In forte crescita le spese per la casa

30 settembre 2012

Nel 2012 le spese per la casa saranno pari al 31,1% delle spese totali delle famiglie, mentre nel 2010 erano il 28,4%. Per circa 3 milioni di famiglie queste spese rappresentano oltre il 40% del reddito disponibile. Lo sostiene la Cgil, con uno studio dell’area Welfare – Politiche abitative.

Quindi la casa per molte famiglie non può essere più considerata un bene rifugio, per diventare ogni giorno di più una spesa insostenibile.

L’incidenza media delle spese relative alla casa è passato dal 28,4% del 2010 al 31,1% per il 2012.

Un impennata frutto dei rincari delle utenze, della tassa Imu, del peso dei muti e del reale valore degli affitti, che porta la quota di spesa per l’abitazione oltre la soglia limite di sostenibilità per il bilancio familiare.

Ma soprattutto, si sottolinea nello studio della Cgil, ciò che desta particolare preoccupazione e’ la quota di famiglie, rispetto al valore medio, per le quali questa incidenza supera il 40% del reddito.

La stima relativa al 2010 individuava in quasi 2,4 milioni le famiglie in condizione di serio disagio, quelle cioè per le quali le spese per l’abitazione pesavano per oltre il 40% sul reddito disponibile.

Oggi, per effetto degli incrementi registrati nel corso dell’anno per quanto riguarda queste spese, le famiglie in serio disagio sono circa 3 milioni.

Ad incidere pesantemente sul bilancio familiare sono infatti le spese legate all’affitto o al mutuo, “’che determinano difficoltà crescenti e un’incidenza sul reddito insostenibile”, ha osservato la responsabile Politiche abitative della Cgil, Laura Mariani.

Infatti, secondo lo studio del sindacato, quasi una famiglia su due di quelle proprietarie di abitazione con un mutuo in corso, attualmente fa fatica o ha forti difficoltà nel pagamento delle rate; più della metà delle famiglie in locazione considera eccessivo il peso dell’affitto nell’ambito del loro bilancio.

I costi dell’abitazione, maggiorati di circa 400 euro in più rispetto allo scorso anno, incidono quindi sempre di più quindi sui bilanci delle famiglie, mentre si avvicina il saldo dell’Imu.

Quest’ultima imposta dovrà essere versata in base alle aliquote comunali che risultano essere mediamente più alte di quelle con cui e’ stato calcolato l’acconto.

“Un’ulteriore stangata che peserà soprattutto sui cittadini con redditi più bassi, lavoratori e pensionati”, ha aggiunto Laura Mariani puntando il dito contro “l’Imu e la sua mancanza di progressività” e rivendicando risposte “sempre più indispensabili per le crescenti difficoltà dei cittadini, sapendo che gli alti costi legati all’abitare incidono soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione”.

I dati contenuti nello studio della Cgil non stupiscono. Essi infatti sono l’inevitabile effetto dell’assenza, che ormai si verifica da molti anni, di una politica per la casa tendente a facilitare la disponibilità di un’abitazione a costi accettabili, soprattutto per le giovani generazioni. Ed anche il governo Monti non si è distinto, rispetto ai precedenti, relativamente a questo aspetto. Lo dimostra, come già rilevato, l’Imu, un’imposta fortemente iniqua, che colpisce in modo particolare coloro che percepiscono redditi più bassi. Era necessario aumentare l’imposizione sulle abitazioni, soprattutto dopo l’abolizione dell’Ici sulla prima casa decisa dal governo Berlusconi, ma tale imposizione doveva essere più equa, colpendo maggiormente i grandi patrimoni.


Il decalogo dei diritti degli anziani

27 settembre 2012

In un incontro preparatorio del 1° Congresso della Corte di Giustizia Popolare per il Diritto alla Salute, organizzato da Federanziani, sono stati indicati i principali diritti di cui dovrebbero godere gli anziani.

Questo incontro viene esaminato in un comunicato emesso da Federanziani.

