La madre degli stupidi è sempre incinta

29 ottobre 2015

Oggi è in libreria il volume di Carlo M. Cipolla, illustrato da Altan, “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, edito da “Il Mulino”. Cipolla pubblicò lo stesso libro, senza le illustrazioni di Altan, nel 1988, con il titolo “Allegro ma non troppo”. La nuova edizione del libro mi sembra di notevole interesse per l’importanza del tema trattato. Gli stupidi, si sa, sono molti e molto pericolosi.

Occorre precisare che Cipolla è stato – è morto nel 2000 – uno storico dell’economia di livello internazionale. Generalmente scriveva saggi ponderosi e molto seri, universalmente apprezzati dai cultori degli argomenti trattati.

Però nel 1988, appunto, pubblicò un libro, ironico senza dubbio ma, a mio avviso, ugualmente molto interessante. E mi sembra più che opportuno consigliare la lettura della nuova edizione.

Per saperne di più su questo libro di Cipolla, ho ritenuto utile riportare alcune parti di quanto scritto, nel 1996, da Giancarlo Livraghi, a proposito della sua prima edizione.

“In parte si tratta di cose già note. Per esempio un fatto rilevato anche da altri autori  e da quasi tutte le persone che hanno avuto occasione di ragionare sull’argomento: si tende sempre a sottovalutare ‘il numero di stupidi in circolazione’.

E’ una constatazione che ognuno di noi può fare ogni giorno: per quanto coscienti possiamo essere del potere della stupidità, siamo spesso sorpresi dal suo manifestarsi dove e quando meno ce la aspettiamo.

Ne derivano due conseguenze, anche queste evidenti in ogni analisi coerente del problema.

Una è che si sottovalutano spesso i perniciosi effetti della stupidità.

L’altra è che, per la loro imprevedibilità, i comportamenti stupidi sono ancora più pericolosi di quelli consapevolmente malvagi.

Ciò che manca nell’analisi così impostata (come anche nel caso di Wakter Pitkin e di altri autori che si sono occupati dell’argomento) è una valutazione della nostra stupidità o comunque della componente di stupidità che esiste anche nelle persone più intelligenti…”.

“Uno dei meriti del saggio di Carlo Cipolla è riconoscere il fatto che la stupidità di una persona ‘è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona’.

Questo è un punto fondamentale, che contraddice opinioni diffuse, ma è confermato da ogni attenta verifica sul tema.

Non è solo o banalmente ‘politically correct’, ma è sostanzialmente vero, che nessuna categoria umana è più intelligente o più stupida di un’altra.

Non c’è alcuna differenza nel livello o nella frequenza della stupidità per genere, sesso, razza, colore, etnia, cultura, livello scolastico eccetera. L’ignoranza può essere influenzata dalla stupidità, e viceversa, ma non sono la stessa cosa..”.

“C’è un criterio, della teoria di Cipolla, che ho adottato come metodo in alcune delle mie analisi.

E’ definito in quella che lui chiama terza (e aurea) legge: ‘Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno’.

Un importante vantaggio di questo concetto è che evita l’arduo problema di definire ‘in teoria’ che cosa sia la stupidità (o l’intelligenza) mentre ne valuta la rilevanza in relazione agli effetti pratici.

È evidente che, in base a questo criterio, si possono definire diverse categorie di comportamento.

Ovviamente ai due estremi stanno le persone che realizzano un vantaggio per sé e per gli altri (perciò ‘intelligenti’) e all’altro quelle che danneggiano gli altri e anche se stesse (perciò ‘stupide’).

E’ chiaro anche che ci sono almeno due categorie ‘intermedie’.

Una che fa danno agli altri con vantaggio per sé (Cipolla li definisce ‘banditi’) e l’altra che fa un danno a sé con vantaggio per gli altri…”.

