In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

21 giugno 2017

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.


Il G7 un fallimento? Comunque l’Italia fanalino di coda fra i 7

31 maggio 2017

Nel fine settimana appena passato si è svolta la consueta riunione annuale dei Paesi del gruppo G7, a Taormina. Molti osservatori l’hanno considerata un fallimento. Comunque può anche essere utile verificare come si posiziona l’Italia, in relazione agli altri Paesi, per quanto riguarda nove indicatori economico-sociali.

Io non credo che la riunione del G7 di Taormina sia stato un fallimento.

Per la verità, poi, da diversi anni ormai, i risultati di questi incontri sono di scarso rilievo. Ma vi erano molte aspettative nei confronti della riunione svoltasi a Taormina soprattutto perché intervenivano per la prima volta alcuni leader politici, primo fra tutti il presidente degli Usa, Donald Trump.

Ed è stato proprio quest’ultimo la causa del fatto che su alcuni temi, prevalentemente quelli riguardanti i migranti e il clima, temi peraltro molto importanti, non è stato raggiunto alcun accordo significativo.

Ma non per questo la riunione di Taormina può essere considerata un fallimento. E’ stata invece la chiara, e prevedibile, dimostrazione che le posizioni degli Usa, sotto la guida di Trump, su una serie di problematiche di notevole rilievo, sono diventate molto differenti rispetto a quelle espresse dagli altri sei Paesi. Ciò ha determinato un acceso dibattito fra i rappresentanti dei Paesi del G7 a cui non si assisteva da anni.

Dopo aver formulato tali considerazioni, ritengo utile rilevare come si posiziona l’Italia, nell’ambito dei sette Paesi, esaminando alcuni indicatori economico-sociali.

E l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti.

Considerando l’indice di sicurezza l’Italia è al quinto posto, precedendo solamente la Gran Bretagna e gli Usa.

Se si esamina la percentuale dei residenti nati da immigrati, l’Italia occupa il penultimo posto, superando solo il Giappone (tale percentuale per il nostro Paese è pari al 9,7%).

Analizzando l’indice di performance ambientale, di nuovo l’Italia si situa nella quinta posizione, prima di Germania e Giappone.

Sempre quinta, l’Italia, se si analizza la percentuale di abitanti sotto la soglia di povertà, pari allo 0,13% (valori percentuali superiori si verificano in Giappone e negli Usa).

Un poco migliore la situazione riguardante la percentuale della spesa sociale sul Pil: l’Italia occupa la quarta posizione, con il 25,2%, un valore superiore a quelli riscontrabili in Gran Bretagna, nella Germania e nel Canada.

Sesta, invece, l’Italia, per quanto concerne il rapporto percentuale tra debito pubblico e Pil, pari al 132,5%. Solamente il Giappone è contraddistinto da un valore più elevato, il 234,7%.

Ultimo il nostro Paese, relativamente alla percentuale fra i giovani disoccupati e le forze di lavoro, pari al 37,8%.

Sempre ultima l’Italia, se si prende in esame il cosiddetto Bloomberg innovation index , un indicatore della diffusione delle innovazioni nei sistemi economici.

Ancora ultima l’Italia, riguarda alla percentuale di laureati nella fascia di età 35-45 anni, il 20,5%, una percentuale molto bassa, appunto la più bassa.

Infine il nostro Paese si colloca al quinto posto, considerando il numero di start-up su internet, precedendo la Francia e il Giappone.

Una conclusione, valutando questi dati, è del tutto evidente: l’Italia deve impegnarsi molto di più per migliorare la situazione economico-sociale se intende, davvero, essere fra i primi Paesi nel mondo, per quanto concerne le performances ottenibili in vari settori, decisamente di notevole importanza.


Un milione i bambini poveri in Italia

9 aprile 2017

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.


Morbillo, Italia e Romania a rischio epidemia

2 aprile 2017

Romania e Italia sono a rischio epidemia di morbillo. L’allarme arriva dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità) che identifica in questi 2 Paesi i maggiori focolai attuali di quella patologia. In Romania ci sono stati oltre 3.400 casi e 17 morti dal gennaio 2016 a marzo 2017. In Italia si è registrato un forte aumento dei casi nelle prime settimane del 2017, con 238 casi segnalati a gennaio e almeno altrettanti a febbraio. E il numero totale dei casi rilevati nel 2016 (circa 850) è stato già superato, come evidenziano gli ultimi dati del ministero della Salute e dell’Iss (Istituto superiore di sanità), 1.010 casi dal 1° gennaio al 26 marzo 2017.

