I figli rendono infelici?

28 febbraio 2013

Vi sono alcuni studi scientifici in base ai quali si sostiene, diversamente da quanto generalmente si pensi, che chi ha figli si dice più infelice di coloro che non li hanno. Le più infelici sarebbero le donne.

Di questi studi si occupa Lucina Di Meco in un articolo pubblicato su www.imille.org.

“Si sa, non c’è felicità più grande dei figli. Ce lo dicono tutti, dalla Chiesa alla pubblicità e ce lo diciamo in fondo l’una all’altra anche noi donne. Quante mamme dichiarano infatti che il giorno in cui sono nati i loro figli è stato il più bello della loro vita, anche dopo 10 ore di travaglio? Il numero esatto non lo so, ma a occhio e croce mi sembrano sempre troppe. Magari sarà vero, magari si sentirebbero cattive a dire che il giorno più bello è stato quando si sono innamorate per la prima volta, o quando si sono laureate con 110 e lode.

Eppure, gli studi scientifici in materia dicono uniformemente il contrario: sia in Europa che in America, le persone con figli si dicono più infelici rispetto a coloro che non hanno figli, oltre che a dichiararsi meno soddisfatti della vita coniugale, meno contenti di se stessi e del proprio benessere psicologico.

Le più infelici di tutte, poi, sono le donne, e non è difficile capire il perché. Avere figli è peggio di uno sport estremo: implica perdita di sonno, centuplicazione del lavoro domestico e delle preoccupazioni legate alla quotidianità.

Il problema è in buona parte politico. Senza una divisione dei compiti reale e senza politiche pubbliche a sostegno delle mamme, la maternità diventa quasi impossibile o di fatto impossibile (come mostra la bassa natalità nel nostro Paese).

Inoltre, esistono complicazioni sociali, frutto di una visione della maternità come progetto puramente individuale e femminile.

Le mamme di oggi si sentono in colpa se non portano i figli alle migliaia di lezioni che promettono di farli diventare Mozart o Pelé. Alcune delle mie amiche-mamme newyorkesi spendono una media di 1.000 dollari al mese in lezioni di musica, yoga, calcio e nuoto per i figli di due anni. E dilapidano piccole fortune (oltre 20.000 $ l’anno) per mandare i figli in un asilo esclusivo, invece che in quello sotto casa. Purtroppo, aumentando la scelta, aumentano anche il senso di responsabilità e di colpa per non riuscire a fare, dare (o peggio comprare) tutto. E anche se alcuni dei nostri compagni condividono alcune di queste frustrazioni, raramente vivono con la stessa intensità i nostri sensi di colpa.

Per questo, le donne con figli sono esauste, frustrate e si sentono un po’ più sole di quelle senza figli, insomma sono infelici.

Eppure non sono i figli in sé a renderci infelici, ma la percezione (e la pratica) della maternità nella società contemporanea come una scelta puramente personale e principalmente femminile.

Almeno in questo, maternità e felicità coincidono, essendo viste come condizioni individuali e soggettive, di cui si ignora la componente sociale e politica, che invece è più che evidente. In fondo, le persone felici sono anche più sane, più produttive e più fertili, e la fertilità è la base della sopravvivenza di una società. Non per nulla sempre più Paesi riconoscono il valore della felicità dei propri cittadini come un bene da coltivare, inclusi gli Stati Uniti, che stanno considerando di introdurre il Gross National Happiness Index nelle proprie statistiche nazionali. Non per nulla, nella dichiarazione d’indipendenza americana, la ‘ricerca della felicità’ è menzionata come un diritto inalienabile dell’uomo, alla pari con il diritto alla vita e alla libertà.

Come riuscire allora a vivere la maternità in modo diverso e magari addirittura felice?

Così come il problema, anche le soluzioni sono in parte di natura politica, in parte sociale. Per le donne, la ricerca della felicità è impossibile senza le pari opportunità.

