Due milioni di italiani sono “diabesi”

30 dicembre 2013

In Italia le persone “diabese”, obese e affette da diabete sono circa due milioni. Il 70% dei diabetici sono obesi quindi e di due fenomeni sono strettamente correlati ed entrambi in crescita.

Dei “diabesi” scrive Cristina Tognaccini in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it.

“Mai come in questi anni diabete e obesità hanno formato un binomio così stretto e consolidato. Tanto da portare l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a coniare un nuovo termine: la ‘diabesità’.

In Italia le persone ‘diabese’, obese e affette da diabete, sono circa due milioni. Considerando che i diabetici sono circa 3,3 milioni appare evidente come quasi il 70% dei diabetici sia anche obeso, e come questi due fenomeni siano strettamente correlati, ed entrambi in aumento.

Nel 2012, secondo i dati Istat, un italiano su tre era in sovrappeso (circa 22 milioni di italiani) e uno ogni dieci obeso (6 milioni), con preponderanza per il sesso forte.

Il 5,5% della popolazione italiana è invece affetto da diabete, con prevalenza maggiore nel Sud e nelle Isole dove raggiunge il valore di 6,2%, seguita dal Centro (5,5%) e dal Nord (4,9%). Percentuali che potrebbe salire se venissero inclusi anche i casi che soddisfano i criteri per la diagnosi di diabete, ma alla quale non è ancora stata fatta diagnosi (1-2% degli Italiani).

Appena dieci anni prima, secondo l’Istat, a soffrire di diabete erano il 3,7% degli italiani, e solo in Lombardia la prevalenza è cresciuta del 40% in sette anni. Secondo l’Oms ‘entro il 2030 il diabete rappresenterà in Europa la quarta causa di morte e contribuirà alla mortalità della popolazione più di quanto non facciano collettivamente Aids Malaria e Tubercolosi’. Una vera e propria epidemia, il cui responsabile non è un virus o un batterio, ma in alcuni casi l’uomo stesso.

Il confine tra obesità e diabete è ormai talmente sfumato e la loro associazione così stretta da destare parecchie preoccupazioni, anche perché, come ha dichiarato Paolo Sbraccia, presidente eletto Società Italiana dell’Obesità (Sio) ‘di diabesità si muore. Il rischio di morte raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea, il Bmi: un diabetico sovrappeso raddoppia il proprio rischio di morire entro 10 anni rispetto a un diabetico di peso normale; per un diabetico obeso il rischio quadruplica’…

Secondo i dati dell’Italian Barometer Diabetes Report 2013, ogni minuto nel nostro Paese viene effettuata una nuova diagnosi di diabete, ogni 3 minuti e mezzo un diabetico ha un attacco cardiaco e ogni dieci un diabetico muore.

Dati allarmanti che in parte si spiegano con l’invecchiamento della popolazione. Soprattutto in Italia l’età media è sempre più alta e la fascia di persone oltre i 65, quella più a rischio, si sta allargando.

Ma questo non è l’unico motivo, complici sono anche le cattive abitudini alimentari e lo stile di vita sedentario che stanno portando a un aumento dell’obesità…

Anche in Italia però la situazione ‘sovrappeso’  non è delle migliori: secondo i dati raccolti dal ministero della Salute nelle scuole primarie, attraverso il programma “Okkio alla salute” il 22,2% dei bambini è risultato in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità, con percentuali più alte nelle regioni del centro e del sud. L’unico dato positivo è che la tendenza sembra in leggero calo rispetto gli anni precedenti…

Cosa fare è ormai noto da tempo, esercizio fisico, attività motoria e una corretta alimentazione sono gli strumenti più efficaci che abbiamo in mano.

Occorre perciò attuare delle politiche di prevenzione della diabesità, promuovendo l’attività fisica a scopo salutare.