Secondo l’Oms per eliminare il morbillo serve una copertura vaccinale di almeno il 95%, ma in Europa si è scesi ben al di sotto.

La malattia in questo modo continua a diffondersi, con la possibilità di causare epidemie. E questo anche se due terzi dei 53 Paesi europei hanno bloccato la trasmissione endemica che resta tale però in altri 14 Paesi.

“Con il progresso costante fatto negli ultimi anni verso l’eliminazione della malattia, è preoccupante che in due anni si stia assistendo a una sua ripresa”, ha affermato Zsuzsanna Jakab, direttore regionale per l’Europa dell’Oms.

Nel gennaio 2017 sono stati segnalati 559 casi di morbillo in Europa. Di questi, 474 casi sono stati segnalati in 7 dei 14 paesi endemici (Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania, Svizzera e Ucraina).

Le informazioni preliminari per il mese di febbraio indicano che il numero di nuove infezioni è nettamente in aumento. In tutti questi Paesi l’Oms stima che la copertura di immunizzazione con la seconda dose di vaccino sia inferiore alla soglia del 95%.

“Esorto tutti i Paesi endemici ad adottare misure urgenti per fermare la trasmissione del morbillo e tutti i Paesi che hanno già raggiunto questo traguardo a mantenere alta la guardia e sostenere la copertura dell’immunizzazione. Insieme dobbiamo fare in modo che i progressi raggiunti finora non vadano perduti”, ha aggiunto Jakab.

Secondo l’Oms le autorità sanitarie nazionali dovrebbero massimizzare i lori sforzi per raggiungere e/o mantenere una copertura di almeno il 95% e con 2 dosi di vaccino.

E l’ufficio regionale per l’Europa sta lavorando a stretto contatto con le autorità sanitarie nazionali dei Paesi a rischio per pianificare e attuare misure di risposta adeguate che includano migliore sorveglianza e l’identificazione e l’immunizzazione delle persone a rischio elevato di infezione, di quelle particolarmente sensibili che possono venire a contatto con soggetti infetti e per coinvolgere le comunità e incoraggiare la vaccinazione.

Per quanto riguarda l’Italia, si può rilevare che dei 1.010 casi di morbillo segnalati dal 1° gennaio al 26 marzo del 2017 l’86% proviene da cinque regioni: Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana, e Abruzzo.

Il 90% dei soggetti colpiti da questa malattia non era vaccinato.

La maggior parte dei casi è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni (57% nella fascia 15-39 anni e 17% negli adulti con più di 39 anni), con un’età media dei casi pari a 27 anni.

Il 26% dei casi è stato segnalato in bambini nella fascia di età 0-14 anni; di questi, 50 avevano meno di un anno di età.

Infine sono stati segnalati 113 casi tra operatori sanitari.

Non si può che concludere rilevando che la situazione riguardante la diffusione del morbillo in Italia sia davvero preoccupante e auspicando che nel nostro Paese siano quanto prima rispettate le indicazioni sollecitate dall’ufficio europeo dell’Oms.

Non si deve assolutamente sottovalutare il problema.


Amnesty International, i diritti umani in Italia

26 febbraio 2017

amnesty

E’ stato recentemente presentato a Roma il rapporto 2016-2017 di Amnesty International, che contiene una dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 Paesi e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa.

Anche quest’anno nel rapporto c’è un capitolo sull’Italia.

Nel corso della presentazione, il presidente della sezione italiana di Amnesty, Antonio Marchesi, si è occupato della situazione dei diritti umani nel nostro Paese, così come descritta nel rapporto.

Ho ritenuto opportuno di riportare alcune parti di quanto dichiarato da Marchesi, a questo proposito.

“Nel nostro Paese, non possiamo non constatare che quella retorica divisiva, del ‘noi contro loro’, è spesso presente nei discorsi di alcuni leader nazionali, in quelli di Matteo Salvini della Lega Nord, ma anche di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia oltre a essere piuttosto diffusa a livello di esponenti politici locali, anche di altri partiti…

A livello locale, oltre ad una diffusione notevole di atteggiamenti anti-migranti o anti-stranieri analoghi a quelli riscontrati a livello nazionale, registriamo anche un fenomeno distinto ma fondato anch’esso sulla mancata accettazione della diversità, in questo caso alla diversità di orientamento sessuale.

