Contro la disoccupazione aumentare la produttività. Ma come?

26 ottobre 2016

produttivita

La crescita economica è insufficiente, in Italia, per consentire una forte riduzione della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, come necessario. In sostanza il Pil sta crescendo di meno rispetto al tasso di aumento medio dei Paesi dell’Unione europea. Per fare in modo che il Pil cresca in misura decisamente maggiore sarebbe indispensabile un consistente aumento della produttività.

Ma la produttività cresce poco, in Italia, da molti anni ormai.

E rilevare che la produttività in Italia debba crescere di più, significa che occorre aumentare il prodotto potenziale, cioè il Pil che si può ottenere con una determinata dotazione dei principali fattori produttivi, lavoro e capitale.

A questo punto è bene precisare che per produttività si intende il rapporto tra il prodotto, o meglio il Pil, e la quantità utilizzata di un fattore produttivo. Generalmente quando si fa riferimento alla produttività si intende la produttività del lavoro – considerando quindi un solo fattore produttivo – oppure la produttività totale, prendendo in esame cioè tutti i fattori produttivi e quindi, di fatto, sia il lavoro che il capitale.

E’ necessario precisare che in realtà, in Italia, si è verificato un vero e proprio ristagno della produttività – nel senso che o la produttività è cresciuta pochissimo oppure è rimasta stabile – a partire dal 1995.

Sono quindi più di 20 anni che si verifica tale ristagno della produttività, mentre, in precedenza, la produttività cresceva, anche a tassi piuttosto elevati.

Quindi, il ristagno della produttività può essere ritenuto, purtroppo, ormai, un carattere strutturale del sistema economico italiano e, pertanto, per modificarlo, è necessario attuare una politica organica e complessa.

Non si può pensare che singoli interventi, seppur utili, possano essere sufficienti per accrescere considerevolmente la produttività, anche se singoli interventi devono essere realizzati, se si vuole ottenere dei risultati anche nel breve periodo.

Quando però si rileva la necessità di accrescere la produttività in Italia, ci si deve confrontare con un problema non certo di lieve entità: anche tra gli economisti le opinioni sulle cause che hanno determinato il ristagno della produttività sono tutt’altro che concordi.

Luca Ricolfi, in un recente articolo pubblicato su “Il Sole 24 ore”, ha sostenuto che, tra gli economisti, esistono almeno dieci spiegazioni, diverse, su quelle cause.

E’ del tutto evidente che se le opinioni circa le cause che hanno determinato e che determinano il ristagno della produttività sono così diverse, risulta difficile individuare anche gli interventi da realizzare per accrescere la produttività.

Ricolfi ha una sua tesi ben precisa e così scrive per individuare gli interventi da promuovere: “…è il complesso delle esternalità e di contesto, che rendono possibile una vita economica fluida e dinamica: una burocrazia efficiente e non pervasiva, una giustizia civile veloce, norme chiare e facili da applicare, adempimenti snelli e non troppo numerosi, poteri amministrativi ben delimitati, percorsi autorizzativi lineari, ragionevole stabilità delle leggi, dei regolamenti e della normazione secondaria, tempi certi per aprire un’attività, o anche semplicemente per ottenere un allacciamento telefonico. Ma anche: investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, sostegno alla ricerca, valorizzazione della conoscenza (a partire da scuola e università)…”.

E Ricolfi, per avvalorare la sua testi, aggiunge che è proprio a partire dal 1995 che ha avuto inizio il cosiddetto federalismo fiscale, la cui conseguenza più importante, in quanto ha impedito o quanto meno ostacolato l’attuazione degli interventi prima evidenziati, è stata “l’immane moltiplicazione dei centri di decisione, dei soggetti coinvolti nei processi politici, degli adempimenti degli operatori economici, una pessima (perché confusa) ridefinizione dei compiti dei vari apparati della Pubblica Amministrazione, con conseguente proliferazione dei conflitti tra poteri pubblici, un dannosissimo allungamento dei percorsi autorizzativi a tutti i livelli e per tutti i tipi di soggetti…”.

Insomma Ricolfi sostiene che solo con una profonda riforma delle pubbliche amministrazioni si puo’ raggiungere l’obiettivo di un incremento rilevante della produttività.

La tesi di Ricolfi mi convince, ma mi sembra che un riforma delle pubbliche amministrazioni della portata da lui ritenuta necessaria non potrà che realizzarsi solamente, quanto meno, nel medio periodo.

