Che soddisfazione, in Germania non riescono a fare un governo

29 novembre 2017

Dopo le elezioni tenutesi recentemente, in Germania la Merkel non è riuscita a formare un governo composto da Cdu e Csu oltre che dai liberali e dai verdi. I liberali, dopo lunghe trattative, hanno deciso di non partecipare al governo ipotizzato dalla cancelliera uscente.

A questo punto diverse sono le alternative possibili: un governo di coalizione tra cristiano democratici e cristiano sociali da una parte e socialdemocratici dall’altra, un governo di minoranza sempre capeggiato dalla Merkel o nuove elezioni.

La prima di queste alternative sembra la più probabile, ma un governo di coalizione tra cristiano democratici e socialdemocratici non dovrebbe formarsi prima della Pasqua del 2018, periodo necessario perché i socialdemocratici riescano a convincere i propri iscritti della necessità di dare vita a quel governo.

Quindi un Paese, come la Germania, che fino ad ora era considerato la patria della stabilità politica, è anch’esso contraddistinto, attualmente, da una situazione di forte instabilità.

Pertanto, non solamente in Italia si verificano situazioni di instabilità politica, manifestatesi soprattutto in passato ma che potrebbero esserci anche dopo le prossime elezioni politiche, in primo luogo a causa delle caratteristiche della legge elettorale da poco approvata dal Parlamento.

In realtà quanto sta avvenendo in Germania non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera l’affermazione, in molti Paesi europei, di partiti e movimenti populisti, talvolta di estrema destra e razzisti. Tale affermazione ha avuto spesso come conseguenza il determinarsi di una situazione di instabilità politica.

Certo, il principio “mal comune mezzo gaudio” non deve deresponsabilizzare in Italia i partiti non populisti del centro sinistra e del centro destra, i quali si dovrebbero impegnare fortemente per contrastare l’affermazione dei partiti populisti, tramite però l’adozione di cambiamenti radicali nelle loro politiche.

Ma tali cambiamenti dovrebbero interessare i partiti di centro sinistra e di centro destra di tutta Europa, e al centro della loro azione è necessario che vi sia la consapevolezza dell’importanza di rafforzare l’Unione europea, accrescendo i suoi poteri, e non certamente il tentativo di ridurne ruolo e competenze.

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Le mafie e l’economia italiana

26 novembre 2017

Nel 2015 il Pil (prodotto interno lordo) in Italia è cresciuto anche in seguito ad un lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un rapporto dell’Istat. Ed è più che probabile che la stessa situazione si sia verificata negli anni successivi. E’ certo comunque che l’economia illegale svolga un ruolo piuttosto importante, nell’ambito del sistema economico italiano.

Di questo rapporto si occupa, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Eleonora Montani.

Così scrive Eleonora Montani:

“L’11 ottobre è stato reso noto il report dell’Istat sui dati dell’‘economia non osservata’ nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il ‘lieve aumento dell’economia illegale nel 2015’.

Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?…”

“Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente…”.

“Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra i Paesi dell’Unione europea e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta.

Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità.

Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali.

Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita ed economia illecita. Di più, le ricostruzioni delle attività della realtà criminale hanno messo in luce come il traffico di sostanze stupefacenti possa essere considerata la principale fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

Anche sotto questo punto di vista, appare allora lecito interrogarsi sull’opportunità della scelta di ricomprendere nel Pil voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose, come se lo stato riconoscesse e si avvalesse dei benefici prodotti dall’antistato”.

Gli interrogativi che si pone Eleonora Montani sono legittimi.

Io credo però che riconoscere, anche statisticamente, che l’economia criminale, le mafie, occupino una posizione di tutto rilievo nell’ambito del sistema economico italiano non si possa evitare, anche perché fornire dati il più possibile attendibili sull’importanza dal punto di vista economico delle attività illegali può rappresentare un’ulteriore dimostrazione della necessità di contrastarle.