Mi riferisco, tra l’altro, all’istituzione da parte di alcune Regioni di sportelli cosiddetti ‘antigender’, il cui effetto è di fornire giustificazione culturale e legittimazione sociale alla discriminazione basata, appunto, sull’orientamento sessuale, rischiando di fomentare un clima di intolleranza e di odio verso le persone Lgbti che nel nostro Paese, purtroppo, sono piuttosto spesso vittime di aggressioni verbali e fisiche…

Fra le vittime per eccellenza degli atteggiamenti ostili di alcuni politici e di parti della società italiana, che tanto spazio hanno conquistato, vi sono i rifugiati e i migranti, sulla cui condizione di vulnerabilità di fronte al rischio di violazioni dei diritti umani Amnesty concentra da tempo la propria attenzione e i propri sforzi.

Nel 2016 Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto ‘Hotspot Italia’ nel quale, oltre a compiersi una valutazione complessiva, molto critica, dell’approccio hotspot deciso a livello europeo, vengono poste alcune questioni precise: la questione delle modalità della cosiddetta preidentificazione (per cui chi arriva è messo in condizioni di decidere della propria vita, subito dopo lo sbarco, in condizioni psico-fisiche molto difficili e spesso senza adeguata informazione) e la questione delle procedure di allontanamento (attraverso i decreti di respingimento differito che sono molto difficilmente attuabili e che rischiano di avere come unico effetto quello di consegnare i destinatari a chi li vuole sfruttare)…

Voglio infine ricordare, prima di passare ad altro argomento, che il Governo non ha ancora attuato la delega del Parlamento, risalente ormai a quasi tre anni fa (aprile 2014) e con un termine per l’attuazione di 18 mesi, ad abrogare il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

La perdurante criminalizzazione della mera presenza irregolare sul territorio è contraria agli standard internazionali e pregiudica, tra l’altro, la possibilità dei migranti irregolari di accedere alla giustizia. E’ stata giudicata non solo inutile ma addirittura controproducente, rispetto all’attività di contrasto di reati assai gravi, tra gli altri, dal Procuratore nazionale antimafia…

Ieri abbiamo scritto al ministro della Giustizia Orlando una lettera – assieme a Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva – sulla questione dell’inesistenza di un reato di tortura nel nostro ordinamento (e dell’elevato rischio di impunità per atti di tortura che ne deriva). Il ministro ha recentemente affermato che quel reato sarebbe stato presto introdotto e in effetti il punto, dopo oltre un anno di interruzione francamente incomprensibile, è nuovamente all’ordine del giorno del Parlamento…

Il 2016 è stato anche l’anno della morte in Egitto di Giulio Regeni, in un contesto di violazioni gravi e diffuse dei diritti umani, che viene descritto in un capitolo particolarmente ricco del nostro rapporto.

Le relazioni tra Italia ed Egitto hanno inevitabilmente risentito di questa vicenda. Sul piano diplomatico, questa ha comportato il ritiro del nostro ambasciatore: una scelta giusta, che abbiamo apprezzato, rispetto alla quale siamo convinti che non vi siano al momento le condizioni per fare alcun passo indietro (come invece viene richiesto da alcuni). Il ritorno alla normalità dei rapporti diplomatici con l’Egitto è auspicabile solo quando avremo ottenuto per Giulio tutta la verità, un’adeguata riparazione e la punizione di tutti i responsabili – e tutto questo ancora non s’intravede…

Passando a un settore specifico di rapporti commerciali, quello delle armi che l’Italia esporta verso altri Paesi, ve ne sono alcuni nei quali a nostro avviso quelle armi possono essere o sono effettivamente impiegate per violare i diritti umani o le norme di diritto umanitario dei conflitti armati.

A partire dal 2015 e per tutto il 2016 sono partiti carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force, l’ultimo in dicembre, quando sono partite oltre 3.000 bombe MK80 prodotte dalla RWM Italia, fabbricate in Sardegna, dal porto canale di Cagliari.

In ottobre l’allora ministro degli Esteri Gentiloni ha riconosciuto, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. Con l’Arabia Saudita, del resto, è in vigore un accordo di cooperazione militare, che prevede una collaborazione preferenziale anche nel settore della fornitura di armi, ratificato nel 2009 e che si rinnova tacitamente ogni 5 anni.

In dicembre, poche settimane dopo la visita della ministra della Difesa Pinotti è stata diffusa la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe ricevuto da Fincantieri proposte per l’acquisto di nuove navi militari.