Buona lettura, anche agli stupidi, ammesso che costoro acquistino il libro. Ho dei dubbi a questo proposito, ma, non si sa mai…

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La crisi degli avvocati

27 ottobre 2015

La professione forense si trova oggi ad affrontare una complessiva perdita di prestigio. A pensarla così è il 60% degli avvocati italiani, che indicano il calo di reputazione come il primo problema attuale. Anche perché sulla loro efficienza pesa ancora una zavorra strutturale: per il 49% la professione sconta la persistente inefficienza del sistema giudiziario. E’ quanto emerge dal primo rapporto sull’avvocatura italiana, realizzato dal Censis per conto della Cassa forense, presentato nel corso della  conferenza nazionale della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, recentemente svoltasi a Rimini.

Risulta inoltre che la professione forense ha subìto i pesanti effetti della crisi economica.

Solo il 30% degli avvocati italiani è riuscito a mantenere stabile il fatturato dell’attività professionale nell’ultimo biennio, per il 44% è diminuito (e la percentuale sale al 49% tra gli avvocati del Mezzogiorno), mentre il 25% lo ha visto aumentare.

Nonostante ciò, c’è stata una tenuta occupazionale. Il 76% degli studi ha mantenuto invariato il numero degli addetti e il 9% lo ha persino aumentato.

Ma tale professione è caratterizzata da una bassa specializzazione.

Infatti è una professione ancora fortemente organizzata su base individuale. Due avvocati su tre (il 67%) sono titolari unici dello studio.

A prevalere è l’attività giurisdizionale, che assorbe il 66% del fatturato complessivo, contro il 29% che proviene dall’attività di consulenza e assistenza stragiudiziale, e il 5% dalle mediazioni e dagli arbitrati.

E la professione appare ancorata a una generica specializzazione civilistica. Il 54% degli avvocati dichiara come prevalente la specializzazione in diritto civile, l’11% in materia penale, il 9% in diritto di famiglia (ma tra le donne avvocato la quota sale in questo caso al 14%), solo il 3% in diritto societario e appena l’1% in diritto internazionale.

Solo l’11% degli avvocati indirizza la propria attività verso servizi specializzati.

Inoltre la grande diffusione delle tecnologie digitali anche nel sistema della giustizia non ha ancora trovato spazi significativi di investimento da parte degli studi legali.

Oggi solo il 26% ha un proprio sito web a scopi promozionali e, fra questi, solo il 5% lo usa per interagire con i clienti.

Ma il miglioramento organizzativo e l’innovazione tecnologica sono la principale priorità per i prossimi due anni indicata dagli avvocati, preceduta solo dall’ampliamento del mercato.

Il presidente della Cassa forense Nunzio Luciano ha così commentato i risultati della ricerca: “La ricerca realizzata in collaborazione con il Censis dimostra che è il cambiamento la prospettiva più urgente con cui fare i conti. E, con il cambiamento, anche l’esigenza di una rappresentanza più incisiva degli interessi degli avvocati”.

Non c’è dubbio che gli avvocati debbano cambiare.

Si devono specializzare, devono intrattenere con i propri clienti dei rapporti più chiari e trasparenti, anche perché spesso le parcelle richieste sono oggettivamente troppo elevate.

Ma occorre aggiungere che il loro numero è eccessivo. Se, talvolta il loro reddito non è soddisfacente dipende anche dal fatto che vi è un eccesso di offerta rispetto alla domanda.

E, in prospettiva, se davvero si riuscirà a riformare, anche parzialmente, il sistema giudiziario, riducendo il numero dei processi e la loro lunghezza, quell’eccesso di offerta potrebbe accrescersi anche considerevolmente.


La povertà aumenta e il governo interviene. Tutto bene?

25 ottobre 2015

Nella giornata di lotta alla povertà a Expo Caritas Italiana ha presentato il rapporto 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale. I poveri in Italia sono il 14,2% della popolazione (il valore medio dell’Unione europea è più basso pari al 10,5%), con un incremento record del 130% in 5 anni. E la legge di stabilità, presentata dal governo, stanzia 600 milioni di euro per iniziative volte a contrastare la povertà, che saliranno a 1 miliardo nel 2016 e nel 2017.

Affinchè quelle somme siano effettivamente spese e gli interventi necessari siano definiti ed attuati occorrerà approvare una legge delega.

