In aumento badanti e colf italiane

30 giugno 2016

badante

In base ai dati forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps, nel 2015 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 886.125, con un decremento del -2,3% (-20.518 in valore assoluto) rispetto al dato del 2014. Sono però aumentati gli italiani, del 4,2%.

Analizzando i dati dei lavoratori domestici per tipologia di rapporto e zona geografica di provenienza,è evidente un prevalenza delle “colf” che costituiscono quasi il 60% del totale dei lavoratori.

Tale distribuzione riguarda sia i lavoratori italiani e quasi tutti i lavoratori stranieri ad eccezione di quelli provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Asia Medio Orientale, in cui prevale la tipologia di “badante”.

Nel 2015 il numero di badanti, rispetto all’anno precedente, registra un lieve aumento (+2,2%), ma con un sostanziale incremento dei badanti di nazionalità italiana (+13,0%).

Il numero di colf, invece, evidenzia un decremento pari al -5,4%, influenzato maggiormente dalla diminuzione dei lavoratori provenienti dall’Asia Orientale (-13,6%) e dall’Africa del Nord (-13,2%); anche in questo caso i lavoratori italiani fanno registrare una variazione in controtendenza (+0,3%).

La distribuzione territoriale dei lavoratori domestici in base al luogo di lavoro nell’anno 2015 evidenzia che il Nord-Ovest è l’area geografica che, con il 29,8%, presenta il maggior numero di lavoratori, seguita dal Centro con il 28,5%, dal Nord-Est con il 19,7%, dal Sud con il 13,0% e dalle Isole con l’9,0%.

La regione che registra in Italia, sia per i maschi che per le femmine, il maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 160.587 lavoratori pari al 18,1%, seguita dal Lazio (15,0%), dall’Emilia Romagna (9,0%) e dalla Toscana (8,5%).

In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

La composizione dei lavoratori in base alla nazionalità evidenzia una forte prevalenza di lavoratori stranieri, che nel 2015 risultano essere il 75,9% del totale.

Con riferimento alla distribuzione regionale per nazionalità, in Lombardia si concentra la maggior parte dei lavoratori domestici stranieri nell’anno 2015, con 135.188 lavoratori (20,1%), seguita dal Lazio (17,0%) e dall’Emilia Romagna (10,1%).

Per i lavoratori italiani, invece, al primo posto c’è la Sardegna con il 16,4% e a seguire Lombardia (11,9%) e Lazio (8,7%).

L’aumento delle colf e delle badanti italiane dimostra che i problemi occupazionali dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici italiane permangono, inducendole ad accettare attività lavorative che in passato non intendevano svolgere.

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Amnesty International, introdurre il reato di tortura in Italia

27 giugno 2016

tortura

In occasione della giornata internazionale per le vittime della tortura, il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, ha inviato ai Senatori una lettera aperta sul reato di tortura in Italia.

Cosa scrive Marchesi nella lettera?

“Qualcuno di voi, poco più di un anno fa, aveva ipotizzato che il Parlamento potesse approvare definitivamente, entro la ricorrenza di oggi, una legge introduttiva di una fattispecie di tortura nel nostro ordinamento.

Noi, forse ingenuamente, abbiamo sperato. Invece, non soltanto quella previsione non si è avverata, ma poco dopo, l’argomento è scomparso dall’agenda del Senato.

Il Parlamento italiano non ha dedicato più un solo minuto del proprio tempo – da un anno a questa parte – all’introduzione di norme che permettano finalmente di punire adeguatamente (e così facendo di prevenire) la tortura nel nostro Paese.

Eppure un certo senso di urgenza sarebbe giustificato.

Sono passati quasi trent’anni da quando l’Italia ha ratificato la convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, senza mai onorare compiutamente gli impegni presi.

Ne sono passati circa 25 da quando il Parlamento ha cominciato a discutere della definizione del reato di tortura, senza concludere nulla, non essendo riuscito, in un quarto di secolo, ad approvare una norma introduttiva della fattispecie.

