Pochi i laureati in Italia

11 aprile 2018

Nuovi dati relativi al numero dei laureati nei Paesi dell’Unione europea sono stati forniti da Eurostat. Nuovi dati che però confermano una realtà che si verifica in Italia da molti anni ormai: la percentuale dei laureati tra i giovani è decisamente bassa, troppo bassa.

Considerando coloro i quali hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 in Italia solo il 15,6% erano laureati.

Tale valore percentuale risulta notevolmente più basso rispetto al valore percentuale medio dei 28 Paesi dell’Unione europea, pari a 25,2. E il valore verificatosi in Italia risulta più alto di un solo altro Paese, la Romania.

Altri Paesi presentano dei valori decisamente più elevati, la Gran Bretagna il 34,7%, la Francia il 29,6%, la Spagna il 29,3%.

Altri dati, sempre relativi ai giovani italiani, sono anch’essi da valutare negativamente.

Il valore percentuale di coloro che, con età tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola è pari a 13,8 (media Ue 10,7).

Il valore percentuale degli occupati, tra chi ha un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, è pari a 28,6 (media Ue 48,3).

Il valore percentuale dei Neet – coloro che né studiano né lavorano -, tra chi ha un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, è pari a 26,0 (media Ue 15,6).

Ritornando ad esaminare il dato riguardante il numero dei laureati, tra i giovani italiani, esso non sorprende, come già rilevato, perché non rappresenta una novità, ma preoccupa ugualmente.

E’ infatti ben noto quanto la formazione, il sistema formativo, se adeguato alle necessità non solo economiche ma anche sociali, sia molto importante per lo sviluppo di ogni Paese, sviluppo economico e sociale.

In Italia di ciò se ne parla molto e da molti anni, ma la ridotta percentuale dei giovani che si laureano rappresenta una dimostrazione, non l’unica certo, dell’inadeguatezza del sistema formativo italiano.

E quindi tale sistema formativo è di fatto un freno alle prospettive di sviluppo economico e sociale dell’Italia, diversamente da quanto sarebbe necessario.

Gli interventi da promuovere affinchè, prendendo in considerazione esclusivamente l’obiettivo di accrescere in misura consistente il numero dei laureati, sono diversi. Lo stesso sistema universitario deve essere oggetto di cambiamenti piuttosto rilevanti.

Non mi sembra però che si stia promuovendo una politica articolata e complessiva finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo appena citato.

E ciò non può che essere valutato negativamente in quanto quella politica rappresenterebbe una delle riforme strutturali di maggiore rilievo che sarebbe opportuno realizzare, nell’ambito del sistema economico e sociale italiano.

Annunci

Uno strumento per ridurre le diseguaglianze, un forum

4 marzo 2018

E’ nato, recentemente, il forum sulle diseguaglianze e le diversità, su iniziativa della fondazione Basso, di un gruppo di organizzazioni da anni attive in Italia sul terreno dell’inclusione sociale e di ricercatori e accademici impegnati nello studio della disuguaglianza e delle sue negative conseguenze sullo sviluppo.

Riuniti in un “comitato promotore”, questi soggetti hanno scelto di lavorare insieme per dare vita a un luogo in grado di produrre e promuovere proposte che favoriscano la realizzazione dell’articolo 3 della nostra Costituzione, rimuovendo “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Le organizzazioni facenti parte del comitato promotore sono ActionAid, Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, Dedalus cooperativa sociale, Fondazione Basso, Fondazione di comunità Messina, Legambiente, Uisp.

Tra le singole persone, presenti nel comitato, si possono citare, tra gli altri, Fabrizio Barca (Fondazione Basso), Carlo Borgomeo (Fondazione con il Sud), Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente), Maurizio Franzini (Università di Roma “La Sapienza”, Etica ed Economia), Giovanni Moro (Fondaca), Marco Rossi Doria (If-ImparareFare).

Perché la decisione di dare vita a questo forum?

Negli ultimi anni si è assistito, nei Paesi occidentali, a un diffuso aumento della disuguaglianza di reddito, una forte concentrazione della ricchezza, la creazione di fasce diffuse di “perdenti”, specie nelle periferie, nelle piccole città e nelle vaste aree rurali di ogni Paese, luoghi dove degrado sociale e degrado ambientale si sono alimentati l’un l’altro.

Queste disuguaglianze si sono aggiunte a disuguaglianze radicate e di lunga durata, in alcuni casi modificandone le caratteristiche, in altre amplificandone la portata.

Tali diseguaglianze hanno prodotto effetti negativi sulla stessa crescita e poi sulla “crisi” iniziata nel 2008.

