Dopo le elezioni nessun governo? L’irresponsabilità dei partiti

28 febbraio 2017

parlamento

Entro un anno, forse anche prima, si terranno le elezioni politiche, perché terminerà la legislatura. Ma è più che probabile che se non verrà approvata una nuova legge elettorale, diversa da quella scaturita dalla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha esaminato il cosiddetto “Italicum”, sarà molto difficile se non impossibile formare un nuovo governo.

Tale situazione si potrà verificare anche perché ormai esistono tre “poli” che dovrebbero avere più o meno lo stesso peso elettorale, il centro sinistra, il centro destra e il movimento 5 stelle.

Una premessa, prima di procedere oltre.

Io ritengo che i problemi politici, sociali ed economici del nostro Paese siano dovuti anche ai comportamenti di componenti significative della società italiana, non solo alle azioni dei partiti.

Ma, nel caso della più che probabile ingovernabilità che si verrebbe a creare se non sarà approvata dal Parlamento una nuova legge elettorale, le responsabilità saranno solamente dei partiti.

Infatti ciascun partito vorrebbe sì modificare l’attuale sistema elettorale ma con un unico obiettivo: disporre di una legge che lo favorisca e che, di conseguenza, danneggi gli altri.

L’obiettivo della governabilità non è considerato prioritario, per nulla.

Tale atteggiamento dei partiti non può che essere ritenuto del tutto irresponsabile.

Infatti sono evidenti i danni che l’impossibilità di dare vita ad un governo, e quindi la necessità di convocare nuove elezioni, determinerebbero relativamente alla situazione economica e sociale dell’Italia.

E’ quindi auspicabile che i dirigenti dei diversi partiti “rinsaviscano” e consentano l’approvazione, in tempi rapidi, di una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità.

Purtroppo, sarà molto difficile che ciò avvenga.


Amnesty International, i diritti umani in Italia

26 febbraio 2017

amnesty

E’ stato recentemente presentato a Roma il rapporto 2016-2017 di Amnesty International, che contiene una dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 Paesi e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa.

Anche quest’anno nel rapporto c’è un capitolo sull’Italia.

Nel corso della presentazione, il presidente della sezione italiana di Amnesty, Antonio Marchesi, si è occupato della situazione dei diritti umani nel nostro Paese, così come descritta nel rapporto.

Ho ritenuto opportuno di riportare alcune parti di quanto dichiarato da Marchesi, a questo proposito.

“Nel nostro Paese, non possiamo non constatare che quella retorica divisiva, del ‘noi contro loro’, è spesso presente nei discorsi di alcuni leader nazionali, in quelli di Matteo Salvini della Lega Nord, ma anche di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia oltre a essere piuttosto diffusa a livello di esponenti politici locali, anche di altri partiti…

A livello locale, oltre ad una diffusione notevole di atteggiamenti anti-migranti o anti-stranieri analoghi a quelli riscontrati a livello nazionale, registriamo anche un fenomeno distinto ma fondato anch’esso sulla mancata accettazione della diversità, in questo caso alla diversità di orientamento sessuale.

Mi riferisco, tra l’altro, all’istituzione da parte di alcune Regioni di sportelli cosiddetti ‘antigender’, il cui effetto è di fornire giustificazione culturale e legittimazione sociale alla discriminazione basata, appunto, sull’orientamento sessuale, rischiando di fomentare un clima di intolleranza e di odio verso le persone Lgbti che nel nostro Paese, purtroppo, sono piuttosto spesso vittime di aggressioni verbali e fisiche…

Fra le vittime per eccellenza degli atteggiamenti ostili di alcuni politici e di parti della società italiana, che tanto spazio hanno conquistato, vi sono i rifugiati e i migranti, sulla cui condizione di vulnerabilità di fronte al rischio di violazioni dei diritti umani Amnesty concentra da tempo la propria attenzione e i propri sforzi.

