In forte aumento il divario tra ricchi e poveri

14 giugno 2017

Nel mondo è aumentato considerevolmente, negli ultimi anni, il divario tra ricchi e poveri. Le diseguaglianze economiche quindi si sono ampliate. Lo ha recentemente sostenuto anche l’Ocse. In un rapporto dell’Oxfam, un’associazione che contrasta la povertà, tale problematica viene analizzata approfonditamente.

Cosa si rileva, fra l’altro, in questo rapporto?

“Il divario tra ricchi e poveri sta raggiungendo valori estremi mai toccati prima d’ora.

Credit Suisse ha recentemente reso noto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede attualmente più ricchezza del resto del mondo, e ciò è accaduto con un anno di anticipo rispetto alle previsioni di Oxfam pubblicate e ampiamente riprese dai media alla vigilia del forum economico mondiale dell’anno scorso.

Al tempo stesso la ricchezza posseduta della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di 1.000 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, a ulteriore riprova del fatto che viviamo in un mondo afflitto da livelli di disuguaglianza mai visti da oltre un secolo…

Nel 2015 appena 62 persone possedevano la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale. La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 44% dal 2010 ad oggi, con un incremento pari a oltre 500 miliardi di dollari, arrivando a 1.760 miliardi di dollari.

Nello stesso periodo la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, – una contrazione del 41%…

I fautori dello status quo sostengono che l’allarme disuguaglianza è alimentato dalla ‘politica dell’invidia’ e citano spesso la riduzione del numero di persone in estrema povertà quale prova del fatto che la disuguaglianza non è un problema prioritario. Così facendo, però, gettano fumo negli occhi.

Oxfam, la cui mission è proprio incentrata sulla lotta alla povertà, riconosce in modo inequivocabile gli enormi progressi che dal 1990 al 2010 hanno contribuito a dimezzare il numero di persone al di sotto della soglia di estrema povertà. Tuttavia, se nello stesso periodo non fosse peggiorata la disuguaglianza all’interno dei Paesi, altri 200 milioni di persone si sarebbero affrancati dalla povertà; e tale cifra sarebbe potuta salire a 700 milioni se i poveri avessero beneficiato della crescita economica più dei ricchi…

Un complesso sistema di paradisi fiscali e un’industria di gestione patrimoniale in ascesa permettono a queste risorse di rimanere intrappolate in alto, fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati. Secondo una recente stima 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (più dei Pil di Regno Unito e Germania messi insieme) sono attualmente custoditi offshore…

Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro. In quasi tutti i Paesi ricchi, e nella maggior parte di quelli in via di sviluppo, si è ridotta la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori, il che significa che questi ultimi beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita.

I possessori del capitale, al contrario, hanno beneficiato di un aumento dei propri guadagni (riscossione di interessi, dividendi, profitti accumulati) ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia. Il ricorso a pratiche diffuse di abuso fiscale da parte dei detentori del capitale e la riduzione delle imposte sulle rendite da capitale hanno ulteriormente contribuito a tali guadagni…

I cambiamenti economici e politici degli ultimi 30 anni (tra cui la deregolamentazione, le privatizzazioni, il segreto bancario e la globalizzazione, specialmente quella del settore finanziario) hanno iperalimentato la secolare abilità dei ricchi e dei potenti nello sfruttare la propria posizione per arricchirsi sempre più.

Ne consegue che molto spesso i guadagni di cui pochi beneficiano non sono rappresentativi di un efficiente ed equo sistema di remunerazione. Un esempio eloquente di sistema economico adulterato per servire gli interessi dei potenti è rappresentato dalla rete globale dei paradisi fiscali associata all’industria dell’elusione fiscale, che ha prosperato negli ultimi decenni.

Tale sistema ha ricevuto una vera e propria legittimazione intellettuale da una visione del mondo improntata al fondamentalismo del mercato, secondo la quale bassi livelli di imposizione fiscale a carico dei ricchi e delle imprese sono necessari per stimolare la crescita economica e sono quindi vantaggiosi per tutti noi…

A causa degli ammanchi dovuti a pratiche diffuse di abuso fiscale, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola: da qui la necessità di tagliare servizi pubblici essenziali e il sempre più frequente ricorso alle imposte indirette, come l’Iva, che gravano in misura sproporzionata sui soggetti meno abbienti…

I meccanismi di elusione fiscale utilizzati a livello globale sottraggono energia vitale al sistema dello stato sociale nei Paesi industrializzati e privano i Paesi poveri delle risorse necessarie a combattere la povertà, mandare i bambini a scuola e impedire che i propri cittadini muoiano per malattie facilmente curabili.