Ci sarà un ulteriore stanziamento di 100 milioni per il cosiddetto “dopo di noi”, tendenti a favorire i portatori di handicap adulti, una volta che siano morti i familiari che si occupavano di loro. Anche per utilizzare questa somma sarà necessario approvare nel 2016 una legge.

Inoltre il fondo non autosufficienza, che con la precedente legge di stabilità ammontava a 250 milioni, passerà a 400 milioni.

Come valutano questi contenuti della legge di stabilità le associazioni che, più di altre, si occupano di contrastare la povertà?

Secondo quanto si può leggere in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it,  tali associazioni ritengono che ci si stia muovendo nella direzione giusta, ma molto lentamente, forse troppo.

E’ soprattutto positivo che sia stata abbandonata la logica del bonus una tantum e che si pianifichi una misura organica a favore di chi vive in condizioni di povertà assoluta, ma sia la platea iniziale (le famiglie con minori) sia lo stanziamento (600 milioni nel 2016) rappresentano solo un primo passo, per quanto importante e fondamentale.

Pertanto già si chiede al Parlamento di individuare ulteriori fondi per poter aiutare fin da subito un numero maggiore di poveri.

Anche le associazioni che si occupano di disabilità esprimono un giudizio sostanzialmente positivo.

Le principali federazioni, Fand e Fish, come anche il battagliero comitato 16 novembre protagonista negli anni passati di agguerrite manifestazioni di piazza, sottolineano come stavolta la cifra di 400 milioni di euro per il fondo non autosufficienza sia stata ottenuta fin nella prima stesura della bozza, senza costringere nessuno al ricorso a proteste plateali.

Positivo viene ritenuto anche lo stanziamento per il “dopo di noi”.

Inoltre dovrebbe essere creato un fondo pari a 100 milioni all’anno, alimentato dai versamenti delle fondazioni bancarie, destinato a combattere la cosiddetta povertà educativa.

E Save the Children ha espresso la sua soddisfazione, proprio per l’introduzione di misure specifiche per contrastare la povertà educativa.

E’ bene ricordare che per povertà educativa si intende la mancanza delle competenze necessarie per uno sviluppo adeguato che attualmente colpisce anche molti bambini ed adolescenti italiani.

A me sembra che i diversi interventi ipotizzati possano essere valutati positivamente, anche se un giudizio definitivo potrà essere espresso solo dopo che sarà predisposto il disegno di legge delega.

Però, le risorse finanziarie rese disponibili per contrastare la povertà sono senza dubbio insufficienti.

Infatti se si intende ridurre considerevolmente il numero dei poveri, obiettivo necessario poiché tale numero è diventato negli ultimi anni troppo elevato, sarebbero indispensabili fondi ben più consistenti.

E io credo che sarebbe possibile utilizzare fondi più consistenti se si volesse davvero promuovere un’azione di spending review realmente efficace, volta a eliminare una parte rilevante degli sprechi che contraddistinguono da anni la spesa pubblica in Italia.

Ma anche con questa legge di stabilità non c’è traccia di un’azione di spending review come quella appena citata.


Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia

22 ottobre 2015

Silvio Garattini, nel suo ultimo libro, si occupa dell’omeopatia. Secondo Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, i medici non dovrebbero prescriverla e i farmacisti non dovrebbero venderla. Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e le farmacie, se vogliono essere luoghi di educazione alla salute, non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi.

Su www.quotidianosanita.it sono state pubblicate le conclusioni di questo libro.

Ritengo opportuno riportare alcune parti di quanto scritto da Garattini nelle sue conclusioni, dalle quali emergono chiaramente le opinioni di Garattini sull’omeopatia.

“Nel dibattito pubblico pare che il giudizio sull’omeopatia non possa mai trovare un punto fermo.

Anche di fronte alle ricerche più affidabili, circostanziate ed esplicite, che mostrano l’ineffica­cia dell’omeopatia, c’è sempre qualcuno che rilancia e ripropo­ne la questione in termini invariati, come se non fosse accaduto nulla.