Ed è da tempo immemorabile che il nostro Paese viene rimproverato, in tutte le occasioni possibili da tutti gli organi di controllo del sistema delle Nazioni Unite, per tale lacuna.

A questi rimproveri si sono aggiunte poi le vere e proprie condanne, sia per tortura che per mancata punizione della stessa, da parte della Corte europea dei diritti umani…

Ci saremmo aspettati altresì un maggiore impegno da parte del Parlamento, nel quale, anche in questa legislatura è mancato il dialogo tra i due rami, che hanno dato vita, come in passato, a una specie di “ping-pong” istituzionale, senza trovare – e apparentemente senza neppure cercare – un accordo su un testo che possa superare il vaglio di entrambi.

E anche in questa legislatura è perdurato il grave equivoco, forse alimentato dalle numerose audizioni di sindacati delle forze di polizia, che l’introduzione di un reato specifico di tortura possa andare contro gli interessi di queste ultime (e non essere, invece, nell’interesse di tutti, a cominciare dalle stesse forze di polizia)…

Nel frattempo, mentre le istituzioni del nostro Paese mostrano di non essere in grado di affrontare adeguatamente la questione, un numero significativo di processi per atti di tortura (tali secondo la definizione internazionale di quest’ultima – per espressa ammissione delle sentenze), celebrati di fronte ai giudici italiani, si sono conclusi con l’accertamento dei fatti e la mancata punizione dei responsabili.

Non sono stati puniti i paracadutisti della Folgore riconosciuti colpevoli di avere praticato la tortura in Somalia nel lontano 1993.

Non sono stati puniti molti dei responsabili delle brutalità commesse nella scuola Diaz di Genova nel 2001.

Non sono stati puniti gli agenti di polizia penitenziaria che hanno praticato la tortura nel carcere di Asti nel 2004.

E non sarà processato, perché non sarà estradato in Argentina, il cappellano militare accusato di avere preso parte a sessioni di tortura in quel Paese.

E l’elenco potrebbe essere ben più lungo.

Il motivo è sempre lo stesso: non si fa in tempo, perché le fattispecie generiche a cui si deve (per mancanza di meglio) fare riferimento si prescrivono e il reato si estingue (e dunque non si può né punire i colpevoli né, eventualmente, estradare gli accusati).

Noi di Amnesty International siamo convinti che l’introduzione di un reato di tortura, definito in modo compatibile con la convenzione delle Nazioni Unite, punito con pene adeguate alla gravità del reato e che abbia un termine di prescrizione sufficientemente lungo perché la tortura possa essere, oltre che accertata, anche punita (sia in Italia che in altri Paesi, grazie alla collaborazione italiana), sia un obiettivo ancora possibile.

E crediamo che non sia troppo tardi per raggiungerlo, sempre che lo si voglia, entro la fine di questa legislatura.

Per questo chiediamo, a nome delle vittime di tortura di cui oggi si celebra la giornata internazionale, di voltare pagina.

Chiediamo di rimediare all’impunità strutturale per fatti di tortura che caratterizza tuttora il nostro ordinamento giuridico e di porre rapidamente fine a una  situazione inaccettabile per qualunque Paese che voglia essere pienamente rispettoso dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.

E chiediamo a Lei di fare la sua parte”.

Io non posso che associarmi alle richieste formulate dal presidente di Amnesty International Italia.


Nel 2015 65 milioni i rifugiati

26 giugno 2016

rifugiati

Nel 2015, guerra e persecuzioni hanno portato ad un significativo aumento delle migrazioni forzate nel mondo, che hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza e comportano sofferenze umane immense. Questo è quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato dall’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati.

I principali contenuti del rapporto sono esaminati in un comunicato emesso dalla stessa Unchr.

Il rapporto annuale “Global Trends” dell’Unhcr, che traccia le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre, e dai rapporti dell’organizzazione stessa, riporta circa 65,3 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, rispetto ai 59,5 milioni di un anno prima.

Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone.