La conferma di quanto ribadito da anni da diversi studi scientifici è arrivata lo scorso ottobre, quando sul British Medical Journal è stata pubblicata una meta-analisi (studio che analizza più studi scientifici) che ha riguardato oltre 300.000 persone e ha dimostrato che l’esercizio fisico è efficace, in termini di riduzione della mortalità cardiovascolare o legata al diabete, quanto il trattamento farmacologico”.


In dieci anni raddoppiati i separati e i divorziati

29 dicembre 2013

In dieci anni è raddoppiato il numero di separati e divorziati: passando da 1.530.543 a 2.658.943. Lo rileva l’Istat che ha diffuso i nuovi dati definitivi del 15° censimento generale su popolazione, famiglie e stranieri. I nuclei familiari sono in aumento, ma sono diventati sempre più piccoli.

In un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it) sono esaminati questi dati forniti dall’Istat.

“In dieci anni raddoppia il numero di separati e divorziati. Lo rileva l’Istat che ha diuffuso i nuovi dati definitivi del 15° censimento generale su popolazione, famiglie e stranieri.

Nel periodo intercensuario il numero di separati legalmente e divorziati è quasi raddoppiato, ‘passando da 1.530.543 a 2.658.943. Un separato-divorziato su due ha un’età compresa tra i 35 e i 54 anni’.

Ancora l’Istat: ‘Al 9 ottobre 2011 si contano 4.632.226 vedovi (in lieve aumento rispetto alla data di riferimento del censimento 2001). Sei vedovi su dieci sono ultrasettantacinquenni, quanto al sesso si tratta di donne nell’82,4% dei casi.

Lo squilibrio di genere è invece a favore degli uomini se si considerano i celibi-nubili, sono 12.939.651 uomini e 11.555.325 donne e tre su quattro non hanno ancora compiuto trentacinque anni’.

Aumentano le famiglie italiane, anche se sono sempre più piccole. È quanto fa sapere l’Istat, che ha diffuso il censimento in pillole, ovvero nuovi dati su popolazione, famiglie e stranieri.

Innanzitutto l’Istat rileva che ‘vive in famiglia la quasi totalità della popolazione residente in Italia al 9 ottobre 2011 (99,5%), mentre appena lo 0,5% risulta vivere in convivenza (istituti assistenziali, ospizi, istituti di cura, eccetera).

Seguendo un trend che va avanti da decenni, il numero di famiglie è aumentato fra il 2001 e il 2011, da 21.810.676 a 24.611.766 unità (+12,8%) e rispetto al 1971 la crescita è del 54%.

Le famiglie tendono a essere sempre più piccole, lo si vede dal numero medio dei componenti; nel 1971 una famiglia era mediamente composta da 3,3 persone, nel 2011 da 2,4’.

Nel 2011 ‘il numero medio di componenti per famiglia è superiore al dato nazionale soltanto nell’Italia Meridionale (2,7) e in quella Insulare (2,5), mentre il Nord-ovest, il Nord-est e il Centro si attestano su valori al di sotto della media del Paese.

A livello regionale, le famiglie mediamente più numerose risiedono in Campania (2,8 componenti), quelle con il numero medio di componenti più basso in Liguria e Valle d’Aosta (2,1 componenti).

Le famiglie unipersonali sono quasi una su tre e risultano in notevole aumento rispetto al censimento 2001, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e dei mutamenti demografici e sociali. Dal 2001 al 2011 sono passate da 5.427.621 (24,9% del totale delle famiglie) a 7.667.305 (31,2% del totale). Le famiglie unipersonali aumentano su tutto il territorio’.

Restano comunque significative le differenze tra le aree geografiche: ‘quote più basse della media nazionale si hanno in quasi tutte le regioni del Meridione e delle Isole, quelle più alte in Liguria (40,9%), Valle d’Aosta (39,6%) e Friuli-Venezia Giulia (35,6%).

Il trend è opposto per le famiglie numerose (con 5 o più componenti), che passano da 1.635.232 (7,5% di tutte le famiglie) nel 2001 a 1.408.944 nel 2011 (5,7%). Le quote più alte si registrano in Campania (11% del totale famiglie), Calabria (7,7%) e Sicilia (7,1%); la più bassa in Liguria (2,7%)’”.


