I lavoratori si ammalano soprattutto di lunedì

29 novembre 2015

L’osservatorio dell’Inps sulla certificazione di malattia ha diffuso alcuni dati sulle giornate “perse” per malattia dai lavoratori italiani nel 2014. Nel nostro Paese sono state perse 108,7 milioni di giornate per malattia, di cui 77,2 milioni nel settore privato (più del 70% del totale) e 31,5 milioni nel pubblico. Ad assentarsi per ragioni di salute – con almeno un evento durante l’anno – sono stati 5,817 milioni di lavoratori, con una maggioranza in questo caso di dipendenti privati (4,06 milioni) rispetto a quelli pubblici (1,76 milioni).

Questi dati sono contenuti in un comunicato dell’agenzia Adn Kronos.

Oltre a quanto già rilevato, si può aggiungere che su un totale di 13,4 milioni di assenze nel corso del 2014 la durata delle malattie dei privati (9 giorni) sia stata in media più lunga rispetto a quella dei lavoratori del settore pubblico (6,5 giorni).

Il periodo più critico si rivela, ovviamente, il primo trimestre: nei mesi invernali del 2014 infatti sono stati inviati in totale 5,93 milioni di certificati di malattia (fra pubblico e privato) contro i 3,02 milioni del terzo trimestre.

Un lavoratore su tre si ammala di lunedì.

La distribuzione del numero degli eventi malattia per giorno di inizio del 2014 è simile per entrambi i comparti, con frequenza massima il lunedì, 2.576.808 eventi per il settore privato e 1.325.187 per la pubblica amministrazione, pari rispettivamente al 30,2% e al 27,2% del totale.

Con 19.510.110 giornate, e di cui 15.674.797 tra i lavoratori privati e 3.835.313 tra quelli pubblici, è la Lombardia la regione con più giornate di lavoro perse per malattia,

Sono stati 10.923.293, invece, i giorni di malattia nel Lazio, di cui 7.088.227 nel privato e 3.835.066 nel settore pubblico.

E’ stata  la Valle d’Aosta, invece, a guidare la classifica delle regioni con meno giornate di malattia (247.434), seguita dal Molise con poco più di 378.000 giornate perse.

Di tutti questi dati è inevitabile che la maggiore attenzione si indirizzi sul fatto che un lavoratore su tre si ammali di lunedì. Peraltro occorre rilevare che, a tale proposito, non si sono riscontrate sostanziali differenze tra lavoratori pubblici e lavoratori privati.

Quest’ultimo dato non può che destare qualche sospetto, relativo alla veridicità delle malattie che si manifestano di lunedì.

Per diradare tali sospetti sarebbe sufficiente una maggiore attenzione dei medici che rilasciano i certificati di malattia.

Sarebbero necessari anche maggiori controlli, da parte dei medici delle Asl, anche se per far questo sarebbero indispensabili risorse finanziarie più consistenti, messe a disposizione da parte dei datori di lavoro, perché sono questi ultimi a pagare quei controlli.

Non credo però che, per vari motivi, vi possa essere una maggiore attenzione dei medici e più controlli.

Sarebbe più fattibile, in teoria, un maggiore senso di responsabilità da parte dei lavoratori, ed anche più aspicabile.

Ma è legittimo sperare che si verifichi davvero tale maggiore senso di responsabilità?


2,5 milioni di donne anziane vittime di abusi

26 novembre 2015

2,5 milioni di donne anziane ogni anno, in Italia, subiscono violenze e maltrattamenti fisici, psicologici e verbali. 2.800 sono vittime di violenze sessuali, 600.000 subiscono truffe finanziarie, 25.000 sono maltrattate in strutture sanitarie.

Lo sostiene, come evidenziato in comunicato dell’agenzia Adn Kronos, Nicola Ferrara, presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg).

Inoltre, ogni anno, si verificano 150 omicidi di donne di età superiore ai 65 anni.

Ferrara ha, poi aggiunto: “La maggior parte dei maltrattamenti avviene fra le mura domestiche in parte ad opera di badanti, vicini di casa, parenti e operatori sanitari e nel 66% dei casi i responsabili sono addirittura membri della famiglia, come il coniuge, figli e nipoti”.