L’ultimo esempio, nel marzo 2015. Il principale ente di ricer­ca medico australiano, il National Health and Medical Research Council, diffonde un rapporto (citato più volte in questo volume) in cui si conclude che ‘non ci sono malattie o condizioni cliniche per cui risulti una evidenza affidabile che l’omeopatia sia efficace. Le persone che la scelgono possono mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano trattamenti per cui c’è una buona evidenza di sicurezza ed efficacia’.

A dispetto dell’enorme lavoro di analisi, selezione e valutazio­ne di studi compiuto da una tale istituzione e condotto in tutte le sue fasi secondo criteri rigorosi, espliciti e verificabili; a dispetto della discussione ampia e aperta ai contributi di omeopati e no, durata ben due anni, c’è chi, almeno in Italia, riesce a riproporre le stesse affermazioni che si sentono da decenni o ragionamenti pre-scientifici che puntano a confondere le acque”.

“La difficoltà – per una persona normale che non possa fre­quentare le riviste mediche – di raccogliere informazioni affidabi­li è la ragione per cui, in questo volume, abbiamo cercato di forni­re al lettore un po’ la storia e un po’ lo stato dell’arte della pratica omeopatica, nei suoi rapporti con le istituzioni e con il mondo della medicina; ma soprattutto abbiamo cercato di richiamare le ragioni scientifiche che invalidano gli assunti terapeutici dell’o­meopatia e dei suoi rimedi e di decostruire i tanti luoghi comuni e infondati che circolano al riguardo”.

“Abbiamo evidenziato le ragioni per cui, in un Paese civile, si­mili prodotti non dovrebbero essere disponibili non solo in far­macia, ma nemmeno sul mercato perché rappresentano un’ec­cezione rispetto a tutti i prodotti che si trovano in commercio: immaginate se si vendesse acqua in bottiglia, con un’etichetta che la dichiari ‘vino in diluizione omeopatica’, ma a un costo molto superiore del vero vino!”.

“Per la stessa ragione, gli ordini dei medici dovrebbero disso­ciarsi dalle pratiche mediche che non hanno una base scientifica e non avallare le scelte che non sono nell’alveo di una medicina che viva di evidenze anziché di impressioni. Grave è la responsa­bilità di continuare ad accogliere per ragioni corporative medici omeopati o seguaci di altre terapie alternative per paura che co­stituiscano organizzazioni parallele. Con il tempo, i cittadini e i pazienti saprebbero certamente giudicare”.

“Lo Stato non può ovviamente impedire ai suoi cittadini di curarsi nel modo che ritengono più opportuno, ma certamente non deve promuovere l’adozione di trattamenti che contrastano l’evidenza scientifica: attraverso il servizio sanitario nazionale, dovrebbe svolgere campagne per una corretta informazione sulla inefficacia dei prodotti omeopatici. Lo Stato non può legittima­re – attraverso corsi di formazione e regolamentazioni – terapie che non hanno alcuna base scientifica, così come non si occupa di formare gli operatori dell’astrologia o degli oroscopi e di regola­mentare queste attività”.

Le posizioni di Silvio Garattini sono molto chiare e devo ammettere che, pur non essendo un medico, mi sembrano molto convincenti.


4.000 morti per incidenti stradali

20 ottobre 2015

In Italia, nel 2013, si sono verificati 3.721 morti in seguito ad incidenti stradali, pari ad un rapporto per 100.000 abitanti di 6,1 a fronte di una media mondiale di 17,5. Questi dati sono contenuti in un rapporto, realizzato dall’Organizzazione mondiale per la sanità.

Ogni anno nel mondo 1,25 milioni di persone muoiono ogni anno a causa degli incidenti stradali, che sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 29 anni.

Tre decessi su quattro sono di uomini.

I motociclisti sono particolarmente colpiti. Costituiscono infatti il 23% di tutti i decessi stradali.

E il fenomeno presenta molte differenze a seconda delle aree del mondo in cui si vive.

Infatti un grande divario ancora separa i paesi ad alto reddito da quelli a basso e medio reddito, dove si verificano il 90% delle morti per incidenti stradali pur avendo solo il 54% dei veicoli di tutto il mondo.