Gli italiani non si curano per motivi economici

26 dicembre 2013

Nel 2012, l’11% degli italiani non si è curato per motivi economici. Crollano le visite odontoiatriche (- 23%). Crescono le prestazioni a pagamento per accertamenti (+ 3,9%). Aumentano gli over 65 con difficoltà economiche che dichiarano di star male (+ 1,6%). Gli anziani del Sud sono i più vulnerabili. Il livello di soddisfazione per il servizio sanitario nazionale è stabile rispetto al 2005: il voto medio è 6. E’ quanto emerso da un’indagine Istat realizzata con il sostegno del ministero della Salute e delle Regioni.

In un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it ci si occupa di questa indagine.

“Forti disuguaglianze sociali in aumento tra gli anziani, maggiore ricorso alle visite mediche e specialistiche, crollo delle visite odontoiatriche, aumenta la quota a pagamento intero per accertamenti specialistici e analisi del sangue.

Queste alcune delle stime provvisorie dell’indagine multiscopo ‘Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari’, condotta dall’Istat, e realizzata con il sostegno del ministero della Salute e delle Regioni nel 2012-2013…

Nel secondo semestre del 2012 oltre i due terzi (66,9%) delle persone di 14 anni e più al quesito ‘Come va in generale la sua salute?’ ha riferito di stare ‘bene o molto bene’, il 7,7% ha risposto con una valutazione negativa delle proprie condizioni di salute e il 25,4% ha dichiarato di stare né bene né male.

La quota di quanti si dichiarano in buona salute decresce sensibilmente all’aumentare dell’età, raggiungendo il 24,3% tra gli ultrasettantacinquenni. Tra le donne, le quote sono sempre più basse rispetto ai coetanei uomini e lo svantaggio nella buona salute peggiora intorno ai 50 anni…

Anche in relazione al giudizio sulle risorse economiche familiari, sia l’indicatore di salute percepita che gli indicatori di presenza di cronicità si differenziano in maniera significativa.

Dichiarano di stare male o molto male l’11,1% delle persone con risorse economiche familiari scarse o insufficienti contro il 5,3% di coloro che giudicano le proprie risorse ottime o adeguate…

Nella popolazione anziana, rispetto al 2005, si accentua il divario tra i più abbienti e i meno abbienti. Gli anziani con risorse economiche ottime o adeguate che dichiarano di stare male o molto male nel 2012 sono il 14,8%, in diminuzione rispetto al 2005 (erano il 16,5%), mentre quelli economicamente svantaggiati sono il doppio (30,2%) e in aumento rispetto al 2005 (erano il 28,6%)…

Al Sud, la percentuale di popolazione che si dichiara in cattive condizioni di salute, passa dall’8,5% del 2005 al 9,8% del 2012. Gli anziani residenti nel Mezzogiorno rappresentano il gruppo di popolazione più vulnerabile, in particolare se hanno risorse economiche scarse o insufficienti. Al Sud, la popolazione anziana in situazione economica svantaggiata dichiara un cattivo stato di salute nel 35,9% dei casi (31,6% nel 2005).

Nelle quattro settimane precedenti l’intervista, nel 2012 sono state effettuate oltre 36,5 milioni di visite mediche, di cui oltre 19 milioni di tipo generico e oltre 17milioni di tipo specialistico.

