Il reddito d’inclusione contro la povertà va bene ma i soldi sono troppo pochi

30 agosto 2017

E’ stato annunciato, al termine del Consiglio dei ministri del 29 agosto, che dal 2018 sarà in vigore il cosiddetto reddito d’inclusione, un intervento volto a contrastare la povertà assoluta. Le valutazioni delle associazioni del terzo settore sono piuttosto simili: bene la conclusione di questo iter che porta finalmente in Italia una misura strutturale contro la povertà, ma essa non interesserà purtroppo i due terzi dei quattro milioni e mezzo di persone che in Italia vivono in condizioni economiche critiche. 

Infatti sono stati stanziati solo 2 miliardi di euro mentre sarebbe necessario almeno il triplo di questa somma.

E sarebbe opportuno che la legge di bilancio, che dovrà essere approvata nei prossimi mesi, preveda un aumento delle risorse finanziarie a disposizione per il cosiddetto Rei di quell’entità.

Cosa hanno dichiarato i rappresentanti delle associazioni?

Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà in Italia, ha dichiarato “La conclusione di un iter cominciato lo scorso aprile con la firma del memorandum d’intesa che aveva impegnato il governo all’emanazione di un decreto legislativo è un fatto positivo.

Il Rei copre solamente un terzo dei quattro milioni e mezzo di persone che in Italia vivono in povertà assoluta. Come Alleanza chiederemo ulteriori stanziamenti per la progressiva estensione della platea degli utenti del Rei, sino a raggiungere l’intera popolazione in povertà assoluta, ma anche un processo serio di potenziamento della capacità di presa in carico da parte dei servizi”.

Di “primo atto concreto nella costruzione di una strategia nazionale di contrasto alla povertà”, parla la Cgil nazionale che però, ribadisce: “E’ ancora insufficiente”.

Secondo il sindacato, infatti, con le risorse attualmente stanziate, il decreto “limita l’intervento ad una platea ristretta”. Per la Cgil serve quindi “adeguare progressivamente il finanziamento, già con le prossime manovre finanziarie, per rendere il reddito di inclusione una misura effettivamente universale che copra l’intera platea delle persone aventi diritto, senza alcuna discriminazione”.

Per la Cgil, inoltre, bisogna anche fare in modo che il Rei “non si riduca a mero trasferimento monetario, ma sia effettivamente accompagnato da un progetto personalizzato per le persone e i nuclei familiari con un percorso di reinserimento socio-lavorativo a cura dei servizi del welfare locale. Solo così si potrà realmente favorire l’uscita dalla condizione di povertà”.

Per don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione della Casa della Carità quello predisposto col Rei è “un contributo piccolo e inadeguato per rispondere alla grande lotta contro la povertà” ma anche “importante e significativo perché è un primo passo che dà dei contributi economici legati però ad un percorso personalizzato di inserimento sociale che dovrebbe lasciare sul territorio anche degli investimenti riguardanti gli assistenti e i servizi sociali”.

Ad auspicare anche un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile, invece, è Save the Children, che sottolinea l’importanza del varo definitivo del Rei.

“Con l’approvazione definitiva del reddito di inclusione si inizia ad affrontare, in modo organico, la gravissima condizione di povertà minorile in Italia – spiega Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa per l’organizzazione -.

Ora è indispensabile attuare su tutto il territorio nazionale la nuova misura e fare sì che a questo primo passo segua a breve la definizione di un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile, che sostenga le famiglie, potenzi i servizi sociali ed educativi nonché le reti di protezione, per fronteggiare efficacemente quella che in Italia è oggi una vera e propria emergenza silenziosa”.

Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, i bambini che vivono in condizioni di povertà assoluta in Italia sono un milione e 292.000, pari a un minore su otto e con 161.000 poveri in più rispetto alla precedente rilevazione.

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Il turismo per uscire davvero dalla crisi economica?

