Sempre più diffusa la povertà

31 luglio 2012

L’Istat ha reso noto un rapporto sulla povertà in Italia nel 2011. La povertà è sempre maggiormente diffusa nel Mezzogiorno, tra le famiglie più ampie, in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni.

Secondo l’Istat più di una famiglia su quattro (28,5%) con cinque o più componenti è in condizione di povertà relativa e l’incidenza raggiunge il 45,2% fra le famiglie che risiedono nel Mezzogiorno.

Si tratta per lo più di coppie con tre o più figli e di famiglie con membri aggregati, tipologie familiari tra le quali l’incidenza di povertà è pari, rispettivamente, al 27,2% e al 22% (43% e 42,6% nel Mezzogiorno).

Il disagio economico si fa più diffuso se all’interno della famiglia sono presenti più figli minori: l’incidenza di povertà, pari al 14,8% tra le coppie con due figli e al 27,2% tra quelle che ne hanno almeno tre, sale, rispettivamente, al 16,2% e al 27,8% se i figli sono minori. Il fenomeno, ancora una volta, è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, dove è povera oltre la metà (il 50,6%) delle famiglie con tre o più figli minori.

I dati sulla povertà diffusi dall’Istat sono stati oggetto di diversi commenti.

Il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, ha affermato: “Sta emergendo un enorme blocco sociale fatto di poveri e disoccupati che va considerato come la prima grande emergenza di questo paese, con la quale bisogna assolutamente fare i conti. Non possiamo continuare a tollerare ancora, in Italia, la mancanza di una misura strutturale di contrasto alla povertà assoluta”.

Olivero ha aggiunto: “L’assenza di lavoro e la presenza di figli sembrano diventati i due fattori determinanti per lo scivolamento delle famiglie nella condizione di povertà.

E’ una situazione intollerabile perché mina alle radici la possibilità di crescita e di sviluppo. E’ necessario intervenire da una parte con un piano straordinario per l’occupazione, a partire da quella giovanile; dall’altra con il varo di una politica fiscale finalmente a vantaggio delle famiglie con figli”.

La fondazione Zancan ha così commentato i dati Istat: “Sempre più colpite le persone più deboli. “I dati della povertà in Italia diffusi dall’Istat mostrano che nel 2011 le difficoltà economiche si sono abbattute con particolare violenza sulle persone che già erano in condizioni di debolezza”.

Il direttore della fondazione Tiziano Vecchiato ha rilevato: “Il fatto che ancora oggi in Italia oggi ci siano oltre otto milioni di poveri dimostra che quanto è stato fatto per arginare la diffusione della povertà serve per non peggiorare, ma non riduce il fenomeno.

Lo ripetiamo ancora una volta: è necessario attivare servizi sul territorio in grado di offrire un aiuto stabile, attivando le capacità individuali, utilizzando una parte dei trasferimenti economici per aiutare le persone, attivando le loro capacità e responsabilità.

In tempi di crisi è necessario indirizzare le risorse verso chi ha più bisogno, con interventi la cui efficacia possa essere misurabile, per evitare sprechi”.

Pietro Giordano, segretario generale di Adiconsum, ha osservato: “I dati Istat sulla povertà in Italia nel 2011 sono dati tremendi che se proiettati nel 2012 fanno presagire numeri ancor peggiori per l’anno in corso laddove siamo stati ancor più colpiti dalla recessione e dalla crisi di sistema, oltre che economica.

L’Adiconsum è convinta che sempre di più il bilancio dello Stato non riuscirà a reggere il welfare pubblico che ha caratterizzato il secolo passato e che viene progressivamente smantellato sotto i colpi del ripianamento forzato dei conti pubblici e che i corpi intermedi della società dovranno assumere sempre di più un ruolo di spinta verso un welfare sociale capace di intervenire a favore delle famiglie più bisognose”.

Inoltre Raffaela Milano, direttore dei Programmi Italia Europa di Save the Children, ha ricordato che “con la campagna ‘Ricordiamoci dell’infanzia’ Save the Children ha richiamato l’urgenza di varare un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile, indicando anche un pacchetto di proposte concrete per garantire un supporto immediato ai minori in condizioni di povertà assoluta, il rafforzamento delle reti dei servizi sociali ed educativi per l’infanzia, il sostegno al lavoro delle mamme, con un investimento progressivo di risorse tale da avvicinare l’Italia alla media europea di spesa per l’infanzia.