Rispetto al 2005 il numero di visite per 100 persone è aumentato, passando da 51,2 a 60,3. Controllando l’effetto dell’età i tassi sono rispettivamente 53,4 e 60,5. La crescita ha riguardato soprattutto gli ultrasettantacinquenni (+25%) ed è più accentuata nel Nord-Ovest (+19%). L’incremento complessivo delle visite (pari a 6 milioni e 800 mila tra 2005 e 2012) è assorbito per il 52,5% dalle visite generiche e per il 47,5% da quelle specialistiche…

Sono 2,8 milioni le visite odontoiatriche nel 2012, pari a 4,7 ogni 100 persone (4,8 il tasso standardizzato), in sensibile riduzione rispetto al 2005 (erano 3,7 milioni, 6,4 ogni 100 persone – tasso standardizzato). Sul territorio, la propensione ad effettuare visite odontoiatriche si è ridotta, rispetto al 2005, in misura maggiore nell’Italia centrale, dove il ricorso era più elevato, passando da 8,0 a 5,2 visite per 100 persone…

Nel 2012 i ricoveri ospedalieri con pernottamento (nei tre mesi precedenti l’intervista) sono quasi 2 milioni (3,2 ogni 100 persone), inclusi quelli per parto o nascita. Nel 2005 i ricoveri erano 3,7 ogni 100 persone, ma controllando l’effetto dell’età la riduzione è più marcata, infatti il tasso standardizzato diventa 4,0 per 100 persone…

Sono le visite e i trattamenti odontoiatrici le prestazioni a cui si rinuncia più frequentemente: il 14,3% delle persone di 14 anni e più vi ha rinunciato negli ultimi 12 mesi.

La rinuncia è dovuta principalmente a motivi economici (85,3%). E’ quanto emerge dalle informazioni rilevate per la prima volta nell’indagine sul fenomeno della rinuncia a prestazioni sanitarie.

Nel caso di rinuncia a visite specialistiche (escluse quelle odontoiatriche) la quota si riduce al 7,7%. Ancora più contenuta è la percentuale di chi rinuncia ad un accertamento diagnostico specialistico (4,7%) o a prestazioni di riabilitazione (2,5%); molto esigua è la rinuncia a interventi chirurgici (0,8%).

Inoltre è pari al 4,1% la quota di chi rinuncia all’acquisto di farmaci pur avendone bisogno, tra questi oltre il 70% perché avrebbe dovuto pagarli di tasca propria non essendo prescrivibili e il 25% perché il ticket era troppo costoso.

Rispetto a tali rinunce, il 6,2% ha indicato motivi economici, il 4,0% problemi di offerta di tali servizi (liste di attesa troppo lunghe o orari scomodi per l’appuntamento o difficoltà a raggiungere la struttura) e l’1,1% altri motivi, quali impegni di lavoro o familiari o altro.

Sono più spesso le donne a rinunciare (13,2% contro 9,0% negli uomini); tale differenza si accentua nella classe 45-64 anni, in cui rinuncia il 17,9% delle donne contro il 12,7% degli uomini. Nel Mezzogiorno la quota di donne 45-64enni che rinuncia sale al 22,3% nel Sud e al 26,5% nelle Isole.

I soddisfatti per il servizio sanitario nazionale aumentano al Nord, diminuiscono nel Mezzogiorno. Complessivamente il giudizio sul servizio sanitario pubblico resta allineato al 2005 e posizionato su valori che superano la sufficienza: circa il 60% della popolazione maggiorenne attribuisce un punteggio da 6 in su. Il punteggio medio complessivo è pari a 5,8 e il valore mediano è pari a 6, entrambi sostanzialmente invariati rispetto al 2005″.


Le carceri italiane stanno scoppiando

23 dicembre 2013

Nel suo rapporto annuale l’associazione Antigone denuncia tassi di sovraffollamento che non hanno pari in Europa. Secondo i parametri ufficiali siamo al 134,4%, contro una media Ue del 99,5%. Ma il dato – dice Antigone – è sottostimato: quello reale è del 173%.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it sono esposti i principali contenuti del rapporto.

“L’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa per civiltà nelle carceri: con 64.000 detenuti e un tasso di sovraffollamento ‘ufficiale’ al 134,4% è molto distante dalla media europea che è 99,5%.

Lo denuncia l’associazione Antigone, che si batte per i diritti nella carceri, nel suo monitoraggio annuale, presentato a Roma, precisando che il dato è falsato, poiché tiene conto della capienza regolamentare di 47.649, mentre è ormai riconosciuto, anche dalla Guardasigilli, Annamaria Cancellieri, che i posti effettivi sono all’incirca 37.000.