27 agosto 2017

In Italia è in atto un consolidamento della ripresa economica. Gli ultimi dati sull’andamento del Pil lo dimostrano. Ma non si può sostenere che il nostro Paesi sia davvero uscito dalla crisi economica ed occupazionale. Lo sviluppo del turismo può contribuire a superare definitivamente la crisi?

Il definitivo superamento della crisi economica ed occupazionale potrà avvenire in Italia solo quando il livello del Pil e quello della disoccupazione torneranno ad essere uguali ai livelli pre-crisi.

Ed ancora siamo lontani dal raggiungere questo obiettivo, mentre in diversi altri Paesi europei tale obiettivo è stato già conseguito.

L’ottenimento dell’obiettivo citato potrà verificarsi tramite la realizzazione di interventi di diversa natura.

Uno di questi, senza dubbio, potrebbe essere rappresentato da un’azione organica ed incisiva per sviluppare ulteriormente il turismo.

L’importanza del turismo nell’economia italiana è dimostrato dai contenuti del rapporto 2017 relativo a questo settore economico, realizzato dall’Unicredit, in collaborazione con il Touring Club.

Ma, come rilevato nel rapporto, il peso del turismo nell’ambito del sistema economico del nostro Paese potrebbe essere ancora maggiore.

A tale proposito è utile leggere quanto scritto nell’introduzione del rapporto:

“Nonostante sia ancora oggi spesso sottovalutato, il turismo risulta un driver decisivo per il nostro Paese.

L’Italia è una delle mete più desiderate nell’immaginario collettivo di tanti stranieri e ciò ha una ricaduta economica considerevole: nella classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo siamo quinti per capacità attrattiva con 50,7 milioni di arrivi internazionali e i dati 2016 del World Travel and Tourism Council certificano che la nostra industria turistica vale 70,2 miliardi di euro (ovvero il 4,2% del Pil) che salgono a 172,8 miliardi di euro (il 10,3% del Pil), se si aggiunge anche tutto l’indotto.

Per non parlare degli effetti dal punto di vista occupazionale: sono circa 2,7 milioni, infatti, i lavoratori complessivi.

Il quadro dei dati statistici ufficiali più recenti mostra una situazione molto più positiva rispetto al passato: gli arrivi totali 2015, circa 113 milioni, sono in decisa crescita rispetto al 2014 (+6,4%) come le presenze (393 milioni, +4%).

Si conferma la ripresa del turismo domestico, che più ha sofferto in questi ultimi anni degli effetti della crisi: gli arrivi italiani aumentano del 6,2% e le presenze del 4,8%.

Per quanto riguarda l’incoming, la spesa turistica degli stranieri nel 2016, per il quinto anno dal 2012, registra un altro record raggiungendo quota 36,4 miliardi di euro.

Certamente le performance del turismo italiano nel breve periodo sono state influenzate da fattori che possono dirsi ‘eccezionali’: Expo ha dato forte impulso al domestico e ad alcuni mercati extraeuropei – si veda a questo proposito l’esplosione del turismo cinese, diventato l’ottavo mercato di riferimento per l’Italia – così come ha influito positivamente la difficile situazione nel Mediterraneo che ha favorito nelle ultime stagioni estive le destinazioni turistiche della sponda nord, rispetto a quelle che stanno a sud.

Si tratta di condizioni favorevoli su cui il Paese ha potuto contare ma che non saranno destinate a durare a lungo”.

Quindi risultano evidenti le potenzialità del turismo italiano ed anche che quelle condizioni favorevoli non necessariamente si potranno ripetere.

Pertanto sarebbe necessario, e molto utile, che sia i soggetti pubblici che quelli privati interessati al settore adottino delle politiche volte a sviluppare fortemente il turismo.

Tale settore è davvero strategico per l’Italia, ma non credo che vi sia una diffusa consapevolezza di questo, purtroppo.


Un genocidio silenzioso nel Congo, oltre 6 milioni di morti in 20 anni

23 agosto 2017

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media. Dal 1996 ad oggi si sono succedute tre guerre che hanno provocato oltre 6 milioni di morti, la metà dei quali bambini.