Oggi, alla luce dei dati sempre più allarmanti resi noti dall’Istat, torniamo a ribadire la necessità di un intervento immediato e specifico di contrasto alla povertà minorile.

Non possiamo rassegnarci al fatto che il peso della crisi economica che attraversiamo sia pagato proprio dai più piccoli, privati del necessario per la loro crescita. Un investimento su questo fronte non è rinviabile a tempi migliori ma deve essere inserito subito nelle priorità del governo”.

Il fatto che la povertà in Italia si sia accresciuta non stupisce di certo. La grave crisi economica che colpisce il nostro Paese è senza dubbio la principale causa che ha determinato questa situazione. Pertanto non posso non convenire con coloro i quali, commentando i dati forniti dall’Istat, hanno rilevato la necessità che l’attuale governo promuova interventi molto più incisivi per contrastare la povertà. Questo deve essere un obiettivo prioritario del governo Monti, nonostante i notevoli problemi che caratterizzano il bilancio pubblico.

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Un disegno di legge contro la cementificazione

29 luglio 2012

Nel corso dell’incontro “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione”, il ministro delle Politiche agricole Mario Catania ha presentato un disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo, che detta principi fondamentali per la valorizzazione e la tutela dei terreni agricoli e per contenere il consumo di suolo.

Nel corso dell’incontro il ministro Catania ha dichiarato: “Ogni giorno 100 ettari di terreno vanno persi, negli ultimi 40 anni parliamo di una superficie di circa 5 milioni.

Siamo passati da un totale di aree coltivate di 18 milioni di ettari a meno di 13. Sono dati che devono farci riflettere sul fatto che il problema del consumo del suolo nel nostro Paese deve essere una priorità da affrontare e contrastare”.

In un articolo pubblicato su www.casaeclima.com, possono essere individuati i contenuti principali di quel disegno di legge.

Il disegno di legge prevede, nell’articolo 2, che con un decreto del ministro delle Politiche agricole, d’intesa con quelli dell’Ambiente e delle Infrastrutture, sia determinata l’estensione massima di superficie agricola edificabile sul territorio nazionale.

Nell’articolo 3 viene stabilito che i terreni agricoli in favore dei quali sono stati erogati aiuti di Stato o aiuti comunitari non possono avere una destinazione diversa da quella agricola per almeno 10 anni dall’ultima erogazione.

Sono previste anche misure di incentivazione per chi realizza il recupero di edifici nei nuclei abitati rurali; l’istituzione di un comitato con la funzione di monitorare il consumo di superficie agricola e il mutamento di destinazione d’uso dei terreni agricoli; l’istituzione di un registro in cui sono indicati, su richiesta, i Comuni che adottano strumenti urbanistici che non prevedono l’ampliamento delle aree edificabili; l’abrogazione della norma concernente gli oneri di urbanizzazione che permette ai comuni di “fare cassa” (in quest’ultimo caso verrebbe abrogata la disposizione che consente ai Comuni di coprire le spese correnti con le entrate derivanti dal pagamento degli oneri di urbanizzazione).

Il ministro Catania ha incontrato diverse associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, per un confronto sul disegno di legge in questione.

Legambiente, dopo l’incontro, ha emesso un comunicato in cui sono contenute le valutazioni dell’associazioni ambientalista su quel disegno di legge.

“L’iniziativa del ministro Catania di farsi promotore di una proposta legislativa per fermare il consumo di suolo legato all’abbandono di pratiche agricole e alla cementificazione rappresenta una riforma epocale, necessaria e urgente…

Centrale, nella valutazione di Legambiente, la soppressione dell’assurda norma finanziaria che concede ai comuni di ‘fare cassa’ con il cemento, snaturando lo stesso concetto di oneri di urbanizzazione: contributi che devono essere versati esclusivamente per assicurare i servizi essenziali di nuovi insediamenti residenziali e produttivi, non certo per far quadrare i conti dei bilanci comunali.

