30 anni dall’assassinio di Pio La Torre

29 aprile 2012

Il 30 aprile 1982, fu assassinato Pio La Torre, a causa del suo forte impegno contro le mafie. Sono passati quindi 30 anni. I giovani probabilmente nemmeno lo conoscono e i meno giovani, almeno una parte, se lo sono dimenticati. Per questo ritengo opportuno ricordarlo e questo è anche il mio modo di festeggiare il 1° maggio, poiché La Torre è stato anche un dirigente della Cgil e fu molto attivo nel movimento dei contadini che, agli inizi degli anni ’50 si battè, in Sicilia, per l’occupazione delle terre, con l’obiettivo di costituire delle cooperative agricole, tanto attivo che fu arrestato, rimanendo in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951.

Innanzitutto una sua breve biografia, riprendendo alcune parti di quanto a lui dedicato da Wikipedia:

“Nacque il 24 dicembre del 1927 nella frazione di Altarello di Baida del comune di Palermo in una famiglia di contadini molto povera.

Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, finendo anche in carcere, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano….

Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale, succedendo a Emanuele Macaluso.

Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione della commissione agraria e poi di quella meridionale.

Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato, e subito in Parlamento si occupò di agricoltura.

Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall’associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96).

Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia…

Alle 9,20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito.

Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un’auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio.

Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere…

Al funerale presero parte centomila persone tra cui Enrico Berlinguer, il quale fece un discorso.

Poco dopo l’omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati.

Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l’istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra.

Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi….”.

Pertanto, proprio perché il più probabile movente dell’assassinio di La Torre fu la proposta di legge appena citata, è bene delinearne le sue principali caratteristiche.

Sempre su “Wikipedia” è possibile leggere:

“Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all’art. 416 c.p. (associazione per delinquere), ma tale fattispecie è ben presto risultata inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafia. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve ne erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all’applicazione dell’art. 416.

Il 3 settembre 1982, l’uccisione del generale Dalla Chiesa e la successiva reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica, portò lo Stato nel giro di venti giorni a formulare e introdurre l’art. 416 bis, tramite la legge 646 del 13 settembre 1982, detta ‘Rognoni-La Torre’, dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e perseguendo l’obiettivo di porre freno al problema mafia.

La nuova fattispecie prevede l’individuazione dei mezzi e degli obiettivi in presenza dei quali ci si trova di fronte ad una associazione di tipo mafioso. Il legislatore per la prima volta nel 1982 dà una definizione del concetto di mafia.

Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa una associazione è la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti, acquisire il controllo o la gestione di attività economiche, autorizzazioni, concessioni, appalti o altri servizi pubblici, procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri
limitare il libero esercizio del diritto di voto, procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Gli ultimi due obiettivi sono stati inseriti nel 1992 nell’ambito delle misure adottate a seguito delle stragi di Capaci (attentato a Giovanni Falcone) e di Via D’Amelio (attentato a Paolo Borsellino).

L’art. 416 bis dispone inoltre la confisca dei beni, nonché l’applicabilità di tale fattispecie anche nell’ipotesi di camorra o di altre associazioni riconducibili a quelle di tipo mafioso, comunque localmente denominate”.

In un articolo pubblicato su www.narcomafie.it don Luigi Ciotti, presidente e fondatore dell’associazione  Libera, descrive le linee generali della seconda legge che prevedeva la confisca dei beni dei mafiosi, approvata nel 1996, che fu però ispirata dalla legge Rognoni-La Torre:

“Mi ricordo bene i mesi, densi di speranze e intensi nell’impegno, che hanno portato all’approvazione della legge 109.

Era la primavera del 1995: il progetto di Libera muoveva i suoi primi passi, stringeva i primi legami sul territorio. ‘Narcomafie’ invece esisteva già da un paio d’anni, e proprio quell’avventura, capace di costruire in poco tempo un’attenzione nuova intorno ai temi del crimine organizzato, una nuova consapevolezza e voglia di ‘esserci’, ci aveva convinti che era importante continuare su quella strada.

Era il momento però per un cambio di passo: si trattava di coinvolgere sempre più i ‘non addetti ai lavori’, di convincere la gente comune che per sconfiggere le mafie non sarebbero mai bastati gli arresti e i processi, ma serviva uno sforzo più collettivo: culturale, sociale, politico.

La scelta di scommettere sull’uso sociale dei beni confiscati puntava sul doppio valore, materiale e simbolico, di quei beni.

Alla base c’era il desiderio di realizzare, nel modo più incisivo, la grande aspirazione di Pio La Torre (che 13 anni prima aveva ispirato la prima legge in materia). Cioè restituire i beni dei mafiosi alla società, trasformarli da ricchezze illecite ed esclusive in beni condivisi, opportunità e diritti per tante persone…”.

Se dovessimo partecipare ad un corteo in memoria di Pio La Torre, come spesso succedeva nelle manifestazioni che si svolgevano negli anni  ‘70 e ‘80, avremmo gridato “ Pio La Torre è vivo e lotta insieme a noi”. Questo sarebbe stato solo uno slogan, però nel caso di La Torre molto di più: è profondamente vero che l’impegno di La Torre ha rappresentato un modello che è stato seguito da molti dopo di lui. E quindi il suo ricordo si è tradotto in numerosi atti concreti, che hanno visto coinvolte migliaia di persone, le quali prendendo spunto dalla lezione di La Torre si sono battuti con forza contro le mafie ed hanno ottenuto anche dei risultati positivi. Si deve continuare così.


