Chi sono i barboni domestici?

29 giugno 2015

Generalmente i barboni dormono nelle stazioni ferroviarie, lungo le strade delle città più grandi, spesso all’aperto. Ma ci sono anche i cosiddetti barboni domestici. Probabilmente non sono molti. A Roma, ma credo anche in molte altre città italiane, ce ne sono, forse in un numero maggiore di quanto si pensi generalmente.

E chi sono i barboni domestici?

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it ci si occupa di loro.

A Roma i barboni domestici, almeno una parte di loro, sono stati seguiti nell’ambito dell’attuazione del progetto X, promosso dalla Regione Lazio.

Nell’articolo citato si può leggere:

“Dai dati raccolti emerge un profilo piuttosto variegato delle persone seguite.

‘Abbiamo un’ampia costellazione: ex insegnanti, ex dirigenti d’azienda, ingegneri – spiega Fernanda Taruggi coordinatrice del progetto -. A quanto emerge dai dati statistici c’è una buona percentuale in cui sono proprietari di casa, o sono in affitto o nelle cosiddette case popolari. Ci sono parecchie persone benestanti. L’associazione barbone e povertà nel caso del barbonismo domestico non può essere così lineare e diretta’.

Secondo l’esperienza condotta sul campo dagli operatori, le persone seguite dal progetto X sono donne e uomini praticamente in egual misura. Solo una piccola parte di loro sono stranieri, mentre per quanto riguarda le fasce d’età si va dai 50 agli 80 anni, nella maggior parte dei casi, con una buona fetta di 50-60 enni (sono 14 su 39) e non mancano anche alcuni casi tra i 30 e i 40 anni. Più della metà di loro hanno una pensione da lavoro o sociale, meno della metà ha una pensione di invalidità o d’accompagno.

Ma se non mancano casi in cui la disponibilità economica non è un problema, non sono neanche pochi i casi cui misere pensioni sono l’unico mezzo di sostentamento e in taluni casi, manca qualsiasi forma di reddito e si vive di espedienti.

Quel che accomuna quasi tutti, invece, è la solitudine. In quasi tre casi su quattro, la persona presa in carico dal progetto vive da sola e con scarsi rapporti con i familiari, se presenti. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi non sono di nessun supporto, quando solo in un caso su quattro le persone che vivono in questa condizione non presenta patologie. Negli altri casi si va da quelle psichiatriche alle dipendenze”.

Secondo i responsabili del progetto, si tratta di un fenomeno “crescente”, nell’ambito del quale ci sono situazioni, individuali o familiari, spesso sconosciute ai servizi territoriali, che versano in condizione di pieno isolamento e scarsa igiene dell’appartamento, non di rado utilizzato come rifugio e come magazzino per ogni genere di materiale.

Una “realtà sommersa”, spiega Fernanda Taruggi, nascosta dietro una porta chiusa che non sfugge ai condomini o agli amministratori di condominio. Sono proprio loro, spesso, a fare delle segnalazioni che nella maggior parte dei casi arrivano sempre quando la situazione è ormai al limite.

Spesso, infatti, ha spiegato Valter Gallotta, direttore Uoc ospedaliera servizio di diagnosi e cura presso l’ospedale San Giovanni, si confonde il barbonismo con l’avarizia o la pigrizia dei condomini e non viene segnalata per tempo, soprattutto in quei casi in cui i legami familiari sono andati persi per diverse ragioni.

Io credo che occorra impegnarsi di più, prima per accertarsi l’esistenza del fenomeno e poi per intervenire adeguatamente.

Ho infatti l’impressione che il “barbonismo” domestico abbia, attualmente, in Italia una diffusione decisamente maggiore rispetto a quanto si possa pensare e che sia presente anche in città piccole, anche se in queste ultime dovrebbe essere più facile individuarlo.


Italo Calvino: apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

27 giugno 2015

Il 15 marzo del 1980 fu pubblicato da “La Repubblica” uno scritto di Italo Calvino dal titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. A me sembra molto attuale e pertanto ho deciso di riportarlo nel mio blog, interamente.

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale.

Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita.

La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.

Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.

Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone.

In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”.

Intendevo concludere il post con un mio breve commento, ma non ci sono riuscito, perché sarebbe stato del tutto inutile.

Tutto quanto è necessario scrivere l’ha già scritto Calvino.


I neocatecumenali, reazionari e omofobi. Anche una setta?

