50 anni dal primo incontro tra Benvenuti e Griffith

31 maggio 2016

benvenuti

Sono passati, da poco tempo, 50 anni dal primo incontro tra Nino Benvenuti ed Emile Griffith, per il titolo di campione del mondo, pesi medi, di pugilato. Un incontro che passò alla storia, quanto meno del pugilato e dello sport italiano. Il 17 aprile del 1967 infatti, sul ring del Madison Square Garden di New York, Benvenuti sconfisse Griffith e diventò appunto campione del mondo.

Successivamente, ci fu la rivincita, nella quale ebbe la meglio Griffith, ed infine il terzo incontro nel quale vinse ancora una volta Nino Benvenuti.

L’anniversario in questione è passato sotto silenzio.

50 anni fa l’incontro destò una grandissimo interesse, in Italia.

Certo, erano altri tempi, come si dice spesso.

Allora il pugilato era uno degli sport  più seguiti, in Italia e fuori dall’Italia.

Oggi, invece, desta ormai poca attenzione.

Io, sebbene avessi solo 10 anni, seguì quell’incontro, come moltissimi italiani.

E mi è sembrato opportuno appunto ricordarlo, utilizzando anche quanto scritto su Wikipedia.

Come si può leggere nella voce dedicata a Benvenuti “…I giornali dell’epoca si interessano notevolmente alla vicenda ma Griffith viene presentato come un campione imbattibile per il pugile europeo, chiamato per la corona non tanto per il talento, ma per il colore della pelle.

Benvenuti replica in maniera mordace che non è un avversario da prendere sottogamba e che si considera il numero uno a tutti gli effetti; i giornali americani non cambiano opinione sulle sue qualità, ma gli riconoscono una certa lingua lunga.

A sfavore di Benvenuti gioca anche il fatto che solo Marcel Cerdàn, prima di lui, è riuscito a conquistare la corona mondiale venendo a combattere dall’Europa e che tutti i suoi precedenti europei hanno fallito questo tentativo…

Il 17 aprile 1967, notte dell’incontro, la Rai, per preservare il sonno degli italiani, non trasmette il match alla televisione, ma sceglie di farlo solamente via radio: è stato calcolato che fra i 16 e i 18 milioni di radioascoltatori seguirono in diretta il match: solamente Italia-Germania, di calcio, con il risultato di 4 a 3, ha avuto un successo simile.

L’incontro è appassionante e vede Benvenuti trionfare, aggiudicandosi così le cinture Wbc e Wba di campione del mondo dei pesi medi, primo italiano a conquistare questi allori”.

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Rapporto Anvur: sempre molto gravi i problemi delle università

29 maggio 2016

università

L’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ha presentato il secondo rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca. Nel rapporto vengono descritte le caratteristiche del sistema universitario e degli enti di ricerca nella loro evoluzione temporale, l’offerta formativa degli atenei e il corpo docente, le carriere degli studenti, la situazione dei laureati e il mondo del lavoro, la struttura del finanziamento pubblico e privato, la “governance” degli atenei e la qualità e l’impatto della produzione scientifica.

Come si evince dal comunicato emesso dalla stessa Anvur, tra i punti di forza del sistema possono essere evidenziati:

– negli ultimi due anni si è arrestato il calo degli immatricolati che si era osservato a partire dalla metà degli anni Duemila e nell’ultimo anno si registra una prima inversione di tendenza, con un incremento dell’1,6% del numero di iscritti;

– migliora la regolarità dei percorsi di studio sia dal punto di vista di quanti terminano gli studi nei tempi previsti, sia della diminuzione di coloro che non proseguono al secondo anno e nell’anno 2014/2015 dopo 11 anni dall’iscrizione risulta che il 57,8% degli studenti si è laureato, il 38,7% ha abbandonato e il 3,5% è ancora iscritto;

– la mobilità degli studenti tra atenei è aumentata in tutte le aree del Paese, specialmente a livello di lauree magistrali, la quota di quanti studiano fuori regione è salita dal 18% del 2007/2008 al 22% nel 2015/2016, della maggior mobilità hanno tratto beneficio al Nord soprattutto gli atenei del Piemonte, dove l’incidenza di studenti fuori regione è salita dal 12% al 26% tra il 2007/2008 e il 2015/2016 e la quota di residenti nel Mezzogiorno che s’immatricolano in un ateneo del Centro‐nord è salita da circa il 18% della metà dello scorso decennio al 24%.