E nel frattempo?

Si possono innanzitutto realizzare interventi di riforma delle pubbliche amministrazioni di minore rilievo, sebbene in linea con il processo di cambiamento ritenuto necessario da Ricolfi. E questo sta già avvenendo, sebbene troppo lentamente e quindi occorre quanto meno accelerare non solo la definizione ma soprattutto l’attuazione dei singoli interventi di riforma.

E poi promuovere altri cambiamenti nel comportamento delle pubbliche amministrazioni che possono produrre effetti anche nel breve periodo. Mi riferisco alla necessità di accrescere gli investimenti pubblici, in infrastrutture materiali ed immateriali – punto questo peraltro evidenziato anche da Ricolfi – e di ridurre i tempi di esecuzione di tali investimenti.

Nella consapevolezza però che risulta necessario anche un abbandono della politica di austerità, fin qui promossa dall’Unione europea, ed inoltre una maggiore dotazione di risorse finanziarie da parte della stessa Unione, per progetti infrastrutturali la cui realizzazioni sia promossa o dagli organi dell’Unione o dai singoli governi.

Ed infine l’attuazione da parte degli imprenditori privati di una politica di investimenti più incisiva, molto più consistente, il cui verificarsi non dipende solo, anche ma non solo, da una politica economica che la favorisca, ma, in primo luogo, da un comportamento degli imprenditori più dinamico ed innovativo.


Bergoglio non vuole incontrare il Dalai Lama. E il dialogo interreligioso?

23 ottobre 2016

dalailama

Il Dalai Lama ha recentemente ricevuto la cittadinanza onoraria di Milano. Alcuni rappresentanti della comunità cinese hanno protestato. E’ noto che da tempo la Cina sta attuando una politica di “cinesizzazione” del Tibet. Non intende garantire alcuna autonomia al popolo tibetano. Chissà se anche il Papa è contrario all’attribuzione della cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama?

Non mi stupirei se Bergoglio fosse contrario all’attribuzione di quelle onorificenza al Dalai Lama.

Infatti Bergoglio non ha voluto mai incontrare il Dalai Lama.

Tutto ciò nonostante il Papa si dica favorevole a promuovere il dialogo interreligioso.

Recentemente, in occasione dei 30 anni dall’incontro di Assisi, il Dalai Lama, una delle maggiori autorità del buddismo, non è stato invitato dal Papa a partecipare al nuovo incontro interreligioso tenutosi, sempre nella città umbra, nello scorso mese di settembre.

Del resto, nel 2014, Bergoglio non incontrò il Dalai Lama quando venne a Roma, nel 2014, in occasione del “summit” dei Nobel per la Pace.

Evidentemente il Papa teme, incontrando il Dalai Lama, di alienarsi le simpatie del governo cinese, governo che non vuole concedere al Tibet alcuna autonomia e, pertanto, sta attuando, nei confronti dei tibetani che non sono d’accordo con questa politica dei cinesi, un’azione di repressione, calpestando i più elementari diritti umani.

Quindi a Bergoglio non sembrano interessare le legittime aspettative del popolo tibetano ma, piuttosto, le pretese del governo cinese.

Quando il Papa non incontrò a Roma il Dalai Lama, Piergiorgio Odifreddi così commentò la decisione di Bergoglio, in una nota dal titolo piuttosto emblematico “Il coraggioso Papa non riceve il Dalai Lama”.

“I lettori di questo blog sanno quanto sono stato in disaccordo con Grillo, su innumerevoli questioni. Non è dunque per ‘grillismo’, che riprendo qui il suo post di oggi sul suo sito, ma solo perché lo condivido ‘in toto’, e non saprei dir meglio di lui:

‘Il Dalai Lama è stato in questi giorni a Roma per il XIV summit dei Nobel per la Pace, previsto in Sudafrica prima che negassero il visto al Dalai Lama per non irritare la Cina.

I tibetani hanno fatto un tentativo per incontrare il Papa che si è negato. Un atteggiamento politico e non evangelico.

Questo Papa ha ricevuto tutti, ma proprio tutti, a partire da Balotelli con cui ha avuto anche un breve colloquio privato. Evidentemente il Dalai Lama non aveva segnato due gol alla Germania.

Oltretevere spiegano che non si vuole entrare nelle ‘tensioni’ fra il leader tibetano e Pechino.