25 giugno 2015

I neocatecumentali hanno partecipato all’organizzazione del Family Day, a cui hanno partecipato diverse associazioni cattoliche che hanno soprattutto protestato contro il progetto di legge sulle unioni civili che il Parlamento dovrebbe approvare. Il loro leader incontrastato, Kiko Arguello, fondatore del movimento, ha parlato lungamente dal palco e il suo intervento è stato fortemente criticato. Del resto lo stesso movimento neo catecumenale è oggetto, da tempo, di forti critiche.

Cosa ha detto Arguello, secondo www.huffingtonpost.it?

Arguello, durante la sua lunga orazione, ha reso nota la sua personale interpretazione del femminicidio. Ha infatti dichiarato:

“Ci sono tanti casi di questo tipo (femminicidio, ndr), dicono che questa violenza di genere sia causata dalla dualità maschio-femmina ma per noi non è così.

Quest’uomo (si riferisce a un caso di cronaca nera in Svizzera,dove Matthias Schepp ha rapito le figlie e poi si è ucciso, ndr)  ha ucciso le bambine per un’altra ragione. Se quest’uomo è ateo nessuno gli conferisce l’essere come persona, ha solo una moglie che gli dà un ruolo: “Tu sei mio marito” e così lui si nutre dell’amore della moglie.

Ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un’altra donna (ma non è il caso di Matthias Schepp, ndr) quest’uomo può fare una scoperta inimmaginabile, perché questa moglie gli toglie il fatto di essere amato, e quando si sperimenta il fatto di non essere amato allora è l’inferno.

Quest’uomo sente una morte dentro, così profonda che il primo moto è quella di ucciderla e il secondo moto, poiché il dolore che sente è mistico e terribile, piomba in un buco nero eterno e allora pensa: “Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto?”

Allora uccide i bambini. Perché l’inferno esiste. I sociologi non sono cristiani e non conoscono l’antropologia cristiana, il problema è che non possiamo vivere senza essere amati prima dalla nostra famiglia, poi dagli amici a scuola, poi dalla fidanzata e infine da nostra moglie”.

Non è necessario commentare questa parte del discorso di Arguello, peraltro molto pericoloso. Il giudizio fortemente negativo è inevitabile e doveroso.

Fra l’altro Arguello, e il movimento da lui guidato, ha espresso, nel corso del Family Day, posizioni decisamente reazionarie, su vari temi oggetto di attenzione nella manifestazione, e chiaramente omofobe.

Ma come rilevato in un articolo di Andrea Mollica, pubblicato su www.giornalettismo.com., il movimento non è stato esente da critiche, anche in passato.

Mollica fa riferimento soprattutto ad un’inchiesta del settimanale tedesco “Die Zeit”.

Secondo quanto scritto nel settimanale tedesco, il fondatore del Cammino neocatecumenale Kiko Arguello, era un pittore di Madrid che si è convertito ed è diventato un cantore dei poveri. La sua missione è una nuova evangelizzazione del mondo, che avviene attraverso questo momento ecclesiale che propone una fede da vivere in modo assai più aggressivo.

Die Zeit ha raccolto alcuni dei racconti dei fuoriusciti dal Cammino. Uno degli elementi ricorrenti è la liberazione dai cosiddetti idoli, ovvero i beni materiali che deviano la vita dei fedeli. Si tratta di consegnare anche cifre imponenti al Cammino neocatecumenale, che tra l’altro chiede una somma pari al 10% dello stipendio lordo.

Le risorse dei seguaci della comunità vengono così gestite dal catechista, e a Die Zeit un paio di donne hanno raccontato di aver perso così praticamente tutti i loro risparmi.

Un altro punto controverso è la pratica di esorcismi, in cui le donne hanno confessato al settimanale tedesco di esser state costrette a subire violenze psicologiche molto gravose. Comportamenti che trovano un’eco su diversi siti di internet dedicati a questo culto.

I vescovi e il Vaticano hanno talvolta sostenuto il movimento e talvolta lo hanno criticato.

Soprattutto i vescovi italiani, come il Cardinal Martini, hanno accusato questo movimento di essere praticamente un culto evangelico, in particolare nello svolgimento della liturgia.

Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno invece difeso e sostenuto il Cammino Neocatecumenale, anche alla luce del suo crescente consenso all’interno della Chiesa.

Alcuni mesi fa però Papa Francesco ha criticato pubblicamente questo movimento, una prima volta che però secondo Die Zeit non avrà un vero seguito.

Il movimento di Kiko Argüello è troppo potente anche per il nuovo pontefice, che non avrebbe la forza di contrastarlo, secondo il settimanale tedesco.