Diritto alla prevenzione e alla vaccinazione. Diritto a visite e diagnosi in tempi ragionevoli. Diritto a ricevere tempestivamente le cure oncologiche. Diritto ad ambienti sanitari sicuri. Diritto a ricevere i farmaci essenziali dal SSN. Diritto di accesso ai farmaci biosimilari, equivalenti, alle cure personalizzate, ai medical device. Diritto ad una vita dignitosa per le persone non autosufficienti.

Questi sono i punti essenziali delle linee guida approvate dai circa 1.000 delegati Federanziani riuniti nella convention interregionale di Terni, nell’ambito delle celebrazioni per l’anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni.

I delegati, provenienti da Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, hanno dibattuto e approvato le linee guida che saranno presentate ai medici in occasione del 1° Congresso della Corte di Giustizia Popolare per il Diritto alla Salute, che si svolgerà a Montesilvano (Pescara) il 27 e 28 ottobre 2012.

“Diritto alla salute – si legge nel documento approvato – significa anzitutto diritto alla prevenzione, ovvero a ricevere informazioni adeguate e ad essere destinatari di iniziative capaci di motivare le persone a migliorare la loro alimentazione, a praticare l’esercizio fisico e ad adottare stili di vita che migliorino la qualità della salute”.

Il documento evidenzia i rischi dell’influenza per la terza età, sottolineando l’importanza della vaccinazione e chiedendo l’abbassamento dell’età vaccinabile; sottolinea il diritto, garantito dalle normative vigenti, a ricevere visite e diagnosi in tempi ragionevoli, in particolare quando si tratti di patologie oncologiche.

Le linee guida si soffermano poi sull’importanza della vaccinazione degli operatori sanitari, espressamente prevista dal piano nazionale per la prevenzione vaccinale 2012-2014 ma non sempre praticata, non solo per la protezione del singolo operatore, ma soprattutto a garanzia dei pazienti, “ai quali l’operatore potrebbe trasmettere l’infezione, determinando gravi danni e persino casi mortali”.

Le infezioni ospedaliere, ricorda il documento, sono state 2.269.045, per un totale di 22.691 decessi, più di quanti ne siano stati causati dagli incidenti stradali.

Quanto ai farmaci, il documento sottolinea che il contenimento della fascia A non può avvenire a carico della fascia C, evidenzia le disparità nell’accesso ai farmaci biosimilari e la scarsa diffusione della cultura dei farmaci equivalenti in Italia.

Uno dei punti è dedicato alla medicina personalizzata, poiché “grazie alla diagnostica molecolare e al sequenziamento del genoma umano, si può migliorare la vita del malato e si possono ridurre i costi della spesa farmacologica”.

Per quanto riguarda i dispositivi medici, si afferma che “i pazienti hanno diritto di accedere ai ‘medical device’ più efficaci, sicuri, e rispondenti alle proprie esigenze, compatibilmente con la sostenibilità per il servizio sanitario nazionale”.

Un capitolo a sé è quello degli anziani discriminati nell’accesso alle cure. “Sono circa 8,4 milioni gli anziani, su un totale di 12 milioni, che sono affetti da almeno una patologia cronica, e la metà di loro non riesce ad avere cure adeguate alla propria condizione clinica.

Le malattie cardio-cerebrovascolari, che riguardano oltre il 60% dei pazienti over 65, nel 76% dei casi non vengono trattate adeguatamente. Il 12% dei pazienti al di sotto dei 70 anni e il 30% degli over 85 non riceve prescrizioni mediche per gli antipertensivi”.

A ciò si aggiunge il problema della non autosufficienza, prima causa di impoverimento delle famiglie dopo la perdita del lavoro. Ben due milioni di nuclei familiari in Italia si fanno carico di costi che diventano ogni giorno più difficili da sostenere.

“Per questo – conclude il documento – chiediamo che sia costituito un nuovo fondo per la non autosufficienza a sostegno dei disabili gravi, delle persone anziane non autosufficienti e delle famiglie che quotidianamente prestano loro assistenza”.