Questo pontefice è stato il primo che ha potuto attraversare lo spazio aereo cinese. Francesco ha detto ‘Se andrei in Cina? Ma sicuro, domani!’. Un dialogo epocale tra realtà millenarie da non mettere in discussione.

Il Dalai Lama può attendere insieme al Tibet’”.

E in questo caso io sono d’accordo sia con Odifreddi che con Grillo (peraltro non so se nel frattempo Grillo abbia cambiato opinione, Odifreddi non credo proprio).


Abolire le bocciature nelle scuole?

20 ottobre 2016

scuola

Si sta iniziando a discutere sull’opportunità di abolire le bocciature nella scuola primaria – in passato definita elementare – perché sembra che nella legge delega relativa alla cosiddetta “Buona Scuola”, all’esame del governo, sarebbe prevista appunto l’abolizione delle bocciature durante gli anni di quella scuola. E nelle scuole medie inferiori le bocciature dovrebbero verificarsi solo in casi eccezionali

E c’è chi sostiene che è opportuno abolire le bocciature nella scuola primaria e ridurle drasticamente nelle scuole medie e c’è chi, invece, è contrario.

Su tale problematica ha scritto un articolo, pubblicato su www.lavoce.info, Maria De Paola, che mi sembra molto interessante.

Cosa sostiene De Paola?

Innanzitutto si occupa del tema delle bocciature anche nelle altre scuole, non solo in quella primaria.

Infatti, all’inizio dell’articolo scrive: “Il ricorso alla bocciatura, diffuso fino agli anni Sessanta e Settanta nelle scuole di molti Paesi avanzati, si è nel corso del tempo ridotto.

In Italia, i dati del ministero dell’Istruzione per l’anno scolastico 2015-2016 dicono che la non ammissione all’anno successivo, da evento eccezionale qual’è alle scuole elementari, diventa rara alle medie (circa il 4% degli studenti).

Alle scuole superiori, però, la percentuale di chi ripete l’anno subisce un forte incremento: 12,4% negli istituti professionali, 9,8% negli istituti tecnici e 4,3% nei licei”.

Così prosegue l’analisi di Maria De Paola.

“Ma cosa dovremmo aspettarci da un simile intervento?

Far ripetere l’anno scolastico è costoso sia a causa della maggiore spesa che ne deriva (più studenti a cui fornire servizi) sia in termini di mancati guadagni (gli studenti entreranno più tardi sul mercato del lavoro).

E’ importante quindi cercare di capire se e quando la bocciatura genera benefici tali da compensarne i costi.

Secondo molti psicologi e pedagogisti ripetere l’anno scolastico non produce alcun effetto positivo e aumenta invece la probabilità di abbandono. Ciò perché la bocciatura influenza in maniera negativa non solo la percezione che gli studenti hanno di se stessi, ma anche quella che di loro hanno genitori e insegnanti.

Una minore autostima e basse aspettative da parte dell’ambiente circostante si ripercuotono negativamente sui risultati scolastici, già sfavorevolmente influenzati dal costo di doversi adattare a nuovi compagni e insegnati.

Una visione differente, invece, considera la bocciatura come un’occasione per colmare le lacune dello studente, permettendogli così di seguire con profitto il programma dell’anno successivo. Non solo, i nuovi insegnanti e il nuovo contesto scolastico potrebbero rivelarsi più consoni all’allievo. Infine, temendo di essere bocciati, gli studenti potrebbero impegnarsi di più nello studio”.

Comunque, sono stati realizzati degli studi che tendono a analizzare gli effetti delle bocciature.

Alcuni di essi si basano sull’esperienza degli Stati Uniti che dopo anni di “social promotion” hanno avviato politiche più selettive.

I risultati mostrano che se bisogna bocciare è meglio farlo prima: mentre gli studenti bocciati in terza elementare migliorano successivamente i propri risultati scolastici, quelli bocciati in terza media (8th grade) vedono ridursi la probabilità di concludere le scuole superiori.

Un effetto negativo per gli studenti che frequentano la scuola secondaria di primo grado viene riscontrato anche da un studio basato su dati relativi all’Uruguay.

Come valuta questi studi De Paola?

Maria De Paola rileva che: “Pur trattandosi di studi rigorosi, sarebbe incauto utilizzarne i risultati (è pur sempre evidenza limitata a pochi Paesi) per trarre conclusioni generali. Tanto più che andrebbero anche considerati gli effetti su altre variabili (ad esempio criminalità) non meno importanti dei risultati scolastici.