E il presidente della Sigg ha, inoltre, rilevato: “Le donne anziane sono doppiamente fragili per età e per genere, e gli abusi nei loro confronti sono in costante e preoccupante crescita, ma restano un fenomeno sottostimato e poco conosciuto. Il problema purtroppo passa ancora troppo sotto silenzio, con l’aggravante della mancanza di un quadro preciso del fenomeno nel nostro Paese”.

Ferrara ha così concluso: “Come in tutti i Paesi, anche in Italia, la violenza contro gli anziani si presenta come una realtà sfuggente e in larga misura occulta un tipico fenomeno ‘iceberg’ sempre più diffuso e in continua espansione, tanto che secondo alcune analisi l’incremento dei casi è pari al 150% in dieci anni”.

Del resto in tutta l’Europa la situazione è molto preoccupante.

Secondo Flavia Caretta, responsabile del Centro di ricerca, promozione e sviluppo dell’assistenza Geriatrica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, “le violenze possono essere sia fisiche che psicologiche ma possono anche prendere la forma di sfruttamento economico, abbandono, disattenzione come ad esempio denutrizione e scarsa igiene.

I recenti dati europei di un report dell’Oms (organizzazione mondiale della sanità) sono impressionanti: circa 40 milioni di anziani hanno subito qualche forma di abuso. Di questi, 29 milioni sono stati vittime di maltrattamenti psicologici, 4 milioni di maltrattamenti fisici, 6 milioni di abusi finanziari, 1 milione di violenze sessuali.

Inoltre circa il 30% degli 8.500 omicidi di persone ultra sessantenni che avvengono ogni anno in Europa sarebbero da porsi in relazioni a maltrattamenti”.

In effetti il fenomeno degli abusi nei confronti delle donne anziane è poco conosciuto, pur essendo decisamente preoccupante.

Il mio auspicio è che tale fenomeno sia conosciuto sempre di più e che, soprattutto, siano realizzati interventi appropriati per contrastarlo.

Attualmente ciò, purtroppo, non avviene nella misura necessaria.


Le vittime di serie B di Boko Haram

24 novembre 2015

Dopo gli attentati di Parigi, alcuni osservatori hanno rilevato che la stessa attenzione non è stata rivolta ai morti causati, da diversi anni ormai, dalle azioni dell’organizzazione terroristica Boko Haram. E nemmeno alla strage di 32 civili che si è verificata il 17 novembre, a Yola, nel nord-est della Nigeria.

Mi sembra evidente che vi sia un esteso disinteresse da parte di noi occidentali nei confronti degli assassinii di Boko Haram.

Quindi vi sono, oggettivamente, vittime di serie A e vittime di serie B.

Tale situazione dipende anche, a mio avviso, dalla scarsa conoscenza che abbiamo di Boko Haram, della sua origine, delle sue azioni e della sua strategia.

Delle informazioni sintetiche, ma molto utili, su Boko Haram possono essere individuate leggendo un articolo comparso su www.limesonline.com, il sito web della rivista Limes.

“Boko Haram è un’organizzazione terroristica fondata formalmente nel 2002 da Mohamed Yusuf e guidata oggi da Abubakar Shekau.

Il suo scopo è imporre il califfato in Nigeria. Secondo il dipartimento di Stato Usa, avrebbe dei legami con al Qaida nel Maghreb islamico (Aqim) e inoltre, lo scorso luglio Shekau ha dichiarato il suo supporto allo Stato Islamico.

Nel 2002 Yusuf ha creato a Maiduguri, nello stato del Borno, un complesso religioso, che include una moschea e una scuola islamica, con la scopo di contrastare l’educazione occidentale. La scuola ha attratto musulmani da tutto il Paese, diventando il luogo perfetto di reclutamento.

Ma è dal 2009, a seguito della violenta repressione dell’esercito locale, che l’organizzazione jihadista ha cominciato a seminare il panico, compiendo attentati contro edifici delle forze di polizia, scuole, chiese, moschee e uccidendo civili.

L’attività di Boko Haram si è intensificata nel 2011, quando in un clima di tensione è stato eletto presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, del People’s democratic party e appartenente agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria del Sud del paese.