Fra le maggiori difficoltà il rapporto rileva:

– nonostante una costante crescita osservata negli ultimi anni, l’Italia rimane tra gli ultimi paesi in Europa per quota di popolazione in possesso di un titolo d’istruzione terziaria, anche tra la popolazione più giovane (24% contro 37% della media Ue e 41% media Ocse nella popolazione 25‐34 anni);

– l’aumento positivo della mobilità degli studenti è si è realizzato in un contesto di tagli al diritto allo studio, spesso operati a livello regionale, che intaccano l’uguaglianza delle opportunità richiesta dal dettato costituzionale e la principale criticità del sistema di diritto allo studio non è solo la cronica carenza di risorse (nell’ammontare e nei tempi) ma anche la sua eterogeneità (tra regioni e, all’interno delle stesse regioni, tra atenei) nei requisiti di accesso e nei tempi di erogazione dei benefici, di incertezza circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro;

– l’incertezza associata alle prospettive di carriera accademica, che induce fenomeni preoccupanti come l’abbandono della carriera da parte di molti dottori di ricerca e assegnisti che non possono permettersi lunghi periodi d’insicurezza retributiva, la “fuga dei cervelli” in proporzioni superiori a quelle fisiologiche, ovvero senza un corrispondente flusso di ricercatori in arrivo dalle istituzioni estere, la sofferenza di molti giovani di valore, che vivono con difficoltà gli anni più produttivi della loro vita scientifica;

– la riduzione del corpo docente a seguito dei pensionamenti, che è stata solo parzialmente compensata con l’ingresso di ricercatori a tempo determinato, una figura innovativa che stenta tuttavia ad affermarsi;

– l’ampliarsi del divario tra atenei delle diverse macroregioni del paese, anche a causa della lunga assenza di politiche che mirassero a incoraggiare una convergenza, prima di tutto qualitativa, nella ricerca come nella didattica;

– la quota del prodotto interno lordo (Pil) dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo (R&S) è rimasta stabile nell’ultimo quadriennio (2011‐2014), confermandosi su valori molto inferiori alla media dell’Unione Europea e dei principali paesi Ocse: con l’1.27% l’Italia si colloca solo al 18° posto (con una quota uguale alla Spagna) tra i principali paesi Ocse con valori superiori solo a Russia, Turchia, Polonia e Grecia, ma ben al disotto della media dei paesi Ocse (2,35%) e di quelli della comunità europea (2,06% per Ue 15 e 1,92% per Ue 28).

A me sembra che le difficoltà siano decisamente di maggiore rilievo rispetto ai punti di forza.

Del resto le difficoltà riscontrate nel rapporto si sono ormai manifestate da diversi anni.

Io credo, pertanto, che sia necessario un profondo cambiamento nella politica del governo nei confronti del sistema universitario e della ricerca.

Troppo importante tale sistema, per il ruolo che svolge e che potrebbe svolgere, nell’ambito dell’economia e della società italiana, per poterci permettere ancora la presenza dei problemi, molto gravi, riscontrati anche nel rapporto dell’Anvur.


Il calcio italiano sempre più povero e indebitato

27 maggio 2016

calcio

E’ stato reso pubblico il Report Calcio 2016, curato dalla Federcalcio insieme ad Arel e PwC. Nel rapporto, relativo alla stagione 2014-2015, sono anche contenuti dati molto interessanti sulla situazione economica delle squadre italiane. Nel complesso il quadro complessivo che emerge è piuttosto preoccupante.

La parte economico-finanziaria del Report Calcio 2016 è analizzata in un articolo pubblicato su www.fanpage.it.

Nell’articolo in questione si può leggere infatti: “Dopo tre anni di relativa stabilità i dati del rapporto testimoniano il significativo peggioramento del risultato netto negativo.

Le perdite, infatti, salgono da 317 a 536 milioni (+69,1%), con un tasso tendenziale preoccupante: un aumento del rosso del 5,7% annuo dal 2010 al 2015.

Parallelamente, il valore della produzione, dopo un triennio di crescita, cala del 3,7% (2,625 miliardi).

Nel corso della scorsa stagione, le squadre professionistiche, dalla serie A alla Lega Pro, hanno visto i costi salire oltre i 3 miliardi (+2,8% su base annua), la cifra più alta del quinquennio.

E la situazione patrimoniale è ancora più critica. Il patrimonio netto cumulato delle squadre professionistiche in un solo anno è precipitato da 273,4 milioni a 37,2 milioni, zavorrato dal risultato negativo della serie A, che presenta anche un pesante 42% di debiti finanziari”.

Per quanto riguarda la sola serie A, ,al netto del Parma (essendo fallito non è stato considerato), il deficit in una sola stagione è più che raddoppiato, passando da 185,5 a 379,2 milioni.