Quasi un terzo (30%) del patrimonio degli africani ricchi, per un ammontare complessivo di 500 miliardi di dollari, è custodito offshore nei paradisi fiscali. Si stima che ciò costi ai Paesi africani 14 miliardi di dollari all’anno sotto forma di mancato gettito fiscale, una cifra sufficiente a coprire la spesa sanitaria che salverebbe la vita di 4 milioni di bambini e ad assumere abbastanza insegnanti da mandare a scuola tutti i bambini del continente…

Non si potrà mai sanare la crisi della disuguaglianza finché i leader mondiali non metteranno fine una volta per tutte all’era dei paradisi fiscali…

Il settore finanziario è quello che ha registrato la crescita più rapida negli ultimi decenni. Nel mondo, un miliardario su cinque deve la sua fortuna proprio ad attività in ambito finanziario. E’ in questo settore che si registra il divario più ampio tra salari e compensi e l’effettivo valore aggiunto per l’economia…

Il settore bancario resta al centro del sistema dei paradisi fiscali: la maggior parte delle ricchezze custodite offshore è gestita da appena 50 grandi banche.

Nel settore dell’abbigliamento, poi, le imprese approfittano della propria posizione dominante per continuare a imporre salari miseri. Tra il 2001 e il 2011 si è verificata una riduzione in termini reali delle retribuzioni percepite dai lavoratori dell’industria dell’abbigliamento in quasi tutti i 15 Paesi maggiori esportatori al mondo in questo settore.

Nell’aprile del 2013 l’insostenibile situazione dei lavoratori nelle fabbriche di vestiario in Bangladesh ha attirato l’attenzione del mondo intero allorché 1.134 di essi sono morti nel crollo di una fabbrica all’interno del Rana Plaza.

Tante vite vanno perdute perché le imprese tentano di massimizzare i profitti trascurando le necessarie misure di sicurezza. Nonostante tutta l’attenzione e la retorica che questa vicenda ha suscitato, le attività di questo settore sono ancora dominate dagli interessi finanziari a breve termine degli acquirenti, mentre si continuano a rilevare inadeguate normative e misure antincendio e di sicurezza.

La disuguaglianza è ulteriormente aggravata dal fatto che alcune imprese possono abusare di posizioni di monopolio e dei diritti di proprietà intellettuale per influenzare e distorcere il mercato a proprio favore, escludendo da esso i propri concorrenti e facendo lievitare i prezzi pagati dalla gente comune.

Nel 2014 le società farmaceutiche hanno speso più di 228 milioni di dollari per attività di lobbying a Washington. Quando la Thailandia decise di introdurre una licenza obbligatoria per una serie di medicinali essenziali, sulla base di clausole che consentono ai governi la possibilità di produrre localmente le medicine ad un prezzo di gran lunga inferiore e senza il permesso del titolare del brevetto internazionale, le industrie farmaceutiche fecero pressione sul governo degli Stati Uniti riuscendo a far inserire la Thailandia in una lista di Paesi assoggettabili a sanzioni commerciali…

La disuguaglianza non è inevitabile. L’attuale sistema non si è creato per caso: è il risultato di scelte politiche deliberate, del fatto che i nostri leader assecondano l’1% e i suoi sostenitori anziché agire nell’interesse dell’intera collettività. E’ giunto il momento di dire basta a questo modello economico malfunzionante. Nel mondo la ricchezza non scarseggia; non ha alcun senso dal punto di vista economico, e tanto meno da quello morale, che così pochi individui possiedano così tanto.