Draghi sarebbe stato un premier migliore di Monti

27 aprile 2012

Anche alla luce delle recenti dichiarazioni rilasciate dall’attuale presidente della Bce, in un’audizione presso la commissione Affari Economici del Parlamento europeo, nell’ambito delle quali ha avanzato la proposta di un “patto per la crescita”, io credo proprio che se fosse stato Mario Draghi a diventare presidente del consiglio, invece che Monti, la sua politica, soprattutto quella economica, sarebbe stata decisamente migliore rispetto a quella che è stata portata avanti fino ad ora dal professore bocconiano.

L’ipotesi di un Mario Draghi presidente del consiglio fu avanzata già nei primi mesi del 2011, quando alcuni osservatori, più consapevoli della crisi economica che attraversava l’Italia, nonostante le rassicurazioni di cui, colpevolmente, si fecero portatori sia Berlusconi che il suo ministro dell’Economia Tremonti, ritenevano già allora che fosse necessario dare vita a un nuovo governo, guidato da un tecnico.

E fu proposto che il candidato ideale come nuovo premier fosse proprio Draghi, allora governatore della Banca d’Italia. Del resto, diversi anni prima, diventò presidente del  Consiglio un altro governatore di Bankitalia, il mai dimenticato Carlo Azeglio Ciampi, successivamente nominato presidente della Repubblica.

Quando Draghi fu nominato presidente della Bce, in sostituzione di Trichet, quell’ipotesi cadde, ovviamente, e, sembra che, anche per questo motivo, Berlusconi apprezzò quella nomina perché un suo possibile antagonista fu escluso dal novero dei candidati alla sua sostituzione.

In seguito Berlusconi diede le dimissioni da premier e Napolitano incaricò Mario Monti per succedergli come nuovo presidente del Consiglio.

Perché ritengo che se fosse diventato premier Draghi avrebbe fatto molto meglio di Monti?

Soprattutto perché Draghi era ed è un keynesiano, quindi più disponibile, in periodi di elevata disoccupazione, a rilevare la necessità di politiche espansive, e comunque non contraddistinte da un eccessivo rigore fiscale, per favorire la crescita economica e la riduzione della disoccupazione. Invece Mario Monti può essere definito un neoliberista, più incline a perseguire il pareggio del bilancio pubblico e a mettere in secondo piano l’obiettivo di una forte crescita dell’occupazione.

A tale proposito è bene ricordare che Mario Draghi nel 1970 conseguì la laurea in Economia presso l’Università La Sapienza di Roma, e ha avuto come relatore il professor Federico Caffè. In seguito continuò gli studi presso il Massachusetts Institute of Technology con Franco Modigliani e Robert Solow.

Fu un allievo di Caffè e Caffè, come del resto Modigliani e Solow, due fra gli economisti più importanti a livello mondiale che ci sono stati negli ultimi decenni, era un convinto keynesiano.

Del resto alcune dichiarazioni che Draghi ha rilasciato, in occasioni molto importanti, avvalorano la mia tesi che, se fosse diventato premier, egli avrebbe ottenuto risultati migliori e avrebbe perseguito obiettivi più importanti, in politica economica soprattutto, rispetto a quanto ha dimostrato di saper fare fino ad ora Mario Monti.

Nell’audizione presso la commissione Affari Economici, che risale a pochi giorni or sono, ha rilasciato dichiarazioni molto significative. Così si può leggere in un comunicato emesso dall’agenzia Agi:

“Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che dopo l’approvazione del patto di bilancio (fiscal compact) ‘adesso dobbiamo avere un patto per la crescita’ (growth compact), parlando in un’audizione al Parlamento europeo a Bruxelles…

‘Il consolidamento fiscale attuato solamente sulla base dell’aumento delle tasse è sicuramente recessivo,’ ha detto Draghi durante un’audizione al Parlamento europeo a Bruxelles, aggiungendo che è invece necessario portare avanti una riduzione delle spese.

‘In condizioni di urgenza ed estrema tensione si aumentano le tasse perchè è più facile aumentare le tasse che ridurre le spese,’ ha ammesso Draghi, mettendo in guardia però dal rischio di effetti recessivi sull’economia…

L’inflazione è bassa e ‘restera’ bassa’: secondo Draghi, la politica monetaria dell’istituto centrale non e’ quindi da considerare ‘troppo restrittiva’. “Al momento giusto – ha detto durante il dialogo monetario all’Europarlamento – la liquidità immessa arriverà all’economia reale”.

In un articolo comparso su www.corriere.it, furono riportate alcune affermazioni che Draghi fece a proposito di una manifestazione tenutasi a Roma alcuni mesi or sono e a cui partecipò un notevole numero di giovani:

“‘Hanno ragione’. ‘I giovani, hanno ragione a prendersela con la finanza come capro espiatorio’.

Mario Draghi governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, commenta così la manifestazione di Roma contro le banche degli Indignati. I ‘Draghi ribelli’ si fanno chiamare e la definizione non dispiace al governatore.