Eppure la legge 185 del 1990 stabilisce che le esportazioni di armamenti sono vietate tra l’altro verso i Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Non vi è dubbio che l’azione militare a guida saudita in Yemen rientri tra quelle che, secondo la legge italiana, comportano il divieto di autorizzare esportazioni di armi dall’Italia verso gli Stati che vi prendono parte. Eppure dal Ministero della Difesa sostengono che sia tutto in regola e hanno reagito in modo piuttosto aggressivo alle richieste di chiarimento, nostre e di altri”.


La sanità italiana agli ultimi posti in Europa

20 novembre 2016

sanita

E’ stato pubblicato l’annuale rapporto, elaborato da “The European House-Ambrosetti” che misura le “performances” dei sistemi sanitari europei ed anche delle regioni italiane. Considerando 14 Paesi dell’Unione europea, la sanità italiana occupa il terz’ultimo posto.

Nel rapporto si può infatti leggere, tra l’altro:  “L’Italia manifesta un sensibile ritardo dalla media europea sul fronte dell’efficienza e appropriatezza dell’offerta sanitaria e sul fronte della capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute. Sul fronte della qualità dell’offerta sanitaria siamo in linea con l’Europa mentre sul fronte dello stato di salute mostriamo (ancora) una performance migliore della media europea”.

Stato di salute della popolazione, qualità dell’offerta sanitaria e “responsivnesss” del sistema, capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute, efficienza-appropriatezza dell’offerta sanitaria, questi i 4 indicatori del cosiddetto Meridiano Index che valuta i sistemi sanitari dei diversi Paesi europei, un indice che sintetizza i 4 indicatori.

Nella seguente tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nei 14 Paesi dell’Unione europea presi in considerazione:

Svezia 8,4

Olanda 7,2

Finlandia 6,5

Belgio 6,2

Francia 6,2

Regno Unito 5,9

Danimarca  5,9

Spagna 5,8

Ue-14 5,7

Irlanda 5,3

Germania 5,2

Austria 4,9

Italia 4,7

Portogallo 4,7

Grecia 3,5

Tra le regioni italiane primeggia l’Emilia Romagna, seguita dalla Lombardia. Tutte le regioni del Sud sono contraddistinti invece da valori inferiori alla media nazionale.

Nel rapporto si rileva, fra l’altro: “Mettendo in relazione le performances dei sistemi sanitari regionali con il relativo livello di spesa sanitaria, pubblica e privata, emerge una relazione positiva tra le due grandezze: le regioni con le performances migliori (quelle del Nord) sono anche caratterizzate da un livello di spesa maggiore e ricchezza maggiore”.

Nella successiva tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nelle diverse regioni italiane:

Emilia Romagna 7,2

Lombardia 7,0

Trentino Alto Adige 6,9

Toscana 6,7

Piemonte 6,4

Umbria 6,3

Valle d’Aosta 6,3

Veneto 6,2

Marche 6,2

Friuli Venezia Giulia 6,1

Lazio 5,7

Liguria 5,6

Sardegna 5,1

Abruzzo 5,0

Molise 4,7

Basilica 4,7

Puglia 4,6

Sicilia 4,5

Calabria 4,1

Campania 4,0

Da questa tabella risulta che sono, quasi esclusivamente, le regioni meridionali a presentare un valore dell’indice analizzato inferiore al valore medio dei 14 Paesi dell’Unione europea considerati.

Ancora una volta, cioè, si dimostra che è la situazione dei sistemi sanitari delle regioni del Meridione ad essere particolarmente critica, mentre i sistemi sanitari delle regioni del Centro-Nord sono contraddistinti da performances più che accettabili.

Nel rapporto poi si evidenzia come “dal punto di vista dello stato di salute, anche se l’Italia si posiziona ancora tra i primi posti in Europa, si evidenziano alcuni campanelli d’allarme. Nel 2015 per la prima volta in 10 anni è diminuita la speranza di vita alla nascita, il tasso di mortalità è stato il più alto dal dopoguerra ad oggi e, inoltre, continuano a calare gli anni vissuti in buona salute. In aggiunta al fenomeno dell’invecchiamento demografico, oggi l’Italia deve affrontare altre importanti sfide per la salute delle persone”.

“La sfida di gran lunga più importante per i sistemi sanitari e sociali è quella delle patologie croniche – ricorda inoltre il rapporto – che rendono necessaria una specificità di organizzazione e un impegno di risorse molto importanti”.

Altra preoccupazione il calo delle vaccinazioni. “Nel 2015 la copertura nazionale media per le vaccinazioni contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B pertosse e ‘Haemophilus influenzae’ è stata del 93,4%; con un decremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2014 e di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2011. Particolarmente preoccupanti sono i dati di copertura vaccinale per morbillo e rosolia che hanno perso 5 punti percentuali dal 2011 al 2015, passando dal 90,1% all’85,3%”.