Utilizzando quanto scritto in due articoli pubblicati rispettivamente su www.left.it e su www.sicurezzainternazionale.luiss.it, si può comprendere qual è la situazione attuale.

Il conflitto si è intensificato dopo che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni con oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha così descritto quanto sta avvenendo in Congo: “Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione.

Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione”.

La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo.

Alcune fonti denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili.

E l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno, a Ginevra, ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle accuse di violazione dei diritti umani avvenute nella Repubblica Democratica del Congo, proprio nel Kasai.

Nel condurre la 35esima sessione dello Human Rights Council, Hussein ha criticato il governo congolese per la gestione della propria collaborazione con gli organi dell’Onu. “Sarebbe intollerabile se gli ufficiali governativi pensassero che il minimo impegno nella difesa dei diritti umani possa permettere poi la violazione di tali doveri nei confronti dei propri cittadini e di tutte le altre persone”.


Gli incendi hanno colpito anche le aree naturalistiche

20 agosto 2017

Come è ben noto, fino ad ora, gli incendi verificatisi in Italia nel 2017, anche di recente, sono aumentati considerevolmente rispetto all’anno precedente. Non tutti sanno, come invece ha rilevato Legambiente, che gli incendi hanno colpito pesantemente le aree naturalistiche protette. Infatti quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco ha interessato queste aree.

Cosa sostiene Legambiente in un comunicato?

“L’emergenza incendi non conosce tregua e non risparmia neanche le maggiori aree di valore naturalistico, incluse quelle nella Rete Natura 2000.

Non solo il Vesuvio, ma anche tante altre aree protette, nazionali e regionali, sono state sotto la morsa degli incendi: dal Cilento e Vallo di Diano, al Gargano, dall’Alta Murgia alla Majella, dalla Sila al Pollino al Gran Sasso passando per la Riserva dello Zingaro in Sicilia, sono troppe le aree di pregio del centro-sud finite in balia di ecocriminali e piromani.

Nel 2017 sono ben 24.677 gli ettari delle Zone di Protezione Speciale – ZPS (istituite in base alla direttiva Uccelli per tutelare l’avifauna e i loro habitat) bruciati dalle fiamme, 22.399 quelli dei Siti di Importanza Comunitaria – Sic (istituiti in base alla direttiva Habitat per preservare habitat e specie animali e vegetali minacciate presenti nel nostro Paese) andati in fumo e ben 21.204 gli ettari dei parchi e delle aree protette devastati dalle fiamme.

Tenuto conto della parziale sovrapposizione delle tre tipologie, la superficie complessiva stimata colpita dai roghi ammonta a circa 35.000 ettari, un danno ingente al paesaggio, al patrimonio di biodiversità con rischi per l’incolumità delle persone e dei beni.

Tra le regioni più colpite Sicilia, Campania e Calabria.

Sono questi i dati elaborati da Legambiente che ha voluto confrontare e analizzare i dati cartografici delle superfici percorse dal fuoco raccolti dalla Commissione europea con quanta parte della ‘natura protetta’ sia bruciata fino ad oggi in Italia, e il quadro che emerge è davvero preoccupante: quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco, tra il 1 gennaio e il 6 agosto 2017, ha interessato le aree di maggior valore naturalistico presenti in Italia…

Invece in tutta la Penisola la superficie complessiva bruciata, dall’inizio del 2017 fino al 10 agosto, ha superato quota 101.000 ettari, più che raddoppiando quanto andato in fumo in tutto il 2016”.

“Il 2017 verrà ricordato, come lo furono il 2007 e il 1997, come un anno orribile per la devastazione prodotta dal fuoco che ha divorato anche gran parte del patrimonio naturalistico italiano – ha dichiarato Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – Governo, Regioni, Comuni ed Enti parco assumano piena consapevolezza del danno enorme che deriva dall’arrivare impreparati alla stagione critica per il rischio incendi, ancor più oggi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando tale rischio.