‘La notizia oggi non è a Parigi, ma a Roma’, dice prima di partecipare ai lavori del vertice dei ministri finanziari e dei governatori del G20 sulle strategie da attuare per arginare crisi che si svolgono nella capitale francese.

‘Siamo arrabbiati noi contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti, trenta anni. Hanno aspettato, aspettano tanto. Per noi non è stato così’, aggiunge il governatore che sulle difficoltà dei giovani a trovare un lavoro ha dedicato gli interventi più recenti….”.

Di un articolo di Nicoletta Cottone, sull’ultimo discorso pronunciato da Draghi come governatore della Banca d’Italia, possono essere riportate alcune parti anch’esse emblematiche riguardo alle valutazioni di Draghi realtivamente alla crisi economica italiana:

“Tornare alla crescita, sconfiggendo gli interessi corporativi che opprimono il Paese. Riconducendo il bilancio pubblico al pareggio, ricomponendo la spesa pubblica a vantaggio della crescita, riducendo il fisco che grava sui tanti lavoratori e imprenditori onesti con i proventi della lotta all’evasione fiscale.

Queste le linee guida del Governatore della Banca d’Italia uscente, Mario Draghi, nelle ultime Considerazioni finali all’Assemblea ordinaria dei Partecipanti, il tradizionale discorso rivolto a banchieri, imprenditori, autorità e istituzioni…

Per il Governatore andrebbero ridotte ‘in misura significativa’ le aliquote fiscali elevate che gravano sui redditi dei lavoratori e sulle imprese. Come? ‘Compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l’Amministrazione ha recentemente conseguito’…

La spesa pubblica deve contrarsi. ‘Senza sacrificare la spesa in conto capitale – ha spiegato Draghi – oltre quando già previsto nello scenario tendenziale e senza aumentare le entrate, la spesa primaria corrente dovrà però ancora contrarsi, di oltre il 5% in termini reali nel triennio 2012-2014, tornando in rapporto al Pil, sul livello iniziale del decennio’…

‘Più e meglio preparate, le donne trovano più difficilmente lavoro e guadagnano di meno. Per Draghi la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un ‘fattore cruciale di debolezza del sistema’…

Eppure in Italia l’occupazione femminile è ferma al 46%, venti punti in meno di quella maschile, è più bassa che in quasi tutti i Paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli; e le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10% a quella maschili’…

‘La concorrenza stenta a propagarsi al settore dei servizi – ha sottolineato Draghi – specie quelli di pubblica utilità. Non si auspicano privatizzazioni senza controllo ma un sistema di concorrenza regolata, in cui il cliente, il cittadino, sia più protetto.

La sfida della crescita non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi monopolistici in altri settori deprimono l’occupazione e minano la competitività complessiva del paese’…”.

Quanto ho scritto fino ad ora nel post dimostra chiaramente, a mio avviso, la validità della tesi sostenuta all’inizio: Draghi, se fosse stato premier, avrebbe attuato una politica economica senza dubbio diversa da quella che ha contraddistinto l’azione di governo di Monti, non caratterizzata da un eccessivo rigore fiscale e molto più attenta a promuovere la crescita economica e la riduzione della disoccupazione, in primo luogo quella giovanile.


Malaria, 2 milioni di morti ogni anno

26 aprile 2012

Ieri era la giornata mondiale contro la malaria. E’ stata anche l’occasione per fare il punto sulla diffusione nel mondo di questa terribile malattia. E nonostante i progressi compiuti nelle cure, ogni anno la malaria causa la morte di più di 2 milioni di persone, soprattutto bambini sotto i 5 anni e donne incinte, come si rileva in una nota pubblicata su www.confinionline.it.

In questa nota si può leggere “L’infezione viene trasmessa con il semplice morso di una zanzara infettata da uno dei quattro parassiti malarici, il più aggressivo dei quali è il Plasmodium Falciparum, molto diffuso in Zimbabwe che in Myanmar.

Insieme alla tubercolosi e all’Aids, l’infezione malarica è una delle maggiori sfide allo sviluppo dei Paesi poveri. Senza vaccino e con un parassita che diviene sempre più resistente ai farmaci, la prevenzione si dimostra oggi l’arma più efficace”.

Nella nota citata si aggiunge “La mancanza di conoscenze sanitarie, le scarse condizioni igieniche e la povertà causano nel 70% delle donne anemia e questo crea serie complicazioni soprattutto alle donne gravide.

Particolarmente allarmante è inoltre il tasso di mortalità infantile e quello dei bambini al di sotto dei cinque anni di età”.

In occasione della giornata mondiale, Msf (medici senza frontiere) hanno emesso un comunicato, pubblicato sul sito www.medicisenzafrontiere.it, nel quale è stata denunciata la situazione molto grave che colpisce la Repubblica Democratica del Congo. Vi è, in quel paese, una vera e propria epidemia. Infatti i casi di malaria si sono triplicati dal 2009.

Nel comunicato di Msf fra l’altro si rileva “Il massiccio incremento dei casi di malaria nella Repubblica Democratica del Congo sta travolgendo i sistemi di cura e prevenzione esistenti.

L’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere chiede che vengano dispiegate e rafforzate le misure di risposta a quest’emergenza.