La serie A è meno ricca, il valore della produzione è sceso rispetto al 2014 da 2,3 a 2,2 miliardi.

Il valore del nostro campionato – è questo il suo limite più evidente – è alimentato praticamente solo dai diritti televisivi e dai ricavi da botteghino. I diritti televisivi rappresentano il 47% dei ricavi delle squadre della serie A, la percentuale più alta di sempre in un campionato che paga la mancanza cronica di una effettiva politica di diversificazione delle fonti di ricavo.

Infatti, nell’ultimo quinquennio, i diritti tv hanno pesato per oltre il 60% nei bilanci delle squadre italiane qualificate alla Champions League.

Nel resto del Big 5 – negli altri principali campionati europei – (Premier League, Liga, Bundesliga, Ligue 1), l’incidenza non supera il 40%.

La partecipazione alla Champions, per le squadre italiane, non incide sulle sponsorizzazioni, il cui impatto sul fatturato delle squadre italiane in Champions è sceso dal 27 al 18% in cinque anni.

Nello stesso periodo, al contrario, gli sponsor hanno finito per incidere per il 39% sui ricavi dei club inglesi, per il 42% sugli introiti delle spagnole, per il 46% nelle casse delle francesi e per quasi la metà dei ricavi delle tedesche.

Ed è la situazione patrimoniale e finanziaria delle squadre di serie A ad essere particolarmente preoccupante.

Infatti secondo il rapporto emerge “un appesantimento della sostenibilità complessiva del sistema serie A, anche perché quasi tutti gli indicatori risentono di una situazione patrimoniale e finanziaria molto delicata.

Il patrimonio netto medio è abbattuto, anzi addirittura negativo per 0,7 milioni.

Il livello d’indebitamento, cioè la misura del ricorso di un’azienda al capitale di terzi per finanziarsi, è addirittura oltre il cento per cento (100,4%). In crescita anche l’indebitamento medio per club da 155 a 157 milioni, con in particolare un aumento del 16,8% dei debiti finanziari, conseguenza preoccupante di una mancanza di liquidità propria”.

Il calcio italiano, dunque, non ha registrato elementi positivi di trasformazione nell’ultimo quinquennio, diritti tv a parte.

In questa situazione, con un indebitamento superiore ai 3 miliardi e con un patrimonio netto praticamente azzerato, l’apertura agli investitori e ai capitali stranieri non si può più rimandare.

Non c’è questione di italianità che tenga. C’è in gioco la sopravvivenza del sistema calcio in Italia.


I leghisti non sono xenofobi, sono razzisti

25 maggio 2016

salvini

I leghisti si sono molto arrabbiati per quanto dichiarato da Giorgio Napolitano. Napolitano infatti  ha definito la Lega “la principale espressione di posizioni xenofobe, nazionalistiche e ora anti europeiste, in Italia”. I leghisti, in primo luogo Salvini, non hanno accettato di essere stati considerati xenofobi. Per quale motivo? Perché per i leghisti il termine xenofobia significa “paura del diverso”. E i capigruppo della Lega, in Parlamento, hanno sostenuto che i leghisti non hanno paura di nessuno, vogliono solo difendere la “loro gente”.

E, addirittura, i leghisti intendono denunciare Napolitano.

Sono xenofobi i leghisti?

Hanno paura dei “diversi”?

Non lo so.

Io credo che, comunque, siano razzisti.

Secondo il vocabolario on line della Treccani si definisce razzismo: “ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente ‘superiori’, destinate al comando, e di altre ‘inferiori’, destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste…”.

I motivi che spingono i leghisti ad essere razzisti?

Tra questi, forse, non c’è la paura del diverso.

L’importante è che siano razzisti.

E non possono che essere definiti tali.

Lo dimostrano non solo le valutazioni di carattere generale da loro espresse, ad esempio, relativamente ai migranti o ai rom.

Lo dimostrano le decisioni concrete, discriminatorie, che molti amministratori leghisti hanno preso.

Pertanto, i leghisti, forse, non sono xenofobi, ma sono, senza dubbio, razzisti.

Ed essere accusati di razzismo, secondo me, è ancora più grave dell’essere accusati di xenofobia.


Gli errori dell’Anpi sul referendum costituzionale

22 maggio 2016

anpi

L’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani italiani, ha deciso, in una riunione del direttivo nazionale, di sostenere il no al referendum costituzionale che si terrà nel prossimo ottobre. Tale decisione mi sembra sbagliata sia nel merito sia nella forma adottata per la sua attuazione.

Il presidente nazionale dell’Anci, Carlo Smuraglia, può giustamente essere accusato di aver utilizzato dei metodi chiaramente autoritari.