Per Oxfam l’umanità ha tutte le potenzialità per costruire un mondo migliore. Abbiamo il talento, la tecnologia e una visione per farlo. Si può edificare un’economia più umana in cui l’interesse della collettività e il bene comune vengano prima di tutto. Un mondo che offra a tutti un lavoro dignitoso, un mondo in cui uomini e donne siano uguali, dove i paradisi fiscali esistano soltanto nei libri di storia e i ricchi paghino la loro equa parte contribuendo così ad un sistema che operi realmente a beneficio di tutti.

Oxfam fa appello ai leader mondiali affinché si attivino per dimostrare che stanno dalla parte della collettività e per imprimere una battuta d’arresto alla crisi della disuguaglianza. Da salari dignitosi a una regolamentazione più efficace delle attività nel settore finanziario, sono molte le azioni che i decisori politici possono mettere in campo per porre fine all’economia dell’1% e iniziare a costruire un sistema dal volto più umano che vada a vantaggio di tutti…”.


Le banche italiane sono in crisi. Strano…

23 novembre 2016

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Sempre più spesso, soprattutto da parte dei mass media, vengono esaminate le difficoltà in cui versano le banche italiane. Quali sono tali difficoltà? Si sono manifestate solo recentemente? Esse hanno un carattere congiunturale oppure strutturale? Come possono essere superate?

I problemi delle banche italiane si sono certamente accentuati in seguito alla crisi economica che è iniziata nel 2008.

Ma tali problemi hanno un’origine più lontana nel tempo e dipendono anche da alcuni caratteri strutturali delle banche del nostro Paese e, soprattutto, del loro operato.

Innanzitutto, è bene ricordare  che tra i problemi più importanti devono essere evidenziati il livello elevato raggiunto dalle cosiddette sofferenze e l’insufficiente redditività che contraddistingue i bilanci di molti istituti di credito.

Certamente, entrambi questi fenomeni sono stati, in parte, determinati dalla crisi economica.

La crisi di molte imprese l’ha costrette a non essere in grado di restituire i prestiti concessi, aumentando così le sofferenze bancarie, cioè i finanziamenti che non vengono più restituiti agli istituti di credito.

La stessa crescita delle sofferenze ha inciso negativamente sulla redditività delle banche, come anche il fatto che i nuovi prestiti concessi, proprio a causa della crisi, sono stati contraddistinti da una dinamica decisamente inferiore rispetto a quella verificatasi negli anni precedenti alla crisi economica ed, infine, il basso livello dei tassi d’interesse, in parte determinato dalle notevoli difficoltà del sistema economico italiano.

Ma nell’analisi delle cause dei principali problemi delle banche italiane non ci si può fermare qui.

Altre considerazioni devono essere formulate, la principale delle quali è rappresentata dalla consapevolezza della cattiva gestione che per anni ha caratterizzato gran parte degli istituti di credito, sia quelli di maggiori dimensioni sia quelli più piccoli, operanti esclusivamente a livello locale.

Ad esempio, nel determinare il livello elevato delle sofferenze ha inciso fortemente la tendenza dei dirigenti delle banche a non tenere sempre nella giusta considerazione, nelle decisioni relative alla concessione di finanziamenti, l’effettiva situazione delle imprese che li richiedevano.

Spesso erano più importanti le relazioni che gli imprenditori o i manager delle aziende stabilivano con i componenti degli organi di gestione delle banche, creando, frequentemente, una situazione di evidente disparità tra i richiedenti i finanziamenti.

Infatti le imprese o le famiglie che non erano in grado di intessere quelle relazioni incontravano invece notevoli difficoltà nell’ottenimento dei finanziamenti necessari.

Per altri, invece, non c’erano problemi.

Inoltre, nel determinare gli attuali bassi livelli di redditività, ha inciso notevolmente l’eccessivo numero dei dipendenti e degli sportelli bancari, che per anni ha contraddistinto molti istituti di credito.

E anche tale fenomeno è stato determinato da una cattiva gestione di una parte molto consistente delle banche italiane.

Pertanto per affrontare realmente quei problemi, e per evitare che si possano manifestarsi di nuovo, in futuro, non si può prescindere dall’attuazione di un radicale miglioramento nelle modalità di gestione delle banche italiane.