L’elenco dei diritti degli anziani contenuto nel documento finale dell’incontro in questione dovrebbe essere tenuto nella massima considerazione relativamente alle politiche per gli anziani attuate dalle diverse istituzioni, nazionali e locali, interessate. Purtroppo ciò non avviene, soprattutto in un periodo come quello attuale contraddistinto da forti e indiscriminati “tagli” alla spesa pubblica che interessano anche gli interventi a favore degli anziani.


Le madri gravemente colpite dalla crisi

25 settembre 2012

Le madri sono pesantemente colpite dalla crisi economica. Lo dimostra il dossier “Mamme nella crisi” realizzato da Save the Children. Quasi 2 donne su 3 senza lavoro se ci sono 2 figli, 800.000 interruzioni di lavoro forzate in 2 anni, inattivo il 36,4% delle donne dai 25 ai 34 anni e quindi pesanti ricadute sui figli con il 22,6% dei minori a rischio povertà: questi alcuni dei dati del dossier.

In un comunicato di Save the Children vengono presi in considerazione i principali contenuti del dossier.

Gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l’assenza di servizi di cura all’infanzia, le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini.

La difficile condizione delle madri nel nostro Paese è infatti uno dei fattori chiave che determinano una maggiore incidenza della povertà sui bambini e sugli adolescenti.

Sebbene meno visibile di quello dei tassi finanziari internazionali, lo spread relativo al rischio di povertà tra minori e adulti in Italia è infatti pari all’8,2%, con il 22,6% dei minori a rischio povertà contro il 14,4% degli over diciotto .

Se la crisi in corso rappresenta per tutti una strada in salita, lo è ancor di più per le mamme proprio a partire dall’occupazione, che nel 2010 si attesta al 50,6% per le donne senza figli – ben al di sotto della media europea pari al 62,1% – ma scende al 45,5% già al primo figlio (sotto i 15 anni) per perdere quasi 10 punti (35,9%) se i figli sono 2 e toccare quota 31,3% nel caso di 3 o più figli.

Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009 ben 800.000 mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni in tal senso in occasione o a seguito di una gravidanza, anche grazie all’odioso meccanismo delle “dimissioni in bianco”.

Le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per costrizione, che erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009 diventando l’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro.

E se la crisi ha confermato il triste record italiano sui tassi di inattività, questo vale soprattutto per la componente femminile, in particolare per quella nella fascia più giovane e in piena età feconda (25-34 anni), che ha riguardato il 35,6% delle donne nel 2010 e il 36,4% nel 2011.

Tra le categorie più vulnerabili di fronte agli effetti della crisi ci sono le mamme di origine straniera, per le quali già all’arrivo del primo figlio si registra un aumento significativo dell’indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane, e le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà con una percentuale del 28,5% contro il già gravoso 22,8% della media dei minori in Italia.

Ma l’orizzonte è scuro anche per le giovani donne che, nel caso in cui non abbiano conseguito la laurea e siano in possesso del solo diploma, fanno i conti con un tasso di occupazione ben inferiore a quello dei coetanei di sesso maschile: 37,2% contro il 50,8%.

Oltre alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro e di mantenimento dell’occupazione, che rappresentano una reale barriera da superare per le donne, a queste si sommano i problemi legati alla mancanza di reti di cura adeguate in un Paese, l’Italia, che in Europa è tra le nazioni che meno investono sui servizi per le famiglie e i bambini.

Nel 2009, la spesa per la protezione sociale per famiglie e minori raggiungeva appena l’1,4% del Pil, rispetto ad una media europea del 2,3%, con la conseguenza di una forte carenza di servizi per la prima infanzia che sono fondamentali non solo per la conciliazione dei tempi familiari e di lavoro delle mamme, ma per la stesso sviluppo educativo e relazionale dei più piccoli.

In Italia, infatti, solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%, con una forte penalizzazione del sud, dove sono meno di 3 su 100 (2,4%) i bambini che accedono ai servizi in Campania, dieci volte in meno di quelli che ne beneficiano invece in una regione come l’Emilia Romagna (29,5%).