La maggior parte dei centri sanitari e degli ospedali di Msf in Congo hanno registrato un marcato aumento nei casi di malaria, anche nella sua forma grave.

In sei province (metà del vasto Paese), il numero di persone curate per la malaria nei progetti di Msf è cresciuto del 250% dal 2009.

Questa epidemia è particolarmente allarmante a causa del numero elevato di pazienti affetti da malaria grave che necessitano di trasfusioni di sangue e ricovero urgente per l’anemia indotta dalla malattia.

Di fronte a questa crisi su vasta scala, Msf ha annunciato di non essere in grado di rispondere da sola all’emergenza…”.

Jorgen Stassijns, specialista di malaria per Msfa, ha dichiarato “Ma il trattamento al di fuori delle città resta particolarmente difficile, a causa dell’ inaccessibilità geografica.

In alcune zone l’assistenza sanitaria è semplicemente inesistente. Anche quando il trattamento è disponibile, i farmaci sono talvolta inadeguati od obsoleti”.

Nel comunicato di Msf così si prosegue “In risposta alla massiccia epidemia, Msf ha inviato équipe mediche di emergenza aggiuntive in quattro province della repubblica del Congo.

Nel 2009, Msf ha curato più di 45.000 persone con la malaria. Nel 2011, sono state trattate più di 158.000 persone. Finora, nel 2012, sono state trattate più di 85.000 persone.

Mentre le cause esatte dell’epidemia restano incerte, questa nuova crisi si svolge nel contesto di un sistema sanitario gravemente carente di risorse a tutti i livelli. Il paese manca di farmaci adeguati, forniture mediche, e personale medico qualificato. La prevenzione della malaria e i sistemi di controllo sono carenti”.

Così si conclude nel comunicato “La risposta di Msf all’emergenza sta salvando vite a breve termine, ma nel lungo periodo l’organizzazione non può affrontare la crisi da sola.

Msf esorta il governo congolese e le altre organizzazioni sanitarie (nazionali e internazionali) a prendere misure rapide e sostenibili di prevenzione e trattamento per combattere questo flagello.

La malaria è la principale causa di morte nella Repubblica Democratica del Congo e uccide circa 300.000 bambini sotto i cinque anni, ogni anno”.

In una nota pubblicata su www.themedicalinformer.net sono contenute altre informazioni sulla diffusione della malaria “Sono oltre cento le nazioni ancora colpite in maniera preponderante dalla parassitosi malarica.

Il rischio varia a seconda delle stagioni, dei luoghi e dell’altitudine.

In Europa solo in alcune località della Grecia, nella zona della Laconia, il parassita sopravvive ma con un rischio davvero minimo.

In Asia la situazione è più complessa, a partire dalla Turchia dove la malaria sopravvive in alcune zone del sud-est, mentre in Cina la malaria è ancora presente nelle zone rurali.

In pericolo tutta la zona del Sud-est asiatico, dalla Thailandia alla Cambogia, passando per il Laos, la Birmania e le Filippine.

In India massima attenzione per tutte le stagioni al di sotto dei 2.000 metri.

Attenzione in Sud Africa ma soprattutto a tutta la parte subsahariana dell’Africa, dove la malaria è ancora tra le principali cause di degenza e morte, mentre i rischi sono contenuti nella parte settentrionale dell’Africa.

In Sud America a rischio alcune zone di confine tra Argentina, Bolivia, e Paraguay. In Ecuador al di sotto dei 1.500 metri. Moderata la presenza in Brasile e attenzione in alcune zone di Messico, Guatemala e Repubblica Dominicana, dove il rischio di contrarre il parassita esiste soprattutto ai confini con Haiti, nazione purtroppo piagata dalla povertà.

In Oceania la presenza è ridotta in alcuni arcipelaghi e in Papa Nuova Guinea”.

Non c’è molto da commentare. Non c’è alcun dubbio però che 2 milioni di morti ogni anno per la malaria sono decisamente troppi. E non c’è alcun dubbio che, come rilevato da Medici senza frontiere, la situazione che si verifica in Congo è particolarmente preoccupante. Per il Congo l’appello di Msf deve essere, quanto prima, accolto e in questo caso si devono mobilitare soprattutto le organizzazioni sanitarie, in primo luogo quelle internazionali. Più in generale deve essere attuata una politica sanitaria, che non può non riguardare anche e soprattutto i governi dei paesi più ricchi e le organizzazioni sanitarie internazionali, molto più efficace di quella attuale, perché si deve, o meglio si dovrebbe, necessariamente, ridurre in misura considerevole, nel breve periodo, il numero delle morti per malaria. Spero che la giornata mondiale di ieri sia servita anche a questo.


E’ in pericolo la salute degli italiani

24 aprile 2012

E’ stata presentata a Roma la IX edizione del rapporto “Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane” elaborato da 175 ricercatori dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane del Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Le principali conclusioni a cui perviene il rapporto sono piuttosto allarmanti: l’Italia è sempre più malata, ma la risposta del servizio sanitario nazionale diminuisce. Infatti mentre aumentano i fattori di rischio, diminuisce infatti la risposta dei servizi pubblici e le Regioni risparmiano sulla prevenzione. E’ legittimo pertanto sostenere che la salute degli italiani sia in pericolo. Una sintesi piuttosto efficace del rapporto è contenuta in un articolo pubblicato su www.quotidianosalute.it.