Nell’aprile 2014, Boko Haram ha rapito 276 alunne nigeriane. 57 di loro sono riuscite a scappare, ma le restanti non sono ancora libere.

Da questa estate l’organizzazione jihadista ha cominciato ad ampliare il proprio raggio d’azione e secondo il Telegraph attualmente controllerebbe un’area di circa 52.000 chilometri quadrati nel Nord Est della Nigeria…

La ferocia di Boko Haram non è una novitàGià lo scorso anno, il National consortium for the study of terrorism and response to terrorism (Start) aveva affermato che nel 2013 questa organizzazione è stata la terza al mondo per attacchi perpetrati, proprio dopo i talebani e lo Stato Islamico.

In questi anni, a causa degli attentati di Boko Haram, circa un milione e mezzo di nigeriani  hanno abbandonato le proprie case e centinaia di migliaia di persone sono fuggite in Ciad, Niger e Camerun, peraltro, Paesi in cui i jihadisti nigeriani stanno estendendo il proprio campo d’azione”.

Queste informazioni, a mio avviso, sarebbero più che sufficienti per comprendere l’estrema pericolosità dei terroristi di Boko Haram.

Ma forse il nostro disinteresse deriva anche dal fatto che coloro che sono stati uccisi da Boko Haram erano molto lontani da noi.

Invece i terroristi dell’Isis hanno dimostrato che possono compiere delle stragi anche in luoghi a noi vicini, molto vicini.

E noi ci occupiamo molto di più degli avvenimenti che ci colpiscono, o che ci possono colpire, direttamente, rispetto a quanto può capitare a persone che sono piuttosto distanti da noi.

Ci può piacere o no, ma la verità mi sembra proprio questa.


Quanti sono i bambini senza…

22 novembre 2015

Secondo il 6° Atlante dell’infanzia (a rischio) “Bambini senza. Origini e coordinate delle povertà minorili”, realizzato da Save the Children, centinaia di migliaia di minori in Italia sono deprivati di una vita dignitosa e delle opportunità per sviluppare i propri talenti.

Nel nostro Paese circa 1 bambino su 20 non può contare su due paia di scarpe l’anno (di cui almeno uno utilizzabile in ogni stagione) e non riceve un pasto proteico al giorno.

Quasi 1 su 10 vive in famiglie che non possono permettersi di invitare a casa i suoi amici, festeggiare il suo compleanno, comprargli  abiti nuovi, libri non scolastici, mandarlo in gita con la sua classe.

1 su 6 non ha la possibilità di frequentare corsi extrascolastici (musica, sport, ecc.),  quasi 1 su 3 di trascorrere almeno una settimana di vacanza lontano da casa.

Solo 3 bambini su 10, che frequentano la scuola primaria, hanno il tempo pieno a scuola e nel 40% degli istituti scolastici principali non c’è il servizio mensa.

Spesso le loro ‘performances’ scolastiche sono insufficienti: 1 alunno  di quindici anni su 4 non raggiunge il livello minimo di competenze in matematica e 1 su 5  in lettura.

Molti bambini poi crescono in un clima di violenza. Si stimano in circa 400.000 i minori vittime di violenza assistita dentro le pareti domestiche.

E l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con almeno un minore è triplicata tra il 2005 e il 2014, passando dal 2,8% all’8,5%, per un totale di oltre 1 milione di bambini colpiti.

Nel Mezzogiorno la povertà assoluta è più estesa – pari al 9,3% contro l’8,3% di famiglie povere assolute al Nord – e riguarda soprattutto famiglie italiane a differenza della povertà al Nord, in crescita nell’ultimo anno, alla quale contribuisce in gran parte il fenomeno migratorio.

A fronte di tale situazione le risorse stanziate per l’infanzia sono esigue e del tutti insufficienti: la spesa sociale nell’area famiglia e minori è molto più bassa della media europea, con 313 euro pro-capite, a fronte di 506 euro in media in Europa e dei 952 euro pro-capite della Germania.

