I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Goletta Verde di Legambiente: il mare italiano in cattiva salute

13 agosto 2017

Sono stati resi noti i risultati finali di Goletta Verde 2017, il consueto viaggio di Legambiente lungo  i 7.412 chilometri di costa dell’Italia. E’ emerso un quadro poco rassicurante: su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge.

Si tratta di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati.

Preoccupa anche il perdurare di alcune situazioni critiche, già registrate nelle precedenti edizioni, con ben 38 malati cronici contro i quali Goletta Verde punta il dito: si tratta di quei punti che sono risultati inquinati mediamente negli ultimi 5 anni e che si concentrano soprattutto nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e Sicilia (5).

Di fronte a questa situazione e dopo i tanti appelli inascoltati e lanciati alle Amministrazioni e agli Enti competenti per verificare le cause dell’inquinamento, Legambiente ha presentato alle Capitanerie di Porto 11 esposti, uno per ogni regione in cui sono presenti i malati cronici di inquinamento, sulla base della legge sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel codice penale, tra cui il reato di inquinamento ambientale (art. 452 bis del codice penale).

Un’azione, quella di Legambiente pensata per chiedere alle Autorità competenti di intervenire per fermare i numerosi scarichi inquinanti che purtroppo ancora oggi, si riversano in mare, soprattutto nella stagione estiva, e che costituiscono una minaccia per il mare, la salute dei bagnanti e la biodiversità.

“Il mare italiano continua a soffrire per la presenza di numerosi scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – e anche quest’anno i dati di Goletta Verde confermano nuovamente la gravità della situazione, segnata anche dal problema dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani.

Per questo abbiamo deciso di consegnare, in chiusura della campagna 11 esposti, per 38 situazioni particolarmente critiche, alla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera, che tra le tante competenze ha anche il monitoraggio e verifica sugli scarichi in mare provenienti da terra. Con la finalità di mettere in atto controlli su tutta il corso d’acqua, il fosso o il canale segnalato, per individuare gli inquinatori e le ragioni dell’inquinamento che, come spesso accade, possono risiedere anche nei comuni dell’entroterra e non necessariamente in quelli costieri, che invece si trovano a subirne maggiormente gli effetti negativi”.

Non va meglio sul fronte dell’informazione ai cittadini, sui divieti di balneazione e la cartellonistica informativa che dovrebbe essere presente nella spiagge balneabili, obbligatoria a carico dei Comuni costieri da anni.

“I cittadini – spiega Serena Carpentieri, responsabile campagne di Legambiente – continuano a navigare in un mare di disinformazione. Così come in buona parte d’Italia, stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari enti preposti per fornire informazioni chiare.

I tecnici di Goletta Verde hanno avvistato solo 16 di questi cartelli informativi, presenti solo nel 9% dei punti. Per quel che riguarda invece i cartelli di divieto di balneazione, dei 91 punti vietati alla balneazione dalle autorità competenti, solo 23 presentano un cartello di divieto di balneazione. Nel 10% dei casi dove i cartelli di divieto sono assenti, troviamo una presenza media o alta di persone che, ignare, fanno il bagno”.

Oltre alla maladepurazione, tra gli altri nemici del mare ci sono il marine litter e i cambiamenti climatici.

Il Mediterraneo è uno dei mari più minacciati dal marine litter, i rifiuti che galleggiano in mare e quelli spiaggiati, frutto della cattiva gestione a monte, dell’abbandono consapevole e della cattiva depurazione.

Nel 18% dei punti monitorati dai tecnici di Goletta Verde è stata riscontrata la presenza di rifiuti da mancata depurazione: assorbenti, blister, salviette ma, soprattutto, di cotton fioc. In 46 spiagge monitorate da Legambiente ne sono stati trovati quasi 7.000, frutto della cattiva abitudine di buttarli nel wc e dell’insufficienza depurativa.

E per finire c’è la questione dei cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature e della salinità del Mar Mediterraneo che hanno facilitato l’arrivo di specie aliene come pesci tossici, granchi tropicali, alghe infestanti.

Ad oggi sono più di 800 quelle segnalate e di queste circa 600 vivrebbero ormai stabilmente nel Mare Nostrum. Un numero, quello dei ritrovamenti di specie alloctone nel Mediterraneo, che è triplicato dal 1980, mentre è raddoppiato negli altri mari.


L’Italia per ottenere l’aiuto dell’Europa sui migranti deve mostrare i muscoli

2 luglio 2017

Il numero dei migranti che vengono accolti in Italia sta crescendo a ritmi più intensi rispetto al passato. E ha fatto bene il governo a chiedere, ancora una volta, l’aiuto dell’Unione europea, in un modo più deciso però, ipotizzando che l’Italia non consenta più alle imbarcazioni non italiane, che trasportano migranti, di raggiungere i nostri porti. Infatti diventerebbe sempre più difficile per l’Italia accogliere, nel modo dovuto, un numero sempre maggiore di migranti.