Il totale di 65,3 milioni comprende 3,2 milioni di persone che erano in attesa di decisione sulla loro richiesta d’asilo in Paesi industrializzati a fine 2015 (il più alto totale mai registrato dall’Unhcr), 21,3 milioni di rifugiati nel mondo (1,8 milioni in più rispetto al 2014 e il dato più alto dall’inizio degli anni novanta), e 40,8 milioni di persone costrette a fuggire dalla propria casa ma che si trovavano ancora all’interno dei confini del loro Paese (il numero più alto mai registrato, in aumento di 2,6 milioni rispetto al 2014).

In molte regioni del mondo le migrazioni forzate sono in aumento dalla metà degli anni novanta, in alcuni casi anche da prima, tuttavia il tasso di incremento si è alzato negli ultimi cinque anni.

Le ragioni principali sono tre: le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo (ad esempio, i conflitti in Somalia o Afghanistan stanno ormai entrando rispettivamente nel loro terzo e quarto decennio); è maggiore la  frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (la più grave oggi è la Siria, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana, etc.); la tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda.

Tra i Paesi coperti dal report Global Trends, la Siria con 4,9 milioni di rifugiati, l’Afghanistan con 2,7 milioni e la Somalia con 1,1 milioni rappresentano da soli oltre la metà dei rifugiati sotto mandato Unhcr nel mondo.

Allo stesso tempo, la Colombia, con 6,9 milioni, è il Paese con il più alto numero di sfollati interni, seguita dalla Siria, con 6,6 milioni, e l’Iraq, con 4,4 milioni.

I bambini rappresentano il 51% dei rifugiati del mondo nel 2015.

Molti di loro erano separati dai loro genitori o viaggiavano da soli, un dato che desta molta preoccupazione.

In tutto ci sono state 98.400 richieste d’asilo da parte di  minori non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Questo numero, il più alto mai registrato dall’Unhcr, mostra tragicamente quanto grande sia l’impatto che le migrazioni forzate nel mondo hanno su queste giovani vite.

“Sempre più persone sono costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni. Questo è di per sè preoccupante, ma anche i fattori che mettono a rischio i rifugiati si stanno moltiplicando”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati.

“Un numero spaventoso di rifugiati e migranti muore in mare ogni anno; sulla terraferma, le persone che fuggono dalla guerra trovano la loro strada bloccata da confini chiusi.

La politica in alcuni paesi gravita sempre più verso restrizioni nell’accesso alle procedure d’asilo.

Oggi viene messa alla prova la volontà dei Paesi di collaborare non solo per i rifugiati ma anche per l’interesse umano collettivo, e ciò che deve davvero prevalere è lo spirito di unità”.


Troppo sedentari i bambini italiani

23 giugno 2016

bambini

E’ stata diffusa la ricerca dell’Ipsos “Lo stile di vita dei bambini e dei ragazzi italiani”, nell’ambito del progetto “Pronti, Partenza, Via!”, promosso da Save the Children e Mondelez International Foundation, in collaborazione con il Csi (Centro sportivo italiano) e l’Uisp (Unione italiana sport per tutti). Dalla ricerca in questione è emerso che 1 minore su 5 non svolge attività motorie nel tempo libero e 1 su 10 non le pratica regolarmente nemmeno a scuola.

I principali risultati della ricerca sono stati esaminati in un comunicato emesso da Save the Children.

E quali sono questi risultati?

Oltre un quinto dei bambini, il 23%, in Italia non svolge regolarmente attività motorie nel tempo libero e circa un minore su dieci non le pratica neppure in ambito scolastico, l’11%, per mancanza di spazi attrezzati o perchè non previsti nel programma scolastico.

Tre ragazzi su cinque trascorrono il proprio tempo libero al chiuso, in casa, propria o di amici.

Un ragazzo su cinque passa da una a due ore al giorno giocando con i videogame.

Tra i genitori dei ragazzi che stanno a casa, uno su tre lo attribuisce alla mancanza di spazi all’aperto vicino a casa dove incontrare gli amici.