“È un quadro molto preoccupante quello fotografato dalla IX edizione del Rapporto Osservasalute…

La salute degli italiani, infatti, si trova ora più che mai sotto il fuoco incrociato della crisi economica e, sebbene gli effetti di questa congiuntura negativa si rendano manifesti con una certa latenza di tempo, salta già agli occhi come gli italiani, pressati dalle restrizioni economiche, comincino a risparmiare su azioni preventive di base quali una sana alimentazione e lo sport.

Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventa un lusso per pochi (per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate/giorno – 4,8% contro il 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008; a mangiarne di più sono coloro che spesso consumano i pasti a mensa che si conferma come luogo maggiormente associato al consumo di verdure, frutta e ortaggi)…

Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (l’uso di antidepressivi è cresciuto di oltre quattro volte in una decade, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010), come effetto anche di un disagio diffuso dilagante, scatenato dalle difficoltà socio-economiche…

Nondimeno, la salute degli italiani resta tutto sommato ancora buona grazie alla ‘rendita’ a loro disposizione, merito, per esempio, della tradizione della dieta mediterranea.

Ma, come tutte le rendite non ben gestite, rischia di erodersi rapidamente: gli italiani sono, infatti, sempre più grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti è in eccesso ponderale, contro il 45,4% del 2009), anziani (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e colpiti da malattie croniche.

Per di più le scelte in ambito di politica sanitaria rischiano di peggiorare le cose…”.

In alcune dichiarazioni sono evidenti i motivi alla base degli effetti negativi provocati dalla politica sanitaria che si sta seguendo.

Ha infatti dichiarato Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma “Le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria  hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012; all’introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilità, infanzia, e altri aspetti che vanno poi a incidere sulla nostra salute”.

E i tagli sono stati molto pesanti: nel triennio 2007-2010 l’effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando però un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%. E nel futuro sarà sempre peggio: è stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 la differenza tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici, che presumibilmente il servizio sanitario nazionale avrà a disposizione.

E si rileva nell’articolo preso in esame “Le evidenze epidemiologiche dimostrano, invece, la necessità di rafforzare (o almeno non tagliare) le politiche per la salute poiché i tagli potrebbero innescare un aumento di spesa socio-sanitaria a carico delle famiglie col pericolo di aumentare quelle a rischio povertà (oggi il 7,6% di esse), a fronte di una quota di oltre il 15,5% di povertà accertata assoluta/relativa”.

E Eugenio Anessi Pessina, docente di Economia Aziendale e Public Management presso l’Università Cattolica, ha affermato “I dati a disposizione paiono comunque confermare una certa efficacia delle iniziative di contenimento della spesa: il 2010 si è caratterizzato per una crescita molto contenuta della spesa pubblica pro capite (+0,66%), che mantiene l’Italia al di sotto della media Ue-15 sia in termini pro capite, sia (malgrado l’incapacità di crescere dell’economia italiana) in rapporto al PIL; i disavanzi permangono, ma sono ormai ridotti a livelli molto circoscritti, almeno in termini di valori medi nazionali (nel 2010, circa 39 euro pro capite, pari a 2% del finanziamento e 0,15% del PIL).

Tutto ciò riflette e sintetizza un profondo mutamento negli atteggiamenti delle aziende rispetto ai vincoli economico-finanziari: se in passato i vincoli venivano spesso giudicati irrealistici e non incidevano sugli effettivi comportamenti aziendali, generando circoli viziosi di generazione e copertura dei disavanzi, oggi gli stessi vincoli sono giudicati pienamente credibili e condizionano fortemente le scelte gestionali”.

La questione più critica, però, concerne gli effetti sull’equità. Già in tempi relativamente floridi l’equità era passata in secondo piano rispetto al binomio “efficacia-efficienza”; ora, a maggior ragione, è messa a rischio dalla necessità di “tagliare la spesa”, si osserva ancora nell’articolo.

E così si conclude “Particolarmente critiche sono le prospettive per l’equità intergenerazionale, per effetto sia del sostanziale blocco degli investimenti (cui contribuisce anche la frequente incapacità di spendere bene i limitati fondi disponibili), sia dell’impatto che le iniziative di risparmio e razionalizzazione potrebbero avere sullo stato di salute dei cittadini.

In linea di principio, naturalmente, tali iniziative dovrebbero identificare ed incidere su situazioni di inefficienza, quindi salvaguardare gli attuali livelli di servizio. Laddove il contenimento dei costi sia ottenuto riducendo i servizi offerti, invece, si potrebbe generare un impatto negativo di medio periodo sulle condizioni di salute della popolazione, con gravi conseguenze negative anche sul piano economico”.