Laddove esistono politiche che favoriscono una divisione più equa dei compiti nella coppia, per esempio la licenza di paternità obbligatoria, come in Svezia, ci sono tassi di felicità e, non a caso, di natalità, superiori a quelli del nostro Paese.

Laddove ci sono strutture pubbliche di qualità per l’attenzione ai bambini, come in Francia, le donne si sentono meno in colpa a tornare a lavorare dopo la maternità e non solo sono più felici e produttive, ma fanno più figli.

Da un punto di vista sociale, poi, è necessario ripensare la dialettica sul ruolo dei genitori (e soprattutto delle mamme). Anche se ad alcune piace crederlo, non siamo le uniche (o forse neanche le principali) variabili che porteranno i nostri figli a diventare (o a non diventare) individui produttivi, socialmente integrati e felici.

I figli non sono la nostra tabula rasa (vedi Pinker) o il canovaccio su cui dipingeremo il nostro capolavoro, né devono diventare la definizione del nostro successo. Una volta accettato questo, credo che più donne capirebbero che invece di preoccuparsi delle lezioni di nuoto a 6 mesi (che si possono fare gratis nella vasca da bagno), varrebbe la pena preoccuparsi delle politiche per l’infanzia (o della mancanza delle stesse) nei programmi dei partiti politici.

Insomma, se vogliamo che la maternità sia un’opzione ragionevole per le donne, bisogna ripensarne le condizioni. Alcuni cambiamenti sono possibili (e necessari) da subito, altri prenderanno tempo, ma bisogna continuare a insistere per la loro realizzazione, con tenacia e pazienza”.

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Un progetto contro l’obesità dei bambini

26 febbraio 2013

Save the Children ha commentato i dati diffusi da “Okkio alla Salute, secondo i quali i bambini italiani rimangono ai primi posti in Europa per quanto riguarda l’obesità.

Di seguito riporto il comunicato emesso da Save the Children.

“‘I dati diffusi da Okkio alla Salute, ci fanno vedere un’Italia in cui i bambini sebbene meno obesi rispetto al passato rimangono ai primi posti d’Europa per l’eccesso ponderale infantile – ha commentato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia -.

Il primo passo verso il benessere e la salute è contrastare la sedentarietà e promuovere l’attività motoria. Uno stile di vita attivo associato ad una alimentazione varia ed equilibrata rappresenta la strategia migliore e corretta, sono il modo migliore per mantenersi in forma e in buona salute per i ragazzi’.

‘Da alcune nostre indagini, comunque, emerge che comportamenti scorretti o a rischio, come non controllare cosa i figli mangiano, il fatto di mangiare di fronte alla tv o da soli, o ancora il calo dell’attività fisica svolta dai bambini si registrano soprattutto in contesti socio-economici disagiati e potrebbero estendersi a causa della crisi economica e sono quindi da monitorare attentamente, garantendo una risposta sociale al problema’, continua Neri.

E’ questa la sfida che Save the Children ha raccolto due anni fa insieme a Mondelez International Foundation e in partnership sul territorio con il Centro Sportivo Italiano (Csi) e l’Unione Italiana Sport Per tutti (Uisp), lanciando ‘Pronti, partenza, via!’, un progetto triennale per sostenere, con interventi mirati, la pratica motoria e sportiva e l’educazione alimentare dei bambini. ‘Pronti, partenza, via!’, che gode del patrocinio della Sip (Società Italiana di Pediatria) e dell’Autorità Garante per Infanzia e l’Adolescenza.

L’intervento si propone di sensibilizzare, informare e coinvolgere bambini, genitori, insegnanti e operatori del settore per promuovere stili di vita più salutari in aree particolarmente disagiate di 10 città italiane distribuite su tutto il territorio nazionale.

Complessivamente, nel corso dei tre anni del progetto, saranno più di 66.000 – tra bambini dai 6 agli 11 anni e loro familiari, oltre a decine di operatori, educatori, insegnanti, pediatri e nutrizionisti – le persone coinvolte direttamente e attivamente dal progetto ‘Pronti, partenza, via!’, nel quartiere di Sestri Ponente a Genova, quello di Borgo Vittoria a Torino, Corvetto a Milano, Brecce Bianche ad Ancona, Primo, Gattone e Isole ad Aprilia (e provincia di Roma), Rizzeddu a Sassari, Ponticelli a Napoli, San Pio e San Paolo a Bari, San Giovanni a Catania, Acquasanta e Arenella a Palermo.