Salvare Civita di Bagnoregio

22 giugno 2015

Civita di Bagnoregio è un borgo, nel comune di Bagnoregio, nel Viterbese, che per la sua bellezza è sempre più visitato dai turisti. Ma Civita da sempre chiamata “la città che muore”, perché sorge su calanchi, roccia friabile che si sgretola nel tempo e ha bisogno di interventi di tenuta e salvaguardia costanti. Pertanto sono necessarie risorse finanziarie consistenti, quanto meno per realizzare interventi che riducano sensibilmente le frane da cui è colpita Civita. E se tali interventi non si verificheranno è probabile che questo borgo, così giustamente attraente, per la sua unicità, sia destinato effettivamente a morire. E quindi il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti  ha lanciato un appello proprio per consentire che tali interventi siano realmente attuati.

Per firmare l’appello si può cliccare su questo link:

https://www.change.org/p/salviamo-civita-di-bagnoregio

Il testo dell’appello è il seguente:

“Civita di Bagnoregio è una meraviglia paesaggistica italiana e del Lazio che si eleva su una roccia di tufo. Collegata alla valle sottostante solo da un lungo e stretto ponte, racchiude poche case di origine medioevale e un numero esiguo di abitanti.

Un territorio ricco di storia, arte, cultura e tradizioni, quasi congelato nel tempo. Unica nel suo genere, Civita di Bagnoregio è in pericolo. Soprannominata da tempo la ‘Città che muore’, proprio a causa delle continue frane dello sperone di tufo che mettono seriamente a rischio la sua sopravvivenza.

Civita è sola nel difendersi dalle calamità naturali. E oggi ha un estremo e urgente bisogno di manutenzione se non vogliamo privarci per sempre di una sentinella della nostra storia culturale, di un pezzo del nostro patrimonio.

Per questo il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha sollecitato un appello da rivolgere all’Unesco: perché conceda a Civita e alla Valle dei Calanchi il riconoscimento di ‘Patrimonio dell’Umanità’”.

Infatti, aggiungo io, l’ottenimento di tale riconoscimento, peraltro più che meritato, è il presupposto perché possa essere ottenuti fondi consistenti, provenienti da varie istituzioni internazionali e da diversi Paesi.

In oltre 7.000 hanno firmato per ora l’appello. Lo hanno fatto anche alcuni personaggi illustri, da Giorgio Napolitano a Bernardo Bertolucci, da don Luigi Ciotti a Umberto Veronesi, a Umberto Eco.

Il ministro alla Cultura Enrico Franceschini ha dichiarato, inoltre, di volersi impegnare affinchè l’obiettivo dell’appello sia raggiunto.

Io invito tutti a firmare l’appello in questione.

Sarebbe comunque opportuno che Franceschini si impegnasse affinchè anche da parte del governo siano concessi fondi per salvare Civita e affinchè si verifichi la possibilità che per Civita sia approvata una legge speciale che garantisca finanziamenti costanti.

Del resto, in passato, per salvare Orvieto, la mia città, e Todi, anch’esse colpite da frequenti frane, furono approvate alcune leggi speciali, grazie alle quali furono attuati interventi che hanno impedito il verificarsi di ulteriori frane, ed inoltre vengono costantemente realizzate le opere di manutenzione necessarie, a seguito dell’impegno profuso dalla Regione dell’Umbria.

Quindi anche la Regione Lazio dovrebbe fare la sua parte.


I francesi sono invidiosi degli italiani?

20 giugno 2015

E’ ormai noto che i francesi stanno impedendo, a Ventimiglia, ai migranti provenienti dall’Italia di entrare nel loro Paese. Non che prima fosse facile per gli immigrati recarsi in Francia ma, nelle ultime settimane, i gendarmi francesi hanno accresciuto la loro rigidità. Questa situazione, oltre a creare ovvi problemi ai migranti, ha messo in evidente difficoltà le autorità italiane, in primo luogo il Comune di Ventimiglia.

Quali sono le cause di questo comportamento dei francesi?

Possono essere diverse.

Si potrebbe sostenere anche che i francesi intendono creare problemi alle autorità italiane perché sono invidiosi per i risultati che in passato, e inoltre recentemente, le squadre di calcio del nostro Paesi hanno ottenuto nei confronti di quelle francesi.

Viene ancora ricordata molto bene dai tifosi italiani e francesi, la vittoria dell’Italia sulla Francia, ottenuta ai rigori, nel campionato mondiale di calcio del 2006.

Quest’anno poi, ancora una volta, la squadra del Paris Saint Germain, nonostante i notevoli investimenti degli arabi, ha fallito nella Champions League, mentre la nostra Juventus è arrivata in finale.

Questa possibile causa può sembrare improbabile a molti, ma io non la escluderei completamente. Chissà…

Altre cause possono essere ipotizzate.