Premesso che nell’ambito della sanità pubblica c’è ancora molto da fare per eliminare gli sprechi, che rimangono elevati, nonostante i tagli effettuati, anzi, in parte a causa della natura di questi tagli. Infatti almeno fino ad ora si è trattato di tagli indiscriminati e che non sempre, quindi, hanno eliminato gli sprechi. In realtà sarebbe necessario, anche per quanto riguarda la spesa sanitaria, come per quanto concerne altre categorie della spesa pubblica, adottare davvero la cosiddetta “spending review”, una riqualificazione della spesa, che comporti anche una sua riduzione piuttosto consistente, mirata principalmente però all’eliminazione degli sprechi. Per ora di “spending review” se ne è parlato molto. Sembra che il ministro Giarda se ne stia occupando seriamente, però in solitudine rispetto agli altri ministri. Ma non è affatto detto, a mio avviso, che questa “spending review” sia realmente efficace. E se non sarà efficace, per quanto riguarda la sanità, le preoccupazioni circa il verificarsi di seri pericoli per la salute degli italiani saranno più che fondate. Peraltro, come del resto dimostra il rapporto Osservasalute, gli effetti negativi sulla loro salute, esercitati dalla politica sanitaria adottata negli ultimi anni, si sono già manifestati, purtroppo.


Crescono gli atei e calano i credenti

22 aprile 2012

In un’indagine del Norc Institute della University of Chicago, che rielabora dati di varie ricerche su trenta paesi, si è rilevato come la fede in Dio sia andata mediamente diminuendo, soprattutto tra i giovani. A tale proposito l’Uaar (l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha emesso un comunicato nel quale i risultati dell’indagine in questione sono attentamente commentati.

Innanzitutto i principali risultati dell’indagine.

Sempre in una nota diffusa dall’Uaar a tale proposito si rileva, fra l’altro:

“Un’indagine del Norc Institute della University of Chicago, che rielabora di dati di varie ricerche su trenta paesi, rileva come la fede in Dio vada mediamente diminuendo, soprattutto tra i giovani.

Dato generalizzato è la maggiore percentuale di credenti tra gli anziani. In media infatti il 43% degli over 68 è certo dell’esistenza di Dio, mentre negli under 27 ciò è ritenuto vero solo dal 23%.

Il dato alto tra gli anziani, spiega il direttore del General Social Survey del Norc, Tom W. Smith, forse è una ‘risposta all’approssimarsi della morte’.

Secondo le stime della ricerca, dal titolo Belief About God Across Time and Countries e che segue altre due precedenti del 1991 e del 1998, l’ateismo è in crescita e la gente tende ad allontanarsi dalle religioni organizzate, magari all’insegna di una spiritualità slegata da vincoli familiari e tradizionali.

Nella maggior parte dei paesi esaminati il processo di secolarizzazione va avanti, cala la fede in Dio e si registra un aumento dei non credenti, anche di coloro che perdono la fede.

Inoltre, le percentuali della fede in Dio appaiono più basse di quanto ci si aspetti, come la frequenza ai riti religiosi.

La religiosità aumenta in paesi pochi paesi, come Russia, Slovenia e Israele. Di fatto, dove il governo la impone, supporta in maniera attiva le confessioni religiose o dove ci sono conflitti e persecuzioni in nome della fede.

Ed è alta nei paesi in via di sviluppo, mentre soprattutto nel Nord Europa cresce la percentuale dei non credenti.

Negli Usa, sebbene rimanga una forte impronta religiosa, emergono i non credenti.

Anche l’Italia segue questa tendenza, con un sensibile aumento di atei e agnostici e declino dei credenti, sebbene la fede – come in altri paesi – rimanga soprattutto un fenomeno identitario.

Nel 2008, secondo la ricerca, non crede in Dio il 5,9% della popolazione, mentre non ha dubbi sull’esistenza di Dio il 41%. Coloro che non credono e non hanno mai creduto sono il 7,4%, mentre quelli che hanno sempre creduto sono il 72,1%. Circa il 54% la quota di coloro che credono in un Dio ‘personale’, sempre più slegato dai culti tradizionali”.

Questo il comunicato emesso dall’Uaar, dal titolo emblematico “Crescono gli atei, calano i credenti: la verità viene a galla”:

Finalmente. Sono anni che l’Uaar chiede che siano diffusi i risultati delle ricerche sulla religiosità. E di finire di prendere in considerazione le statistiche pubblicate dal Vaticano, palesemente inattendibili.

Ora constata con soddisfazione che da due giorni si è cominciato a farlo.

‘Meno credenti e più atei’; ‘il mondo abbandona la fede’: i mezzi di informazione, nel dar conto dell’ultimo studio svolto in trenta paesi nel mondo, hanno preso atto senza eufemismi del nuovo scenario religioso del pianeta.

‘Presi singolarmente, tali dati non rappresentano certo una novità’, commenta Raffaele Carcano, segretario Uaar, ‘ma la visione d’insieme produce indubbiamente un effetto notevole’.

Ma quali sono i motivi per cui il mondo si allontana dalla religione?

L’ateismo prospera dove si diffondono cultura, benessere, libertà di espressione, ricorda l’Uaar. E dove la società è stabile: non a caso, ha rilevato lo studio, gli unici paesi che registrano un’inversione di tendenza sono quelli dove la fede è imposta, o per la fede si arriva a sparare. Pace e ateismo a braccetto?

‘La fede è soprattutto un fenomeno identitario’, nota Carcano, ‘tant’è che lo stesso studio rivela che chi si dice credente dichiara di esserlo soprattutto per tradizione e abitudine’.

La famiglia è l’ultimo baluardo della fede: se non si trasmette in casa, la religione piano piano cede.