La percentuale di sovraffollamento ‘schizza’ quindi ad oltre il 173%. Considerando i dati ufficiali, ci sono regioni dove le statistiche sono anche peggiori: la Liguria è al 169,9%, la Puglia al 158,1%, l’Emilia Romagna al 155,9% e il Veneto al 153,4%.

Le detenute sono 2.789, il 4,4% della popolazione carceraria. I numeri più alti nel Lazio, 507, e in Lombardia, 549. 

Conseguenza diretta del sovraffolamento sono le morti che avvengono in carcere:  99 tra i detenuti nel 2013, l’ultima lo scorso 13 dicembre a Bergamo per infarto. 47 i suicidi (23 erano stranieri) e 28 le morti per cause ancora da accertare. 

Il primato delle morti spetta a Roma Rebibbia con 11 morti (di cui 2 per suicidio, 3 per malattia e le altre ancora da accertare), seguita poi da Napoli, 9 in tutto: a Poggioreale sono morti fino ad oggi 6 detenuti, tra questi Federico Perna, sulla cui morte, l’8 novembre sono in corso un’indagine amministrativa e una giudiziaria per omicidio colposo. Quattro i detenuti morti a Teramo, 3 a Velletri e 3 nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.

Il detenuto morto più giovane aveva 21 anni, era marocchino e si è impiccato il giorno il giorno dopo Ferragosto nella casa circondariale di Padova. Il più anziano aveva 82 anni, è morto a seguito di un malore e stava scontando la sua pena nella casa di reclusione di Rebibbia. Aveva gravi patologie ed era stato recentemente colpito da un ictus, ma agli inizi di ottobre il tribunale di sorveglianza aveva rigettato la sua richiesta di differimento della pena per motivi di salute”.


Il Natale difficile delle badanti

22 dicembre 2013

In fila per chiedere un lavoro o un posto nei dormitori. Complice la crisi ma anche il periodo festivo, aumentano le badanti che si ritrovano senza un tetto. Il fenomeno è in aumento soprattutto nelle grandi città.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it si prende in considerazione la situazione delle  badanti che si ritrovano per strada.

“Sono donne sole, provenienti prevalentemente da Romania e Ucraina, che hanno lasciato a casa i loro affetti in cerca di un futuro migliore e oggi si ritrovano per strada.

Sono sempre di più le assistenti familiari che, per interruzione del contratto di lavoro, chiedono aiuto ai servizi assistenziali per non finire a dormire nei giacigli di fortuna nelle strade delle città.

Il fenomeno è in aumento soprattutto nei grandi centri: complice la crisi che non permette più a molte famiglie di prendere una collaboratrice familiare per accudire bambini e anziani, ma anche il periodo di feste natalizie, che lascia senza lavoro, e senza un tetto, molte collaboratrici domestiche. In tante, ormai, fanno la fila per chiedere un aiuto a cercare lavoro o un posto nei dormitori.

Per loro, che in maggioranza sono assistenti di cura, la perdita dell’occupazione comporta, infatti, anche la mancanza di un tetto sotto cui stare.

Nella sola Roma quest’anno hanno chiesto aiuto agli sportelli dell’help center della stazione Termini 775 donne: 650 sono rumene, 86 ucraine, 21 russe e 18 albanesi. I nuovi accessi sono stati 85. Ma lo scorso anno il numero ha sfiorato le 1.500 richieste.

Un fenomeno ancora nascosto e poco conosciuto ma che sta dilagando anche in altre città. Su tutto il territorio nazionale a chiedere aiuto soltanto ai 15 help center situati all’interno delle stazioni, sono state 3.200 donne dell’est nei primi mesi del 2013, lo scorso anno il numero ha superato le seimila unità.