Il primo incontro tra un Papa e la Confindustria. Ha vinto il Papa

1 marzo 2016

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Sabato passato, per la prima volta, la Confindustria, con il suo presidente Squinzi, è stata ricevuta da un Papa, ovviamente Bergoglio. Nonostante fosse la prima volta, l’incontro non è stato oggetto di notevole attenzione da parte dei mass media. Merita invece, a mio avviso, alcune riflessioni.

Nell’incontro, a cui hanno partecipato molti industriali con le loro famiglie, Bergoglio ha pronunciato un discorso nel quale le principali considerazioni non sono per lui nuove.

Infatti ha rimarcato il ruolo sociale degli imprenditori, il rapporto che deve sussistere da etica e logica del profitto, la necessità che le imprese si impegnino attivamente per ridurre il numero dei disoccupati ed, infine, i pericoli insiti in un’eccessiva presenza del sistema finanziario all’interno dell’economia mondiale.

Considerazioni simili Bergoglio le aveva esposte in alcuni discorsi pronunciati nel recente viaggio in Messico e avevano anche caratterizzato numerose sue dichiarazioni quando non era ancora divenuto papa, rivolte prevalentemente alla situazione economica e sociale dell’Argentina che fu colpita da un crisi molto profonda, che portò quella nazione molto vicina ad un vero e proprio “default”.

Del resto le posizioni espresse da Bergoglio rientrano pienamente nel solco della cosiddetta economia sociale di mercato che già agli inizi del XX secolo ebbe un certo spazio, nel mondo cattolico, a partire dai vertici del Vaticano.

Ma Bergoglio, nell’incontro con gli industriali italiani, ha individuato interlocutori credibili in grado di attuare quanto da lui auspicato, relativamente al ruolo sociale degli imprenditori?

Non credo proprio.

Mi spiego meglio. Gli industriali italiani che svolgono oggettivamente un evidente ruolo sociale si contano sulle dita di una mano. Io in Umbria, dove abito, ne conosco solo uno, Cucinelli.

Attualmente non ci sono in Italia imprenditori che adottino comportamenti, nella gestione delle loro aziende, confrontabili quanto meno – non certo uguali – con quelli che caratterizzarono l’operato di Adriano Olivetti.

E’ vero che i sindacati dei lavoratori dipendenti, anche oggi, sono restii ad essere coinvolti, come da tempo avviene in Germania, anche parzialmente nella gestione delle aziende (in molte società in Germania nei consigli di amministrazione sono presenti rappresentanti dei sindacati tanto che si parla spesso di cogestione).

E’ vero poi che in una situazione di crisi economica, di notevoli proporzioni, che di fatto dal 2008 contraddistingue il nostro Paese, oggettivamente non è facile che gli imprenditori svolgano un ruolo sociale.

E’ vero che anche le cooperative, diversamente dal passato, svolgono sempre meno un ruolo sociale.

Ma è anche vero che spesso non lo svolgono quel ruolo anche gli industriali di maggior successo che pur ci sono e ci sono stati, in Italia, anche in questo pesante periodo di crisi economica.

Peraltro sarebbe forse stato opportuno che Bergoglio incontrasse, prima degli industriali, esponenti delle banche e, soprattutto, del sistema finanziario non bancario, i quali non solo non svolgono un ruolo sociale ma puntano quasi esclusivamente a promuovere attività speculative che, talvolta, condizionano le azioni del sistema produttivo.

Non è sufficiente che Squinzi, l’attuale presidente della Confindustria, abbia lanciato, in occasione dell’incontro con Bergoglio, lo slogan “fare insieme”.

Sarebbero necessario invece comportamenti concreti quanto meno da una parte consistente degli industriali italiani, rivolti a perseguire non solamente l’obiettivo del profitto, ma anche altri obiettivi, tenendo conto, che durante gli anni della crisi economica, in Italia come in molti altri Paesi, le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono comunque aumentate.

Cioè una parte dei ricchi sono diventati più ricchi e i poveri sono diventati più poveri.


Trilussa aveva ragione sulla statistica? Il caso dei problemi delle banche italiane

12 febbraio 2016

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Trilussa, come è ampiamente noto, espresse un giudizio sferzante sulla statistica, definendola una disciplina secondo la quale se due persone hanno una due polli e l’altra nessuno ad entrambe viene attribuito un pollo ciascuno. Al di là del giudizio di Trilussa, la scarsa fiducia sulla validità dei dati statistici è piuttosto diffusa. Scarsa fiducia che si accresce quando a fornire dati molto diversi sono illustri professori, tutti con un curriculum apparentemente invidiabile. E’ quanto è successo, nell’arco di pochi giorni, relativamente alla situazione delle banche italiane.

