In Italia 68.000 sfratti nel 2012

30 giugno 2013

Il ministero dell’Interno ha, recentemente, pubblicato i dati relativi agli sfratti verificatisi nel 2012. Complessivamente gli sfratti sono stati 67.790, con un aumento del 6,2% rispetto all’anno precedente. Oltre 60.000 sono stati gli sfratti avvenuti per morosità.

Il segretario generale del Sunia, il sindacato degli inquilini, ha così commentato quei dati:

“E’ da tempo che segnaliamo con forte preoccupazione la tendenza all’aumento degli sfratti per morosità che nell’arco di 7, 8 anni, se non si interviene con provvedimenti adeguati, raggiungeranno la cifra impressionante di 500.000 unità, quasi il 15% delle famiglie in affitto da privati.

I dati appena pubblicati dal ministero dell’Interno relativi agli sfratti del 2012, seppur incompleti, confermano questa previsione.

67.790 sfratti complessivi con un aumento del 6,18% rispetto al 2011, di questi oltre 60.000 sono per morosità (60.244 pari all’88,9% del totale), valori destinati ad aumentare per l’assenza di numerose province.

Di fronte a questi numeri risalta ancor di più la totale inerzia del ministro Lupi che, non più tardi di una settimana fa, non ha neanche citato il problema nell’audizione alla commissione competente.

La progressiva scomparsa di risorse destinate alle famiglie in affitto per affrontare una crisi durissima ed un livello degli affitti insostenibile, è stata la linea disastrosa seguita dagli ultimi Governi che, continuando a perseguire la sciagurata linea dell’incentivo alla proprietà della casa, non hanno finanziato un sistema di offerta adeguato alle capacità economiche della domanda che nel frattempo si è fatta sempre più debole.

I risultati li stiamo vedendo, mentre il Governo ed il Parlamento discutono solo di Imu, centinaia di migliaia di famiglie hanno perso o rischiano di perdere la loro abitazione.  Bisogna cambiare registro assumendo il problema degli sfratti come una priorità, trovando immediatamente risorse e strumenti per fermare questo dramma e contemporaneamente ripensare la politica abitativa partendo dalla domanda reale che oggi è fatta in grandissima parte di famiglie monoreddito, giovani precari, pensionati a basso reddito, che hanno bisogno di una casa con un affitto sopportabile”.

La Cgil, sempre in relazione ai dati emessi dal ministero dell’Interno, ha diffuso questo comunicato:

“I dati diffusi dal ministero dell’Interno relativi al 2012, ancora incompleti, confermano quanto il problema degli sfratti e soprattutto quello delle morosità, legate a chi non riesce più a sostenere i costi della casa a causa delle condizioni economiche sempre più critiche delle famiglie, sia sempre più un’emergenza, esplosiva dal punto di vista sociale.

La soluzione di questo dramma deve essere assunto dal Governo come una priorità, ricercando risorse e strumenti che  agiscano in direzione dell’ampliamento dello stock abitativo in affitto a costi sostenibili, per una domanda che oggi si è profondamente modificata, è costituita da famiglie che subiscono un progressivo impoverimento, vede le maggiori criticità nei cittadini con redditi bassi, nei giovani, negli anziani, nei disoccupati, nei migranti, ma comincia a caratterizzarsi come un fenomeno che colpisce anche il ceto medio.

L’abitare, quindi, rappresenta oggi una componente importante del grave disagio sociale che connota fasce sempre più ampie di popolazione.

Dai dati del ministero emerge come i provvedimenti emessi siano aumentati del 5,18% rispetto al 2011 e, in percentuale, siano aumentate ancora di più le morosità, dell’8,27%.

A numeri già gravissimi che sommano negli anni gli sfratti emessi i quali, con tutta probabilità, si concluderanno con un’esecuzione, si aggiungono almeno altre 60.000 famiglie (numero destinato ad
aumentare quando saranno forniti anche i dati delle province mancanti), che nel 2012 hanno subìto un provvedimento per morosità, spesso incolpevole, legata cioè a chi ha perso il posto di lavoro, subendo una drammatica contrazione del reddito.

La Cgil e il Sunia da tempo denunciano il preoccupante aumento degli sfratti per morosità nel comparto dell’affitto, stimando che,  nell’arco di 7, 8 anni, in assenza di provvedimenti adeguati, questi raggiungeranno la cifra impressionante di 500.000 unità, quasi il 15% delle famiglie in affitto da privati e rilevando come più di un terzo attualmente riguardi nuclei in cui il capofamiglia ha perso il posto di lavoro.