Nonostante ciò, se si pensa che la bocciatura debba servire a colmare lacune, rimandarla a quando sarà troppo tardi affinché quel recupero possa realizzarsi sembra più che altro un modo per zittire le coscienze.

Le conoscenze non possono progredire senza buone fondamenta. Non solo, lo studente potrebbe abbandonare il sistema scolastico rinunciando a ogni possibilità di recupero e il rischio aumenta con l’età. D’altra parte, l’esperienza di una bocciatura può essere traumatica per un bambino.

Allora è forse necessario cambiare completamente approccio e ragionare non più in termini di promossi o bocciati, ma di diversi tempi di apprendimento.

E’quello che si fa in paesi come la la Finlandia.

E’ possibile anche in Italia? Non ho una risposta, personalizzare i percorsi di studio richiede risorse, ma senza un investimento sugli studenti più deboli, promuoverli sarà solo un modo per guardare altrove, una strada che potrebbe portare a un ulteriore impoverimento del nostro capitale umano”.


La tubercolosi rialza la testa anche in Italia

17 ottobre 2016

tbc

La tubercolosi riprende a correre e gli obiettivi fissati a livello mondiale per la sua eliminazione – la riduzione del 90% dei decessi e dell’80% dei casi diagnosticati tra 2015 e 2030 – si allontanano. A lanciare l’allarme su una patologia che sembra sfuggire al controllo dei governi è l’Organizzazione mondiale della Sanità, nel suo rapporto 2016. In Italia si sono registrati 10 casi al giorno, 120 di tubercolosi multiresistente.

Il 50% dei pazienti è italiano, in gran parte anziani, e il 50% straniero.

Ha dichiarato Mario Raviglione, direttore del Global Tb Program “C’è anche il caso di un bambino a Bologna curato con successo con un mix di nuovi farmaci”.

Comunque,le stime sulla mortalità in Italia parlano di oltre 350 l’anno, un decesso ogni giorno, non poche.

E ha aggiunto Raviglione “Il problema della sorveglianza e dei dati con i casi notificati è, come si vede anche per l’India, assolutamente prioritario. Serve, per tutti i Paesi, una migliore sistema digitalizzato, essenziale per una accesso alla diagnostica, una pronta identificazione della malattia e l’utilizzo di cure adeguate”.

Si è verificato anche in Italia un “black out” sui dati, dovuto anche a problemi di personale carente e all’incapacità di dialogare tra Regioni con sistemi informatici differenti.

Nel frattempo anche in Italia si sono sviluppate microepidemie o casi isolati come quello recente della pediatra Asl di Trieste e del piccolo bambino da lei probabilmente infettato.

L’Italia, dicono dall’Oms, si è mossa bene sul fronte migranti e molto si sta facendo per migliorare la sorveglianza. La salute dei migranti entrerà di forza nelle discussioni del prossimo G7.

Ma, sempre secondo Raviglione “Serve comunque in Italia una normativa moderna e unificata sul controllo della tubercolosi”.

Una situazione quindi preoccupante, a livello mondiale?

A tale proposito Mario Raviglione ha sostenuto “Bisogna essere cauti, non vi è stato a livello globale il progresso che ci si attendeva ma anche perché, e questa è l’altra parte della medaglia, sono emersi i dati sommersi, soprattutto in India che porta il fardello di un quarto di tutti i casi di Tbc nel mondo. Far emergere e scovare questi casi è il primo passo per impedire lo sviluppo dell’epidemia e curare i malati adeguatamente”.

Meno tranquillizzante la dichiarazione rilasciata dalla direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, “Servono sforzi massicci. In caso contrario i Paesi continueranno a inseguire questa malattia mortale e a fallire gli obiettivi”.

Margaret Chan sostiene che sia necessario un colpo di reni nella prevenzione, nella diagnosi e nel trattamento della malattia se davvero si vuole riempire di contenuti gli obiettivi globali.

La pericolosità della situazione connessa alla diffusione di questa malattia è, ovviamente, molto diversificata nelle varie parti del mondo.

Infatti sei Paesi pesano per il 60%: prima l’India, seguita da Indonesia, Cina, Nigeria, Pakistan e Sud Africa.

Qui la sfida è all’origine: è drammatico il bisogno di incrementare i test e di registrare i nuovi casi.

Dei 10,4 milioni di nuovi casi stimati, solo 6,1 milioni sono stati ufficialmente notificati nel 2015.