‘Da questo fenomeno risulta evidente che l’assistenza ha sempre più bisogno di professionisti, le problematiche da trattare sono sempre più complesse – afferma Alessandro Radicchi, presidente di Onds, l’osservatorio nazionale sul disagio a cui affluiscono i dati della rete degli help center -. Su Roma, anche se si registra un’apparente diminuzione degli interventi, il lavoro sulle persone si fa sempre sostanziale, non parliamo più solo dei cosiddetti barboni o di emergenze estreme, ma di situazioni multiproblematiche. In questo caso il problema di fondo è il lavoro’.

‘Negli ultimi anni abbiamo registrato  un aumento di donne in difficoltà per lo più straniere e dell’est – sottolinea Fabrizio Schedid, responsabile del centro diurno binario 95, della stazione Termini di Roma – .C’è stato un periodo in cui sono aumentate le necessità di manodopera per aiuti domestici alle famiglie e queste donne sono arrivate in massa. Ma oggi lavorano sempre più a singhiozzo, per brevi periodi, restano quindi in attesa di un’altra chiamata, senza un posto dove stare. Con la crisi – aggiunge – si è creato un precariato delle professioni dell’ accudimento domestico, e sono sempre di più quelle che finiscono in strada poi tornano a lavorare con il rischio di trovarsi di nuovo senza niente’.

La tendenza è confermata anche dagli operatori delle unità mobili che durante la notte perlustrano le zone limitrofe alla stazione per dare aiuto alle persone in difficoltà.

‘Quello delle donne dell’est che dormono in strada è un fenomeno che sta aumentando – aggiunge Roberta Molina, responsabile dell’ostello della Caritas di via Marsala a Roma -, perché questa crisi ha colpito i lavori che sono di sostegno alle famiglie. Ma in strada vediamo anche tante altre realtà difficili, nel giro di una settimana abbiamo trovato tre donne incinte che dormivano all’addiaccio, è terribile. Stiamo intensificando il lavoro e aumentando i posti letto. Purtroppo sono realtà di cui si parla troppo poco’.

Prima di finire sulla strada, una volta perso il lavoro molte donne dell’est si rivolgono all’help center della stazione Termini di Roma chiedendo soprattutto un aiuto nella ricerca del lavoro e un posto letto.

‘Quello della badante è un mestiere che porta a ritrovarsi da un giorno a un altro senza niente – sottolinea Laura Cucinotta responsabile dell’help center – quando l’ anziano che si accudisce muore o viene trasferito in un hospice, senza più bisogno di assistenza, queste donne si ritrovano fuori casa. Alcuni casi li riscontriamo anche nel periodo natalizio, per le vacanze le famiglie partono e magari lasciano senza un tetto le loro collaboratrici. Tutte ci chiedono soprattutto di aiutarle a trovare un’altra occupazione che comporta avere anche un posto dove dormire’”.


La politica costa 23 miliardi

18 dicembre 2013

Secondo un rapporto della Uil, i costi della politica, diretti e indiretti, sono pari a 23,2 miliardi di euro. E un milione di persone vivono di politica. Tali costi possono essere ridotti di 7 miliardi senza incidere negativamente sul funzionamento delle istituzioni.

In un comunicato dell’Agi si analizzano i contenuti principali del rapporto.

“I costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 23,2 miliardi di euro tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze e costi ‘derivanti dalla sovrabbondanza del sistema istituzionale’.

E’ quanto stima la Uil nel III rapporto ‘I costi della politica’.

‘Una somma – si legge nel rapporto – pari a 757 euro medi annui per contribuente, che pesa l’1,5% sul Pil’.

‘Un milione di persone vivono di politica – ha detto il segretario del sindacato, Luigi Angeletti – quasi il 5% della forza lavoro. Ridurre questo numero si può anche attraverso una riforma della Costituzione’.

Nel dettaglio, si legge nel rapporto della Uil, per il funzionamento degli organi istituzionali (Stato centrale e autonomie) nel 2013 si stanno spendendo oltre 6,1 miliardi di euro, in diminuzione del 4,6% rispetto al 2012.