In particolare i diciassette anni trascorsi dalla pubblicazione delle legge 353 del 2000, che ha assegnato competenze e ruoli per prevedere, prevenire e contrastare gli incendi boschivi, rappresentano un arco temporale tale da rendere inaccettabile questo disastro ambientale. Ognuno si assuma, dunque, le proprie responsabilità e assolva ai già troppi ritardi accumulati fino ad ora, prima che sia troppo tardi. Servono più prevenzione e controlli e una efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici”.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Goletta Verde di Legambiente: il mare italiano in cattiva salute

13 agosto 2017

Sono stati resi noti i risultati finali di Goletta Verde 2017, il consueto viaggio di Legambiente lungo  i 7.412 chilometri di costa dell’Italia. E’ emerso un quadro poco rassicurante: su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge.

Si tratta di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati.

Preoccupa anche il perdurare di alcune situazioni critiche, già registrate nelle precedenti edizioni, con ben 38 malati cronici contro i quali Goletta Verde punta il dito: si tratta di quei punti che sono risultati inquinati mediamente negli ultimi 5 anni e che si concentrano soprattutto nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e Sicilia (5).

Di fronte a questa situazione e dopo i tanti appelli inascoltati e lanciati alle Amministrazioni e agli Enti competenti per verificare le cause dell’inquinamento, Legambiente ha presentato alle Capitanerie di Porto 11 esposti, uno per ogni regione in cui sono presenti i malati cronici di inquinamento, sulla base della legge sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel codice penale, tra cui il reato di inquinamento ambientale (art. 452 bis del codice penale).

Un’azione, quella di Legambiente pensata per chiedere alle Autorità competenti di intervenire per fermare i numerosi scarichi inquinanti che purtroppo ancora oggi, si riversano in mare, soprattutto nella stagione estiva, e che costituiscono una minaccia per il mare, la salute dei bagnanti e la biodiversità.

“Il mare italiano continua a soffrire per la presenza di numerosi scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – e anche quest’anno i dati di Goletta Verde confermano nuovamente la gravità della situazione, segnata anche dal problema dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani.

Per questo abbiamo deciso di consegnare, in chiusura della campagna 11 esposti, per 38 situazioni particolarmente critiche, alla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera, che tra le tante competenze ha anche il monitoraggio e verifica sugli scarichi in mare provenienti da terra. Con la finalità di mettere in atto controlli su tutta il corso d’acqua, il fosso o il canale segnalato, per individuare gli inquinatori e le ragioni dell’inquinamento che, come spesso accade, possono risiedere anche nei comuni dell’entroterra e non necessariamente in quelli costieri, che invece si trovano a subirne maggiormente gli effetti negativi”.

Non va meglio sul fronte dell’informazione ai cittadini, sui divieti di balneazione e la cartellonistica informativa che dovrebbe essere presente nella spiagge balneabili, obbligatoria a carico dei Comuni costieri da anni.

“I cittadini – spiega Serena Carpentieri, responsabile campagne di Legambiente – continuano a navigare in un mare di disinformazione. Così come in buona parte d’Italia, stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari enti preposti per fornire informazioni chiare.

I tecnici di Goletta Verde hanno avvistato solo 16 di questi cartelli informativi, presenti solo nel 9% dei punti. Per quel che riguarda invece i cartelli di divieto di balneazione, dei 91 punti vietati alla balneazione dalle autorità competenti, solo 23 presentano un cartello di divieto di balneazione. Nel 10% dei casi dove i cartelli di divieto sono assenti, troviamo una presenza media o alta di persone che, ignare, fanno il bagno”.

Oltre alla maladepurazione, tra gli altri nemici del mare ci sono il marine litter e i cambiamenti climatici.

Il Mediterraneo è uno dei mari più minacciati dal marine litter, i rifiuti che galleggiano in mare e quelli spiaggiati, frutto della cattiva gestione a monte, dell’abbandono consapevole e della cattiva depurazione.