Ne restano fuori 4,3 milioni: sfuggono alle maglie soprattutto nei Paesi dove sono presenti ampi settori privati non regolamentati, e restano non diagnosticati nei Paesi dove l’accesso alle cure è a ostacoli.

Il risultato complessivo è un tasso di riduzione della Tbc immobile: 1,5% sia nel 2014 che nel 2015.

Mentre è indispensabile, secondo gli esperti dell’Oms, “un’accelerazione del 4-5% da qui al 2020 per centrare il primo traguardo fissato dall’Oms nella sua ‘End Tb Strategy’”.

2 sono i problemi principali, secondo gli esperti dell’Oms, la multiresistenza ai farmaci e la carenza di risorse finanziarie.

Per quanto riguarda la multiresistenza, essa ha interessato nel 2015, circa 480.000 persone. India, Cina e Federazione Russa insieme cumulano la metà dei casi.

Nel 2015, solo uno su cinque casi che avrebbero dovuto beneficiare di trattamenti di seconda linea, sono riusciti a beneficiarne. Mentre il tasso di cura continua a restare basso ovunque, intorno al 52%.

Per quanto riguarda invece le risorse finanziarie, mancano 2 dei 3 miliardi necessari nel 2016 per fronteggiare l’emergenza Tbc nei Paesi a basso e medio reddito.

Un “buco” che arriverà a 6 miliardi nel 2020, a meno di rimpinguare gli investimenti necessari a contrastare la malattia.

Soltanto i Paesi Brics (Brasile, Federazione Russa, India, Cina e Sud Africa) riescono a far fronte fanno fronte da soli all’84% del finanziamento. Tutti gli altri dipendono pesantemente dai donatori internazionali del “Global Fund”.


Anche in Italia non è facile la vita delle bambine

13 ottobre 2016

bambine

In occasione della giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, Save the Children ha reso pubblico il rapporto “Every Last Girl: Free to live, free to learn, free from harm”, contenente  una classifica dei Paesi del mondo dove è più facile essere una bambina o una ragazza. Matrimoni precoci, scarso accesso a educazione e sanità ed esclusione dai processi decisionali sono risultate essere le principali barriere che impediscono a bambine e ragazze di costruirsi un futuro ricco di opportunità.

Quali sono i principali risultati a cui pervengono le analisi contenute nel rapporto?

Il Niger è il luogo peggiore al mondo dove essere una bambina o una ragazza, la Svezia il migliore.

Altri due Paesi scandinavi, Finlandia e Norvegia, occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto in classifica, mentre l’Italia si piazza in decima posizione, davanti a Spagna e Germania.

A livello globale la situazione delle bambine e delle ragazze è tutt’altro che rosea: una ragazza minore di 15 anni si sposa ogni sette secondi, oltre un milione di ragazze diventano madri prima di compiere i 15 anni, mentre 70.000 ragazze tra i 15 e i 19 anni perdono la vita ogni anno per cause legate alla gravidanza e al parto.

In coda alla classifica, prima del Niger, si trovano altri Paesi africani quali Ciad, Repubblica Centrafricana, Mali e Somalia, che si caratterizzano per numeri molto alti di spose bambine.

Gli Stati Uniti non vanno invece oltre la 32esima posizione, in seguito ai tassi di mortalità materna e numero di bambini nati da madri adolescenti più alti di quelli di altri Paesi ad alto reddito.

Il nostro Paese presenta gli stessi risultati della Svezia prima classificata per quanto riguarda il numero di figli per madri adolescenti (6 su 1.000) e tasso di mortalità materna (4 su 100.000 nascite), mentre ha una percentuale minore di donne che siedono in Parlamento (31% contro 44%).

Tra le principali barriere che impediscono alle bambine e alle ragazze di accedere a servizi e opportunità nella loro vita figurano i matrimoni precoci.

Dal rapporto emerge che ogni sette secondi, nel mondo, una ragazza con meno di 15 anni si sposa, spesso con un uomo molto più grande di lei, a causa della povertà e di norme e pratiche sociali discriminatorie.

Oggi sono più di 700 milioni le donne che si sono sposate prima di aver compiuto i 18 anni, e ogni anno 15 milioni di bambine e ragazze contraggono matrimonio ancora minorenni, con conseguenze drammatiche sulla loro salute, educazione e sicurezza.