Il dossier esaminato evidenzia dati poco conosciuti e anche per questo molto interessanti. Non si può che concludere che, effettivamente, le madri sono pesantemente colpite dalla crisi economica. Quindi sarebbero necessari interventi specifici a favore delle madri, che producano effetti nel breve periodo, senza attendere che la crisi economica si attenui, prima, e che, successivamente, abbia termine.


La scuola italiana cade a pezzi

23 settembre 2012

E’ stato presentato il X rapporto su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici di Cittadinanzattiva. Emerge che la sicurezza delle scuole è ancora fuori controllo, peggiorano i dati sulle certificazioni, la manutenzione è sempre più scarsa, le aule spesso sono fatiscenti e il numero delle aule computer è del tutto insufficiente.

In un comunicato Cittadinanzattiva analizza i principali risultati a cui si perviene con il rapporto citato. Sono state esaminate 110 scuole.

Solo un quarto delle scuole è in regola con tutte le certificazioni di sicurezza e la manutenzione è ridotta a lumicino, tanto che ad esempio nel 45% delle scuole prese in considerazione sono stati richiesti interventi strutturali, ma in oltre la metà dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto.

Lesioni strutturali in una scuola su dieci, distacchi di intonaco in una su cinque, muffe ed infiltrazioni in una su quattro.

E mentre si annuncia la scuola 2.0, un terzo degli edifici è privo anche della più semplice aula computer e quasi la metà di laboratori didattici. Il 46% non ha una palestra al proprio interno, in un terzo dei casi i cortili sono usati come parcheggio.

Adriana Bizzarri, responsabile per la scuola di Cittadinanzattiva ha dichiarato:

 “Cosa aspettiamo ancora ad affrontare seriamente l’edilizia scolastica? Altre tragedie? I due ultimi gravissimi fatti, il crollo della trave portante nella primaria di Cordenons, presso Pordenone, ed il cedimento del pilastro della scuola di Villa Bonelli a Roma, oltre a quanto mostrano le scuole del nostro rapporto, indicano chiaramente che molti edifici scolastici non sono sicuri.

Chiediamo di conoscere il reale stato delle scuole, una per una, chiediamo che siano effettuati controlli periodici ordinari, ad inizio e fine anno scolastico e dopo eventi metereologici importanti, con equipe tecniche miste, chiediamo di rivedere il numero massimo di alunni per aula, che le rende meno sicure e più invivibili; chiediamo che si programmino interventi e reperiscano fondi senza interruzione per almeno cinque anni”.

Inoltre Cittadinanzattiva ha presentato alcune richieste senza dubbio molto interessanti ed importanti.

“Anagrafe dell’edilizia scolastica nominativa e pubblica: sebbene nelle ultime settimane il ministero dell’Istruzione abbia diffuso alcuni dati che deriverebbero dalla stessa, siamo ancora in attesa della vera Anagrafe, intesa come lista delle urgenze, che indichi, scuola per scuola, qual è lo stato di sicurezza dell’edificio, quali gli interventi necessari e i fondi necessari per gli stessi.

Piccola manutenzione affidata direttamente alle scuole: per ovviare alla mancanza di tempestività evidenziata dal rapporto per gli interventi di manutenzione ordinaria, chiediamo che i fondi destinati agli stessi, provenienti sia da enti pubblici che privati, siano affidati direttamente alle scuole.

Otto per mille alla scuola italiana: approvare il disegno di legge, di cui è prima firmataria la senatrice Bastico, che ha l’obiettivo di destinare una quota dei proventi alla valorizzazione ed ammodernamento del patrimonio scolastico.
Fondi certi e programmazione quinquennale degli interventi: i fondi già stanziati (758 milioni di euro del fondo Cipe; 114 affidati alle commissioni di Camera e Senato; 680 milioni del Fondo strutturale europeo) devono essere tutti effettivamente erogati e utilizzati, anche snellendo le procedure per la loro gestione; inoltre gli stessi fondi devono essere svincolati dai limiti del patto di stabilità e lo stanziamento deve essere finalizzato a realizzare interventi programmati almeno ogni cinque anni.