Tra gli interventi che fanno parte del progetto, il recupero di spazi e strutture in-door e out-door, che si trovano in zone disagiate delle città – campi da gioco, percorsi sportivi, spazi verdi, campi polivalenti, skate e roller park, piste podistiche e ciclabili – ma anche l’azione formativa ed educativa specialistica all’interno delle scuole primarie per promuovere stili di vita e alimentari salutari per i bambini e le loro famiglie, oltre all’apertura di sportelli informativi per tutti.

‘Quello che auspichiamo è che progetti come ‘Pronti, partenza, via!’ possano diventare dei modelli di una più ampia strategia di carattere nazionale da adottare anche da parte delle istituzioni’, conclude Valerio Neri”.


In 100.000 “schiavi” dei caporali

24 febbraio 2013

Le attività “sommerse” in agricoltura sono molto diffuse. Occupano 400.000 persone, il valore aggiunto è pari a circa 9 miliardi di euro. Inoltre 100.000 lavoratori sono sottoposti a forme di ricatto, sono schiavi quindi dei “caporali”. Questi dati sono contenuti in uno studio dell’osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai-Cgil.

Di questo studio si occupa Francesco Prisco in un articolo pubblicato su www.ilsole24ore.com.

“Occupa circa 400.000 persone di cui 100.000 costretti a vivere sotto ricatto, ha un valore aggiunto stimabile intorno ai 9,1 miliardi e sottrae ogni anno allo Stato, in termini di evasione contributiva, qualcosa come 420 milioni l’anno.

È il ‘sommerso’ in agricoltura, meglio noto con il termine antico di caporalato, un fenomeno diffuso in tutta Italia, seppur attraverso forme molto diverse: le cosiddette piazze degli schiavi al Sud, le cooperative fittizie che procacciano impieghi stagionali al Centronord.

Un fenomeno finora mai indagato in profondità sul quale l’osservatorio ‘Placido Rizzotto’ di Flai Cgil ha elaborato uno studio molto dettagliato che è stato al centro del convegno ‘Un nuovo mercato del lavoro in agricoltura è possibile’, tenutosi presso il Teatro Ambra Jovinelli di Roma.

Uno studio di carattere economico che parte da un’analisi del tasso di irregolarità del lavoro per settore: in agricoltura siamo al 24,8% contro il 12,2% del totale delle attività.

Se a livello complessivo dal ‘99 al 2011 il tasso di irregolarità si è mantenuto tutto sommato costante (dal 13,2% al 12,2%) nel comparto agricolo si è assistito a un balzo in avanti di quattro punti percentuali (dal 20,2% a124,8%).

Il lavoro irregolare in agricoltura, secondo lo studio, ha un valore aggiunto di 9,1 miliardi e in termini percentuali offre un contributo (32,8%) sul valore aggiunto ai prezzi al produttore della branca di gran lunga superiore a quello di industria (12,4%) e servizi (20,9%).

La ricerca dell’osservatorio Flai quantifica poi circa 400.000 irregolari dell’agricoltura in tutta Italia, di cui circa 100.000 (prevalentemente stranieri) costretti a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in condizioni insostenibili.

Il caporalato agricolo, dunque, ha costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 420 milioni l’anno. Per non parlare della quota di reddito (circa -50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali e provinciali di settore) sottratta dai caporali ai lavoratori che mediamente percepiscono un salario giornaliero che si attesta tra i 25 e i 30 euro, per una media di 10-12 ore di lavoro, tutto nell’illegalità o comunque nel sommerso parziale.

I caporali, però, impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,50 euro per il pasto e 1,50 euro per ogni bottiglia d’acqua consumata.