Il tutto a fronte della mancanza di quanto risulta oggi indispensabile per affrontare con urgenza le emergenze del disagio abitativo: alloggi alternativi a costi sostenibili, una possibile risposta dell’edilizia residenziale pubblica che dovrebbe tutelare le fasce più disagiate della popolazione e un fondo di sostegno all’affitto che sostenga i redditi più bassi, oggi azzerato”.

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Gli italiani consumano più antidepressivi

26 giugno 2013

Secondo il Censis, in Italia, in sei anni è cresciuto del 16% il consumo di antidepressivi. E sono aumentate le paure collettive, le principali sono per il futuro dei figli e per la disoccupazione. E’ aumentata la paura di essere rapinati in casa. Ed è cresciuto il pessimismo sul futuro.

In un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it) sono esaminati i principali risultati emersi dal tradizionale appuntamento di riflessione di giugno, organizzato dal Censis, “Un mese di sociale”.

“‘Una volta la sfida era l’esame, oggi è la vincita al gioco.

Stime attendibili affermano che non più del 20% degli italiani possiede le competenze minime per orientare e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita quotidiana. Questo svilimento del capitale culturale si riflette nella crisi endemica di cinema e teatri, accresciuta dalla crisi.

Gli individui che compongono la società impersonale hanno un’identità volatile. Cercano prove iniziatiche e sfide per affermare la propria identità, ma anzichè affrontare esami universitari, affrontano avvincenti sfide con i videogiochi o il gioco online.

Il 31% dei genitori italiani gioca quotidianamente con i videogiochi anche per più di due ore. E oltre il 30% degli adolescenti dichiara di conoscere ragazzi che giocano al poker online’.

Emerge questo dall’ultimo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di riflessione di giugno ‘Un mese di sociale’, dedicato quest’anno a ‘La società impersonale’, organizzato dal Censis.

‘L’identità delle persone poggia sempre più sull’aspetto estetico. Siamo terzi al mondo per numero di interventi di medicina e chirurgia estetica in rapporto alla popolazione’. Nel 2012 in Italia – continua il Censis – gli interventi di medicina estetica sono aumentati del 24,5%. Quanti non si accontentano di avvicinarsi a canoni di bellezza spesso omologati dallo star system, ma vogliono trasmettere attraverso il loro corpo qualche tipo di messaggio che li identifichi, hanno a disposizione 900 centri per il tatuaggio (costo variabile da 40 a 2.000 euro l’uno). Ogni settimana aprono in Italia 4 nuovi centri specializzati in tatuaggi’.

‘A fronte di un reale aumento di estorsioni, minacce, omicidi e tentati omicidi (da 462.000 a 588.000 in 6 anni), crescono le paure collettive.

Guidano la classifica quelle per il futuro dei figli e per la disoccupazione, aumenta di 10 punti percentuali quella di essere rapinati in casa. Su tutte svetta la paura del degrado ambientale e la distruzione dell’equilibrio naturale. Per quanto riguarda i figli, si temono incontri pericolosi in rete (pedofili) e bullismo.

Cresce – avverte il Censis – il pessimismo sul futuro, anche perchè la gran parte degli italiani prevede un ulteriore slittamento etico: per il 55% aumenteranno le tangenti, come l’evasione fiscale (58,6%) e la pratica di accettare affari di dubbia committenza (59,8%)’.

‘I ritmi della vita sono sempre più caotici, anche il turn over dei negozi si è fatto rapidissimo e agli stessi ritmi bruciano i nuovi movimenti politici.

Il 68% degli italiani pensa che tra 5-10 anni saremo fortemente condizionati dai ritmi accelerati. Intanto – conclude il Censis – aumenta il consumo di psicofarmaci: +16,2% di antidepressivi in 6 anni’”.


Aboliamo il Concordato

24 giugno 2013

L’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha lanciato una petizione, rivolta ai parlamentari, affinchè sia abolito il Concordato, cioè l’accordo, sottoscritto da Mussolini nel 1929, che regola i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Si può sottoscrivere la petizione visitando il sito www.uaar.it.

Questo è il testo della petizione.

“I Patti Lateranensi con la Santa Sede furono sottoscritti nel 1929 da Benito Mussolini e sono ancora oggi citati nella Costituzione, all’articolo 7, pur essendo stato siglato nel 1984 da Bettino Craxi il cosiddetto ‘nuovo concordato’.

È una presenza che è motivo di imbarazzo. Perché rappresenta un retaggio del regime fascista. Perché il panorama religioso è assai cambiato, dal 1929: l’Italia è ora un paese assai più variegato, dal punto di vista della fede, ed esiste ormai una forte presenza di cittadini atei e agnostici. Ma, soprattutto, perché costituisce la base di privilegi ormai inaccettabili.