Il 63% di loro cammina al massimo mezz’ora al giorno.

L’83% dei genitori dichiara di conoscere le regole per una corretta alimentazione, ma il 38% dei ragazzi mangia quotidianamente davanti alla tv.

Circa un minore su 10 non fa a colazione a casa tutti i giorni.

Ma cosa sognano i ragazzi per il proprio quartiere?

In primo luogo vorrebbero piste ciclabili o spazi dove poter andare sui pattini o con lo skateboard (34%, che balza al 59% a Palermo) e poi parchi giochi immersi nel verde (31%, che diventa il 51% a Catania), con alberi, panchine e prati.

Vorrebbero inoltre dei luoghi di divertimento e aggregazione, come i cinema multisala (27%, con picchi rispettivamente del 37, 36 e 35% a Roma, Ancona e Torino), e aree dove praticare attività sportive: dalle piscine (25%, dato in forte contrazione rispetto al 34% dell’anno precedente, ma che si mantiene pressoché invariato in città come Genova con il 33%), ai campi da calcio (16%, che a Palermo diventa 28%) e da basket (11%).

Poco più di 1 su 6 sogna una piazzetta senza auto dove poter giocare e circolare liberamente (dato che diventa del 34% a Napoli e del 29% ad Ancona), ma esiste un 14% che sogna un fast food (21% a Roma) e un 13% che vorrebbe un centro commerciale (24% a Sassari).

Raffaela Milano, direttore programmi Italia-Europa di Save the Children Italia ha così commentato i risultati della ricerca: “Lo sport e il movimento sono fondamentali per lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi, sia in termini di salute che per quanto riguarda la sfera della socialità e dell’aggregazione con i propri pari.

Un bambino che fa sport e che conosce le regole di una sana alimentazione sarà un adulto più sano e un genitore attento, a sua volta, a offrire uno stile di vita sano e salutare ai propri figli.

Migliorare e rendere più fruibili gli spazi pubblici, soprattutto nei quartieri più disagiati delle nostre città, e dedicare il giusto spazio alle attività motorie nei programmi scolastici sono la chiave per combattere la piaga dilagante della sedentarietà e diminuire il tempo in cui bambini e ragazzi rimangono incollati a uno schermo”.


7 diritti fondamentali per i malati di Sla

21 giugno 2016

sla

In occasione della giornata mondiale sulla Sla, prevista per il 21 giugno, l’Aisla (associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e altre 21 associazioni aderenti alla International Alliance of Als hanno promosso una campagna e un manifesto per rilanciare i 7 diritti fondamentali per i malati di Sla.

I 7 diritti in questione sono i seguenti:

le persone affette da Sla hanno il diritto di ricevere cure e trattamenti di alta qualità, messi a disposizione dai servizi Sanitari di appartenenza;

le persone affette da Sla hanno diritto a una corretta informazione e training sulla malattia che permette sia a loro stessi sia a chi si occupa di loro di giocare un ruolo attivo nell’aspetto decisionale su cura e assistenza;

le persone affette da Sla hanno diritto di scelta in merito a:
– operatori sanitari e assistenziali che forniscono cure e consulenze sanitarie
– il luogo dove essere assistiti
– il tipo di cura o assistenza forniti, incluso il diritto di accettare, rifiutare o interrompere la cura nel rispetto delle leggi vigenti in ogni singolo Paese;

le persone affette da Sla hanno la possibilità di fornire input al sistema sanitario e assistenziale, partecipando alle politiche decisionali, alle prestazioni sanitarie e all’attuazione di procedure e protocolli di ricerca medica;

le persone affette da Sla hanno il diritto alla miglior qualità di vita, che comprende la tutela della propria dignità e la cura della persona, senza alcuna discriminazione;

le persone affette da Sla hanno il diritto alla garanzia di riservatezza e di privacy in merito a referti e informazioni mediche;

chi si prende cura di persone affette da Sla ha diritto al miglior supporto possibile, inclusi servizi di assistenza psicologica, anche in caso di lutto, servizi di sollievo e qualsivoglia benefit e diritto offerto dallo Stato.