L’Europa ha il tasso di mortalità più basso pro capite (9,3 decessi ogni 100.000 abitanti), l’Africa il più alto con il 26,6. La media del mondo è di 17,5 morti ogni 100.000 abitanti.

Tuttavia, il numero di morti per incidenti stradali si sta stabilizzando, anche se il numero di veicoli a motore in tutto il mondo è aumentato rapidamente, così come la popolazione mondiale. Negli ultimi tre anni, in 79 paesi si è verificata una diminuzione del numero assoluto di incidenti mortali, mentre in 68 paesi si è registrato un aumento.

Il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, ha dichiarato, a tale proposito: “Le vittime del traffico stradale rappresentano un tributo inaccettabile, in particolare per i poveri nei paesi poveri. Ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Il rapporto mostra che le strategie per la sicurezza stradale stanno salvando vite umane. Ma ci dice anche che il ritmo del cambiamento è troppo lento”.

Le considerazioni del direttore generale dell’Oms valgono anche per l’Italia.

E’ necessario che il numero dei morti causati dagli incidenti stradali si riduca considerevolmente, in tempi rapidi.

Nel nostro Paese ci si sta concentrando sull’introduzione del reato di omicidio stradale. Uno specifico disegno di legge è stato approvato dal Senato, ma è fermo alla Camera. Peraltro non tutti gli osservatori riconoscono all’introduzione di questo reato una notevole efficacia.

Comunque mi sembra indispensabile attuare una  politica di più ampia portata rispetto a quanto avvenuto in passato, basata anche su un’estesa azione di prevenzione, che punti a ridurre notevolmente gli incidenti stradali.


Strano ma vero, anche i notai lavorano gratis

18 ottobre 2015

I notai sono dei professionisti spesso considerati dei privilegiati. Sono pochi e percepiscono generalmente parcelle piuttosto elevate. Tutti noi quando dobbiamo recarci da un notaio per un determinato atto siamo un po’ spaventati, così come avviene quando dobbiamo rivolgerci ai dentisti. Ci aspettiamo infatti che il nostro reddito subisca una riduzione abbastanza consistente per pagare la parcella. Ma ci sono notai particolari, i quali lavorano gratis, talvolta.

Chi sono questi notai?

Ci si occupa di loro in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

Sono 420 notai cattolici che, recentemente, hanno partecipato all’assemblea dell’associazione che li riunisce, l’Ainc.

Qual è l’obiettivo di questa associazione?

Il presidente dell’associazione, costituitasi un anno e mezzo fa, con sede ad Assisi, Roberto Dante Cogliandro, ha dichiarato a questo proposito: “Vogliamo far interagire tematiche giuridiche con tematiche sociali e di carattere cattolico, avendo tra gli obiettivi la tutela della famiglia in una società in continua evoluzione”.

I notai cattolici, infatti, intendono mettere a disposizione le loro competenze per migliorare la vita dei cittadini e supportare soprattutto i più deboli nella società contemporanea.

Due sono i progetti di maggiore importanza che questi notai vogliono attuare: “notai in carcere” e “notai in parrocchia”.

Nel primo caso questi notai hanno sensibilizzato diverse realtà carcerarie italiane per poter dare un supporto legislativo ai detenuti su argomenti quali il riconoscimento di figli naturali, disposizioni testamentarie per chi è malato, problematiche legate agli immigrati.

Fino ad ora sono riusciti a svolgere questa loro attività, gratuitamente, nei carceri di Perugia, Spoleto, Secondigliano, Poggioreale, Pescara, Palermo e Catania.

Cosa fanno invece i notai in parrocchia?

Lo spiega sempre Roberto Dante Cogliandro: “Abbiamo scritto a tutti vescovi italiani e una cinquantina di loro ci hanno risposto dando disponibilità per la turnazione gratuita di un notaio che almeno una volta al mese si reca in parrocchia per dare consulenza e aiuto alle persone in difficoltà economica, su questioni come mutui, regimi patrimoniali, compravendite di case, divisioni, testamenti e successioni”.

Le attività che questi notai svolgono nelle carceri e nelle parrocchie sono senza dubbio meritorie, vanno apprezzate e pubblicizzate.