Fino ad ora, come nel passato, da parte delle autorità dell’Unione europea e dei governi dei principali Paesi che vi aderiscono, ci sono state solo delle dichiarazioni in base alle quali si è affermato che l’Italia, e anche la Grecia, non saranno lasciate sole ma che verranno adeguatamente aiutate.

Per la verità, in modo del tutto inaspettato, il presidente francese Macron, fervente europeista e deciso oppositore delle posizioni di Marine Le Pen, ha tenuto a precisare che l’aiuto non dovrà però riguardare i cosiddetti migranti per motivi economici, come se all’inizio, quando vengono salvati e trasportati dai barconi alle navi italiane e non, fosse possibile distinguere i possibili rifugiati dai migranti economici.

Comunque, a parte la dichiarazione di Macron, è necessario che dalle affermazioni di principio si passi quanto prima agli aiuti concreti.

E, se si considera quanto avvenuto in passato, mi sembra più che probabile che tali aiuti concreti o non siano realizzati o lo siano in misura del tutto inadeguata.

Alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Est, sono apertamente ostili ad accogliere una parte dei migranti che arrivano in Italia, altri sono disponibili a farlo solo in modo non sufficiente.

E allora cosa deve fare l’Italia?

Se necessario, dovrà battere i “pugni sul tavolo”, dovrà “mostrare i muscoli”, ad esempio ponendo il veto su decisioni che richiedono l’approvazione di tutti i Paesi europei come la decisione di approvare il bilancio dell’Unione europea.

Certo, l’Italia non ha tutte le carte a posto per assumere una posizione così dura e rigida.

Si pensi, ad esempio, all’elevato debito pubblico, alle frequenti richieste di flessibilità nel rispetto delle regole del “fiscal compact” per quanto concerne il deficit di bilancio, alla situazione molto difficile di alcune banche, che rendono debole il nostro Paese nelle trattative, anche quelle relative ai migranti, nei confronti delle istituzioni dell’Unione europea.

Nonostante questo, però, data l’importanza che comunque l’Italia assume fra i Paesi aderenti all’Unione, l’Italia dovrà, se necessario, assumere una posizione dura e rigida sul tema degli aiuti ai migranti.

E penso proprio che sia necessario assumere una posizione di quel tipo, anche se sarebbe invece auspicabile risolvere il problema con metodi tradizionali e più “pacifici”.

E tale comportamento non significherebbe essere poco europeisti, ma al contrario dimostrerebbe che l’Unione europea deve prendere decisioni sulle questioni più importanti, anche su quelle oggettivamente più complesse: in tal modo si rafforzerebbe l’Unione europea, non verrebbe indebolita.


In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

21 giugno 2017

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.


Il G7 un fallimento? Comunque l’Italia fanalino di coda fra i 7

31 maggio 2017

Nel fine settimana appena passato si è svolta la consueta riunione annuale dei Paesi del gruppo G7, a Taormina. Molti osservatori l’hanno considerata un fallimento. Comunque può anche essere utile verificare come si posiziona l’Italia, in relazione agli altri Paesi, per quanto riguarda nove indicatori economico-sociali.

Io non credo che la riunione del G7 di Taormina sia stato un fallimento.

Per la verità, poi, da diversi anni ormai, i risultati di questi incontri sono di scarso rilievo. Ma vi erano molte aspettative nei confronti della riunione svoltasi a Taormina soprattutto perché intervenivano per la prima volta alcuni leader politici, primo fra tutti il presidente degli Usa, Donald Trump.

Ed è stato proprio quest’ultimo la causa del fatto che su alcuni temi, prevalentemente quelli riguardanti i migranti e il clima, temi peraltro molto importanti, non è stato raggiunto alcun accordo significativo.

Ma non per questo la riunione di Taormina può essere considerata un fallimento. E’ stata invece la chiara, e prevedibile, dimostrazione che le posizioni degli Usa, sotto la guida di Trump, su una serie di problematiche di notevole rilievo, sono diventate molto differenti rispetto a quelle espresse dagli altri sei Paesi. Ciò ha determinato un acceso dibattito fra i rappresentanti dei Paesi del G7 a cui non si assisteva da anni.

Dopo aver formulato tali considerazioni, ritengo utile rilevare come si posiziona l’Italia, nell’ambito dei sette Paesi, esaminando alcuni indicatori economico-sociali.

E l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti.

Considerando l’indice di sicurezza l’Italia è al quinto posto, precedendo solamente la Gran Bretagna e gli Usa.

Se si esamina la percentuale dei residenti nati da immigrati, l’Italia occupa il penultimo posto, superando solo il Giappone (tale percentuale per il nostro Paese è pari al 9,7%).

Analizzando l’indice di performance ambientale, di nuovo l’Italia si situa nella quinta posizione, prima di Germania e Giappone.

Sempre quinta, l’Italia, se si analizza la percentuale di abitanti sotto la soglia di povertà, pari allo 0,13% (valori percentuali superiori si verificano in Giappone e negli Usa).

Un poco migliore la situazione riguardante la percentuale della spesa sociale sul Pil: l’Italia occupa la quarta posizione, con il 25,2%, un valore superiore a quelli riscontrabili in Gran Bretagna, nella Germania e nel Canada.