L’India è il Paese con il più alto numero di spose bambine, con il 47% delle ragazze, più di 24,5 milioni, sposate prima di aver compiuto i 18 anni. In India, del resto, così come in Afghanistan, Yemen e Somalia, sono numerosi i casi di spose bambine che hanno meno di 10 anni e che si legano a uomini molto più grandi di loro.

“I matrimoni precoci rappresentano l’inizio di un ciclo di ostacoli e svantaggi che negano a bambine e ragazze i loro diritti fondamentali, tra cui i diritti alla salute e all’istruzione, e impediscono loro di vivere la propria infanzia, di realizzare i propri sogni e di costruirsi un futuro ricco di opportunità – ha affermato Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children International -.

Le bambine e le ragazze che si sposano troppo presto sono spesso costrette ad abbandonare la scuola e sono le prime a rischiare di subire violenze domestiche, abusi e stupri. Rischiano inoltre di incorrere in gravidanze precoci, con conseguenze molto gravi sulla loro salute e su quella dei loro bambini, e risultano particolarmente esposte al rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili come l’Hiv”.

In molti Paesi al mondo, inoltre, le ragazze continuano a non potersi esprimere liberamente e a non essere coinvolte nei processi decisionali pubblici e privati.

A livello globale, solo il 23% dei seggi parlamentari è occupato da donne le quali, peraltro, presiedono le Camere dei Parlamenti solo nel 18% dei casi. La più alta percentuale di donne in Parlamento si registra in Ruanda (64%), mentre le donne parlamentari sono solo il 9% in Mali, il 6% in Nigeria e il 2% in Egitto. Qatar e lo Stato insulare di Vanuatu, invece, non hanno alcuna donna in Parlamento.

Save the Children, che in molte parti del mondo realizza programmi che supportano le bambine e le ragazze più svantaggiate, chiede in particolare ai governi di impegnarsi a raggiungere tre garanzie per tutte le bambine e le ragazze al mondo: una finanza equa che permetta loro di accedere ai servizi di base; l’eliminazione di discriminazioni economiche e sociali; meccanismi di trasparenza che garantiscano che la voce delle ragazze sia ascoltata e considerata decisiva nei processi decisionali pubblici e privati.

Quindi l’Italia occupa nella classifica presentata da Save the Children una posizione soddisfacente.

Ma se si esamina, utilizzando un’altra fonte, la situazione dei minori in Italia, sia maschi che femmine, essa appare tutt’altro che ideale.

Comunque, i problemi esistono e devono essere affrontati con maggiore impegno.

Infatti se si considera la prima indagine, realizzata dall’Autorita Garante per l’infanzia e l’adolescenza, in collaborazione con il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia e Terre des Hommes, emerge, tra l’altro, che sono oltre 91.000, in Italia, i minori maltrattati seguiti dai servizi sociali; in particolare, per ogni 1.000 piccoli residenti, quasi 48 ricevono questo tipo di assistenza, per un totale stimato di 457.453 casi e di questi ben 91.272 sono stati presi in carico perché maltrattati.

Tra le tipologie di maltrattamento più diffuse al primo posto sono la trascuratezza materiale e/o affettiva (47,1% dei casi) e al secondo posto la violenza assistita (un bambino su 5 di quelli maltrattati è testimone di violenza domestica e ne soffre le conseguenze).

Il maltrattamento psicologico ha un’incidenza superiore rispetto a quello fisico (13,7% contro il 6,9%), pur avendo conseguenze tali da richiedere l’assistenza dei servizi sociali.

Rispetto al totale dei bambini e adolescenti seguiti dai servizi, i minorenni presi in carico per maltrattamento sono più numerosi al Sud e al Centro (rispettivamente 273,7 e 259,9 ogni mille) contro i 155,7 casi al Nord.

Particolarmente esposte sono le femmine e gli stranieri.

E, partendo da questa ricerca è stato anche possibile fare un confronto con le ricerche epidemiologiche sul maltrattamento in altri Paesi.

L’Italia ha un indice di prevalenza (9,5 casi ogni mille bambini sono maltrattati) inferiore al Canada (9,7), Inghilterra (11,2) e Stati Uniti (12,1).

Le differenze sono ancora più marcate analizzando le differenti tipologie di maltrattamento: per quel che riguarda la violenza sessuale in Italia l’incidenza (4 bambini su 100 maltrattati) appare fra le più basse registrate nei Paesi industrializzati, più forse per la difficoltà di rilevazione che per la diffusione del fenomeno, come si rileva in un articolo pubblicato su www.repubblica.it.