E hanno avuto effetti politici ora appariscenti: un diffuso rifiuto della concorrenza e della libertà di circolazione; una crescente intolleranza per le diversità; una sorta di “esodo dalla cittadinanza” con sentimenti di diffidenza e risentimento verso tutto ciò che è istituzione; la richiesta di “poteri forti”; infine, il rigetto della “globalizzazione” – termine assai elusivo – tout court, come se l’integrazione dei mercati e la riduzione di distanza fra luoghi e individui sia responsabile in sé di tutto ciò, e non lo siano piuttosto le politiche nazionali e internazionali che hanno attuato e accompagnato questi processi.

Peraltro la globalizzazione ha consentito in alcuni Paesi emergenti, tra i quali soprattutto la Cina e l’India, l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone e la formazione di un nuovo ceto medio, vasto oggi come quello dell’Occidente.

Però una terza parte del mondo, specie nel continente africano, ha visto immutata o addirittura peggiorata la propria situazione, con conseguenti disastri umani e creando le condizioni per le massicce migrazioni in atto.

Così il cerchio si è chiuso.

I “perdenti” dell’Occidente si sentono insidiati sia dal nuovo ceto medio dei paesi emergenti, sia dai “poveri che ci invadono”. E sono tentati di volgere contro di loro e contro le frontiere aperte le proprie preoccupazioni, anziché verso politiche sbagliate.

La vicenda dell’Italia, a parte le note differenze, ricalca questa traccia.

In Italia, infatti, la disuguaglianza di reddito mostra un trend crescente a partire dall’inizio degli anni ’80, comunque misurata.

La crisi ha ridotto i redditi famigliari lungo tutta la distribuzione, ma ha avuto effetti più forti soprattutto per le fasce meno abbienti o povere, meno tutelate dalla rete di protezione sociale e più esposte alla caduta della domanda di lavoro: secondo alcune stime, nel 2014, il 10% di italiani con il reddito più basso, aveva in media a disposizione un reddito inferiore di circa un quarto rispetto a quello del 2008.

Quasi un cittadino ogni otto vive in “condizioni di grave deprivazione materiale”. Fortemente cresciuta rispetto agli anni ’80 è la quota di reddito e di ricchezza dell’1% più ricco.

E infine, come altrove, per fasce ampie della popolazione, alle minacce economiche (reddito e prospettive di lavoro) e sociali (accesso e qualità dei servizi fondamentali) si somma una minaccia normativa e culturale: ai propri valori e norme di comportamento, alla propria omogeneità, al proprio bisogno di protezione da parte di un’autorità affidabile.

Cosa intende fare in Italia, in questa situazione, il forum?

Il comitato promotore del forum parte dal patrimonio di conoscenze e di “saper fare” annidato in una crescente moltitudine di pratiche attuate da organizzazioni di cittadinanza di diversa matrice culturale nei territori e nelle comunità del nostro Paese, spesso in alleanza con pionieri nelle imprese private e nella pubblica amministrazione.

E combina questo con la qualità della ricerca italiana, teorica e applicata, nel campo delle disuguaglianze, indispensabile per passare dai “mille fiori” alla ripresa di un processo sistemico di avanzamento sociale.

L’incontro che ne deriva è un progetto comune fra associazionismo e mondo della ricerca, in cui il primo rafforza gli strumenti per cogliere i profili sistemici del proprio agire e cerca di unificare i propri linguaggi, il secondo orienta l’analisi alle domande che vengono dal primo, estraendo dalle sue esperienze territoriali materiali e dati per ricercare.

Ed il forum, sospinto in modo congiunto da associazioni e ricercatori, si caratterizza per due tratti: l’attenzione alle esperienze concrete delle persone nei territori; la costruzione di una vera e propria “piattaforma condivisa di conoscenza e confronto”, innervata da dati e informazioni nazionali e territoriali.

In questo modo, la proposta di azioni pubbliche (norme, regolamenti, pratiche di intervento) o private e il lancio di campagne sarà radicato sia nella valutazione comparata degli interventi esistenti, sia nella conoscenza circostanziata delle esperienze e delle tendenze nei diversi territori del Paese.

Il forum guarderà a quattro diverse dimensioni delle disuguaglianze: di reddito e ricchezza; di accesso e qualità dei servizi fondamentali; di accesso a un lavoro non subalterno e alla possibilità di fare impresa; di partecipazione politica.

Di biennio in biennio l’attività si concentrerà su un tema. E’ stato deciso di partire dalla disuguaglianza di ricchezza, privata e comune. Questa scelta è dettata, non solo dalla dimensione e dalla crescita di questa disuguaglianza, ma soprattutto dalla pervasività dei suoi effetti.

Io ritengo che la nascita di questo forum sia da valutare in modo fortemente positivo.