Sesta, invece, l’Italia, per quanto concerne il rapporto percentuale tra debito pubblico e Pil, pari al 132,5%. Solamente il Giappone è contraddistinto da un valore più elevato, il 234,7%.

Ultimo il nostro Paese, relativamente alla percentuale fra i giovani disoccupati e le forze di lavoro, pari al 37,8%.

Sempre ultima l’Italia, se si prende in esame il cosiddetto Bloomberg innovation index , un indicatore della diffusione delle innovazioni nei sistemi economici.

Ancora ultima l’Italia, riguarda alla percentuale di laureati nella fascia di età 35-45 anni, il 20,5%, una percentuale molto bassa, appunto la più bassa.

Infine il nostro Paese si colloca al quinto posto, considerando il numero di start-up su internet, precedendo la Francia e il Giappone.

Una conclusione, valutando questi dati, è del tutto evidente: l’Italia deve impegnarsi molto di più per migliorare la situazione economico-sociale se intende, davvero, essere fra i primi Paesi nel mondo, per quanto concerne le performances ottenibili in vari settori, decisamente di notevole importanza.


Un milione i bambini poveri in Italia

9 aprile 2017

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.


Morbillo, Italia e Romania a rischio epidemia

2 aprile 2017

Romania e Italia sono a rischio epidemia di morbillo. L’allarme arriva dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità) che identifica in questi 2 Paesi i maggiori focolai attuali di quella patologia. In Romania ci sono stati oltre 3.400 casi e 17 morti dal gennaio 2016 a marzo 2017. In Italia si è registrato un forte aumento dei casi nelle prime settimane del 2017, con 238 casi segnalati a gennaio e almeno altrettanti a febbraio. E il numero totale dei casi rilevati nel 2016 (circa 850) è stato già superato, come evidenziano gli ultimi dati del ministero della Salute e dell’Iss (Istituto superiore di sanità), 1.010 casi dal 1° gennaio al 26 marzo 2017.

Secondo l’Oms per eliminare il morbillo serve una copertura vaccinale di almeno il 95%, ma in Europa si è scesi ben al di sotto.

La malattia in questo modo continua a diffondersi, con la possibilità di causare epidemie. E questo anche se due terzi dei 53 Paesi europei hanno bloccato la trasmissione endemica che resta tale però in altri 14 Paesi.

“Con il progresso costante fatto negli ultimi anni verso l’eliminazione della malattia, è preoccupante che in due anni si stia assistendo a una sua ripresa”, ha affermato Zsuzsanna Jakab, direttore regionale per l’Europa dell’Oms.

Nel gennaio 2017 sono stati segnalati 559 casi di morbillo in Europa. Di questi, 474 casi sono stati segnalati in 7 dei 14 paesi endemici (Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania, Svizzera e Ucraina).

Le informazioni preliminari per il mese di febbraio indicano che il numero di nuove infezioni è nettamente in aumento. In tutti questi Paesi l’Oms stima che la copertura di immunizzazione con la seconda dose di vaccino sia inferiore alla soglia del 95%.

“Esorto tutti i Paesi endemici ad adottare misure urgenti per fermare la trasmissione del morbillo e tutti i Paesi che hanno già raggiunto questo traguardo a mantenere alta la guardia e sostenere la copertura dell’immunizzazione. Insieme dobbiamo fare in modo che i progressi raggiunti finora non vadano perduti”, ha aggiunto Jakab.

Secondo l’Oms le autorità sanitarie nazionali dovrebbero massimizzare i lori sforzi per raggiungere e/o mantenere una copertura di almeno il 95% e con 2 dosi di vaccino.

E l’ufficio regionale per l’Europa sta lavorando a stretto contatto con le autorità sanitarie nazionali dei Paesi a rischio per pianificare e attuare misure di risposta adeguate che includano migliore sorveglianza e l’identificazione e l’immunizzazione delle persone a rischio elevato di infezione, di quelle particolarmente sensibili che possono venire a contatto con soggetti infetti e per coinvolgere le comunità e incoraggiare la vaccinazione.

Per quanto riguarda l’Italia, si può rilevare che dei 1.010 casi di morbillo segnalati dal 1° gennaio al 26 marzo del 2017 l’86% proviene da cinque regioni: Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana, e Abruzzo.

Il 90% dei soggetti colpiti da questa malattia non era vaccinato.

La maggior parte dei casi è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni (57% nella fascia 15-39 anni e 17% negli adulti con più di 39 anni), con un’età media dei casi pari a 27 anni.

Il 26% dei casi è stato segnalato in bambini nella fascia di età 0-14 anni; di questi, 50 avevano meno di un anno di età.

Infine sono stati segnalati 113 casi tra operatori sanitari.

Non si può che concludere rilevando che la situazione riguardante la diffusione del morbillo in Italia sia davvero preoccupante e auspicando che nel nostro Paese siano quanto prima rispettate le indicazioni sollecitate dall’ufficio europeo dell’Oms.

Non si deve assolutamente sottovalutare il problema.