Partendo da questo scenario allarmante, il segretario di Flai Stefania Crogi ieri ha lanciato una proposta: ‘Per il settore agricolo – ha detto – serve una riforma del collocamento che reintroduca sportelli pubblici Pensiamo ai Comuni, alle sedi dell’Inps e ai centri per l’impiego. E’ stato un bene, due anni fa, introdurre il reato di caporalato, adesso però – conclude la Crogi – tocca lavorare sulla prevenzione del fenomeno’”.


L’Uaar sfida partiti e candidati: “abolite il Concordato!”

21 febbraio 2013

L’Uaar (Unione degli e degli agnostici razionalisti) ha proposto ai cittadini italiani di sottoscrivere una petizione con la quale si chiede di abolire il Concordato, in modo tale che i futuri parlamentari decidano effettivamente di abolirlo.

In un comunicato dell’Uaar si spiegano i motivi alla base di questa petizione.

“Nuove fa­mi­glie, que­stio­ni bio­e­ti­che, costi pub­bli­ci della re­li­gio­ne… non passa quasi giorno senza che i gior­na­li non de­di­chi­no spazio a questi temi.

Cio­no­no­stan­te, i par­ti­ti e i can­di­da­ti pre­fe­ri­sco­no non par­lar­ne. Il con­di­zio­na­men­to della Chiesa cat­to­li­ca sulla po­li­ti­ca ita­lia­na è evi­den­te­men­te così forte che nes­su­no vuol met­ter­lo in di­scus­sio­ne alla radice.

Ma lo fa ora l’Uaar, chie­den­do espli­ci­ta­men­te di abo­li­re il Con­cor­da­to. Lo stesso 11 feb­bra­io in cui, ot­tan­ta­quat­tro anni prima, i Patti La­te­ra­nen­si furono fir­ma­ti da Benito Mus­so­li­ni.

Poiché i pro­gram­mi delle liste elet­to­ra­li più ac­cre­di­ta­te non de­di­ca­no alcuna parola al­l’ar­go­men­to, l’Uaar si ri­vol­ge di­ret­ta­men­te ai futuri par­la­men­ta­ri.

E invita i cit­ta­di­ni ita­lia­ni a fare al­tret­tan­to, sot­to­scri­ven­do una pe­ti­zio­ne che chiede di met­te­re da parte i Patti La­te­ra­nen­si e di in­tro­dur­re espli­ci­ta­men­te nella Co­sti­tu­zio­ne ita­lia­na il prin­ci­pio di lai­ci­tà.

‘Un son­dag­gio con­dot­to ormai qual­che anno fa da Man­n­hei­mer mostra che il 42% dei cit­ta­di­ni è fa­vo­re­vo­le a ri­ve­de­re il Con­cor­da­to’, nota Raf­fae­le Car­ca­no, se­gre­ta­rio Uaar. Oggi, solo il 36% ha fi­du­cia nella Chiesa, mentre ‘il re­cen­tis­si­mo rap­por­to Eu­ri­spes rileva come tre ita­lia­ni su quat­tro siano fa­vo­re­vo­li al te­sta­men­to bio­lo­gi­co e a dare di­rit­ti alle coppie di fatto’.

La so­cie­tà con­ti­nua a se­co­la­riz­zar­si e vuole isti­tu­zio­ni e di­rit­ti laici, ma i po­li­ti­ci, sempre così sen­si­bi­li ai son­dag­gi, in questo caso sem­bra­no sordi alle loro ri­chie­ste.

Tutti i po­li­ti­ci? ‘Questa ini­zia­ti­va nasce anche per sta­nar­li e per co­strin­ger­li a dire come la pen­sa­no’, af­fer­ma Car­ca­no, ‘met­ten­do in con­di­zio­ne gli elet­to­ri di espri­me­re un voto più con­sa­pe­vo­le’. Non è un per­cor­so sem­pli­ce, quello del­l’a­bo­li­zio­ne del Con­cor­da­to: ma, con­clu­de, ‘è ne­ces­sa­rio co­min­cia­re a di­scu­ter­ne’.