La volontà del governo “socialista” di Hollande di “mostrare i muscoli” nei confronti dei migranti, considerando che sono vicine le elezioni regionali e che, in quella occasione, una forte concorrenza potrà essere esercitata dal Fronte nazionale di Marine Le Pen e dal partito di Sarkozy, il nuovo partito repubblicano, entrambi decisamente contrari alla possibilità che aumenti considerevolmente il numero degli immigrati presenti in Francia.

Del resto il governo di Hollande è molto debole e quindi è comunque probabile che i socialisti, nelle prossime elezioni regionali, subiscano una pesante sconfitta  e Hollande le sta tentando tutte quanto meno per limitare le dimensioni della sconfitta.

E poi ancora, il governo francese è decisamente contrario all’attuazione di una vera politica unitaria dell’Unione europea  sui temi di maggiore rilievo, da quelli economici a quelli dell’immigrazione, a quelli internazionali, privilegiando un rapporto diretto con il governo tedesco, ritenendo che in questo modo l’Unione europea possa soddisfare meglio gli interessi della Francia e dimenticando che l’Unione europea dovrebbe tendere a perseguire gli interessi di tutti i Paesi membri e che solo così si potrà far crescere l’importanza dell’Unione e quindi anche di tutti i Paesi che ne fanno parte.

Infine il solito sciovinismo dei francesi che sembra non morire mai, può aver esercitato una certa influenza.

Quindi confermo la mia opinione sulla possibilità che le cause siano diverse.

Ma se si può discutere sulle cause, non si può avere dubbi sul fatto che il comportamento delle autorità francesi nei confronti dei migranti, e indirettamente dell’Italia, di queste ultime settimane, sia inaccettabile.

Fra l’altro, occorre riconoscere che è importante la libertà di pensiero, come fu dimostrato dalla grande manifestazione in occasione della strage avvenuta ai danni della redazione della rivista Charlie Hebdo, a cui parteciparono i rappresentanti di molti Paesi, ma che è altrettanto importante la libertà di circolazione, anche dei migranti, all’interno dei Paesi che fanno parte dell’Unione europea.

E i francesi sembrano essersi dimenticati dell’importanza di quest’altra libertà.


Per Amnesty International i leader del mondo abbandonano i rifugiati al loro destino

17 giugno 2015

Secondo quanto denunciato da Amnesty International, è del tutto evidente che i leader del mondo abbandonano i rifugiati al loro destino: condannano milioni di loro a una vita di miserie e migliaia a morire.

La denuncia di Amnesty è determinata da queste considerazioni iniziali:

quella in corso è la peggiore crisi dei rifugiati dalla seconda guerra mondiale;

un milione di rifugiati ha disperatamente bisogno di essere reinsediato;

quattro milioni di rifugiati siriani lottano per la sopravvivenza in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto;

nell’Africa sub-sahariana si trovano oltre tre milioni di rifugiati e dal 2013 solo a una piccola parte di loro è stato offerto il reinsediamento;

nel mar Mediterraneo sono annegate 3.500 persone nel 2014 e 1865 dall’inizio del 2015;

nei primi tre mesi del 2015, 300 persone sono morte nel mar delle Andamane a causa della fame, della disidratazione e della violenza degli equipaggi delle navi su cui erano a bordo.

Nel corso della presentazione a Beirut di un rapporto nel quale si analizza la drammatica situazione dei rifugiati, Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, ha dichiarato: “Stiamo assistendo alla peggiore crisi dei rifugiati dei nostri tempi, in cui milioni di donne, uomini e bambini lottano per sopravvivere tra guerre brutali, reti di trafficanti e governi che perseguono interessi politici egoisti invece di mostrare la minima compassione umana”.

“Questa crisi dei rifugiati è una delle sfide cruciali del XXI secolo ma finora la risposta della comunità internazionale è stata vergognosamente fallimentare.

C’è bisogno di un radicale cambiamento nelle politiche e nelle prassi per creare una strategia globale complessiva e coerente” – ha aggiunto Shetty.

A Beirut, Amnesty International ha presentato una proposta per rafforzare il sistema della protezione dei rifugiati e ha sollecitato gli Stati a impegnarsi concretamente al rispetto dei loro obblighi giuridici e a battersi per una condivisione internazionale delle responsabilità.