Guarda caso, sono soprattutto i giovani i meno credenti. Un futuro nero per la religione?

‘Non è detto’, conclude Carcano: ‘ma sembra finito il tempo in cui la religione poteva contare sul potere per imporsi e trasmettersi. Per i leader religiosi il momento è cruciale: devono cominciare a usare argomentazioni convincenti’.

Ne saranno capaci?”.

L’indagine è senza dubbio molto stimolante e dovrebbe interessare anche i credenti, le stesse istituzioni religiose, se intendessero, soprattutto quest’ultime, far dipendere il loro operato anche da analisi scientifiche relative alla diffusione della religiosità, provenienti non solamente dal loro interno. Sono scettico per la verità relativamente alla possibilità che tali istituzioni, soprattutto il Vaticano, abbiano la volontà di comportarsi in questo modo. Meglio nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi…


In Libia continuano le morti sotto tortura

20 aprile 2012

Amnesty International ha sollecitato il Consiglio nazionale di transizione della Libia a indagare immediatamente sulla morte sotto tortura, in un carcere di Misurata, di un uomo appartenente all’etnia tawargha, la popolazione libica nera che sta subendo gravi violazioni dei diritti umani. Dal settembre 2011 secondo Amnesty più di una decina di persone sarebbero morte mentre si trovavano in centri di detenzione diretti dalle milizie armate.

Nel comunicato diffuso da Amnesty International si rileva fra l’altro:

“Il corpo di Barnous Bous’a, 44 anni, padre di due figli, è stato restituito alla famiglia il 16 aprile pieno di ematomi e ferite da taglio, tra cui una ancora aperta sulla nuca. Durante il conflitto, era fuggito dalla sua città, Kararim, riparandosi a Sirte. Quando anche questa città era stata coinvolta nei combattimenti, si era rifugiato a Misurata. Qui, a ottobre, mentre cercava di tornare a Sirte, era stato arrestato dalle milizie locali ed era stato trasferito in una struttura detentiva gestita dal Comitato per la sicurezza di Misurata…

La tortura nei confronti di presunti sostenitori e soldati di Gheddafi e soprattutto dei neri libici dell’etnia tawargha è assai diffusa in Libia. L’intera popolazione della città di Tawargha, 30.000 persone, è stata colpita dalle azioni di rappresaglia delle milizie armate, che accusano i tawargha di aver sostenuto il deposto regime e di aver commesso crimini durante l’assedio e il bombardamento di Misurata da parte delle forze di Gheddafi.

Nell’agosto 2011, le milizie di Misurata hanno espulso tutti gli abitanti di Tawargha, saccheggiando e incendiando le loro case. Da allora, le milizie continuano a dare la caccia ai tawargha in tutta la Libia, cercandoli nei campi per gli sfollati, ai posti di blocco e persino negli ospedali. Quelli che vengono trovati finiscono nei centri di detenzione di Misurata, dove vengono regolarmente torturati, in alcuni casi fino alla morte. Nuovi arresti di tawargha sarebbero avvenuti anche questa settimana.

‘La morte brutale di Barnous Bous’a evidenzia il continuo pericolo in cui si trovano i detenuti nella nuova Libia’ – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

‘Quante altre persone moriranno di tortura prima che le autorità si rendano conto della gravità della situazione e rispettino gli impegni di indagare, punire e far cessare questi crimini?’.

Lunedì 16 aprile le autorità locali di Misurata hanno negato l’esistenza di casi di tortura e di altre violazioni dei diritti umani, aggiungendo che ‘al momento la riconciliazione tra le due città è impossibile’ e che ‘si dovranno cercare altre soluzioni alternative per i tawargha’.

‘Le autorità di Misurata stanno chiudendo un occhio sulle crescenti prove di violazioni dei diritti umani commesse dalle milizie locali, dicendo che si tratta di ‘errori individuali’.

È fondamentale, invece, che il Consiglio nazionale di transizione assuma il controllo delle milizie, indaghi su tutte le violazioni e punisca i responsabili, nel rispetto del diritto internazionale.

Solo allora, la Libia inizierà a girare pagina lasciandosi alle spalle decenni di sistematiche violazioni dei diritti umani’ – ha commentato Sahraoui…”.

E’ auspicabile che, come sostiene Amnesty International, le violazioni dei diritti umani in Libia cessino e che, soprattutto, non continuino le morti sotto tortura. E’ stata certamente positiva la fine del regime di Gheddafi, ma il Consiglio nazionale di transizione non per questo si può permettere di tutto, nemmeno nei confronti di quanti durante il precedente regime si sono resi colpevoli di reati molto gravi. Del resto anche in altri paesi, come l’Egitto ed anche la Tunisia, l’abbattimento di regimi fortemente autoritari non si è tradotto automaticamente nell’adozione di sistemi politici realmente democratici. E pertanto i governi dei paesi più influenti nel mondo e le istituzioni internazionali devono verificare con attenzione quanto sta avvenendo nelle nazioni dove, effettivamente, si è manifestata la cosiddetta “primavera araba”, senza effettuare sconti a nessuno, e adottare gli interventi necessari.