L’esercito di parlamentari, ministri, amministratori locali è di 144.000 persone – aggiunge il rapporto – a questi si aggiungono gli oltre 24.000 consiglieri di amministrazione delle società pubbliche, oltre 45.000 persone negli organi di controllo, 39.000 persone di supporto degli uffici politici (gabinetti, segreterie etc.).

Inoltre 324.000 sono le persone cosiddette di ‘apparato’ (portaborse, collaboratori di gruppi parlamentari e consiliari, segreterie) e 524.000 coloro che hanno contratti di consulenze e incarichi. Le spese per le consulenze, gli incarichi, le collaborazioni nella politica ammontano a 2,2 miliardi di euro, con un costo medio per contribuente pari a 72 euro, stima il rapporto della Uil. Nel dettaglio, il sindacato individua un costo di 1,3 miliardi di euro per incarichi e consulenze della Pubblica amministrazione, 350 milioni di euro per incarichi retribuiti a dipendenti pubblici, oltre 580 milioni di euro per incarichi e consulenze conferiti da società pubbliche.

Secondo il rapporto, per il funzionamento degli organi dello Stato centrale (Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, Corte Costituzionale e presidenza del Consiglio) quest’anno i costi saranno di quasi 3 miliardi di euro (97 euro a contribuente), in diminuzione del 4% rispetto al 2012.

‘I costi della politica sono ulteriormente aumentati dall’ultima indagine e oggi abbiamo valutato che sono intorno ai 23 miliardi: si possono ridurre di 7 miliardi rendendo le istituzioni più efficaci, senza comprometterne il funzionamento’, ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti.

‘Ci sono più di un milione e centomila persone – ha aggiunto – che vivono di politica: è un costo che questo Paese non si può permettere’. Secondo Angeletti ‘si può rendere il nostro sistema più efficace, riducendo le tasse sul lavoro e sui pensionati’.

Per quanto riguarda i sindacati ‘non sono come i partiti, i nostri bilanci sono pubblici e le nostre entrate derivano da contributi volontari’ ha aggiunto Angeletti. ‘Al contrario le entrate che finanziano i costi della politica – ha aggiunto – sono obbligatori, sono tasse che ogni cittadino deve versare’”.


I maltrattamenti sui minori non vengono denunciati

16 dicembre 2013

In Italia per ogni caso di maltrattamento sui minori che viene denunciato ce ne sono otto che restano taciuti. E solo un bambino su cento è in carico ai servizi sociali in seguito a episodi di maltrattamento. Queste e altre informazioni sono emerse nel corso di un convegno organizzato dal Cismai, il coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it ci si occupa dei lavori di questo convegno.

“‘Fino a vent’anni fa, nel nostro paese, la tutela dei minori era praticamente inesistente. Oggi, dopo una fase molto promettente, che ha visto protagonisti  la scuola e i servizi sociali, la crisi ha frammentato servizi e risorse, portandoci a un punto di svolta: o si ricomincia a investire o tutto è destinato a crollare’.

Parola di Dario Merlino, presidente del Cismai, ovvero il coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, un ente che dal 1993 raggruppa le più importanti realtà nazionali che operano nella tutela dell’infanzia.

E che si è riunito a Torino nel tradizionale convegno sugli stati generali, per fare il punto di una situazione che al momento, a sentire Merlino,  non è proprio delle migliori.

‘A differenza di quanto accade in altri paesi – continua il presidente – in Italia anche i settori relativi alla tutela dell’infanzia sono stati oggetto di tagli indiscriminati: basti pensare a quanto è accaduto con la scuola, che era per noi un punto d’osservazione privilegiato.

Oggi si sa che il fenomeno del maltrattamento esiste, ma non si fa nulla di concreto per conoscerlo davvero. Non si tengono registri, non si raccolgono dati, non si vuol conoscere la cruda realtà: perché al contraccolpo emotivo poi dovrebbe seguirne uno  finanziario. Sapere quali sono i veri numeri del maltrattamento costringerebbe lo stato a stanziare quei fondi che ci vengono negati’.