L’Italia e il mondo è dei mediocri

10 settembre 2017

Il mondo è dei mediocri? Sembra legittimo porsi questa domanda, se si legge sia un articolo dell’economista Michele Boldrin “L’Italia si sta suicidando per proteggere la sua mediocrità” sia un’intervista al filosofo canadese Alain Denault, autore del libro “La mediocrazia”.

 Cosa sostiene tra l’altro Boldrin?

“Importiamo braccia, esportiamo cervelli: fa male dirlo, ma il declino del Belpaese si fonda su questo scambio. A sua volta indotto dalla nostra incapacità di valorizzare il merito. E dalla nostra difesa a oltranza del parassitismo e delle rendite di posizione…

Sono convinto da decenni che i flussi umani da/per l’Italia siano, al contempo, il miglior indicatore del declino ed uno dei suoi motori principali.

Francesco Cancellato riporta una frase del presidente del Ciad: ‘Perdiamo persone, perdiamo braccia valide’ notando che Gentiloni avrebbe potuto dire altrettanto.

Vero, ma con un distinguo importante: avrebbe dovuto sostituire ‘braccia’ con ‘cervelli’. Ed è lì che sta il punto: l’Italia importa braccia ed esporta cervelli…

Non è vero che tutti gli eccellenti emigrano: in ogni data professione molti, o alcuni, rimangono. Ma son sempre meno e, in certi campi, sono oramai una minoranza.

Non è nemmeno vero che importiamo solamente ‘braccia con poco cervello’: fra gli immigrati, che invece di transitare per l’Italia alla ricerca di più verdi pascoli vi son rimasti, ci sono anche moltissimi capaci che hanno contribuito professionalità ed imprenditorialità al nostro Paese. Ma sono una minoranza…

D’altro canto, un Paese dove il merito non viene compensato e dove chi chiede d’esserlo più della media – perché fa e produce sopra di essa – viene guardato malamente, tenderà ad allontanare questo tipo di persone…

L’italiano medio (l’80% della popolazione se devo dare ascolto ad inchieste, intenzioni di voto e programmi dei partiti) ha deciso di costruire e difendere un sistema che espelle ed espellerà le eccellenze in praticamente tutti i campi, premiando invece le mediocrità.

Questo processo ha il suo motore immobile nella politica: mai, credo, si era vista in parlamento una peggior masnada di incompetenti, chiacchieroni, arruffoni, faccendieri, svitati, ignoranti, bugiardi, arrampicatori sociali e megalomani. Costoro non sono stati scelti né da Merkel né da occulte potenze straniere ma dalla maggioranza del popolo italiano che, evidentemente, in essi si riconosce.

Questa la realtà con cui l’italiano medio si rifiuta di fare i conti: se, per proteggere te stesso e la tua scarsa voglia o capacità di competere, premi ovunque e sempre mediocrità, fancazzismo e parassitismo diffuso, la minoranza che fancazzista e mediocre non è cercherà di andarsene mentre i furbetti, i fancazzisti ed i mediocri che stanno fuori accoreranno all’Eldorado.

E siccome la mediocrità riproduce e premia se stessa, quella politica, da ‘sopra’, e quella dell’elettorato, da ‘sotto’, hanno concorso in questi decenni ad imporsi in ognuna delle professioni che determinano l’immagine verso l’estero ed il funzionamento interno del Paese: dal giornalismo all’accademia, dalla burocrazia pubblica all’imprenditoria privata sino alla produzione culturale ed alle professioni.

Mediocrità, disdegno per la competenza, parassitismo congenito e ricerca di favori sulla base di connessioni politiche o familiari sono le regole che dominano quella ‘convoluzione’ dei fattori di produzione che menzionavo prima e ne seleziona, quindi, natura e qualità…

Tutto questo, caro concittadino medio, lo puoi risolvere, nei decenni a venire, solo mettendo da parte i mediocri per lasciar spazio agli eccellenti. Comincia ora, comincia da te che forse è già troppo tardi”.

Denault, in alcune risposte alle domande che gli vengono rivolte, formula delle considerazioni che non valgono solo per l’Italia.

“Perché bisogna temere la mediocrazia?

Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing.