Si ricorda che 420.000 sono le persone colpite dalla malattia nel mondo, circa 6.000 solo in Italia.

Si stimano circa 14.000 nuovi casi all’anno e ciò significa che, ogni giorno, 384 persone nel mondo vengono colpite dalla malattia.

In Italia particolare attenzione sarà rivolta ad alcuni dei nodi irrisolti a livello politico e istituzionale: primo fra tutti, il riconoscimento della figura del “caregiver” familiare, che spesso per assistere il congiunto deve lasciare il lavoro senza le tutele adeguate.

“I nostri 300 volontari sono impegnati in tutta Italia al fianco delle persone con Sla con attività gratuite di assistenza – riferisce Massimo Mauro, presidente di Aisla -.

La nostra esperienza ci dice che queste persone e i loro famigliari non devono essere lasciati soli davanti alla malattia e devono essere informati sui loro diritti.

Per questo motivo crediamo molto nel manifesto sui 7 diritti fondamentali che lanceremo insieme alle associazioni di tutto il mondo in occasione del global day sulla Sla del 21 giugno.

C’è la necessità di unirsi anche a livello globale per dare voce alle persone con Sla che hanno diritto di vivere nel miglior modo possibile”.


Femminicidio, chiudono i centri antiviolenza

19 giugno 2016

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Nelle ultime settimane si è parlato spesso di femminicidio. Alcune donne infatti sono state uccise, nell’arco di pochi giorni. 60 sono state le donne assassinate dall’inizio del 2016. Ci si dovrebbe aspettare che in Italia vi sia un sistema di strutture che contrastino tale fenomeno, adeguato alle necessità. Ed invece molti centri antiviolenza si trovano in notevole difficoltà ed alcuni sono stati costretti a chiudere.

Di tale situazione si occupa Lidia Baratta, in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it.

I primi centri antiviolenza (Cav)  in Italia risalgono alla fine degli anni Ottanta.

Oggi, in base alla mappatura – non completa – del dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il numero per le richieste di aiuto 1522, tra Cav, sportelli e case rifugio si arriva intorno a 450 strutture.

Ma i centri antiviolenza di tutta Italia annaspano, ancora in attesa dei finanziamenti statali del 2013-2014.

Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere.

A Roma, a poche ore dal femminicidio di Sara Di Pietrantonio, a lanciare l’allarme è stato il “centro comunale antiviolenza Donatella Colasanti e Rosaria Lopez”, attivo dal 1997 a sostegno delle donne vittime di violenza e maltrattamenti.

In questo centro sono passate quasi 9.000 donne, di cui trecento hanno trovato ospitalità insieme ai figli.

Ma il centro rischia la chiusura.

Lo scorso 13 maggio è arrivato l’avviso di sgombero dei locali utilizzati.

“Sulla base delle informazioni ricevute”, ha affermato Oria Gargano, presidente della cooperativa BeFree, che gestisce il servizio, “abbiamo appreso che l’intero edificio non è di competenza comunale, ma di proprietà della Regione Lazio”. Che ora reclama somme molto consistenti per i vent’anni di occupazione dei locali. Somme che il Comune non può sostenere.

E l’unica soluzione prospettata è stata quella della chiusura della struttura.

Il caso romano, però, non è isolato. C’è chi, come Maria Luisa Toto, presidente del centro antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce, qualche anno fa è stata costretta addirittura a fare lo sciopero della fame per non dover chiudere.

Il centro “Roberta Lanzino” di Cosenza, attivo dal 1988, nel 2010 si è visto costretto a chiudere la casa rifugio, quando il sostegno economico della Provincia è venuto meno.

La legge 119 del 2013 sul femminicidio aveva previsto l’erogazione di10 milioni all’anno per i centri antiviolenza.

Ma la prima tranche del 2013-2014 è stata trasferita alle Regioni solo nell’autunno del 2014.