Secondo Merlino, ciò che sappiamo in merito all’abuso minorile ‘viene quasi esclusivamente da ricerche condotte a livello micro’.  ‘Le ricerche sul piano nazionale – precisa  – sono sempre più rare: l’ultima che abbiamo condotto insieme a Terres des hommes  ha rilevato che in Italia un bambino su cento è in carico ai servizi sociali in seguito a episodi di maltrattamento. Per avere un quadro obiettivo, però, a questo dato  va incrociato un sommerso che è enorme: si stima che per ogni caso denunciato ce ne siano otto che restano taciuti’.

Casi che, qualora non vengano opportunamente seguiti,  finiscono inevitabilmente per far lievitare i costi sociali a carico dello Stato.

‘Il nobel per l’economia James Heckman – continua Merlino – disse che ‘ogni dollaro investito in prevenzione equivale a sette dollari risparmiati nel medio termine’. Basta fare mente locale sul fenomeno per capire quanto questa affermazione sia veritiera. Potenzialmente, un bambino maltrattato abbandonato a se stesso è una mina vagante: domani potrebbe andare a gravare sulla asl, sui servizi psichiatrico o sui Sert; potrebbe intraprendere la strada della criminalità, aggravando i costi del sistema giudiziario o carcerario. Senza contare, poi,  il calo di produttività: è ormai dimostrato che chi subisce maltrattamenti senza poterli elaborare diviene sensibilmente meno efficiente sul piano lavorativo. Tutto questo rende l’idea della miopia con cui la questione viene affrontata;  proprio nel momento in cui avremmo invece bisogno di innovazione, di nuovi strumenti e di maggiori fondi’.

E in un convegno che, non a caso, ha per tema ‘la difesa dei bambini nell’Italia che cambia’, non c’è solo Merlino a sottolineare la necessità di dotarsi di nuovi mezzi di prevenzione e contrasto.

Valerio Neri, direttore di Save the children Italia, pone ad esempio la questione, paradossale solo in apparenza, di ‘chi debba proteggere i bambini da coloro che hanno il compito di proteggerli’, come ‘insegnanti, catechisti, educatori o gli stessi operatori di Save the children’.

Proprio per questo nasce ‘Adulti a Posto’ una procedura ideata dall’organizzazione per poter essere implementata  in ogni situazione o luogo pubblico. Che prevede ‘un criterio specifico nella selezione del personale;  l’adozione di un codice di condotta rispetto alla tutela dei minori che sia sottoscritto da tutti gli adulti che operano a contatto con loro; la formazione e la sensibilizzazione del personale sul tema dei diritti e della tutela dei minori e la valutazione preventiva dei possibili rischi di abuso relativi al tipo di attività svolta. Oltre, naturalmente, a strumenti operativi come l’adozione diun sistema di segnalazione e risposta del sospetto d’abuso, che sia condiviso e conosciuto da tutti gli adulti di riferimento e da tutti i beneficiari delle attività’.

E a fargli eco è ancora una volta Dario Merlino, che punta il dito verso il fenomeno  del maltrattamento istituzionale:  ‘che è ciò che accade – spiega – quando, ad esempio, i minori vengono interrogati con troppa insistenza, magari in contesti sconvenienti  come quello scolastico, senza le dovute cautele e senza che riescano a capirne davvero il motivo. La cattiva gestione delle denunce può causare ulteriori traumi al bambino: e questo fenomeno è alla base di un diffuso timore a denunciare, che potrebbe portarci dentro un circolo vizioso’.

‘Per questo motivo – conclude – insistiamo nel dire che non tutti possono fare questo lavoro: è una questione di attitudine personale, oltre che di formazione. La qual’ultima, però, deve essere anch’essa oggetto di  aggiornamento  e di una profonda revisione. Ma anche per quella, servirebbero più fondi’”.