La mediocrazia è l’anticamera di dittature, anche edulcorate?

La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro.

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?

‘Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili.

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?

No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada.

E’ più ottimista sul futuro?

Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio”.

Sono d’accordo sia con le valutazioni di Boldrin che con quelle di Denault. Purtroppo descrivono ciò che realmente avviene. E aggiungo che la situazione dell’Italia mi sembra decisamente peggiore rispetto a quella che caratterizza molti altri Paesi, europei e non.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Goletta Verde di Legambiente: il mare italiano in cattiva salute

13 agosto 2017

Sono stati resi noti i risultati finali di Goletta Verde 2017, il consueto viaggio di Legambiente lungo  i 7.412 chilometri di costa dell’Italia. E’ emerso un quadro poco rassicurante: su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge.

Si tratta di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati.

Preoccupa anche il perdurare di alcune situazioni critiche, già registrate nelle precedenti edizioni, con ben 38 malati cronici contro i quali Goletta Verde punta il dito: si tratta di quei punti che sono risultati inquinati mediamente negli ultimi 5 anni e che si concentrano soprattutto nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e Sicilia (5).

Di fronte a questa situazione e dopo i tanti appelli inascoltati e lanciati alle Amministrazioni e agli Enti competenti per verificare le cause dell’inquinamento, Legambiente ha presentato alle Capitanerie di Porto 11 esposti, uno per ogni regione in cui sono presenti i malati cronici di inquinamento, sulla base della legge sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel codice penale, tra cui il reato di inquinamento ambientale (art. 452 bis del codice penale).

Un’azione, quella di Legambiente pensata per chiedere alle Autorità competenti di intervenire per fermare i numerosi scarichi inquinanti che purtroppo ancora oggi, si riversano in mare, soprattutto nella stagione estiva, e che costituiscono una minaccia per il mare, la salute dei bagnanti e la biodiversità.

“Il mare italiano continua a soffrire per la presenza di numerosi scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – e anche quest’anno i dati di Goletta Verde confermano nuovamente la gravità della situazione, segnata anche dal problema dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani.

Per questo abbiamo deciso di consegnare, in chiusura della campagna 11 esposti, per 38 situazioni particolarmente critiche, alla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera, che tra le tante competenze ha anche il monitoraggio e verifica sugli scarichi in mare provenienti da terra. Con la finalità di mettere in atto controlli su tutta il corso d’acqua, il fosso o il canale segnalato, per individuare gli inquinatori e le ragioni dell’inquinamento che, come spesso accade, possono risiedere anche nei comuni dell’entroterra e non necessariamente in quelli costieri, che invece si trovano a subirne maggiormente gli effetti negativi”.

Non va meglio sul fronte dell’informazione ai cittadini, sui divieti di balneazione e la cartellonistica informativa che dovrebbe essere presente nella spiagge balneabili, obbligatoria a carico dei Comuni costieri da anni.

“I cittadini – spiega Serena Carpentieri, responsabile campagne di Legambiente – continuano a navigare in un mare di disinformazione. Così come in buona parte d’Italia, stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari enti preposti per fornire informazioni chiare.

I tecnici di Goletta Verde hanno avvistato solo 16 di questi cartelli informativi, presenti solo nel 9% dei punti. Per quel che riguarda invece i cartelli di divieto di balneazione, dei 91 punti vietati alla balneazione dalle autorità competenti, solo 23 presentano un cartello di divieto di balneazione. Nel 10% dei casi dove i cartelli di divieto sono assenti, troviamo una presenza media o alta di persone che, ignare, fanno il bagno”.

Oltre alla maladepurazione, tra gli altri nemici del mare ci sono il marine litter e i cambiamenti climatici.

Il Mediterraneo è uno dei mari più minacciati dal marine litter, i rifiuti che galleggiano in mare e quelli spiaggiati, frutto della cattiva gestione a monte, dell’abbandono consapevole e della cattiva depurazione.