L’articolo 3 della nostra Costituzione riconosce che ‘tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di religione’. Ma la stessa Costituzione cita poi soltanto una confessione religiosa, quella cattolica. Come direbbe Orwell: qualcuno è più uguale degli altri?

Il Concordato riconosce alla Chiesa ampi ed esclusivi privilegi: dall’insegnamento della propria dottrina nelle scuole della Repubblica (con docenti scelti dai vescovi ma pagati da tutti i contribuenti) al regime speciale per il matrimonio religioso, dalle esenzioni fiscali e doganali agli obblighi, in capo al nostro Stato, di garantire la sicurezza tra le mura del Vaticano. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

In totale, i costi pubblici della Chiesa superano i sei miliardi. Da solo, il costo diretto e indiretto del Concordato grava sui contribuenti italiani per circa tre miliardi di euro ogni anno, oltre un miliardo a causa del solo Otto per Mille. Una spesa ingiustificata, a maggior ragione in tempi di gravissima crisi economica. È ormai tempo di intervenire e di superare una situazione di palese violazione di principi fondamentali della nostra Repubblica, quali la libertà, la giustizia, l’eguaglianza, la laicità.

È per questo motivo che vi chiediamo:
– di denunciare unilateralmente il Concordato
– di sostituire gli articoli 7 e 8 della Costituzione con l’affermazione esplicita del principio di laicità dello   Stato
– di approvare una legge generale sulla libertà di coscienza che superi la normativa fascista sui ‘culti ammessi’ e che riconosca a credenti e non credenti uguali diritti e doveri”.


Cinque motivi per cui gli idioti fanno più soldi di noi

23 giugno 2013

Il mondo degli affari spesso non premia i più meritevoli. E gli “stupidi” quindi, frequentemente, fanno più soldi di coloro che non lo sono. In un articolo di Fabrizio Marino pubblicato su www.linkiesta.it sono esposti cinque motivi che spiegano questa situazione.

“Capita spesso che il mondo degli affari sia benevolo con chi non lo merita.

Barche di soldi che finiscono nelle casse di chi non brilla per merito o creatività. Questo può creare un senso di frustrazione nel piccolo imprenditore che, nonostante passione e sacrifici, non riesce ad avere lo stesso successo del collega a suo modo di vedere meno dotato.

Almeno cinque possono essere i motivi per cui la ‘gente stupida fa più soldi di te’.

I figli dei ricchi

Il successo finanziario non è sempre frutto di duro lavoro o di particolari abilità; a volte è solo una questione di eredità. C’è una correlazione statistica tra il reddito di persone adulte e il reddito dei loro genitori.

Un consiglio: non siate invidiosi delle fortune altrui, dopo tutto c’è bisogno di investitori. O no?

Se sei bello è più facile

Si dice spesso che essere belli giochi un ruolo fondamentale nel successo finanziario. Il professor Daniel S. Hamermesh, nel suo studio sulla bellezza nel mercato del lavoro, è giunto alla conclusione che le persone belle, nella loro vita, guadagnano circa 230.000 dollari in più rispetto a quelle che rientrano nella media.

Altri studi invece riportano che le persone più alte tendono ad avere più successo nel campo della finanza rispetto agli altri.

Un consiglio: non avrete certo il controllo sui vostri geni, ma sicuramente potete avere il controllo su come proiettate la vostra immagine. Parlate chiaramente e con fiducia, mostrando a chi vi sta intorno di essere sicuri di voi stessi. Vi accorgerete presto di quanto le persone reagiranno positivamente.

La maleducazione paga

Uno studio ha scoperto che gli uomini che sono poco accomodanti e disponibili, guadagnano grosso modo il 18% in più di coloro che sono gentili. Per le donne questo vantaggio è del 5%. Sembra che i soggetti maleducati abbiano maggior successo nella negoziazione e quindi ricevano maggiori premi finanziari.

Un consiglio: i negoziatori di maggior successo non sono maleducati. Anzi, trovano un modo per soddisfare entrambe le parti.

I ruffiani

Le persone che si prostrano ai piedi dei loro clienti, portandoli nei ristoranti di lusso o inviando loro regali costosi, potranno anche attuare una strategia vincente, ma hanno difficoltà a sostenerla.

Quei regali costosi, infatti, sono solitamente destinati a mascherare delle lacune nelle loro attività. I ruffiani, o lecchini, sono anche i primi a dire ai clienti ciò che vogliono sentirsi dire, anche se ciò non è nell’interesse specifico del cliente.

