

Nonostante questo, nessun risultato.

Completa indifferenza da parte dei capigruppo di Camera e Senato, riguardo alla richiesta di calendarizzare la discussione su una legge sul fine vita.

Anche questa, a mio avviso, è una dimostrazione evidente della lontananza della politica relativamente a pur importanti esigenze dei cittadini.

E il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione sui diritti umani, ha così commentato quanto sta avvenendo: “Quella di Max è una lotta che della costrizione al silenzio e all’immobilità, determinati dalla malattia, ha fatto una forza.

E che dalla fragilità di un corpo malato ha tirato fuori il coraggio che non hanno le istituzioni.

E appaiono davvero inadeguate quelle istituzioni davanti all’ammonimento di Fanelli che elenca le occasioni perse dalla politica su questo tema: ‘Nel nulla sono finiti i nostri appelli sia scritti che videoregistrati al presidente Mattarella e al Papa.

E’  inaccettabile che vengano trattati in questo modo migliaia di malati terminali, costretti dall’assenza di una legge sul fine vita a subire dolori e sofferenze condivise sia dal malato che dalla famiglia. E’ incredibile che cadano nell’oblio cosi velocemente le nostre richieste’”.

E’ davvero inaccettabile, come sostiene Fanelli, che migliaia di malati terminali non siano assolutamente presi in considerazione dai parlamentari.

E’ inaccettabile, ma, purtroppo, non credo che, almeno nel breve periodo, la situazione sia destinata a cambiare.

E le responsabilità sono anche della Chiesa cattolica italiana e del Vaticano che osteggiano, in tutti i modi, la possibilità di introdurre nel nostro ordinamento giuridico l’eutanasia, influenzando pesantemente una parte consistente dei parlamentari  che, però. evidentemente, sono d’accordo nel lasciarsi influenzare.


Abolire il carcere

15 dicembre 2015

Stefano Anastasia, ricercatore universitario, con Luigi Manconi, Valentina Calderone e Federica Resta, ha scritto recentemente un libro dal titolo emblematico “Abolire il carcere”. Una proposta provocatoria ma che gli autori definiscono ragionevole.

Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto all’Università di Perugia, ha rilasciato un’intervista pubblicata su www.huffingtonpost.it, relativamente ai contenuti di questo libro.

Anastasia sostiene innanzitutto che “nel 1978 il Parlamento italiano votò la legge per la soppressione dei manicomi. Ora tocca alle carceri che, così come sono strutturate, servono a riprodurre crimini e criminali, non proteggono i cittadini e non aiutano i detenuti a rieducarsi. Il carcere è un’istituzione storica, a  cui la Costituzione, che parla solo di pene e mai di carcere, non ci obbliga”.

E poi aggiunge “molti dei Paesi europei più avanzati stanno investendo sulle alternative al carcere: solo il 24% dei condannati va in carcere in Francia e in Inghilterra, in Italia l’82%.

Non solo. Nel nostro Paese chi ruba in un supermercato si trova detenuto accanto a chi ha commesso crimini efferati. Il carcere non serve a nessuno.

I numeri lo dicono in modo chiaro: la percentuale di recidiva è altissima. La detenzione in strutture fatiscenti e sovraffollate deve essere abolita e sostituita da misure alternative, efficaci ed economiche”.

E ancora: “proponiamo, ovvio l’abolizione del carcere, ma non delle pene, che, però, devono essere alternative.

Quando la Corte federale della California ha intimato a Schwarzenegger di ridurre di un terzo la popolazione detenuta, ha spiegato come con la metà della spesa si sarebbero potuti approntare i migliori programmi di sostegno al reinserimento sociale dei 50.000 detenuti da liberare”.

Alla domanda sul perché invece di abolire il carcere non lo si umanizza, Anastasia risponde “l’impegno per l’umanizzazione del carcere è nato con la sua stessa invenzione, ma non ha mai potuto fare di meglio che modificare leggermente condizioni di detenzione sempre e comunque degradanti rispetto alla concezione corrente della dignità umana.

Bisogna prendere atto di due cose: il carcere – salvo casi eccezionali – non rieduca, e poi, costituisce strutturalmente un luogo di degradazione delle persone”.

E alla domanda “Ma come spiegare al cittadino perbene, che non ha mai commesso alcun reato, che il carcere deve essere abolito?”, Anastasia risponde così:

“Sono anni, decenni, che ci battiamo per il rispetto e la promozione dei diritti dei detenuti, ma con questo libro abbiamo voluto parlare a chi è dall’altra parte per spiegare che il carcere non produce più sicurezza. Al contrario, alimenta rabbia, disperazione e risentimento, se non vere e proprie carriere criminali.