E più sot­to­scri­zio­ni ci sa­ran­no, più esteso sarà il con­fron­to”.

Questo è il testo della petizione.

“I Patti Lateranensi con la Santa Sede furono sottoscritti nel 1929 da Benito Mussolini e sono ancora oggi citati nella Costituzione, all’articolo 7, pur essendo stato siglato nel 1984 da Bettino Craxi il cosiddetto ‘nuovo concordato’.

È una presenza che è motivo di imbarazzo. Perché rappresenta un retaggio del regime fascista. Perché il panorama religioso è assai cambiato, dal 1929: l’Italia è ora un paese assai più variegato, dal punto di vista della fede, ed esiste ormai una forte presenza di cittadini atei e agnostici. Ma, soprattutto, perché costituisce la base di privilegi ormai inaccettabili.

L’articolo 3 della nostra Costituzione riconosce che ‘tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di religione’. Ma la stessa Costituzione cita poi soltanto una confessione religiosa, quella cattolica. Come direbbe Orwell: qualcuno è più uguale degli altri?

Il Concordato riconosce alla Chiesa ampi ed esclusivi privilegi: dall’insegnamento della propria dottrina nelle scuole della Repubblica (con docenti scelti dai vescovi ma pagati da tutti i contribuenti) al regime speciale per il matrimonio religioso, dalle esenzioni fiscali e doganali agli obblighi, in capo al nostro Stato, di garantire la sicurezza tra le mura del Vaticano. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

In totale, i costi pubblici della Chiesa superano i sei miliardi. Da solo, il costo diretto e indiretto del Concordato grava sui contribuenti italiani per circa tre miliardi di euro ogni anno, oltre un miliardo a causa del solo Otto per Mille. Una spesa ingiustificata, a maggior ragione in tempi di gravissima crisi economica. È ormai tempo di intervenire e di superare una situazione di palese violazione di principi fondamentali della nostra Repubblica, quali la libertà, la giustizia, l’eguaglianza, la laicità.

È per questo motivo che vi chiediamo:

– di denunciare unilateralmente il Concordato

– di sostituire gli articoli 7 e 8 della Costituzione con l’affermazione esplicita del principio di laicità dello Stato

– di approvare una legge generale sulla libertà di coscienza che superi la normativa fascista sui ‘culti ammessi’ e che riconosca a credenti e non credenti uguali diritti e doveri”.


L’Italia perde terreno: consumati 8 mq. di suolo al secondo

19 febbraio 2013

Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto considerevolmente, oltre la media europea. Nel 1956 il consumo di suolo è stato pari al 2,8%, nel 2010 è stato del 6,9%. Questi dati sono contenuti in un’indagine dell’Ispra (istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

L’Ispra ha emesso un comunicato nel quale vengono sintetizzati i risultati dell’indagine in questione.

“Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 metri quadrati al secondo e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d’arresto.

Si è passati dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010, con un incremento di 4 punti percentuali. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni.

Il fenomeno è stato più rapido negli anni ‘90, periodo in cui si sono sfiorati i 10 metri quadrati al secondo, ma il ritmo degli ultimi 5 anni si conferma comunque accelerato, con una velocità superiore agli 8 metri quadrati al secondo.

Questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze. In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8.000 kmq. di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 kmq. nel 2010, un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 mq. per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 q.

Sono questi i risultati dell’indagine Ispra, la più significativa collezione di dati a livello nazionale che ricostruisce l’andamento, dal 1956 al 2010, del consumo di suolo in Italia con una metodologia di rilevazione, aggiornata in grado di integrare i dati locali con i dati di osservazione della terra a livello europeo. Il lavoro analizza i valori relativi alla quota di superficie ‘consumata’, incluse aree edificate, coperture del suolo artificiali (cave, discariche e cantieri) e tutte le aree impermeabilizzate, non necessariamente urbane (infrastrutture). Escluse, invece, le aree urbane non coperte da cemento e non impermeabilizzate.