Necessario un minore uso degli smartphone

10 ottobre 2016

smartphone

Gli smartphone vengono utilizzati sempre di più. Lo dimostrano anche i risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione. Ma sarebbe auspicabile un minore utilizzo degli smartphone?

Secondo me sarebbe auspicabile utilizzare di meno gli smartphone

Semplici considerazioni di buon senso lo dimostrano.

E ciò vale soprattutto per i giovani, particolarmente per gli adolescenti, per molti dei quali, a mio avviso, si registra una vera e propria “dipendenza” nei confronti dello smartphone

Tale situazione impedisce  spesso l’efficace svolgimento di altre attività e può provocare seri danni alla salute fisica e mentale.

Peraltro ci sono ormai diversi studi nei quali si sostiene che un uso eccessivo degli smartphone sia pericoloso soprattutto per i bambini, per vari motivi: toglie tempo allo studio e alla lettura, causa sedentarietà e quindi una diffusione dell’obesità, diminuisce il numero delle amicizie reali e quindi anche  dell’intelligenza emotiva, riduce la capacità di concentrazione, provoca una diminuzione delle ore di sonno, crea solitudine e depressione.

Peraltro anche molti adulti si comportano nello stesso modo, cioè utilizzano eccessivamente lo smartphone.

Per la verità non sembra proprio che, nel breve periodo, sia possibile un minor uso degli smartphone.

Per arrivare a tale conclusione si possono considerare i principali risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione, così come rilevati in un articolo pubblicato su www.key4biz.it.

Nel “sottotitolo” si può leggere infatti: “Su internet il 74% degli italiani, smartphone usati dall’89% dei giovani, social network e piattaforme online indispensabili nella vita quotidiana, sono i dati principali del nuovo documento del Censis sulla comunicazione nel nostro Paese. Boom delle spese per consumi tecnologici anche nella crisi: +190%”.

Nell’articolo in questione si può inoltre leggere:

“…il 73,7% degli italiani naviga la rete da ogni dispositivo di connessione (il 95,9%, cioè praticamente la totalità, dei giovani under 30)…

La crescita complessiva dell’utenza del web nel periodo 2007-2016 è stata pari a +28,4%: nel corso degli ultimi dieci anni gli utenti di internet sono passati da meno della metà a quasi tre quarti degli italiani (erano il 45,3% solo nel 2007)…

E mentre diminuiscono gli utenti dei telefoni cellulari basic, in grado solo di telefonare e inviare sms (-5,1% nell’ultimo anno), continua la crescita impetuosa degli smartphone, utilizzati dal 64,8% degli italiani (e dall’89,4% dei giovani di 14-29 anni): +12% di utenza complessiva in un anno, una crescita superiore a quella di qualsiasi altro mezzo…

Facebook è il social network più popolare: è usato dal 56,2% degli italiani (il 44,3% nel 2013), raggiunge l’89,4% di utenza tra i giovani under 30 e il 72,8% tra le persone più istruite, diplomate e laureate.

L’utenza di YouTube è passata dal 38,7% del 2013 al 46,8% del 2016 (fino al 73,9% tra i giovani). Instagram è salito dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (e il 39,6% dei giovani). E WhatsApp ha conosciuto un vero e proprio boom: nel 2016 è usato dal 61,3% degli italiani (l’89,4% dei giovani)…

Le distanze tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli anziani continuano ad essere rilevantissime.

Tra i giovani under 30 la quota di utenti della rete arriva al 95,9%, mentre è ferma al 31,3% tra gli over 65 anni. L’89,4% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 16,2% dei secondi. L’89,3% dei giovani è iscritto a Facebook, contro appena il 16,3% degli anziani. Il 73,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo l’11,2% degli ultrasessantacinquenni.

Oltre la metà dei giovani (il 54,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena un anziano su dieci (il 13,8%). Il 37,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, mentre lo fa solo l’1,2% dei secondi. E se un giovane su tre (il 36,3%) ha già un tablet, solo il 7,7% degli anziani lo usa. Su Twitter poi c’è un quarto dei giovani (il 24%) e un marginale 1,7% degli over 65…

I quotidiani cartacei perdono lettori, ridotti al 40,5% degli italiani (-1,4% nell’ultimo anno, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016).

Mentre continua ad aumentare l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nell’ultimo anno) e degli altri siti web di informazione (+1,3%).