Ma Raffaella Milano, direttore programmi Italia-Europa di Save the Children, rileva che “con la legge di stabilità per la prima volta, seppure con un budget ancora non adeguato, il tema della povertà minorile entra nell’agenda di governo ed è di particolare rilievo la costituzione di un fondo ad hoc sulla povertà educativa.

Speriamo che si garantisca, alla prova dei fatti, un vero rigore nella attuazione di queste misure, con adeguati strumenti di monitoraggio e valutazione di impatto.

Occorre mobilitare su obiettivi comuni il grande patrimonio educativo che comunque fortunatamente c’è nel nostro Paese.

Allo stesso tempo, occorre dare spazio e fiducia ai bambini, ai ragazzi e alle ragazze, affinché possano essere non i fruitori, ma i protagonisti di questo impegno”.

I contenuti del 6° Atlante di Save the Children rappresentano l’ennesima dimostrazione della notevole  e crescente diffusione della povertà minorile in Italia, fenomeno oggettivamente sottovalutato e trascurato.

Senza dubbio il fatto che sia stato previsto nella legge di stabilità un fondo per la povertà educativa deve essere valutato positivamente.

Ma l’impegno finanziario per contrastare questa forma di povertà, e più in generale la povertà minorile, dovrebbe essere ben più consistente, se si considerano i dati forniti da Save the Children.


I giovani indulgenti verso la violenza contro le donne

19 novembre 2015

Per il 25% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 29 anni la violenza contro le donne è giustificata e dal “troppo amore” oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili ad esasperare gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza. 

Inoltre , il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni ha dichiarato  che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno della mura domestiche, poiché  quanto accade nella coppia non deve essere di alcun interesse per gli altri.

Questi sono alcuni dei risultati del sondaggio, realizzato da Ipsos Italia, contenuto nel secondo rapporto di WeWorld onlus sulla violenza sulle donne e gli stereotipi di genere, denominato “Rosa shocking 2”.

Tali risultati sono indubbiamente sorprendenti e il presidente di WeWorld Marco Chiesara li ha così commentati: “Dobbiamo concentrare il lavoro di sensibilizzazione e prevenzione verso le nuove generazioni, solo così avremo l’opportunità di scardinare stereotipi e pregiudizi su cui si fonda la visione sessista della donna che alimenta il fenomeno della violenza contro le donne.

E mi convinco maggiormente che questa è la giusta direzione soprattutto quando leggo frasi come ‘se succede alla donna qualcosa di brutto, lei non deve rivolgersi a degli estranei, ma parlare con i parenti che conoscono bene il contesto’ oppure dichiarazioni in cui si giustifica il non intervento di fronte a casi di violenza per il timore di rimetterci”.

Le considerazioni di Chiesara mi sembrano ampiamente condivisibili e quanto da lui proposto dovrebbe essere attuato tramite interventi, non episodici, ma molto diffusi, rivolti appunto alle giovani generazioni.

Nella seconda parte del rapporto di WeWorld è contenuta, poi, un’indagine sugli investimenti effettuati in Italia, in termini di prevenzione della violenza contro le donne.

Nel 2013 gli investimenti di questa natura sono stati pari a 16,1 milioni (il valore più alto mai registrato), mentre nel 2014 ci si è attestati intorno ai 14,4 milioni.

Un calo, seppur lieve, che però, secondo WeWorld, evidenzia la necessità di continuare a lavorare con grande determinazione nella sensibilizzazione di uomini, donne e giovani soprattutto.


F-35 nessun taglio: confermati i 10 miliardi di euro

17 novembre 2015

Sono stati confermati i 10 miliardi di euro per l’acquisto dei caccia F-35. Quindi il Governo non intende realizzare alcun dimezzamento, per il 2016, dei fondi destinati all’acquisto degli F-35, diversamente da quanto richiesto in una delle mozioni parlamentari, approvata, presentate nell’ambito del dibattito svoltosi alla Camera nel settembre del 2014.

Lo sostiene, in un articolo pubblicato su www.altreconomia.it, Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.

Scrive Vignarca che, dopo quel dibattito alla Camera, “sia i parlamentari che le organizzazioni della società civile avevano cercato di capire se a tale richiesta di indirizzo avessero fatto seguito dei fatti concreti, ma con scarso successo.