Infatti ha inviato, nel mese di febbraio, una lettera ai responsabili locali dell’associazione, comunicando non solo che l’Anpi aveva deciso di schierarsi per il no alla riforma del Senato, e quindi anche per il no al referendum costituzionale, ma anche che gli associati, i quali, bontà sua, avrebbero avuto sì il diritto di pensarla diversamente e di non impegnarsi in una battaglia in cui non credevano,  non avrebbero potuto compiere atti contrari alla decisione assunta.

Quindi gli aderenti all’Anpi non avrebbero dovuto impegnarsi nei comitati per il sì, né pronunciarsi pubblicamente per il sì.

Io credo che la scelta dell’Anpi sia sbagliata nel merito.

Non ritengo che la riforma del Senato determini quello stravolgimento della Costituzione, quella pesante riduzione dei livelli di democrazia, alla base della decisione dei vertici dell’Anpi.

E molti la pensano come me.

Ma ci possono essere altri che, legittimamente, pur sbagliando, abbiano una posizione opposta alla mia.

Ma la scelta dell’Anpi è inaccettabile per i metodi oggettivamente autoritari che i vertici dell’associazione hanno fino ad ora utilizzato per consentire la sua attuazione.

La lettera di Smuraglia è esplicita: di fatto nessun aderente all’Anpi si può impegnare a sostegno del sì al referendum costituzionale.

Una posizione antidemocratica ed autoritaria che non avrebbe dovuto caratterizzare un’associazione come l’Anpi.

Del resto molti esponenti locali dell’Anpi hanno manifestato il loro dissenso sia nei confronti del contenuto della decisione sia nei confronti dei metodi autoritari utilizzati.

Io spero che i vertici dell’Anpi mutino le loro posizioni.

Quanto meno dovrebbero lasciare liberi i soci, che intendono impegnarsi pubblicamente per il sì al referendum costituzionale, di farlo.

Non sembra essere questa, per la verità, la strada che intendono seguire.

Infatti sono stati deferiti ai probiviri i presidenti provinciali di Bolzano, Trento e Ravenna, che si erano dichiarati contrati alle decisioni dei vertici dell’Anpi.


3 milioni i malati di cancro

19 maggio 2016

tumore

I malati oncologici italiani sono 3 milioni e crescono di oltre 90.000 unità ogni anno. Si calcola che già oggi l’assistenza complessiva a un malato di cancro costa attorno ai 40.000 euro l’anno che, con i farmaci di ultimissima generazione, potrebbe raggiungere i 100.000 euro. Costi insostenibili per il servizio sanitario nazionale che richiedono scelte e decisioni strategiche non più rinviabili. La crisi economico-finanziaria ha riscritto i contenuti dell’assistenza necessaria e possibile, anche per i malati di cancro.

Questi sono alcuni dei contenuti del VIII rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici con cui la Favo (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia) come ogni anno fotografa lo stato dell’arte sulla patologia.

Il rapporto della Favo viene preso in esame in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

“Ogni anno in Italia – si può leggere nel rapporto – il numero di malati oncologici – 3 milioni nel 2015 – cresce di oltre 90.000 unità (+3%), sia per la maggiore incidenza collegata all’invecchiamento della popolazione, ai fattori ambientali e agli stili di vita – sia, fortunatamente, per i progressi nelle terapie che migliorano la sopravvivenza e cronicizzano la malattia.

Per ciascuno di questi pazienti il sistema sanitario spende in media oltre 5.000 euro/anno, importo che cresce a tassi elevati a causa dei nuovi farmaci (+15%/anno) e delle terapie tecnologicamente avanzate. Questi tassi male si conciliano con quelli dell’economia e con la crisi della finanza pubblica”.

“I nuovi farmaci – si legge ancora -, uniti alla possibilità di diagnosi sempre più precoci hanno ‘cambiato i numeri’ delle patologie oncologiche e reso la guarigione un traguardo sempre più raggiungibile.

Secondo i dati pubblicati nel 2014 dall’Airtum, Associazione italiana registri tumori, circa 2,4 milioni di italiani, pari al 4,4% della popolazione, vivono con una diagnosi pregressa di tumore. Di questi, il 60% (vale a dire il 2,7% del totale della popolazione) sono lungo sopravviventi, e cioè pazienti che hanno avuto la diagnosi da più di cinque anni.

Ma il dato più rappresentativo degli effetti del progresso è che il 27% delle persone che vivono dopo una diagnosi di tumore ha raggiunto un’aspettativa di vita simile a quella di chi non ha mai convissuto con una simile patologia”.