Mantengono i propri lettori i settimanali (+1,7%) e i mensili (+3,9%), ma non i libri cartacei (-4,3% nell’ultimo anno, con una quota di lettori diminuiti al 47,1% degli italiani), ancora non compensati dai lettori di e-book, che aumentano dell’1,1% nell’ultimo anno, ma si attestano solo al 10% della popolazione…

Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2015, mentre i consumi generali flettevano complessivamente del 5,7% in termini reali, decollava la spesa per acquistare apparecchi telefonici (+191,6%, per un valore di 5,9 miliardi di euro nell’ultimo anno) e computer (+41,4%), seppure i servizi di telefonia si riassestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,5% negli otto anni, per un valore però superiore a 16,6 miliardi di euro), e infine la spesa per libri e giornali si riduceva del 38,7%…”.


Sicuri che il Pci fosse migliore del Pd?

6 ottobre 2016

pci

Spesso molti rimpiangono il vecchio Pci, sostenendo poi che fosse decisamente migliore del Pd che, di fatto, è un’emanazione anche del Pci, essendo nato dall’unificazione tra i Ds e la Margherita. Io, che ero iscritto al Pci e che sono iscritto al Pd, la penso diversamente.

Certo, il Pci era molto diverso dal Pd.

Gli iscritti erano molti di più. Partecipavano in misura maggiore alle attività del partito.

Una parte consistente degli iscritti erano dei veri e propri militanti, infatti, che tra l’altro contribuivano in modo determinante, come volontari, alla realizzazione delle numerose feste dell’Unità che venivano organizzate in Italia.

Il Pd ha un numero decisamente inferiore di iscritti, i quali vengono coinvolti soprattutto, se non esclusivamente, in occasione delle elezioni, siano esse locali oppure nazionali.

Ha senza dubbio ragione chi sostiene che il Pd è diventato, prevalentemente, un comitato elettorale.

Ma alcune modalità di funzionamento del Pci erano tutt’altro che esenti da critiche e queste non erano poi molto diverse da quelle contraddistinguono, in negativo, il Pd.

Innanzitutto anche nel Pci si sono succeduti dei leader carismatici che spesso governavano il partito seguendo solo formalmente metodi democratici. Gli organi del partito contavano di più, ma il leader contava ancora di più.

E’ sufficiente pensare al ruolo svolto da Enrico Berlinguer, il quale fu un vero e proprio leader carismatico, le cui personali decisioni influenzarono considerevolmente la politiche attuate dal Pci.

Inoltre, a livello locale, nelle cosiddette regioni rosse – Emilia, Toscana e Umbria -, dove esponenti del Pci hanno per lungo tempo assunto funzioni di governo nelle Amministrazioni locali, dalle Regioni, alle Province ai Comuni, e anche in altri territori dove, anche se in misura inferiore, rappresentanti di quel partito hanno governato, la loro gestione del potere fu tutt’altro che esente da critiche, più che giustificate.

In primo luogo, il processo di selezione, sia dei gruppi dirigenti del partito sia di quanti assumevano incarichi nelle Amministrazioni locali, non avveniva anche allora solamente in base a criteri che privilegiavano il merito, le competenze di coloro che ambivano ad assumere certi incarichi.

La presunta o reale fedeltà a chi dirigeva il partito era un requisito fondamentale, senza il quale non si andava da nessuna parte e, non solo, gli amministratori locali erano considerevolmente influenzati dalle decisioni che gli organi di partito, o meglio i dirigenti del partito, prendevano.

Inoltre, i dirigenti e gli amministratoti locali del Pci tendevano puntavano molto alla ricerca e alla gestione del potere, anche personale, e, spesso, gli interessi generali delle popolazioni, degli elettori, passavano in secondo piano.

E, poi coloro che assumevano posizioni critiche nei confronti della “linea” del partito venivano emarginati. Il dissenso non veniva ben tollerato, tutt’altro.

Pertanto, se si considerano le modalità di funzionamento del Pd, soprattutto gli aspetti problematici che caratterizzano l’azione di questo partito, si può concludere che essi siano piuttosto simili ai caratteri negativi che contraddistinguevano l’azione del Pci.

Quindi, solamente per certi aspetti il Pci e il Pd erano diversi, ma per altri, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche negative delle loro attività, erano piuttosto simili.

Chi sostiene una tesi diversa non conosce, approfonditamente, il Pci, i suoi tratti distintivi e le sue modalità di funzionamento.