E di questi soldi, una volta arrivati nelle casse regionali, nella maggior parte dei casi si è persa traccia.

In Lombardia, ad esempio, ai centri antiviolenza e alle case rifugio non è stato distribuito ancora un euro. In Calabria a fine 2015 è arrivata solo la prima tranche.

Nel frattempo, i centri antiviolenza sono costretti a vedersela con le disfunzioni degli enti locali.

Se a Roma il centro antiviolenza si trova al centro di un contenzioso tra Comune e Regione, a Milano è stata l’Amministrazione Provinciale a sottrarre un immobile al Cadmi per la necessità di vendere i propri, fare cassa ed estinguere i debiti.

Molto dipende anche dalle Regioni.

Diverse Regioni si sono dotate di leggi per contrastare la violenza di genere.

Ma anche in questo caso i fondi messi a disposizione sono pochi e non sempre vengono effettivamente distribuiti.

E poi il tanto pubblicizzato piano nazionale contro la violenza sulle donne è ancora fermo.

Approvato dal consiglio dei ministri, l’8 marzo in Gazzetta ufficiale è stato pubblicato un avviso pubblico della presidenza del Consiglio che prevede lo stanziamento di 12 milioni di euro per i progetti di sostegno alle donne vittime di violenza.

Ma nessuno degli addetti ai lavori ha saputo più nulla.

D’altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante che si occupasse delle questioni di genere.

Mi sembra indispensabile, quindi, che ai centri antiviolenza siano garantiti adeguati finanziamenti, costantemente.

Certo, dovranno essere effettuati, contemporaneamente, i necessari controlli, affinchè i fondi pubblici siano ben utilizzati e per i fini previsti.

Non si può escludere che in passato una parte delle risorse finanziarie pubbliche erogate ai centri antiviolenza non siano state usate come dovevano.

Però, i centri antiviolenza che funzionano, e sono molti, devono essere messi in condizione di perseguire, sempre e senza le notevoli difficoltà verificatesi fino ad ora, gli importanti obiettivi che si prefiggono.


Si dovrebbe votare per i sindaci, non a favore o contro Renzi

16 giugno 2016

renzi

Domenica prossima, il 19 giugno, si terranno i ballottaggi per l’elezione dei sindaci di importanti Comuni, quali Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Gli elettori dovrebbero scegliere i candidati che ritengono più adatti a governare i diversi Comuni. L’utilizzo del condizionale, però, è d’obbligo. Infatti non tutti gli elettori seguiranno quel criterio, purtroppo.

E per quale motivo?

Perché molti considerano quei ballottaggi come una sorta di referendum pro o contro Renzi, nella consapevolezza che se i candidati sostenuti dal presidente del consiglio, contemporaneamente segretario del Pd, saranno sconfitti, ciò rappresenterebbe un notevole indebolimento per Renzi.

Certo, Renzi non sarebbe per nulla contento se molti candidati da lui sostenuti non riuscissero a diventare sindaci. La sua leadership risulterebbe indebolita. Ma il governo Renzi non sarebbe messo in discussione.

Altra situazione si verrebbe a determinare se in occasione del referendum sulla riforma costituzionale prevalessero i no.

In quel caso – lo ha dichiarato esplicitamente più volte – Renzi non solo si dimetterebbe da presidente del Consiglio ma abbandonerebbe l’attività politica.

Comunque, al di là dell’indebolimento o meno della posizione di Renzi, non mi sembra affatto  condivisibile l’orientamento di coloro i quali si apprestano a votare un candidato piuttosto che un altro solamente per contrastare il presidente del Consiglio.

Le elezioni comunali, infatti, sono elezioni che non dovrebbero assumere un significato politico generale.

Si dovrebbero scegliere, quindi, i candidati ritenuti dagli elettori più capaci di governare i diversi Comuni.

E’ vero, peraltro, che anche in passato ai risultati di elezioni locali è stato attribuito un significato politico generale.

Ma in questa occasione, mi sembra, si sta esagerando.