Spero però che le sue proposte siano recepite dalle istituzioni competenti e che comunque quest’ultime si impegnino maggiormente e concretamente per ridurre le diseguaglianze, in Italia.

Certo, se si considera che il tema della diseguaglianze è stato quasi del tutto assente nella campagna elettorale appena conclusasi, è poco probabile che questa mia speranza si traduca in realtà.


I centri storici, importanti realtà economiche

3 gennaio 2018

E’ stata presentata la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.

Quali sono i principali contenuti di questa indagine?

E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto importante dell’economia del Paese.

Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.

In particolare, nei centri storici è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,

il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.

I centro storici offrono poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.

L’analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.

In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.

Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l’identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dall’indagine.

I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l’11% della popolazione residente nei centri storici.

Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è il 7,7%.

Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).

I centri storici, poi, si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.

Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone.

“Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell’economia del Paese”, ha dichiarato il presidente dell’Ancsa, Francesco Bandarin.

“I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi turistici”.

“Sessant’anni fa – ha proseguito Bandarin – si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia”.


Che soddisfazione, in Germania non riescono a fare un governo

29 novembre 2017

Dopo le elezioni tenutesi recentemente, in Germania la Merkel non è riuscita a formare un governo composto da Cdu e Csu oltre che dai liberali e dai verdi. I liberali, dopo lunghe trattative, hanno deciso di non partecipare al governo ipotizzato dalla cancelliera uscente.

A questo punto diverse sono le alternative possibili: un governo di coalizione tra cristiano democratici e cristiano sociali da una parte e socialdemocratici dall’altra, un governo di minoranza sempre capeggiato dalla Merkel o nuove elezioni.

La prima di queste alternative sembra la più probabile, ma un governo di coalizione tra cristiano democratici e socialdemocratici non dovrebbe formarsi prima della Pasqua del 2018, periodo necessario perché i socialdemocratici riescano a convincere i propri iscritti della necessità di dare vita a quel governo.

Quindi un Paese, come la Germania, che fino ad ora era considerato la patria della stabilità politica, è anch’esso contraddistinto, attualmente, da una situazione di forte instabilità.

Pertanto, non solamente in Italia si verificano situazioni di instabilità politica, manifestatesi soprattutto in passato ma che potrebbero esserci anche dopo le prossime elezioni politiche, in primo luogo a causa delle caratteristiche della legge elettorale da poco approvata dal Parlamento.

In realtà quanto sta avvenendo in Germania non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera l’affermazione, in molti Paesi europei, di partiti e movimenti populisti, talvolta di estrema destra e razzisti. Tale affermazione ha avuto spesso come conseguenza il determinarsi di una situazione di instabilità politica.

Certo, il principio “mal comune mezzo gaudio” non deve deresponsabilizzare in Italia i partiti non populisti del centro sinistra e del centro destra, i quali si dovrebbero impegnare fortemente per contrastare l’affermazione dei partiti populisti, tramite però l’adozione di cambiamenti radicali nelle loro politiche.

Ma tali cambiamenti dovrebbero interessare i partiti di centro sinistra e di centro destra di tutta Europa, e al centro della loro azione è necessario che vi sia la consapevolezza dell’importanza di rafforzare l’Unione europea, accrescendo i suoi poteri, e non certamente il tentativo di ridurne ruolo e competenze.


Le mafie e l’economia italiana

26 novembre 2017

Nel 2015 il Pil (prodotto interno lordo) in Italia è cresciuto anche in seguito ad un lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un rapporto dell’Istat. Ed è più che probabile che la stessa situazione si sia verificata negli anni successivi. E’ certo comunque che l’economia illegale svolga un ruolo piuttosto importante, nell’ambito del sistema economico italiano.

Di questo rapporto si occupa, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Eleonora Montani.

Così scrive Eleonora Montani:

“L’11 ottobre è stato reso noto il report dell’Istat sui dati dell’‘economia non osservata’ nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il ‘lieve aumento dell’economia illegale nel 2015’.

Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?…”

“Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente…”.

“Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra i Paesi dell’Unione europea e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta.

Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità.

Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali.

Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita ed economia illecita. Di più, le ricostruzioni delle attività della realtà criminale hanno messo in luce come il traffico di sostanze stupefacenti possa essere considerata la principale fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

Anche sotto questo punto di vista, appare allora lecito interrogarsi sull’opportunità della scelta di ricomprendere nel Pil voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose, come se lo stato riconoscesse e si avvalesse dei benefici prodotti dall’antistato”.

Gli interrogativi che si pone Eleonora Montani sono legittimi.

Io credo però che riconoscere, anche statisticamente, che l’economia criminale, le mafie, occupino una posizione di tutto rilievo nell’ambito del sistema economico italiano non si possa evitare, anche perché fornire dati il più possibile attendibili sull’importanza dal punto di vista economico delle attività illegali può rappresentare un’ulteriore dimostrazione della necessità di contrastarle.