Nel 18% dei punti monitorati dai tecnici di Goletta Verde è stata riscontrata la presenza di rifiuti da mancata depurazione: assorbenti, blister, salviette ma, soprattutto, di cotton fioc. In 46 spiagge monitorate da Legambiente ne sono stati trovati quasi 7.000, frutto della cattiva abitudine di buttarli nel wc e dell’insufficienza depurativa.

E per finire c’è la questione dei cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature e della salinità del Mar Mediterraneo che hanno facilitato l’arrivo di specie aliene come pesci tossici, granchi tropicali, alghe infestanti.

Ad oggi sono più di 800 quelle segnalate e di queste circa 600 vivrebbero ormai stabilmente nel Mare Nostrum. Un numero, quello dei ritrovamenti di specie alloctone nel Mediterraneo, che è triplicato dal 1980, mentre è raddoppiato negli altri mari.


L’Italia per ottenere l’aiuto dell’Europa sui migranti deve mostrare i muscoli

2 luglio 2017

Il numero dei migranti che vengono accolti in Italia sta crescendo a ritmi più intensi rispetto al passato. E ha fatto bene il governo a chiedere, ancora una volta, l’aiuto dell’Unione europea, in un modo più deciso però, ipotizzando che l’Italia non consenta più alle imbarcazioni non italiane, che trasportano migranti, di raggiungere i nostri porti. Infatti diventerebbe sempre più difficile per l’Italia accogliere, nel modo dovuto, un numero sempre maggiore di migranti.

Fino ad ora, come nel passato, da parte delle autorità dell’Unione europea e dei governi dei principali Paesi che vi aderiscono, ci sono state solo delle dichiarazioni in base alle quali si è affermato che l’Italia, e anche la Grecia, non saranno lasciate sole ma che verranno adeguatamente aiutate.

Per la verità, in modo del tutto inaspettato, il presidente francese Macron, fervente europeista e deciso oppositore delle posizioni di Marine Le Pen, ha tenuto a precisare che l’aiuto non dovrà però riguardare i cosiddetti migranti per motivi economici, come se all’inizio, quando vengono salvati e trasportati dai barconi alle navi italiane e non, fosse possibile distinguere i possibili rifugiati dai migranti economici.

Comunque, a parte la dichiarazione di Macron, è necessario che dalle affermazioni di principio si passi quanto prima agli aiuti concreti.

E, se si considera quanto avvenuto in passato, mi sembra più che probabile che tali aiuti concreti o non siano realizzati o lo siano in misura del tutto inadeguata.

Alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Est, sono apertamente ostili ad accogliere una parte dei migranti che arrivano in Italia, altri sono disponibili a farlo solo in modo non sufficiente.

E allora cosa deve fare l’Italia?

Se necessario, dovrà battere i “pugni sul tavolo”, dovrà “mostrare i muscoli”, ad esempio ponendo il veto su decisioni che richiedono l’approvazione di tutti i Paesi europei come la decisione di approvare il bilancio dell’Unione europea.

Certo, l’Italia non ha tutte le carte a posto per assumere una posizione così dura e rigida.

Si pensi, ad esempio, all’elevato debito pubblico, alle frequenti richieste di flessibilità nel rispetto delle regole del “fiscal compact” per quanto concerne il deficit di bilancio, alla situazione molto difficile di alcune banche, che rendono debole il nostro Paese nelle trattative, anche quelle relative ai migranti, nei confronti delle istituzioni dell’Unione europea.

Nonostante questo, però, data l’importanza che comunque l’Italia assume fra i Paesi aderenti all’Unione, l’Italia dovrà, se necessario, assumere una posizione dura e rigida sul tema degli aiuti ai migranti.

E penso proprio che sia necessario assumere una posizione di quel tipo, anche se sarebbe invece auspicabile risolvere il problema con metodi tradizionali e più “pacifici”.

E tale comportamento non significherebbe essere poco europeisti, ma al contrario dimostrerebbe che l’Unione europea deve prendere decisioni sulle questioni più importanti, anche su quelle oggettivamente più complesse: in tal modo si rafforzerebbe l’Unione europea, non verrebbe indebolita.


In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

21 giugno 2017

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.