Un consiglio: chiunque è in grado di arruffianarsi un cliente per un breve periodo. Riuscire a fidelizzare il cliente, invece,  porta sempre a offrire servizi e prodotti d’eccezione, risultando essere i migliori in quello che fate.

Un pizzico di fortuna

L’occasione è il jolly del successo aziendale.

Sarà stato fortunato Bill Gates quando Ibm decise di non impossessarsi del codice sorgente del nuovo sistema operativo Dos che la sua azienda aveva sviluppato?

Sarà stata la sorte a guidare Jeff Bezos di Amazon nell’avvio della sua azienda, in un momento in cui gli investitori stavano riversando milioni di dollari in internet?

Frans Johansonn, autore di ‘The Click Moment’, scrive che ‘purtroppo negli affari si può essere in vetta un giorno e poi, solo pochi anni dopo, finire dalle stelle alle stalle, perché le regole del gioco sono cambiate’.

Un consiglio: Nel mondo degli affari, la fortuna non ha pregiudizi. Sta lì e colpisce chiunque: persone intelligenti, stupidi e pigri. Tuttavia lavorare sodo offre maggiori opportunità di avere fortuna”.


F35, un nuovo appello per il no

20 giugno 2013

La campagna contro l’acquisto dei cacciabombardieri F35 ha avuto inizio nel 2009 ma non ha prodotto fino ad ora i risultati sperati dai promotori. Pertanto i promotori della campagna hanno ribadito la loro contrarietà nei confronti degli F35, in vista della prossima discussione alla Camera dei Deputati di un mozione sottoscritta da 158 parlamentari.

Di questo rilancio della campagna citata riferisce Toni Castellano in un articolo pubblicato su www.gruppoabele.org.

“È stato rinnovato l’appello per il ‘no’ al progetto ‘Joint Strike Fighter’ che prevede per l’Italia l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35. 

Ciascuno di questi velivoli costerà, secondo le stime del ministero della Difesa, circa 90 milioni di euro l’uno. Ma la spesa totale, calcolata dalla campagna ‘Taglia le ali alle armi’ (promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Campagna Sbilanciamoci!, Tavola della Pace), è molto più alta: circa 14 miliardi di euro per il loro acquisto e 50 per il mantenimento.  

Nei prossimi giorni è in programma alla Camera dei Deputati la discussione di una mozione di 158 parlamentari di Sel, Pd e M5s che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter.

A sostenere l’iniziativa parlamentare e a dare nuova linfa alla campagna (che dal 2009 si batte contro l’acquisto dei velivoli) sono esponenti dell’informazione e della cultura come Gad Lerner, Roberto Saviano e Riccardo Iacona e personalità del mondo della Pace come Cecilia Strada e Chiara Ingrao, personaggi di rilievo pubblico (e primi firmatari di mozioni contro gli F-35 nella scorsa legislatura) come Umberto Veronesi e Savino Pezzotta e due figure importanti del mondo dell’impegno cattolico come padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti. 

L’appello sottolinea quanto sia controverso e incomprensibile spendere una cifra così imponente per ‘un aereo con funzioni d’attacco, capace di trasportare ordigni nucleari, mentre non si trovano risorse per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale’.

Una scelta che il Governo non può esimersi dal rivedere, in un momento in cui ogni ambito pubblico è sottoposto a pesanti cure di dimagrimento.

La campagna contro l’acquisto dei cacciabombardieri chiede ‘a tutti i Deputati di sostenere la mozione e tutte le altre iniziative parlamentari tese a fermare il programma degli F35 e a ridurre le spese militari a favore del lavoro, dei giovani, del welfare e delle misure contro l’impoverimento dell’Italia e degli italiani’.

Dal 2009 (data dell’ultima votazione parlamentare a riguardo) ad oggi, molto si è detto e scritto (ma con poca chiarezza) su questo tema. Ma il problema sembra al momento lontano da una soluzione condivisa”. 


Futuro, i giovani lo vedono nero

17 giugno 2013

Il 61% dei giovani pensa che in futuro la sua situazione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti-Swg. Più di uno su tre, per lavorare, farebbe volentieri il pony express o lo spazzino. Questa indagine viene presa in esame in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Il 61% dei giovani pensa che in futuro la sua situazione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti-Swg secondo cui oltre 4 giovani disoccupati su 10 (43%) sarebbero disposti, pur di lavorare, ad accettare un compenso di 500 euro al mese a parità di orario di lavoro, mentre il 39% sarebbe propenso ad un maggiore orario di lavoro a parità di stipendio.