Dunque, è proprio nell’interesse di chi non ha commesso reati e pensa che non ci finirà mai, che noi proponiamo che sia abolito.

Tutti dovrebbero conoscere i dati di quelle poche e certe statistiche che dicono che il 67% di coloro che scontano interamente la pena in carcere entro sette anni sono di nuovo dentro, mentre solo il 19% di chi sconta una pena fuori dal carcere ci ritorna.

E’ certamente una battaglia difficile, ma merita di essere fatta. L’uso populistico del diritto penale acquieta gli animi scossi da episodi di violenza, ma non produce sicurezza. E, d’altro canto, si illude chi pensa di approfittarne per guadagnare qualche voto. Si tratta di consensi volatili quanto arrabbiati”.

E così conclude Anastasia: “Non è certo dai detenuti più pericolosi che si può partire per abolire le carceri, ma ci si deve liberare dal preconcetto che il carcere sia necessario. E’ successo con la schiavitù, i manicomi. Ci vorranno tempo e un processo graduale, ma deciso, di avvicinamento”.

Certo, la proposta di abolire il carcere è provocatoria.

Ma le motivazioni alla base della proposta sono tutt’altro che irragionevoli.

E la proposta, quanto meno, meriterebbe una discussione approfondita e non un rigetto immediato.

E’ chiedere troppo?


Amnesty International: come abbiamo armato l’Isis

13 dicembre 2015

In un nuovo rapporto Amnesty International ha denunciato come decenni di forniture mal regolamentate di armi all’Iraq e gli scarsi controlli sul terreno abbiano messo a disposizione del gruppo armato che si è denominato “Stato islamico” un ampio e mortale arsenale, usato per compiere crimini di guerra e crimini contro l’umanità su scala massiccia nello stesso Iraq e in Siria.

Il rapporto è sintetizzato in un comunicato emesso da Amnesty.

Basandosi sull’analisi, da parte di esperti, di migliaia di video e immagini di cui è stata verificata l’autenticità, il rapporto di Amnesty International – intitolato “Fare scorta: come abbiamo armato lo Stato islamico” – spiega come il gruppo armato stia usando armi, in larga parte prelevate dai depositi militari iracheni, concepite e prodotte in almeno 25 paesi compresi Russia, Cina, Usa e alcuni Stati dell’Unione europea.

“La quantità e la varietà delle armi usate dallo ‘Stato islamico’ è l’esempio da manuale di come commerci irresponsabili di armi alimentino atrocità di massa” – ha dichiarato Patrick Wilcken, ricercatore su controlli sulle armi, commerci di materiali di sicurezza e violazioni dei diritti umani di Amnesty International.

“La scarsa regolamentazione e la mancata supervisione sull’immenso afflusso di armi in Iraq a partire da decenni fa sono state la manna dal cielo per lo ‘Stato islamico’ e altri gruppi armati, che si sono trovati a disposizione una potenza di fuoco senza precedenti” – ha commentato Wilcken.

Dopo aver preso il controllo di Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel giugno 2014, lo “Stato islamico” è entrato in possesso di un’incredibile quantità di armi e munizioni di fabbricazione internazionale, tra cui armi e veicoli militari made in Usa poi utilizzati per conquistare altre parti del Paese, con conseguenze devastanti per le popolazioni locali.

Questa enorme disponibilità di armi catturate o acquisite in modo illecito ha permesso allo “Stato islamico” di portare avanti una terribile campagna di violenza: uccisioni sommarie, stupri, torture, rapimenti e presa di ostaggi hanno costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire, trasformandosi in profughi interni o in rifugiati.

Fin qui il comunicato emesso da Amnesty International.

Io vorrei aggiungere che, innanzitutto, sarebbe opportuno verificare se anche armi italiane siano oggi utilizzate dall’Isis. Io credo proprio di sì.

E sarebbe anche interessante sapere se, tramite altre vie, oltre quella rappresentata dalle armi irachene, sono arrivate all’Isis armi da Paesi che non avrebbero dovuto inviarle al cosiddetto Stato islamico.

Sono state accusate di aver fatto questo, ad esempio, l’Arabia Saudita ed altri piccoli Paesi ad essa vicini.

E poi ci sono state anche altre forme di sostegno dell’Isis, di natura finanziaria: soprattutto tramite l’acquisto del petrolio estratto nei territori controllati dallo Stato islamico da parte di Paesi che, oggi, fanno parte della coalizione che dovrebbe combattere lo stesso Isis.

In questo ultimo caso, si potrebbe rilevare che, ancora una volta, è dimostrato che “pecunia non olet”.