Rivedere l’art.64 della legge 133 del 2008 che ha consentito l’innalzamento del numero di alunni per classe. Nelle attuali condizioni in cui versano, le nostre scuole non possono garantire la sicurezza di classi così numerose”.

Quanto rilevato nel rapporto di Cittadinanzattiva non rappresenta certo una novità, purtroppo. Da diversi anni la scuola italiana versa nelle condizioni descritte nel rapporto. Ma proprio per questo motivo è necessario che interventi di notevole portata siano realizzati nel più breve tempo possibile. E l’eventuale accoglimento delle richieste formulate da Cittadinanzattiva si rivelerebbe molto utile, a mio avviso, per migliorare, sensibilmente, l’attuale situazione della scuola italiana.


La disoccupazione colpisce anche i ciechi

19 settembre 2012

Una vera e propria emergenza lavorativa colpisce particolarmente i giovani con disabilità visiva. Lo sostiene, in una lettera indirizzata al ministro Fornero, il presidente dell’Uic (Unione italiana ciechi e ipovedenti), Tommaso Daniele.

Questa lettera viene esaminata in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

Daniele rileva, in primo luogo, che “Il lavoro è un bene prezioso per l’intera umanità, ma per i ciechi e gli ipovedenti è prezioso due volte perché rappresenta la strada maestra per l’integrazione sociale”.

“Recenti dati statistici riferiscono che un giovane su tre è senza lavoro. – aggiunge Daniele – I giovani ciechi ed ipovedenti sono praticamente disoccupati e attendono dal Governo un segnale concreto che possa rappresentare una inversione di tendenza.

Essi chiedono, inoltre, alla nostra Unione, una azione decisa, forte affinché la loro problematica venga conosciuta dalle autorità di Governo, e termini il muro di gomma con il ministero del Lavoro, con la Conferenza Stato Regioni e con le singole regioni”.

Daniele illustra quindi al ministro le principali problematiche che riguardano l’inserimento lavorativo di persone cieche e ipovedenti: innanzitutto, “la figura dell’operatore telefonico, ignorata dalla riforma degli istituti tecnici del ministro Gelmini, è stata equiparata con Decreto del ministero del Lavoro, d’intesa con la Conferenza Stato Regioni, all’operatore amministrativo segretariale e conserva il diritto al collocamento obbligatorio previsto dalla Legge 113/1985”.

Per quanto riguarda poi il massofisioterapista, “la qualifica che si ottiene attraverso un corso triennale con un titolo di scuola media inferiore, non è più spendibile perché la normativa europea prevede che il diploma di fisioterapista si consegue attraverso un corso universitario triennale.

Si chiede, quindi, che la figura del massofisioterapista venga equiparata all’operatore del benessere e che sia prevista una corsia preferenziale all’interno dei meccanismi del collocamento mirato previsto dalla Legge 68/1999 (quali, ad es., le convenzioni di inserimento lavorativo)”.

Il decreto Salvi del 10 gennaio 2000 ha poi individuato “tre nuove figure professionali per i ciechi, alle quali ha esteso i diritti previsti per gli operatori telefonici sanciti dalla Legge 113/1985: l’operatore di telemarketing, il gestore di banche dati e l’addetto alle relazioni con il pubblico.

Tali figure – denuncia tuttavia Daniele – non sono state utilizzate, perché le regioni non le hanno inserite nella programmazione. Si chiede un autorevole intervento sulla conferenza Stato Regioni, affinché si provveda a recuperare il tempo perduto”.

La legge 29/1994 prevede poi il collocamento obbligatorio del terapista della riabilitazione, una figura oggi sostituita dal fisioterapista, che però, come riferisce Daniele, “attualmente non gode del beneficio del collocamento obbligatorio. Si chiede di intervenire presso la Commissione Lavoro del Senato affinché approvi uno specifico disegno di legge, almeno nella parte che sostituisce la parola terapista della riabilitazione con fisioterapista”.