Anche i malati di Sla protestano contro il governo Monti

19 aprile 2012

“Non si salva l’Italia sopprimendo i disabili”, “La Sla ci ha rubato tutto, non rubateci la dignità”. Sono questi alcuni degli striscioni affissi sotto il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dai malati di Sla e dai loro familiari che hanno organizzato un presidio in via Veneto a Roma. Tra le ragioni della manifestazione, la richiesta del ripristino del fondo per la non autosufficienza, il no all’articolo 5 del decreto “salva Italia”, la richiesta di non toccare le norme sull’accompagnamento e, in particolare, lo sblocco del fondo per la Sla le cui risorse sono state stanziate ma tutt’ora non completamente erogate alle Regioni e non utilizzare nel modo migliore. I manifestanti erano circa 50, quasi tutti indossavano una maglietta con il volto del loro familiare malato. Davanti al ministero è stato affisso anche uno striscione con i nomi dei malati gravi che non potevano essere presenti al presidio. E una delegazione dei manifestanti composta da quattro disabili e alcuni familiari è stata ricevuta dal sottosegretario Maria Cecilia Guerra e dal ministro Elsa Fornero.

Come viene riferito in un articolo pubblicato su www.superabile.it i manifestanti non sono rimasti soddisfatti per quanto riguarda i risultati concreti ottenuti o meglio che non hanno ottenuto.

Nell’articolo si riportano anche le dichiarazioni di un rappresentante dei manifestanti.

“‘Dal punto di vista dell’attenzione e della sensibilità dimostrate siamo soddisfatti, ma rispetto al risultato che portiamo a casa direi proprio di no’. Commenta così Giovanni Longo, dell’associazione ‘Viva la vita onlus Puglia’ l’incontro al ministero tra la delegazione dei malati di Sla, il ministro del Lavoro Elsa Fornero e il sottosegretario Maria Cecilia Guerra.

‘Data la condizione economica del bilancio dello Stato il ministro si è presa 30 giorni per fare una proposta sulla non autosufficienza – continua Longo – Noi abbiamo chiesto che siano stanziati 500 milioni di euro da destinare a tutti i malati, ma ci ha fatto capire che è una somma impossibile da raggiungere anche se l’impegno a fare qualcosa c’è’.

Anche per quanto riguarda i fondi destinati ai malati di Sla, Fornero ha spiegato alla delegazione che il ministero si attiverà perché queste risorse siano subito messe a disposizione dei destinatari”.

Sempre nell’articolo citato sono contenute le dichiarazioni di Maria Cecilia Guerra e di Elsa Fornero.

Il sottosegretario Guerra ha affermato “Non ce la siamo sentiti di fare facili promesse ma abbiamo preso un impegno serio per lavorare a un percorso concreto: formulare e rendere pubblica la proposta per il piano sulla non autosufficienza. Non possiamo però dire quali saranno i tempi di realizzazione. Stiamo operando in un momento in cui i vincoli finanziari sono micidiali”.

Per quanto riguarda la questione della non autosufficienza e la riattivazione del fondo specifico per i disabili gravissimi che richiedono assistenza continuativa, Maria Cecilia Guerra ha rilevato “Rispetto a questo l’impegno non è per una risposta immediata ma a formulare da qui a un mese una proposta sulla non autosufficienza strutturata, la cui caratteristica è articolare l’intervento rispetto alla gravità del singolo malato”.

I manifestanti hanno poi richiesto ai rappresentanti del governo di valutare il modo in cui le  risorse specifiche destinate ai malati di Sla, 100 milioni di euro per il 2011, sono state ripartite e di verificare se in molte regioni i fondi siano stati destinati per impieghi diversi

A tale proposito il sottosegretario ha così risposto “Il ministero prenderà in esame il problema del riparto, che è legato anche all’assenza di un registro nazionale per la Sla. Sul secondo punto invece verranno fatti dei controlli per vedere se effettivamente i fondi sono stati destinati ad altro, anche se per ora al ministero questo non risulta”.

Elsa Fornero ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni del proprio sottosegretario.

Certo è positivo che, come è stato rilevato da Giovanni Longo, rappresentante dei manifestanti, al termine dell’incontro con la loro delegazione sia Elsa Fornero che Maria Cecilia Guerra siano scese a salutare i malati e i familiari in presidio sotto il ministero. Il “buon” Tremonti, invece, un anno fa, nel corso di un’analoga manifestazione, fece sostare per un’intera giornata i manifestanti senza concedere nemmeno un incontro di cinque minuti. Però al di là di questi aspetti, seppur importanti, contano i fatti. E i principali fatti, al di là degli impegni assunti dalle rappresentanti del governo la cui attuazione andrà verificata nei prossimi mesi, consistono nel diniego alla richiesta di aumento delle risorse da destinare, più in generale, ai non autosufficienti, e, nello specifico, ai malati di Sla. Nessuna giustificazione circa le notevoli difficoltà del bilancio statale può essere accettata. Maggiori risorse finanziarie devono essere assolutamente trovate per esempio eliminando, con la cosiddetta “spending review”, almeno una parte dei consistenti sprechi che si manifestano nelle pubbliche amministrazioni. Adeguate risorse finanziarie per i non autosufficienti e per i malati di Sla dovrebbero rappresentare un obiettivo prioritario di questo governo. Non mi sembra purtroppo che lo sia.