Tra le azioni che Amnesty International chiede ai governi di intraprendere, vi sono le seguenti:

l’impegno a reinsediare complessivamente, entro i prossimi quattro anni, il milione di rifugiati che attualmente necessita di reinsediamento;

l’istituzione di un fondo globale per i rifugiati che possa rispondere a tutti gli appelli delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e fornire sostegno finanziario ai paesi che ospitano grandi numeri di rifugiati;

la ratifica globale della convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato;

lo sviluppo di procedure nazionali eque per esaminare le richieste di asilo e garantire che i rifugiati abbiano accesso ai servizi di base, quali l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

“Il mondo non può più stare a guardare mentre paesi come il Libano e la Turchia sopportano un peso così ingente. Nessun paese dovrebbe essere lasciato solo a gestire un’enorme emergenza umanitaria, scarsamente aiutato dagli altri, solo perché si trova al confine con un paese in conflitto” – ha proseguito Shetty.

“I governi di tutto il mondo hanno il dovere di assicurare che le persone non muoiano mentre cercano la salvezza.

E’ fondamentale che offrano un riparo sicuro ai rifugiati disperati istituendo un fondo globale per i rifugiati e prendendo misure efficaci per portare in giudizio le reti criminali dei trafficanti.  E’giunto davvero il momento di rafforzare la protezione per i rifugiati, altrimenti il mondo si renderà complice di una tragedia evitabile” – ha rilevato poi Shetty.

“Dal mar delle Andamane a quello del Mediterraneo, chi cerca disperatamente la salvezza trova la morte.

L’attuale crisi dei rifugiati non sarà risolta a meno che la comunità internazionale non riconosca che si tratta di un problema globale che richiede da parte degli stati maggiore cooperazione a livello globale.

Nei prossimi giorni, l’Unhcr presenterà i suoi dati annuali sui rifugiati e probabilmente scopriremo che la crisi sta andando ancora peggio.

E’ tempo di agire” – ha concluso Shetty.

Certo è tempo di agire.

Infatti l’analisi di Amnesty International è ampiamente condivisibile.

Ma pochi governi e poche istituzioni internazionali la condividono davvero.

Quanto meno i loro comportamenti risultano essere non all’altezza della drammaticità della situazione.

Un solo esempio, sconfortante: il governo ungherese ha deciso di erigere un muro lungo tutto il confine con la Serbia per ostacolare il passaggio dei migranti che, in gran parte possono avere lo status di rifugiati.

Il muro di Berlino, dopo molti anni, è stato abbattuto, ma in Europa si vogliono costruire altri muri.

E’ inaccettabile.


Scabbia, non c’è nessuna epidemia

15 giugno 2015

Fra i migranti in attesa di partire dall’Italia presso la stazione ferroviaria di Milano sono stati riscontrati alcuni casi di scabbia. Questa notizia ha destato, in parte della popolazione italiana, un notevole allarme, del tutto ingiustificato però. Non c’è in atto nessuna epidemia di scabbia, infatti, come ha sostenuto il direttore generale del ministero della Salute, che si occupa di prevenzione, Ranieri Guerra.

Cosa ha affermato Guerra?

“Nel 2015 i casi di scabbia rilevati dai medici di confine negli sbarchi degli immigrati, sono circa il 10%: 4.700 casi di scabbia su 46.000 individui in arrivo nei porti italiani.

Non si tratta di un’epidemia ma di una patologia dermatologica banale per la quale esiste una terapia a basso costo”.

Guerra ha inoltre evidenziato il generale peggioramento, rispetto allo scorso anno, delle condizioni sanitarie dei migranti in arrivo, così che sono cresciute le ospedalizzazioni per stati febbrili, le polmoniti, i traumi, gli interventi pediatrici, e sono già 323 le gravidanze registrate dall’inizio dell’anno.

Però non c’è nessun allarme scabbia, anche perché, ha osservato Guerra, “non è bella da vedere, ma è una patologia banale, con un acaro che crea prurito, e chi si gratta finisce per infettarsi con altri batteri, tanto più in mancanza di acqua e condizioni igieniche sufficienti.

Ma si guarisce con un trattamento singolo, che solo nei casi più manifesti va ripetuto per debellare definitivamente una patologia che è frutto di trasferimenti ammassati e di massicci arrivi.

Finchè i migranti sono nei campi di assistenza – ha sottolineato – la terapia contro la scabbia viene data, il problema può sorgere nella continuità assistenziali. Nelle stazioni andrebbe richiesto l’intervento delle strutture sanitarie territoriali”.

Sarebbe bene quindi che i media e gli esponenti politici prima di destare un ingiustificato allarme fra la popolazione si informassero davvero su qual è la situazione reale circa la diffusione e le caratteristiche di questa malattia.

Io credo però che molti, seppure informati, intendono volutamente diffondere notizie del tutto false per generare paura fra i cittadini, per strumentalizzare politicamente una vicenda, come quella della presenza di un numero notevole di immigrati in Italia, che si presta molto bene ad essere usata a fini politici.