In Italia sono stati diagnosticati nel 2015 366.000 nuovi casi di tumore, i decessi sono stati 175.000 ed i pazienti in cura sono stati 3 milioni. Il 27% degli italiani colpiti da tumore può essere definito guarito e la sopravvivenza a 5 anni è passata dal 39% nel 1990-1992 al 57% nel 2005-2007.

“Sui costi dell’oncologia in rapporto alla spesa sanitaria si trovano dati scarsi e poco attendibili – ci dice il rapporto -.

Le fonti più autorevoli riportano una spesa oncologica per cittadino residente di 114 euro lungo tutta la filiera dalla prevenzione al fine vita, il che si tradurrebbe in un’incidenza sulla spesa sanitaria complessiva tutto sommato marginale, pari al 5,8% circa.

Secondo uno studio dell’Irst-Irccs, il costo oncologico è realisticamente almeno 3 volte superiore (oltre 300 euro per cittadino/anno), e si avvia a rappresentare il 20% della spesa sanitaria complessiva”.

“Ma questa carenza di consapevolezza – si legge – su ‘quanto si spende’ per l’oncologia in rapporto a ‘cosa si ottiene’ (il cosiddetto ‘valore’) è significativa, in quanto misurare un fenomeno è sempre il primo passo per governarlo.

Occorre superare le risposte tradizionali, spesso controproducenti nel medio periodo: tagli lineari indiscriminati; riduzioni e sospensioni di attività a fine anno ‘per risparmiare’ sul bilancio; mancati investimenti, con duplicazione dei costi per mobilità dei pazienti e acquisto di prestazioni da strutture private; sottoutilizzo di macchinari ad alto costo, etc.

Lo studio Irst ha rilevato sorprendenti e ingiustificate variazioni negli indicatori e nella spesa oncologica in territori vicini, sintomo di percorsi disomogenei: emblematica la differenza di costo pro capite per farmaci oncologici da un massimo di 55 euro in un distretto a un minimo di 35 euro in un altro”.


35 anni dal referendum sull’aborto: l’obiezione di coscienza non può boicottare la legge 194

17 maggio 2016

aborto aborto sancamillo

Il 17 maggio del 1981 si tenne il referendum per l’abrogazione della legge 194, approvata il 22 maggio 1978, che riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza, a certe condizioni. Il referendum fu sostenuto dal cosiddetto movimento per la vita. Vinsero nettamente i no all’abrogazione, con il 68% dei voti. A 35 anni dal referendum, l’applicazione della legge viene pesantemente ostacolata con il massiccio ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei medici e degli operatori sanitari interessati.

Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute  7 medici su 10 sono obiettori e l’interruzione volontaria di gravidanza è praticata nel 60% delle strutture.

Ma associazioni come Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194) o Vita di Donna denunciano una realtà diversa. La stessa che ha portato il Consiglio d’Europa ad accusare l’Italia di discriminare medici e operatori che non hanno optato per l’obiezione di coscienza.

Per esempio nelle 16 strutture laziali che forniscono il servizio di interruzione volontaria della gravidanza – solo 5 delle quali eseguono anche aborti terapeutici – i medici non obiettori compiono in media 4 interruzioni a settimana a testa, contro una media nazionale dell’1,6.

Senza contare che le donne che scelgono di abortire si imbattono in liste d’attesa che vanno dagli 8 ai 20 giorni se l’interruzione è di tipo chirurgico.

Recentemente, però, si è registrata una novità che potrebbe ridurre gli ostacoli all’attuazione della legge 194, determinati dal massiccio ricorso all’obiezione di coscienza, se quanto deciso all’ospedale San Camillo di Roma si verificasse anche in molti altri ospedali italiani.

Due nuovi ginecologi non obiettori, infatti, varcheranno la soglia dell’ospedale San Camillo di Roma.

La Regione Lazio ha indetto un concorso specifico per assumere due medici dirigenti di Ostetricia e Ginecologia che applichino la legge 194 sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e il primo ha già preso servizio.

Per la prima volta in Italia un ospedale ha messo a bando due posizioni “blindate”, per tutelare il servizio e garantire alle donne il rispetto del proprio diritto di scelta.

“Nel Lazio – ha spiegato il presidente della Regione Nicola Zingaretti – è stata compiuta una vera e propria rivoluzione.

Tenendo conto del numero sempre in aumento degli obiettori di coscienza, ma soprattutto per contrastare la piaga dell’aborto clandestino, abbiamo operato in questi anni per garantire alle donne il diritto di interrompere la gravidanza senza nessun pericolo per la loro salute”.