Nel 2016 Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto ‘Hotspot Italia’ nel quale, oltre a compiersi una valutazione complessiva, molto critica, dell’approccio hotspot deciso a livello europeo, vengono poste alcune questioni precise: la questione delle modalità della cosiddetta preidentificazione (per cui chi arriva è messo in condizioni di decidere della propria vita, subito dopo lo sbarco, in condizioni psico-fisiche molto difficili e spesso senza adeguata informazione) e la questione delle procedure di allontanamento (attraverso i decreti di respingimento differito che sono molto difficilmente attuabili e che rischiano di avere come unico effetto quello di consegnare i destinatari a chi li vuole sfruttare)…

Voglio infine ricordare, prima di passare ad altro argomento, che il Governo non ha ancora attuato la delega del Parlamento, risalente ormai a quasi tre anni fa (aprile 2014) e con un termine per l’attuazione di 18 mesi, ad abrogare il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

La perdurante criminalizzazione della mera presenza irregolare sul territorio è contraria agli standard internazionali e pregiudica, tra l’altro, la possibilità dei migranti irregolari di accedere alla giustizia. E’ stata giudicata non solo inutile ma addirittura controproducente, rispetto all’attività di contrasto di reati assai gravi, tra gli altri, dal Procuratore nazionale antimafia…

Ieri abbiamo scritto al ministro della Giustizia Orlando una lettera – assieme a Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva – sulla questione dell’inesistenza di un reato di tortura nel nostro ordinamento (e dell’elevato rischio di impunità per atti di tortura che ne deriva). Il ministro ha recentemente affermato che quel reato sarebbe stato presto introdotto e in effetti il punto, dopo oltre un anno di interruzione francamente incomprensibile, è nuovamente all’ordine del giorno del Parlamento…

Il 2016 è stato anche l’anno della morte in Egitto di Giulio Regeni, in un contesto di violazioni gravi e diffuse dei diritti umani, che viene descritto in un capitolo particolarmente ricco del nostro rapporto.

Le relazioni tra Italia ed Egitto hanno inevitabilmente risentito di questa vicenda. Sul piano diplomatico, questa ha comportato il ritiro del nostro ambasciatore: una scelta giusta, che abbiamo apprezzato, rispetto alla quale siamo convinti che non vi siano al momento le condizioni per fare alcun passo indietro (come invece viene richiesto da alcuni). Il ritorno alla normalità dei rapporti diplomatici con l’Egitto è auspicabile solo quando avremo ottenuto per Giulio tutta la verità, un’adeguata riparazione e la punizione di tutti i responsabili – e tutto questo ancora non s’intravede…

Passando a un settore specifico di rapporti commerciali, quello delle armi che l’Italia esporta verso altri Paesi, ve ne sono alcuni nei quali a nostro avviso quelle armi possono essere o sono effettivamente impiegate per violare i diritti umani o le norme di diritto umanitario dei conflitti armati.

A partire dal 2015 e per tutto il 2016 sono partiti carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force, l’ultimo in dicembre, quando sono partite oltre 3.000 bombe MK80 prodotte dalla RWM Italia, fabbricate in Sardegna, dal porto canale di Cagliari.

In ottobre l’allora ministro degli Esteri Gentiloni ha riconosciuto, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. Con l’Arabia Saudita, del resto, è in vigore un accordo di cooperazione militare, che prevede una collaborazione preferenziale anche nel settore della fornitura di armi, ratificato nel 2009 e che si rinnova tacitamente ogni 5 anni.

In dicembre, poche settimane dopo la visita della ministra della Difesa Pinotti è stata diffusa la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe ricevuto da Fincantieri proposte per l’acquisto di nuove navi militari.

Eppure la legge 185 del 1990 stabilisce che le esportazioni di armamenti sono vietate tra l’altro verso i Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Non vi è dubbio che l’azione militare a guida saudita in Yemen rientri tra quelle che, secondo la legge italiana, comportano il divieto di autorizzare esportazioni di armi dall’Italia verso gli Stati che vi prendono parte. Eppure dal Ministero della Difesa sostengono che sia tutto in regola e hanno reagito in modo piuttosto aggressivo alle richieste di chiarimento, nostre e di altri”.