Legambiente però mette in guardia dal rischio ‘Tela di Penelope’ che si avrebbe nel contemplare contemporaneamente la direzione di marcia proposta da Catania, e i provvedimenti che incoraggiano la speculazione immobiliare, come la proposta di legge sugli stadi, o iniziative per spingere l’acceleratore su infrastrutture autostradali spesso ridondanti, come la Brebemi in Lombardia o la nuova Tirrenica tra Lazio e Toscana: opere che non solo devastano paesaggi agrari, ma che appostano rendite di posizione su aree agricole in attesa di operatori speculativi pronti a ‘valorizzarle’ immettendole sul mercato immobiliare…”.

Concordo nel considerare il disegno di legge proposto dal ministro Catania estremamente importante e auspico che sia approvato quanto prima dal Parlamento. Le opposizioni che ostacoleranno l’approvazione di quel disegno di legge saranno certamente numerose e molto forti. Ma dovranno essere superate. Infatti contrastare la cosiddetta cementificazione è un obiettivo che dovrebbe essere ritenuto prioritario da qualunque governo, quindi anche dal governo Monti.


In forte diminuzione i nuovi ingressi di stranieri

27 luglio 2012

L’Istat ha reso noti i dati relativi al 2011 per quanto riguarda la presenza di cittadini stranieri non comunitari. Uno dei dati di maggiore importanza è rappresentato dalla forte diminuzione dei nuovi ingressi di stranieri non comunitari, pari a circa il 40% rispetto al 2010.

Secondo l’Istat al 1° gennaio 2012 erano regolarmente presenti in Italia 3.637.724 cittadini non comunitari.

Nel 2011 il numero di cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti è aumentato di circa 102.000 unità.

I Paesi più rappresentati erano Marocco (506.369), Albania (491.495), Cina (277.570), Ucraina (223.782) e Filippine (152.382).

I minori non comunitari presenti in Italia rappresentano il 23,9% degli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti, mentre nel 2010 essi costituivano il 21,5%.

I minori di 18 anni nati nel nostro Paese sono ormai più di 500.000, poco meno del 60% del totale.

Continua a crescere la quota di soggiornanti di lungo periodo. Nel 2010 erano 1.638.734, nel 2011 1.896.223 e costituivano la maggior parte dei regolarmente presenti (52,1%). La quota di soggiornanti di lungo periodo sul totale era particolarmente elevata nelle regioni del Centro-Nord.

Netta è stata la diminuzione di nuovi ingressi di cittadini stranieri non comunitari: durante il 2011 sono stati rilasciati 361.690 nuovi permessi, quasi il 40% in meno rispetto all’anno precedente.

La diminuzione dei nuovi arrivi ha interessato le donne (-45,7%) più degli uomini (-33,6%).

Si sono ridotti notevolmente i nuovi permessi rilasciati per lavoro (oltre il 65% in meno). Sono diminuite, anche se in misura minore (21,2%), le nuove concessioni per famiglia.

Sono aumentati notevolmente i permessi rilasciati per asilo e motivi umanitari, passati da 10.336 nel 2010 a 42.672 nel 2011. Nel 2011 hanno rappresentato l’11,8% dei nuovi flussi, mentre l’anno precedente erano solo l’1,7% del totale. Tre sole cittadinanze coprono oltre il 50% del totale di questa tipologia di ingresso: Tunisia (27,5%), Nigeria (16,3%) e Ghana (7,4%).

La riduzione dei nuovi permessi concessi ha interessato, in particolare, il Nord-est: nella ripartizione erano stati rilasciati circa 170.000 nuovi permessi nel 2010, mentre nel 2011 i nuovi ingressi sono stati poco più di 83.000.

Il 67% dei cittadini non comunitari entrati in Italia durante il 2007 erano ancora regolarmente presenti nel mese di gennaio del 2012. In quasi il 20% dei casi coloro che sono restati hanno però rinnovato il permesso in una provincia diversa da quella di ingresso.