Nel 1956 la graduatoria delle regioni più cementificate vedeva la Liguria, superare di poco la Lombardia con quasi il 5% di territorio sigillato, distaccando – Puglia a parte (4%) – tutte le altre.

La situazione cambia drasticamente nel 2010: la Lombardia, superando la soglia del 10%, si posiziona in vetta alla classifica, mentre quasi tutte le altre regioni (14 su 20) oltrepassano abbondantemente il 5% di consumo di suolo.

In base ai dati omogenei e disponibili a livello europeo – ma di minor dettaglio rispetto a quelli nazionali – riportati dal rapporto ‘Overview on best practices for limiting soil sealing and mitigating its effects’, presentato per la prima volta in Italia dalla Commissione Europea durante il convegno Ispra, circa il 2,3% del territorio continentale è ricoperto da cemento.

Dai 1.000 kmq. stimati nel 2011 dalla Commissione Europea – estensione che supera la superficie della città di Berlino – circa 275 ettari al giorno (1990 e il 2000), si è passati ai 920 kmq. l’anno (252 ettari al giorno) in soli 6 anni (2000 – 2006).

Il risultato è che nel 2006 ogni cittadino dell’Ue consuma 390 mq. di suolo, vale a dire 15 mq. in più rispetto al 1990. Di questi 390 mq., circa 200 mq. sono effettivamente impermeabilizzati – coperti da cemento o asfalto- per un totale di 100.000 km (2,3%). L’Italia, con il 2,8% di suolo consumato, risulta oltre la media europea (2006).

L’impermeabilizzazione di per sé, ricorda l’Europa, diminuisce molti degli effetti benefici del suolo. Ad esempio, riducendo l’assorbimento di pioggia – in casi estremi impedendolo completamente – si avranno una serie di effetti diretti sul ciclo idrologico e indiretti sul microclima, producendo un aumento del rischio inondazioni.

Non a caso, infatti, il Reno, uno dei maggiori fiumi d’Europa, ha perso, 4/5 delle sue pianure alluvionali naturali e Londra il 12% dei suoi giardini in soli 10 anni, sostituiti da circa 2.600 ettari di manto stradale. Ancora, impermeabilizzando un ettaro di suolo di buona qualità con elevata capacità di ritenzione idrica (4.800 mc.), si riduce in modo significativo anche l’evapotraspirazione. L’energia necessaria per far evaporare quella quantità di acqua, equivale al consumo energetico annuo di circa 9.000 congelatori, quasi 2,5 milioni di kwh. In termini economici, supponendo che l’energia elettrica costi 0,2 euro/kwh, un ettaro di suolo impermeabilizzato comporterebbe una perdita di quasi 500.000 euro.

Inoltre, l’espansione urbana e la cementificazione delle aree agricole pongono problemi anche sulla sicurezza e l’approvvigionamento alimentare. Tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso una capacità di produzione agricola complessiva pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (l’1% del loro potenziale agricolo, circa 1/6 del raccolto annuale in Francia, il maggior produttore d’Europa). Numeri tutt’altro che insignificanti visto che, per compensare la perdita di un ettaro di terreno fertile in Europa, servirebbe la messa in uso di un’area dieci volte maggiore”.


La Chiesa cattolica è una grande società immobiliare

17 febbraio 2013

La Chiesa cattolica dispone di un patrimonio immobiliare molto consistente, il cui valore supera i 2.000 miliardi di euro, circa 1.000 miliardi solo in Italia, il 15% dell’intero patrimonio esistente nel nostro Paese.

Di tali problematiche si occupa, in un articolo pubblicato su www.ilsole24ore.com Marzio Bartolini.

“Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2.000 miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di ‘dipendenti’ e quasi un miliardo e duecento milioni di ‘cittadini’.

Questo Paese immaginario dotato delle infrastrutture di un big dell’economia occidentale e della popolazione della Cina va sotto il nome di Chiesa.