L’Italia e il mondo è dei mediocri

10 settembre 2017

Il mondo è dei mediocri? Sembra legittimo porsi questa domanda, se si legge sia un articolo dell’economista Michele Boldrin “L’Italia si sta suicidando per proteggere la sua mediocrità” sia un’intervista al filosofo canadese Alain Denault, autore del libro “La mediocrazia”.

 Cosa sostiene tra l’altro Boldrin?

“Importiamo braccia, esportiamo cervelli: fa male dirlo, ma il declino del Belpaese si fonda su questo scambio. A sua volta indotto dalla nostra incapacità di valorizzare il merito. E dalla nostra difesa a oltranza del parassitismo e delle rendite di posizione…

Sono convinto da decenni che i flussi umani da/per l’Italia siano, al contempo, il miglior indicatore del declino ed uno dei suoi motori principali.

Francesco Cancellato riporta una frase del presidente del Ciad: ‘Perdiamo persone, perdiamo braccia valide’ notando che Gentiloni avrebbe potuto dire altrettanto.

Vero, ma con un distinguo importante: avrebbe dovuto sostituire ‘braccia’ con ‘cervelli’. Ed è lì che sta il punto: l’Italia importa braccia ed esporta cervelli…

Non è vero che tutti gli eccellenti emigrano: in ogni data professione molti, o alcuni, rimangono. Ma son sempre meno e, in certi campi, sono oramai una minoranza.

Non è nemmeno vero che importiamo solamente ‘braccia con poco cervello’: fra gli immigrati, che invece di transitare per l’Italia alla ricerca di più verdi pascoli vi son rimasti, ci sono anche moltissimi capaci che hanno contribuito professionalità ed imprenditorialità al nostro Paese. Ma sono una minoranza…

D’altro canto, un Paese dove il merito non viene compensato e dove chi chiede d’esserlo più della media – perché fa e produce sopra di essa – viene guardato malamente, tenderà ad allontanare questo tipo di persone…

L’italiano medio (l’80% della popolazione se devo dare ascolto ad inchieste, intenzioni di voto e programmi dei partiti) ha deciso di costruire e difendere un sistema che espelle ed espellerà le eccellenze in praticamente tutti i campi, premiando invece le mediocrità.

Questo processo ha il suo motore immobile nella politica: mai, credo, si era vista in parlamento una peggior masnada di incompetenti, chiacchieroni, arruffoni, faccendieri, svitati, ignoranti, bugiardi, arrampicatori sociali e megalomani. Costoro non sono stati scelti né da Merkel né da occulte potenze straniere ma dalla maggioranza del popolo italiano che, evidentemente, in essi si riconosce.

Questa la realtà con cui l’italiano medio si rifiuta di fare i conti: se, per proteggere te stesso e la tua scarsa voglia o capacità di competere, premi ovunque e sempre mediocrità, fancazzismo e parassitismo diffuso, la minoranza che fancazzista e mediocre non è cercherà di andarsene mentre i furbetti, i fancazzisti ed i mediocri che stanno fuori accoreranno all’Eldorado.

E siccome la mediocrità riproduce e premia se stessa, quella politica, da ‘sopra’, e quella dell’elettorato, da ‘sotto’, hanno concorso in questi decenni ad imporsi in ognuna delle professioni che determinano l’immagine verso l’estero ed il funzionamento interno del Paese: dal giornalismo all’accademia, dalla burocrazia pubblica all’imprenditoria privata sino alla produzione culturale ed alle professioni.

Mediocrità, disdegno per la competenza, parassitismo congenito e ricerca di favori sulla base di connessioni politiche o familiari sono le regole che dominano quella ‘convoluzione’ dei fattori di produzione che menzionavo prima e ne seleziona, quindi, natura e qualità…

Tutto questo, caro concittadino medio, lo puoi risolvere, nei decenni a venire, solo mettendo da parte i mediocri per lasciar spazio agli eccellenti. Comincia ora, comincia da te che forse è già troppo tardi”.

Denault, in alcune risposte alle domande che gli vengono rivolte, formula delle considerazioni che non valgono solo per l’Italia.

“Perché bisogna temere la mediocrazia?

Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing.

La mediocrazia è l’anticamera di dittature, anche edulcorate?

La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro.

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?

‘Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili.

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?

No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada.

E’ più ottimista sul futuro?

Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio”.

Sono d’accordo sia con le valutazioni di Boldrin che con quelle di Denault. Purtroppo descrivono ciò che realmente avviene. E aggiungo che la situazione dell’Italia mi sembra decisamente peggiore rispetto a quella che caratterizza molti altri Paesi, europei e non.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.