Le motivazioni alla base della notevole riduzione dei nuovi ingressi di stranieri non comunitari sono essenzialmente due: la crisi economica del nostro Paese che lo rende sempre meno “appetibile” per chi cerca un lavoro e la politica dei respingimenti in mare, ancora in vigore con il governo Monti, che ha fatto diminuire considerevolmente il numero degli immigrati sbarcati sulle nostre coste.


600 milioni di nuove tasse per gli universitari

26 luglio 2012

Sarebbero almeno 600 milioni di euro le nuove tasse che gli studenti universitari dovrebbero pagare in seguito al decreto del governo Monti sulla “spending review”. Lo sostiene Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’UdU, Unione degli Universitari.

Infatti, attualmente, gli atenei fuorilegge che chiedono una tassazione eccessiva sono 35: in questi casi la tassazione supera i limiti fissati dalla legge per evitare tassazione troppo alte che vadano a negare il diritto allo studio universitario.

Con il decreto del governo Monti gli atenei fuorilegge passerebbero da 35 a 8.

Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’UdU ha dichiarato: “Elaborando i dati del ministero dell’Università si vede perfettamente la volontà perversa che si nasconde dietro a questo provvedimento: scaricare almeno 600 milioni di euro sulle spalle degli studenti e cancellare ogni limite alle tasse degli studenti fuoricorso o extracomunitari: l’omicidio dell’università pubblica”.

Orezzi ha poi aggiunto: “Nei giorni scorsi il ministro Profumo ha dichiarato che i fuori corso in Italia sono un problema.

Dal governo dei tecnici non abbiamo bisogno di etichette ma di risposte ai problemi: per quale motivo non si prova a capire perchè ci sono i fuori corso?

Perchè usarli come ‘arma’ per giustificare una liberalizzazione mascherata delle tasse universitarie?

Perchè non dire la verità: quasi un 50% degli studenti italiani lavora per mantenersi gli studi, in quanto l’Italia e’ l’ultimo Paese europeo per investimenti in diritto allo studio.

Quello è il vero problema, non e’ assolutamente un fenomeno culturale. Invece si fa finta di non vedere il problema e intanto,con questo provvedimento, si attenta alla natura pubblica dell’università italiana”.

Con il decreto sulla “spending review”, le università ancora oltre il limite della tassazione con il nuovo calcolo resterebbero 8, Bergamo, Insubria, Statale e Bicocca di Milano, Modena e Reggio Emilia, Parthenope di Napoli, Ca’ Foscari di Venezia e Urbino.

Orezzi ha inoltre rilevato: “L’aumento ipotizzato riguarda tutti gli studenti, ma in realtà per i fuoricorso e gli extracomunitari non ci sarà più alcun limite.

E’ nei fatti un liberalizzazione delle tasse studentesche mascherato, con fuoricorso e extracomunitari l’aumento potrà essere anche oltre il miliardo di euro”.

L’aumento medio a livello nazionale sarebbe di 650 euro, pari al 71%, con punte di oltre 1.400 euro per Sassari e l’Università della Basilicata e 1.300 euro per Cagliari. A La Sapienza e Siena aumenti possibili di oltre 1.100 euro, a Palermo 1.100 euro, a Messina e Foggia oltre 950 euro, a Perugia oltre 900, a Macerata e Firenze oltre 700 euro, a Pisa circa 680 mentre a Bari aumenti di più di 600 euro per l’università e più di 700 euro per il Politecnico.

Orezzi ha infine affermato: “Il governo sta uccidendo l’università pubblica.

Scaricare oggi 600 milioni di euro sulle spalle degli studenti universitari e delle loro famiglie è un atto di una gravità senza precedenti.

La Costituzione e il diritto allo studio universitario non possono essere cancellati con poche righe inserite a tradimento in una legge.

Il governo deve immediatamente cancellare questa previsione senza se e senza ma.

Siamo pronti a manifestare in tutte le piazze d’Italia.

Chiediamo l’immediato intervento del Presidente della Repubblica e siamo pronti a ricorrere anche alla Corte Costituzionale: non accetteremo in alcun modo questo scempio”.