Di ‘choosy’ ce ne sono pochi. Più di un giovane su tre (34%), pur di lavorare, farebbe volentieri il pony express, il 32% lo spazzino e il 31% l’operatore di call center, ma tra i sogni vi è per il 38% quello di gestire un agriturismo.

Le prospettive negative sul futuro fanno inoltre sì che la situazione non cambi di molto tra gli studenti che nel 39% sono disponibili ad accettare uno stipendio ridotto a 500 euro al mese e nel 35% a lavorare più a lungo a parità di compenso.

La situazione è profondamente diversa – rileva l’indagine Coldiretti-Swg – per i giovani occupati che solo nel 7% dei casi sono disponibili ad accettare lo stipendio ribassato mentre nel 23% dei casi sono pronti a lavorare più a lungo.

La realtà è dura per i giovani italiani. Per la prima volta dal dopoguerra, il 61% dei giovani italiani pensa che in futuro la loro situazione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori, il 17% uguale e solo il 14% migliore, mentre il 9% non risponde.

Nonostante questo – sottolinea la Coldiretti – solo il 36% non farebbe mai il lavoro dei propri genitori, il 30% lo farebbe senza entusiasmo, mentre solo per il 28% sarebbe interessante”.


Nel mondo un bambino su venti è disabile

16 giugno 2013

E’ stato presentato il rapporto Unicef sulla condizione dell’infanzia, che quest’anno si occupa in particolare dei bambini con disabilità. Il presidente di Unicef Italia Guerrera ha dichiarato: “E’ a rischio nei paesi a basso e medio reddito un bambino su tre”. Il direttore generale Lake: “L’emarginazione può solo aumentare con la discriminazione”.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it si riferisce dei contenuti del rapporto Unicef.

“Al mondo sono circa 93 milioni i bambini con disabilità moderata o grave, uno su 20 di quelli al di sotto dei 14 anni, ma si tratta di stime incerte datate quasi dieci anni e basate su dati disomogenei.

E’ una foto sfocata quella che l’Unicef descrive nel suo rapporto ‘La condizione dell’infanzia nel mondo 2013 – bambini e disabilità’, presentato a Roma e nel resto del mondo.

Un quadro che vede i bambini con disabilità a rischio soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove sono ‘gli ultimi tra gli ultimi, i più trascurati e vulnerabili’.

Secondo Giacomo Guerrera, presidente di Unicef Italia, ancor di più sono i bambini che al mondo rischiano di diventare disabili, a causa degli effetti della povertà estrema.

‘Si stima che circa 165 milioni di bambini sotto i cinque anni abbiano un ritardo nella crescita o siano cronicamente malnutriti – spiega Guerrera -, vale a dire circa il 28% dei bambini sotto i cinque anni nei Paesi a basso e medio reddito.

Le conseguenze della malnutrizione cronica li rendono a rischio di disabilità; le carenze cognitive e lo scarso rendimento scolastico iniziano quando i bambini malnutriti sono molto piccoli, e diventano irreversibili quando essi superano i due anni’.

Cifre a cui si aggiungono ‘i 250-500.000 bambini a rischio di diventare ciechi per mancanza di vitamina A, che costa solo pochi centesimi – aggiunge Guerrera -.

Ogni anno i bambini rappresentano circa il 20-30% di tutte le vittime di mine terrestri e residuati  bellici esplosivi: dal 1999, sono state registrate almeno mille vittime minorenni ogni anno’.

Secondo l’Unicef, ‘le società possono includere i bambini con disabilità perché quando essi vi svolgono un ruolo attivo, ne beneficiano tutti. Per esempio, un’istruzione inclusiva offre opportunità ai bambini con disabilità di soddisfare le proprie ambizioni e, al contempo, allarga gli orizzonti di tutti i bambini’, ma per far questo, serve un maggiore impegno da parte di tutti.

‘Quando si vede la disabilità prima di vedere il bambino – ha detto il direttore generale dell’Unicef, Anthony Lake, in occasione del lancio internazionale del rapporto in Vietnam -, non è un danno solo per lui, ma si sottrae alla società tutto ciò che il bambino può offrire’.

Tuttavia, spiega l’Unicef, per molti bambini con disabilità, l’esclusione comincia già il primo  giorno di vita se non vengono registrati alla nascita. ‘Senza riconoscimento ufficiale – spiega il rapporto -, sono esclusi dai servizi sociali e dalla protezione legale, elementi cruciali per la loro sopravvivenza e le loro prospettive. L’emarginazione può solo aumentare con la discriminazione’.

Perché i bambini con disabilità contino, ha aggiunto Lake, ‘devono essere contati: alla nascita, a scuola e nella vita’”.