Il presidente dell’Uic ribadisce poi la richiesta, più volte rivolta al ministero del Lavoro, di riconoscimento della figura professionale del “perito fonico”, nell’ambito forense dedicato ai non vedenti: “una figura – spiega Daniele – formata specificamente per migliorare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. Si chiede di intervenire affinché il decreto venga emanato al più presto e si stipuli un accordo con il ministero di Grazia e Giustizia per la utilizzazione di tale figura”.

Daniele denuncia poi la riduzione significativa del numero dei posti di operatore e quindi la diminuzione dei lavoratori ciechi occupati come centralinista telefonico.

A tal proposito, “si chiede una interpretazione autentica dell’art. 3, comma 1, della legge 113/1985 perché a nostro avviso l’introduzione di nuove tecnologie non elimina il diritto dei ciechi e degli ipovedenti al collocamento obbligatorio”.

Nonostante la grave crisi economica, nonostante il generalizzato aumento della disoccupazione, non possono essere trascurati i problemi delle persone che, oggettivamente, hanno maggiori difficoltà, come i ciechi e gli ipovedenti, tutt’altro. E le richieste del presidente dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti sono molto precise e anche per questo motivo è auspicabile che siano accolte.


La classifica dei disservizi

18 settembre 2012

Telecomunicazioni ed energia sono ai primi posti nella classifica dei disservizi, secondo quanto rilevato nella XII relazione PIT servizi di Cittadinanzattiva, “Servizi e cittadini: lo spread dei diritti”.

In una nota diffusa da Cittadinanzattiva sono esaminati i principali contenuti della relazione.

Sono in crescita le pratiche commerciali illecite (+7% nel settore dell’energia elettrica, +6% nel settore della telefonia) e quelle aggressive (rispettivamente +15%, +13%).

Non è migliore la situazione dei servizi pubblici locali. Infatti gli enti locali sono a corto di fondi ed erogano servizi a costi sempre più elevati a fronte di qualità scadente: crescono, al proposito, del 15% (40% contro 25%) le contestazioni su errate fatturazioni nelle bollette dell’acqua, e dell’8% (35% contro 27%) le segnalazioni su tariffe elevate per i rifiuti.

I costi pagati dal cittadino sono altissimi: fino a 300 euro per disdire un contratto di telefonia fissa, fino a 7 mesi per ottenere l’effettiva erogazione di un mutuo, 5 anni per un rimborso Irpef.

Nel 2011 le telecomunicazioni si confermano in testa alla classifica dei servizi peggiori dell’anno, raccogliendo il 22% delle circa 8.600 segnalazioni giunte al Pit servizi.

Seguono l’energia (17%), i servizi bancari e finanziari (15%) e la pubblica amministrazione (13%).

Non fanno una bella figura nemmeno i servizi pubblici locali (12%) e i trasporti (9%); in coda alle segnalazioni i servizi assicurativi (5%), quelli postali (4%) e i beni e contratti (3%).

Tina Napoli responsabile delle politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva ha dichiarato:

“La perdurante crisi economica, così come evidenziato dai dati del rapporto, sta mettendo in discussione l’equilibrio tra mercato, democrazia e coesione sociale sul quale l’Europa si regge dal secondo dopoguerra.

Dal nostro osservatorio è evidente che i diritti dei consumatori stanno facendo passi indietro: non solo i cittadini devono fronteggiare ogni giorno la crisi, ma da un anno a questa parte abbiamo notato che devono difendersi dai comportamenti sempre più aggressivi con i quali le aziende non solo private cercano di acquisire clienti.

Ogni soggetto del mercato (istituzioni, aziende, associazioni di consumatori, singoli consumatori, Autorità di vigilanza) ha la responsabilità di vigilare affinché la crisi non diventi una scusa per imporre pratiche commerciali scorrette ma un’occasione per rimettere in discussione modelli e comportamenti di mercato oramai al capolinea, contribuendo a costruire fiducia, declinando in maniera concreta il concetto di sostenibilità, e mettendo al centro, così come richiesto anche dall’ Europa, il coinvolgimento dei cittadini”.