Gli aumenti delle tasse universitarie che si verificherebbero in seguito al decreto sulla “spending review” sono effettivamente eccessivi. Già da alcuni anni si sta assistendo ad una riduzione del numero complessivo degli iscritti nelle università italiane, a causa della crisi economica che colpisce il nostro Paese. Se quegli aumenti, così consistenti, fossero realmente attuati, inevitabilmente, diminuirebbe ancora di più il numero degli iscritti. Spesso si sostiene che per il futuro dell’Italia sarebbe necessaria una maggiore attenzione nei confronti dell’istruzione, anche di quella universitaria. Si consideri fra l’altro che la percentuale dei giovani che nel nostro Paese riesce a laurearsi è troppo bassa e decisamente inferiore rispetto alle percentuali che si verificano in molti altri Paesi. Un provvedimento quale quello esaminato dall’UdU dimostrerebbe invece che questo governo non intende affatto favorire l’istruzione universitaria, anzi essa verrebbe fortemente penalizzata.


Le mani delle mafie sull’agricoltura

24 luglio 2012

La Cia, confederazione italiana degli agricoltori, ha presentato il suo quarto rapporto su agricoltura e mafie, denominato “ Cittadino agricoltore in sicurezza 2011”. I dati contenuti nel rapporto sono preoccupanti. Nel 2011 si sono verificati 240 reati al giorno nelle campagne italiane, una media di 8 reati l’ora. Un agricoltore su tre subisce la violenza delle organizzazioni criminali che, in questo settore, danno vita ad un volume d’affari di circa 50 miliardi di euro l’anno. La “mafia S.p.a.” guadagna, nel settore agricolo, 4,5 miliardi di euro con furti e rapine, 3,5 miliardi con il racket, 3 miliardi con l’usura, 1,5 miliardi con le truffe, 2 miliardi con l’agropirateria e la contraffazione, 1 miliardo con le macellazioni clandestine, 18,5 miliardi con l’abusivismo edilizio – che compromette il paesaggio boschivo, idrico, faunistico e agricolo -, 16 miliardi con l’ecomafia.

Gaetano Liardo, in un articolo pubblicato su www.liberainformazione.org, si occupa di quanto emerge dal rapporto in questione.

“Inoltre, proprio per rendere evidente l’ampiezza degli interessi criminali nel mondo dell’agricoltura, i boss sono in grado di influenzare, e alcune volte controllare, l’intera filiera agroalimentare.

‘In questi anni – si legge nel rapporto – abbiamo potuto constatare che la criminalità organizzata, grazie ad una serie di connivenze e di una rete delinquenziale sul territorio, è in grado di condizionare addirittura tutta la filiera agroalimentare, agendo nei vari passaggi e alterando la libera concorrenza, influenzando la formazione dei prezzi, la qualità dei prodotti, il mercato del lavoro’…

Un cancro che ha la capacità di condizionare il mercato dalla produzione alla distribuzione, fino a ciò che mangiamo nelle nostre tavole. Mettendo ai margini l’imprenditoria onesta e rispettosa del lavoro e delle leggi, in grado di produrre prodotti di qualità…

Inoltre, perseguendo l’obiettivo di moltiplicare i capitali ‘investiti’ – frutto ricordiamolo di attività illecite – utilizza forme di lavoro nero, caporalato, pratiche schiavistiche nei confronti dei lavoratori immigrati, come denunciato a più riprese da sindacati, organizzazioni e da una parte degli stessi imprenditori agricoli…

La situazione descritta nel rapporto della Cia, purtroppo, mette in luce un mondo che rischia di finire stritolato dall’avanzata delle mafie.

Da qui l’esigenza, sentita prima di tutto dagli imprenditori agricoli, di essere tutelati e di marginalizzare la zona grigia delle collusioni che esiste anche in questo settore.

Il percorso iniziato dalla Confederazione va nella giusta direzione: rapporti con la Direzione nazionale antimafia, con il Corpo Forestale, con le forze dell’ordine, ma anche con l’associazionismo antimafia”.

Giuseppe Politi, presidente della Cia, nella presentazione al rapporto, si occupa anche dei motivi alla base delle infiltrazioni mafiose in agricoltura:

“Da tempo, purtroppo, l’attenzione rivolta dalla criminalità all’agricoltura – come abbiamo rilevato in precedenti dossier – è particolarmente rilevante in quanto il settore primario è un terreno nel quale si sviluppano ‘affari’ di grosse dimensioni.