Nel 18% dei punti monitorati dai tecnici di Goletta Verde è stata riscontrata la presenza di rifiuti da mancata depurazione: assorbenti, blister, salviette ma, soprattutto, di cotton fioc. In 46 spiagge monitorate da Legambiente ne sono stati trovati quasi 7.000, frutto della cattiva abitudine di buttarli nel wc e dell’insufficienza depurativa.

E per finire c’è la questione dei cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature e della salinità del Mar Mediterraneo che hanno facilitato l’arrivo di specie aliene come pesci tossici, granchi tropicali, alghe infestanti.

Ad oggi sono più di 800 quelle segnalate e di queste circa 600 vivrebbero ormai stabilmente nel Mare Nostrum. Un numero, quello dei ritrovamenti di specie alloctone nel Mediterraneo, che è triplicato dal 1980, mentre è raddoppiato negli altri mari.


La storia di Francesca, assistente sociale nonostante la Sma (atrofia muscolare spinale)

10 agosto 2017

Si è laureata alcuni giorni fa all’università di Bari: 26 anni, una carrozzina elettrica per muoversi in autonomia, è addetta stampa del Comitato 16 novembre, perché “condivido la battaglia per l’assistenza domiciliare, diritto fondamentale”. La laurea, una grande soddisfazione: “ma se avessero pensato a un’asta per il microfono, sarebbe stato meno umiliante”

La storia di Francesca l’ho appresa leggendo un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

Francesca Cicirelli, pugliese, 26 anni, con la Sma (atrofia muscolare spinale) da quando è nata, si è laureata qualche giorno fa in Scienze del servizio sociale a Bari

Con la sua carrozzina elettrica, riesce a rendersi praticamente autonoma in tutto, barriere permettendo. E la sua  vocazione sociale Francesca la esercita anche come consigliera e addetta stampa del Comitato 16 Novembre, di cui fa parte dall’inizio di quest’anno.

Ha conseguito una laurea con lode, dal titolo “Nonostante tutto… la disabilità”, dopo un percorso di studi che, “nonostante tutto”, è filato liscio.

Ha dichiarato Francesca: “Ho interrotto per un paio d’anni per lavorare in un’azienda di famiglia, ma poi ho sentito il bisogno di riprendere gli studi, per prepararmi all’unico lavoro che sogno di fare: l’assistente sociale”.

Le è stato impossibile frequentare le lezioni, perché Altamura, dove Francesca vive con la sua famiglia, dista un’ora di auto – o due ore di treno – dall’ateneo di Bari.

“Andavo all’università solo per il ricevimento dei professori o per gli esami – ha proseguito -. Prendevo il treno ad Altamura e, alla stazione di Bari, trovavo ad aspettarmi il tutor che mi aveva assegnato l’università”.

Le difficoltà però non sono mancate: “Ho dovuto lottare a lungo perché i montascale non erano adeguati al sollevamento della carrozzina elettrica. Alla fine però il problema è stato risolto”.

L’ultima barriera Francesca l’ha incontrata proprio in sede di laurea: “Io non sono in grado di tenermi il microfono da sola: l’ha dovuto tenere tutto il tempo Mariangela (Lamanna, portavoce del Comitato 16 Novembre). Sarebbe bastata un’asta, per rendere la situazione meno imbarazzante e umiliante”.

E Francesca è molto orgogliosa del traguardo raggiunto ed è già concentrata sui suoi progetti futuri: “A novembre, potrei già sostenere l’esame di Stato, per abilitarmi come assistente sociale”.

“E non credo che sia un lavoro difficile per chi ha una disabilità. Basta trovare l’ambito giusto. Io ho in mente i minori oppure le persone con disabilità: è accanto a loro che vorrei lavorare. E sono convinta di poterlo fare”.

Io non posso che augurare a Francesca di riuscire effettivamente a trovare il lavoro che desidera, e per il quale ha studiato, sempre che sia messa in condizione di farlo, ad esempio tramite la prosecuzione dell’assistenza domiciliare, cosa che purtroppo non è per lei scontata.