Peraltro questi notai rappresentano una minoranza nell’ambito della loro categoria (i notai nel complesso sono circa 5.000).

Rimane un interrogativo: i notai che fanno parte dell’associazione citata, nelle loro normali attività, praticano le stesse parcelle degli altri notai o invece chiedono parcelle più basse?

Io, lo devo ammettere, propendo per la prima ipotesi.


In forte diminuzione le operazioni antidroga

15 ottobre 2015

Nel 2014 le operazioni antidroga sono state 19.449, con una diminuzione dell’11,3% rispetto all’anno precedente. Anche nei primi nove mesi del 2015 si è verificata un’ulteriore riduzione di tali operazioni rispetto allo stesso periodo del 2014. La fonte di questi dati è la Dcsa, la direzione centrale per i servizi antidroga.

I dati in questione sono contenuti in un articolo di Piero Innocenti, pubblicato su www.narcomafie.it.

Innocenti, inoltre, rileva che negli ultimi anni la media delle operazioni antidroga si era mantenuta intorno alle 22.000 unità annue, con il numero più elevato, 23.349, registratosi nel 2009 e quello più basso verificatosi appunto nel 2014.

Innocenti individua alcune delle possibili cause di tale riduzione delle operazioni antidroga: minore attenzione investigativa in alcune aree e/o a dirottamento (temporaneo) di risorse umane di polizia e carabinieri verso altri settori operativi ritenuti prioritari (controllo dell’immigrazione irregolare, grandi eventi nazionali, contrasto alla criminalità predatoria).

Peraltro Innocenti formula solamente delle ipotesi relativamente alle cause, appena esposte, del fenomeno di cui ci si occupa in questo post. Non afferma con certezza che, a suo giudizio, siano proprio quelle le vere cause.

Io posso aggiungere che una possibile causa potrebbe anche essere la diminuzione delle risorse umane e finanziarie a disposizione delle forze di polizia, diminuzione più volte evidenziata con preoccupazione dai rappresentanti, sindacali e non, delle stesse forze di polizia.

Comunque, al di là delle cause che hanno determinato e determinano la riduzione delle operazioni antidroga, non c’è alcun dubbio che tale riduzione debba essere valutata in modo fortemente negativo.

E non ci può consolare con altri dati resi pubblici dallo stesso Innocenzi, secondo il quale nelle due città italiane più importanti, Roma e Milano, sono stati sequestrati, nel 2014, ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

A Roma forze di polizia e dogane hanno sequestrato 5.766,41 kg. di stupefacenti, di cui oltre 300 kg. di cocaina, 30 kg. di eroina, 1.200 di hashish, 3.900 di marijuana, 1,11 kg. di droghe sintetiche, 739 pasticche di ecstasy, 323 kg. di altre droghe, denunciando alla magistratura 2.602 persone (di cui 1.250 stranieri, 197 donne e 62 minorenni).

A Milano sono stati sequestrati 230,10 kg. di eroina e circa 2,7 tonnellate di hashish, che sono parte dei 3.646,75 kg. complessivamente intercettati (anche 136 kg. di cocaina, 603 kg. di marijuana, 219 pasticche di amfetamine, 1,19 kg. di sintetiche).

Si potrebbe legittimamente sostenere, infatti, che i quantitativi di sostanze stupefacenti sequestrate sarebbero potuti essere ben maggiori se fosse aumentato e non diminuito il numero delle operazioni antidroga.

Pertanto non posso che auspicare che la tendenza alla riduzione del numero delle operazioni antidroga si interrompa e che, anzi, si verifichi un aumento, quanto prima.

Certo, gli interventi da realizzare per contrastare il fenomeno della diffusione delle sostanze stupefacenti sono, necessariamente, diversi.

Non si può fare affidamento esclusivamente sulle attività repressive.

Può risultare utile anche la legalizzazione, quanto meno di alcune sostanze stupefacenti.

Si deve attuare una consistente azione di prevenzione, tendente a ridurre la domanda di tale sostanze, il loro consumo.

Ma non si può fare a meno di un’efficace attività repressiva.