La ragione può essere facilmente ricercata nel fatto che questo particolare e delicato segmento produttivo provvede in maniera sostanzialmente diretta al fabbisogno primario di milioni di persone per garantire loro la sopravvivenza, specie in questi momenti di crisi alimentare, dove il cibo diventa indispensabile e insostituibile.

Ecco perché c’è l’interesse a investire, riciclare e mantenere una schiera di ‘sudditi’ per il lavoro di manovalanza. Non solo. Attraverso le campagne è possibile esercitare il controllo del territorio per utilizzarlo come base per nascondigli, oppure come punto di partenza per ulteriori sviluppi imprenditoriali…

In questo contesto rientra anche l’accordo che la Confederazione ha firmato con l’associazione dell’amico Don Luigi Ciotti, ‘Libera’. Dare il nostro contributo di carattere tecnico e i nostri servizi alle cooperative e ai soci di ‘Libera’ nella gestione dei terreni confiscati alla criminalità rappresenta, infatti, un’ulteriore conferma di una strategia che ci vede in prima linea nella lotta ad ogni forma di criminalità…”.

La situazione determinata dalle infiltrazioni mafiose nell’agricoltura italiana è davvero preoccupante. Mi sembra, comunque, che l’impegno profuso dalla Confederazione italiana degli agricoltori sia da valutare positivamente, soprattutto la volontà di questa associazione di sviluppare i rapporti con la Direzione nazionale antimafia, con il Corpo Forestale, con le forze dell’ordine, ma anche con l’associazionismo che si occupa di contrastare le mafie. E’ auspicabile però che anche questi soggetti accrescano le loro attività, quanto meno per ridurre la presenza delle mafie nell’agricoltura.


Istruzione, cresce il divario tra Nord e Sud

22 luglio 2012

Anche per quanto riguarda l’istruzione, l’Italia è “spaccata” in due. La situazione dell’istruzione è decisamente peggiore nelle regioni meridionali rispetto a quanto avviene in quelle del Centro-Nord. Questo è il principale risultato che emerge dal rapporto 2012 sull’apprendimento nelle scuole italiane realizzato dall’Invalsi (Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione).

Dei contenuti del rapporto in questione riferisce un comunicato della agenzia Dire (www.dire.it):

“Aumenta il divario tra Nord e Sud, in particolare con la crescita dell’età degli studenti, ma alcune regioni meridionali come Abruzzo, Basilicata e Puglia hanno innalzato il livello di preparazione raggiungendo la media nazionale.

Sono alcuni dei dati emersi dal rapporto 2012 sull’apprendimento nelle scuole italiane, presentato a Roma dall’Invalsi.

Un rapporto che ha visto impegnati nelle prove standardizzate di italiano e matematica oltre due milioni di ragazzi e che rispetto agli altri anni ha introdotto alcune ‘novita’ metodologiche e di presentazione’, come ha spiegato il commissario straordinario dell’Istituto, Paolo Sestito…

I dati emergono da un campione che coinvolge complessivamente 5.451 scuole, 7.786 classi e 167.294 studenti.

Proseguendo con l’analisi dei risultati, su un campione si nota come il gap più grande è nelle scuole medie.

In generale, le ragazze sono più brave in italiano ma meno preparate in matematica rispetto ai ‘colleghi’ maschi.

Differenze anche tra studenti italiani e immigrati, con questi ultimi che faticano soprattutto nella prova in lingua…”.

In un’altra nota pubblicata su www.tuttoscuola.com si può leggere, tra l’altro:

“…Il recupero del divario da parte di alcune regioni del Meridione riguarda principalmente la scuola di primo grado, mentre rimane ancora consistente lo svantaggio del Sud e, in parte anche del Centro, rispetto al Nord per quanto riguarda i risultati della scuola secondaria di secondo grado.

E’ nella scuola secondaria di primo grado, invece, che esplode il fenomeno della varianza tra Nord, Centro e Sud (tranne eccezioni di nuovo in Puglia, Abruzzo, Molise), sia in italiano che in matematica….