Cosa si deve fare quindi, secondo il rapporto?

“A fronte di tutte queste sfide che minacciano la sostenibilità del servizio sanitario nazionale, l’intero sistema di welfare e la capacità di crescita economica, occorre investire di più in sanità.

L’investimento in prevenzione ha un impatto positivo sulla spesa sanitaria: un euro investito in prevenzione genera 2,9 euro di risparmio nella spesa per prestazioni terapeutiche e riabilitative e che l’orizzonte temporale nel quale l’investimento in prevenzione manifesta i suoi impatti sulla spesa per prestazioni curative e riabilitative, in percentuale della spesa sanitaria totale, è di 10 anni.

Ad oggi l’Italia spende in prevenzione 98,4 euro pro capite. Se il nostro Paese investisse quanto la Germania (126,4 Euro) la spesa sanitaria al 2050 sarebbe l’8,9% del Pil con un risparmio di 4 miliardi di Euro l’anno”.


La cacciata di Bitonci, un bene per Padova e per l’Italia

13 novembre 2016

padova

Il leghista Bitonci non è più sindaco di Padova. E’ stato sfiduciato dal notaio, come avvenuto nel caso di Ignazio Marino, da 17 consiglieri comunali, del Pd, del movimento 5 stelle e da due consiglieri di Forza Italia. Che la cacciata di Bitonci sia un bene per la città di Padova mi sembra piuttosto evidente, ma potrebbe assumere una notevole importanza anche a livello nazionale.

Finalmente, quindi.

Innanzitutto perché il fatto che Bitonci non sia più sindaco di Padova non può che essere valutato positivamente per le sorti della città di Sant’Antonio.

I suoi provvedimenti, soprattutto quelli decisamente razzisti, hanno danneggiato, considerevolmente l’immagine di Padova, in Italia.

Bitonci ha infatti cavalcato l’onda della paura nei confronti del diverso, del migrante in primo luogo, per acquisire facili consensi.

Ma il suo operato, anche per quanto riguarda altri aspetti della sua azione amministrativa, ha suscitato invece una progressiva diffusione di atteggiamenti critici, all’interno del Consiglio comunale e all’esterno, fra i cittadini.

Del resto Bitonci è stato costretto a dimissionare ben tre assessori, dimostrazione questa che le sue attività non erano condivise nemmeno da tutti i componenti della Giunta municipale.

Le critiche si sono manifestate anche in Consiglio comunale, di qui la decisione di due consiglieri di Forza Italia di dimissionarlo.

Ma le critiche si sono estese, ugualmente, fra i cittadini di Padova ed, inoltre, fra i numerosi studenti universitari che frequentano l’Ateneo padovano.

Per la verità Bitonci ha  subito affermato che intende ricandidarsi, dopo il periodo del commissariamento che precederà le nuove elezioni comunali.

Per il momento però è stato cacciato, ed è possibile quindi che il nuovo sindaco non sia leghista e che, soprattutto, sappia davvero in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini padovani.

Ma la cacciata di Bitonci, del resto l’ormai ex sindaco di Padova era uno stretto collaboratore del leader leghista, Matteo Salvini, potrebbe essere un bene per il centro destra italiano e quindi, io credo, per l’Italia.

Infatti la cacciata di Bitonci è anche la dimostrazione che i leghisti alla Salvini, il quale sempre di più assume posizioni politiche definibili lepeniste, non sanno amministrare le città e non saprebbero nemmeno governare l’Italia.

E può, inoltre, avvalorare la tesi di quanti, nel centro destra, sostengono che una guida di questo schieramento politico da parte di un leghista come Salvini potrebbe, innanzitutto, portare ad una sonora sconfitta il centro destra, alle prossime elezioni politiche, in quanto non rappresenterebbe una valida alternativa di governo rispetto sia al centro sinistra che al movimento 5 stelle.

Ed io, pur non appartenendo al centro destra, assolutamente no, ritengo che, comunque, se nel sistema politico italiano i soggetti politici più importanti che si confrontano non sono in grado di governare il nostro Paese, ciò rende quel sistema politico inadeguato.

Mentre un sistema politico all’altezza delle necessità, rappresenta una condizione indispensabile affinchè, qualunque sia lo schieramento politico vincente, l’Italia sia ben governata, in modo tale che siano affrontati, nel modo migliore, i notevoli problemi che la caratterizzano.