Un universo dietro al quale non c’è solo e unicamente il Vaticano, ma una galassia di satelliti fatta di congregazioni, ordini religiosi, confraternite sparse ovunque nel mondo che, direttamente o attraverso decine di migliaia di enti morali, fondazioni e società, possiedono e gestiscono imperi immobiliari immensi che nessuno forse è in grado di stimare con precisione e che sono sempre in costante metamorfosi.

Un patrimonio dove l’elenco dei beni, la maggior parte sicuramente no-profit ma una discreta fetta anche a fini commerciali, sembra non esaurirsi mai: chiese, sedi parrocchiali, case generalizie, istituti religiosi, missioni, monasteri, case di riposo, seminari, ospedali, conventi, ospizi, orfanotrofi, asili, scuole, università, fabbricati sedi di alberghi e strutture di ospitalità per turisti e pellegrini e tante, tantissime abitazioni civili in affitto.

Un universo intorno al quale gravitano nel mondo 412.000 sacerdoti e 721.000 religiose – senza contare centinaia di migliaia di laici – che assistono 1 miliardo e 195 milioni di fedeli.

Secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo Ojetti pubblicò sull’Europeo nel lontano 1977 dove riuscì per la prima volta a calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa.

Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10.000 testamenti l’anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide – finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti – valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po’ ovunque in Italia e concentrati, tra l’altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia.

Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400 miliardi di euro – come qualche giorno fa ha registrato il rapporto sugli immobili in Italia realizzato dall’Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze – si può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%).

Se a questa ricchezza detenuta in Italia – dove pesa l’eredità di un potere temporale durato per quasi duemila anni – si aggiunge il patrimonio posseduto all’estero fatto di circa 700.000 complessi immobiliari tra parrocchie, scuole e strutture di assistenza la stima, anche stavolta più che prudenziale, può raddoppiare almeno a 2.000 miliardi.

Numeri, questi, che nessuno conferma dall’interno della Chiesa perché per molti neanche esiste una stima ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l’altro, investimenti e depositi bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti.

Ma quali sono i numeri più ‘sicuri’ del patrimonio immobiliare e quindi della ricchezza economica della Chiesa cattolica nel mondo?

I dati più dettagliati sono fotografati con precisione dalla Bibbia dei numeri del Vaticano: l’ ‘Annuarium statisticum ecclesiae’. Che fa risalire il suo aggiornamento a fine 2010.

Secondo l’ ‘Istat vaticano’ nelle 4.851 diocesi e 105 nunziature apostoliche sparse in tutti e cinque i continenti del mondo ci sono la bellezza di 455.839 tra parrocchie, missioni, chiese e altri centri religiosi che possiedono terreni e fabbricati di ogni dimensione. A queste bisogna aggiungere 206.892 scuole cattoliche che dalla materna alle secondarie fanno studiare la bellezza di 55 milioni di ragazzi, a cui si aggiungono altri 6 milioni che si formano negli istituti superiori e negli atenei cattolici (circa 200 nel mondo) che si trovano spesso in edifici e sedi storici di grande valore.

Più precisamente si contano 70.544 scuole religiose materne – 23.963, la fetta più grande, in Europa – che sono frequentate da 6,4 milioni di bambini, 92.847 istituti primari (23.624 nel continente americano) dove studiano oltre 31 milioni di piccoli studenti e 43.591 scuole medie (11.665 sempre in America) con 17 milioni di ragazzi che vanno nelle aule gestite da preti o religiosi. Ci sono poi almeno 200 atenei religiosi – molti concentrati in Europa e in Italia dove operano istituti dalla storia secolare come l’università Gregoriana o quella Lateranese – e altri centinaia di istituti superiori dove si formano circa 6 milioni di persone, tra laici e religiosi. A tutto questo vanno aggiunti 6.000 circa tra convitti e seminari.

Infine nel patrimonio immobiliare una voce davvero importante è quella del ‘welfare’ dove i numeri sono enormi e dove anche qui l’elenco non sembra esaurirsi mai: si contano nel mondo 121.564 strutture sanitarie e di assistenza di vario genere.