Non è certo una buona notizia apprendere che i disservizi, nei settori presi in considerazione da Cittadinanzattiva, sono aumentati. Le cause possono anche essere più numerose di quelle indicate dalla rappresentante dell’associazione Tina Napoli. Comunque, al di là delle cause, è necessario che i soggetti che erogano i diversi servizi migliorino la loro qualità e non la peggiorino invece. E le stesse autorità governative devono vigilare ed attivarsi affinchè tale miglioramento si verifichi effettivamente.


Le tasse dei pensionati, 1.500 euro all’anno

16 settembre 2012

In media, in Italia, i pensionati devono pagare 1.500 euro all’anno tra tasse e tariffe. E sta arrivando una nuova stangata: un aumento che peserà ulteriormente sui redditi da pensione con l’aumento delle addizionali Irpef regionali e comunali, l’introduzione di nuove tasse come l’Imu e la continua crescita dei costi energetici.

E’ quanto emerge da un’indagine diffusa dallo Spi Cgil, un sindacato dei pensionati, che analizza il peso complessivo del prelievo fiscale e delle principali tariffe sulle pensioni.

L’indagine in questione viene analizzata in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

A pesare è in particolare il prelievo fiscale locale, che si aggiunge a quello nazionale.

Secondo lo Spi l’addizionale regionale Irpef è passata dallo 0,9% al 2,3% nelle regioni con deficit sanitario, mentre l’aliquota dell’addizionale comunale Irpef è stata portata nella maggior parte dei Comuni italiani al valore massimo dello 0,8%.

Sui redditi da pensione pesa anche l’Imu, che interessa circa 9 milioni di pensionati e per la quale si sborsano mediamente 200-300 euro all’anno.

Nel 2013 è prevista la nuova tassa comunale sulla raccolta dei rifiuti (Tares) che sostituirà le due precedenti imposte (Tarsu e Tia) con un conseguente aumento del prelievo che potrebbe arrivare fino a 30 euro a famiglia.

Secondo l’indagine dello Spi, quindi, per i pensionati l’insieme della fiscalità locale avrà complessivamente un peso aggiuntivo di circa 700-800 euro all’anno, ovvero più di una mensilità di pensione media netta.

Un’altra voce di spesa che grava pesantemente sui redditi da pensione è relativa ai consumi energetici di luce e gas.

Il peso medio è, infatti, pari a 450 euro annui. La stessa dinamica riguarda inoltre le tariffe idriche, con un peso di circa 230 euro all’anno.

Il segretario generale dello Spi, Carla Cantone, ha così commentato questi dati:

“Occorre intervenire con urgenza per alleggerire il peso fiscale sui redditi da pensione o la crescita sarà soltanto una chimera.

E’ davvero impensabile infatti far ripartire i consumi e l’economia del paese se le pensioni sono letteralmente mangiate da tasse e da tariffe che non fanno altro che aumentare.

Al danno si aggiunge anche la beffa, perché all’aumento delle tasse non corrisponde un miglioramento dei servizi di welfare locale, che diminuiscono sempre di più e sono sempre meno di qualità.

E’ per questo che occorre rilanciare la lotta all’evasione fiscale, far pagare chi non lo ha mai fatto e investire le risorse che vengono recuperate al finanziamento di interventi destinati alle fasce sociali più deboli”.

Non c’è alcun dubbio: le tasse a carico dei pensionati sono effettivamente troppo elevate. Devono assolutamente essere ridotte, così come le tariffe dei più importanti servizi. E, più in generale, deve diminuire il prelievo fiscale che colpisce coloro i quali percepiscono redditi bassi. E’ necessario individuare le risorse finanziarie per attuare questo intervento, altrimenti non potranno aumentare i consumi e, conseguentemente, non potrà manifestarsi una crescita economica di dimensioni tali da permettere una consistente riduzione del numero dei disoccupati.