La spaccatura tra Nord e Sud, inoltre, non si evidenzia solo sui punteggi medi, ma anche nella diversa distribuzione del numero di studenti deboli che risulta decisamente più ampia al Meridione che al Settentrione…”.

Il sottosegretario all’Istruzione, Elena Ugolini, ha sottolineato la necessità di dotarsi di strumenti di autovalutazione perché “senza conoscere se stessi è impossibile migliorarsi e dare vita a un cambiamento.

Senza un paragone con il mondo esterno non si possono capire i fattori che hanno bisogno di un intervento.

I dati – ha concluso – dimostrano che la scuola italiana migliorerà se cambieranno le singole classi e le singole scuole. Sembra una banalità ma per avere risultati positivi bisogna mettere in relazione la quotidianità e la valutazione”.

Il segretario generale della Uil Scuola, Massimo Di Menna, ha dichiarato: “E’ utile e da apprezzare il valore scientifico delle attività svolte dall’istituto di valutazione e va accolto con interesse l’annuncio che l’Invalsi intende concentrare le proprie indagini, seppure su campioni di scuole, per sviluppare una misurazione del valore aggiunto dei risultati conseguiti anche attraverso un’analisi dell’evoluzione nel tempo degli apprendimenti.

Ciò che non va bene è la residualità con cui viene considerato il ruolo degli insegnanti in questo contesto…

Sarebbe stato utile, anche nell’incontro di presentazione, dar voce agli insegnanti in modo da considerare appieno esperienze professionali e criticità su cui più volte si è discusso nelle scuole…”

Di Menna ha aggiunto “A tal proposito appare incomprensibile che non si sia voluto tener conto di alcune indicazioni che la Uil scuola ha da tempo sollecitato:

– acquisire in sede di analisi dei risultati le esperienze degli insegnanti;
– prevedere un coinvolgimento, un piano formativo, un sostegno agli insegnanti protagonisti di un complesso impianto innovativo;
– semplificare le procedure per lo svolgimento dei test”.

Pasquale Almirante su www.tecnicadellascuola.it, relativamente al rapporto Invalsi, ha rilevato:

“Perché nella primaria non si notano grandi differenze di preparazione fra i bambini italiani ma che invece si presenta sinistra e preoccupante dalla secondaria di primo grado in poi?…

Non siamo sociologi, ma appena letto il comunicato pubblicato dal Miur (il ministero dell’istruzione), non abbiamo fatto altro che cercare all’interno del nostro portale alcune delle più recente pubblicazioni relative ai sondaggi dell’Istat e o di altri enti sulle condizioni di povertà, di lavoro, di abbandoni e di dispersione tra il nord e il sud, per dire, cercando di dimostrarlo, che la frattura non riguarda solo i livelli di preparazione scolastica ma anche di lavoro e di vivibilità, di reddito e spesa per cultura…

E infatti, se nella scuola primaria, come dimostra l’esito delle prove Invalsi, non si notano grandi differenza di preparazione fra Nord, Centro e Sud un motivo ci deve pur essere e che non è certamente rintracciabile nella maggiore dedizione o preparazione dei maestri, oppure nella minore propensione di bambini alla strafottenza e neghittoseria.

Un pedagogista direbbe che a quell’età, l’età della primaria, le differenze di classe si colgono poco e poco si avverte il disagio economico della famiglia, né si costringe o si avverte l’esigenza spesso forte di cercare un lavoro, anche in nero, per tamponare pericolose falle di sopravvivenza.

E’ con la pubertà che il raffronto col mondo esterno diventa più conflittuale e dal mondo esterno si cercano risposte che le famiglie più povere e disagiate non riesce spesso a dare, quando non c’è dove pescare perfino l’euro per i libri.

E guarda caso la frattura tra Nord e Sud nel nostro sistema di istruzione inizia proprio dalla secondaria di secondo grado e per alzarsi via via sempre più”.