La punta di diamante è rappresentata dai 5.305 ospedali della Chiesa (basti pensare che la sanità statunitense ne ha 5.700) dove dentro c’è un po’ di tutto: dalla struttura all’avanguardia – in Italia basta citare il polo pediatrico di Roma Bambino Gesù o la Casa del Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo – al piccolo centro di frontiera in Africa che fornisce l’assistenza di base.

I numeri della sanità vaticana si dividono abbastanza equamente tra i principali continenti: in America sono 1.694 gli ospedali, in Africa 1.150, in Asia 1.126, in Europa 1.145 dove l’Italia fa la parte del leone con 129 strutture sanitarie.

Ma la realtà delle cure cattoliche è anche molto più ricca: con 18.179 strutture cosiddette ambulatoriali (oltre 10.000 divise tra Africa e Americhe) che danno assistenza ai più svantaggiati e ben 17.223 strutture residenziali e assistenziali destinate alla terza età o ai disabili. Di quest’ultime ben 8.000 sono concentrate in Europa e quasi 1.600 solo nel nostro Paese.

Completano l’elenco del welfare vaticano quasi 10.000 orfanotrofi, oltre 11.000 asili per i più piccoli, 15.000 consultori familiari e quasi altre 60.000 strutture che forniscono assistenza sociale e prestazioni di vario tipo”.


L’82% dei comuni a rischio idrogeologico

14 febbraio 2013

Nell’82% dei comuni italiani vi sono territori a rischio idrogeologico. Il problema delle frane e delle alluvioni è molto diffuso quindi. Lo sostiene Giorgio Zampetti, responsabile del dipartimento scientifico di Legambiente.

Delle dichiarazioni di Zampetti riferisce un comunicato dell’Adnkronos.

“Sono 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale. E non solo. Negli ultimi tre anni per riparare i danni abbiamo speso un milione di euro al giorno.

A fotografare la situazione all’Adnkronos è Giorgio Zampetti, responsabile dipartimento scientifico di Legambiente. L’Italia oggi, spiega Zampetti, ‘è un Paese in cui il problema delle frane e delle alluvioni è estremamente diffuso’.

Gli ultimi dati del ministero dell’Ambiente ‘ci dicono che l’82% dei comuni ha al suo interno zone ad elevato rischio idrogeologico e l’autunno appena trascorso ha richiamato con forza l’urgenza ad intervenire. Negli ultimi 4 anni, infatti, nei mesi di ottobre e novembre abbiamo assistito a frane alluvioni che hanno devastato il territorio’.

Una situazione, dunque, da affrontare con urgenza.

A questa emergenza, però, sottolinea Zampetti, ‘manca ancora oggi una risposta efficace della politica ossia degli interventi di prevenzione e mitigazione del rischio per mettere a sistema una serie di misure prima che ci si trovi ad affrontare il danno’.

In particolare, ‘negli ultimi tre anni Legambiente ha stimato che abbiamo speso un milione di euro al giorno soltanto per ripagare le prime spese del dopo emergenza e quindi solo una parte di tutti i danni’. Le misure e le risorse da mettere in campo ‘sono tante ma ci devono essere’.

Per Zampetti, non bisogna dimenticare che ‘intervenire sul rischio in questi termini vuol dire creare occupazione, riqualificare i territori e un nuovo sviluppo. Non è un fondo perso ma necessario per la messa in sicurezza e per lo sviluppo del territorio’.

La priorità riguarda ‘l’intervento nelle zone maggiormente colpite. Oggi – spiega il responsabile dipartimento scientifico di Legambiente – con i cambiamenti climatici in atto abbiamo alcune zone che annualmente vengono colpite da questo problema, pensiamo alla Toscana, alla Liguria e allo Stretto di Messina’.

Partendo da questo però ‘è tutto il territorio che va gestito perché abbiamo un cambiamento climatico in atto e un libro bianco della Comunità europea del 2009 che chiede di mettere in campo una politica di adattamento ai cambiamenti climatici che non sia soltanto di intervento dove è urgente ma che sia una politica su tutto il territorio’”.