In diverse occasioni infatti, sia in relazione ad interrogazioni parlamentari sia su sollecitazione delle campagne per il disarmo, il Governo aveva fornito risposte evasive e poco chiare.

Già da tempo però diversi indizi suggerivano che non ci fosse stato alcun cambio di direzione, portando dunque ad un non rispetto della mozione a prima firma Giampiero Scanu per quanto riguarda il dimezzamento del budget degli F-35”.

Ma, ora, se si leggono con attenzione le centinaia di pagine della tabella 11, allegata alla proposta di legge di bilancio dello Stato attualmente in discussione, analizzando a fondo quello che sarà il bilancio del ministero della Difesa per l’anno 2016, risulta evidente che i 10 miliardi di euro sono stati confermati.

Vignarca aggiunge: “quello che al contrario il ministro Roberta Pinotti sta cercando di accreditare, anche in recenti comunicazioni al Parlamento,  è che il risparmio sia ‘indiretto’, aggrappandosi alla formulazione un po’ fumosa della mozione Scanu, nella quale si legge che l’obiettivo di dimezzamento del budget finanziario inizialmente previsto dovesse realizzarsi ‘tenendo conto dei ritorni economici e di carattere industriale da esso derivanti’”.

Ma Vignarca non considera valide le considerazioni del ministro.

A questo punto, mi sembra necessario fare chiarezza.

Il Governo deve dichiarare esplicitamente se nel 2016 ci sarà o no il dimezzamento dei fondi a disposizione per l’acquisto degli F-35.

E sarebbe grave se quel dimezzamento non ci fosse.


In forte crescita le aggressioni ai ferrovieri

15 novembre 2015

In notevole aumento i dipendenti delle Ferrovie che sono stati aggrediti, nel corso della loro attività lavorativa. Infatti nel 2014 sono stati 309 i ferrovieri che hanno subìto delle aggressioni, mentre nel 2013 furono 227.

E nei primi cinque mesi del 2015 sono stati oltre 140.

Per quanto riguarda gli aggressori, il numero degli stranieri (54)  è di poco superiore agli italiani (41). I casi rimanenti hanno come protagonisti coloro che eseguono attività abusive a bordo dei treni.

L’ultima aggressione si è verificata mercoledì 11 novembre nelle Marche, sulla tratta Ravenna-Senigallia.

Pertanto la Filt Cgil regionale ha dichiarato che “il fenomeno delle aggressioni ha ormai superato ogni misura: i capitreno non sono sceriffi, e non sono neanche poliziotti. L’azienda deve trovare una soluzione al problema, va garantita la sicurezza dei dipendenti e dei viaggiatori”.

Questo sindacato ha denunciato la debolezza dell’azione svolta a tutela dei ferrovieri sia da parte di Trenitalia che da parte delle istituzioni.

Nella nota diramata dalla Filt Cgil delle Marche si può ancora leggere: “Un vero e proprio Far West, dal Nord al Sud dell’Italia, che interessa i grandi scali, ma soprattutto le piccole stazioni di periferia, in particolare negli orari serali.

Il capotreno e il macchinista sono sottoposti a stress quando viaggiano sui treni più difficili, senza contare lo shock quando subiscono un’aggressione. Così come la paura di tornare al lavoro”.

Il sindacato inoltre critica i continui tagli alle risorse sulla sicurezza ed anche i tagli alle Regioni riguardo il trasporto pubblico locale, che certamente non agevolano il miglioramento della situazione, con organici sempre più all’osso e tratte pericolose che dovrebbero essere presidiate di più”.

La Filt Cgil delle Marche sostiene che gli interventi fin qui realizzati siano stati del tutto insufficienti.

E conclude: “Non si può andare avanti col rischio, ogni giorno, di essere aggrediti fino a quasi perdere la vita. Non è giusto nei confronti delle donne e degli uomini che, quotidianamente, fanno il loro dovere”.

A me sembra che le considerazioni del sindacato siano del tutto condivisibili.

Non c’è dubbio che gli interventi per contrastare il fenomeno delle aggressioni ai ferrovieri debbano essere ben più consistenti rispetto a quelli attuati fino ad ora, del tutto insufficienti.