Le considerazioni di Pasquale Almirante mi sembrano molto interessanti, anche perché è necessario interpretare i risultati del rapporto Invalsi, se si intende davvero eliminare o quanto meno ridurre quel divario tra Nord e Sud che rappresenta, senza alcun dubbio, il più importante elemento di preoccupazione che emerge dall’analisi del rapporto. E condivido soprattutto la valutazione implicita nel ragionamento di Almirante: possono essere certamente utili interventi specifici per migliorare la qualità dell’istruzione che contraddistingue le regioni meridionali ma non ci si può attendere il verificarsi di notevoli risultati se non si riuscirà a ridurre il divario economico e sociale tra Nord e Sud, uno dei principali problemi del nostro Paese.


In Sahel una tragedia di proporzioni bibliche

20 luglio 2012

Nel Sahel 18,7 milioni di persone si trovano ad affrontare una crisi alimentare gravissima che avrebbe potuto essere prevenuta e i cui effetti sono stati ampiamente sottostimati in alcuni Paesi. Folti sciami di cavallette stanno già devastando raccolti e piantagioni di datteri nella parte settentrionale del Niger, e potrebbero allargarsi a gran parte della regione. L’arrivo della stagione delle piogge inoltre sta aumentando il rischio della diffusione di colera, che si affaccia ora in Mali (47 già le morti registrate, 2.005 i casi) ma ha già raggiunto livelli endemici in Niger. La situazione che si sta verificando nel Sahel viene denunciata dall’organizzazione non governativa “Save the Children”.

Particolarmente preoccupante è quanto sta avvenendo nel Mali.

Infatti in un comunicato emesso da “Save the Children” si può leggere tra l’altro:

 “Nel solo Mali, oltre un milione di bambini soffrono la fame e la sete e sono esposti a un gravissimo rischio malnutrizione.

Massicci i flussi migratori interni alla ricerca della salvezza, spostamenti colossali che mettono a serio rischio la vita di centinaia di migliaia di bambini, separati dalle loro famiglie e dunque anche a rischio di abuso, violenza o, ancora, di arruolamento nei gruppi armati nella parte settentrionale del Paese…

Una crisi devastante che va a sommarsi ad una già precaria condizione di sopravvivenza che interessa milioni di persone…

Il Mali, infatti, sta affrontando tre crisi concomitanti, combinando una crisi alimentare e nutrizionale, un conflitto armato nella parte settentrionale del paese e la crisi politica e militare, dopo il recente colpo di stato.

La crisi alimentare è stata provocata da carenze di produzione a causa di un cattivo raccolto per le piogge irregolari nella stagione 2011/2012…

Ad aggravare ulteriormente lo scenario, secondo Human Rights Watch, nel nord del Paese circa 2,4 milioni di persone vivono nelle aree interessate dal conflitto armato in seguito al golpe guidato dalla giunta militare che ha rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré lo scorso 22 marzo.

Drastico l’ aumento di stupri, violenza e abusi sessuali su donne e ragazze in città e villaggi in tutta la regione. Molti i casi documentati in cui le ragazze e le donne sono state rapite dalle loro case e portate nei campi militari, scarsa la disponibilità di assistenza per le donne che hanno subito violenza”.

E come sta tentando di intervenire “Save the Children” in Mali?

L’obiettivo generale dell’intervento è quello di contribuire alla riduzione dell’impatto della crisi alimentare, della malnutrizione e del crescente conflitto interno in Mali, attraverso una risposta multi-settoriale, graduale ed integrata e una strategia di emergenza che durerà sino a dicembre 2012.

I settori di intervento previsti sono: sicurezza alimentare, nutrizione, protezione dell’infanzia, educazione, salute e igiene.

L’azione che “Save the Children” sta portando avanti nel Sahel, e soprattutto nel Mali, non può che essere valutata positivamente. E, più in generale, le organizzazioni non governative svolgono un ruolo insostituibile in quella regione come in altre parti del Mondo. Ma le dimensioni dei problemi cui ci si trova di fronte esigono un impegno molto più forte da parte delle istituzioni internazionali e da parte dei governi dei più importanti Paesi sviluppati. Altrimenti, io credo, i risultati che potranno essere raggiunti nel Sahel inevitabilmente saranno del tutto inadeguati rispetto a quanto necessario.