Sulla loro situazione o meglio sulle loro difficoltà si sono espressi tre docenti universitari, Luigi Zingales, in un articolo pubblicato da “L’Espresso”, Alessandro Penati, in un articolo comparso su “La Repubblica” e Marco Fortis, in un articolo contenuto nell’edizione domenicale de “Il Sole 24 ore”.

E’ bene ricordare che Zingales insegna Entrepreneurship and Finance presso l’università di Chicago, Penati Scienze Bancarie all’università Cattolica di Milano e Fortis Economia Industriale sempre alla Cattolica di Milano.

I tre, nei loro articoli, trattano diversi argomenti relativi alle banche italiane, ma le divergenze di opinioni, radicali, riguardano prevalentemente la necessità di realizzare un consistente aumento di capitale.

Chi sostiene, Zingales e Penati, che sia necessario per le banche italiane aumentare il proprio capitale giustifica tale tesi rilevando che il loro capitale viene ritenuto insufficiente in rapporto ai prestiti concessi e soprattutto in relazione alla cosiddette sofferenze, cioè ai prestiti che difficilmente saranno restituiti da quanti li hanno ricevuti.

Entrambi osservano che le banche italiane sono restie a promuovere un consistente aumento di capitale perché ciò comporterebbe una modifica rilevante agli equilibri di potere delle banche stesse, scalzando dal comando delle banche i soggetti che attualmente le guidano.

Cosa sostiene invece Fortis?

La tesi opposta, sostenuta con un’ampia esposizione di dati: non è vero che le banche italiane siano sottocapitalizzate e che quindi sia indispensabile aumentare il loro capitale e che, anzi, le maggiori banche dei più importanti Paesi europei sono decisamente messe peggio, rispetto a quelle italiane, quanto a capitalizzazione.

Per la verità, è opportuno aggiungere che Fortis, nel recente passato, ha esposto, con dovizia di dati, tesi piuttosto eterodosse su altre questioni.

Sostenne infatti che non occorreva considerare solamente il debito pubblico dell’Italia ma anche il debito dei privati e che facendo questo la situazione debitoria italiana era migliore di quella che caratterizzava molti altri Paesi europei.

E poi rilevò che la parte maggiore dei settori dell’industria manifatturiera italiana era ben messa quanto a quote delle esportazioni sul totale mondiale delle esportazioni, diversamente da ciò che molti pensavano.

Comunque tornando alla questione del capitale delle banche, i docenti universitari a cui ho fatto riferimento sono portatori non di tesi leggermente diverse ma di tesi opposte, che si basano evidentemente o sulla disponibilità di dati diversi o sulla diversa interpretazione di dati più o meno simili.

Sarebbe utile che vi fosse un chiarimento pubblico tra questi economisti, anche perché le loro tesi sono state riportate da giornali ad ampia diffusione.

Peraltro tutto ciò non fa altro che alimentare la sfiducia nelle analisi e poi nelle “ricette” proposte dagli economisti e dagli statistici.

Del resto, ad esempio, gli economisti, non solo quelli italiani, sono stati spesso accusati di non essere riusciti a prevedere la pesante crisi economica verificatasi a partire dal 2008.

Per quanto riguarda gli statistici, proprio recentemente, si è sviluppata una discussione relativa all’individuazione delle cause che hanno determinato il notevole aumento dei morti verificatosi in Italia nel 2015. E anche in questo caso  sono state evidenziate tesi anche molto diverse fra di loro.

Come se ne può uscire da una tale situazione?

Forse sarebbe consigliabile, prima di scrivere un articolo su un giornale ad ampia diffusione, di riflettere un po’ di più.

Non mi aspetto certo che vi sia il tipo di riflessione che precede l’elaborazione di un saggio o ancor più la scrittura di un libro.

Ma, senza dubbio, sarebbe necessario pensare più a lungo prima di scrivere quegli articoli.